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Articles by: Gennaro Matino

  • Opinioni

    La politica ed una vita aperta al domani

    Parlare di futuro fa bene, anzi di più, è indispensabile. Solo una vita aperta al domani può dirsi veramente vita. Se c’è differenza tra un uomo vecchio e uno giovane certamente è l’età, ma gli anni, da soli, non rappresentano tutto l’ingranaggio dell’esistenza. Gioie, dolori, inganni, promesse, vittorie, sconfitte, amori, tradimenti, stanno lì, sul palcoscenico della tua storia a raccontarti la vita oltre le ore trascorse. E tra queste le più esaltanti non sono quelle che rimpiangono il passato ma quelle che aspettano ancora compimento, quelle che ragionano di speranza. È il futuro che gioca il ruolo da protagonista sulla scena della vita di chi la vita la vuole vivere davvero, piuttosto che lasciarsi vivere, di chi la vuole ancora immaginare possibile, diversa, luminosa.

    È il futuro che da solo può dirti se sei ancora dentro la vita o fuori dalla sua consistenza: se sogni, se ti dai un futuro, sei giovane a tutte le età, se ormai i rimpianti hanno surclassato la speranza, sei irrimediabilmente vecchio a ogni età. È una grande sfida ragionare di futuro, è un’impresa titanica, ancor di più quando la sensazione più diffusa tra la gente è quella che il futuro le sia stato rubato, una percezione maligna che pervade il vissuto quotidiano, che contagia, che avvilisce sempre di più, che schiaccia, paralizza ogni attesa, mortifica ogni aspirazione.

    Viene voglia di arrendersi. È difficile liberarsi dalla sensazione che la speranza sia illusione, che nulla cambia in questo nostro Paese, in questa nostra città, che non vale la pena investire sul domani perché non arriverà niente di buono, meglio tenersi strette le disillusioni, perlomeno quelle sono certe, meglio arroccarsi nel passato per andare a pescare quello che serve per raccontarci il perduto. Meglio la nostalgia che la presa per i fondelli.

    Difficile liberare i vinti dalla convinzione che una nuova sconfitta non sia dietro l’angolo, difficile convincerli che il mondo non è fatto solo da saltimbanchi, fattucchieri, chiromanti che vestono i panni del potere, che rubano sogni, che li seviziano trasformandoli in incubi, difficile persuaderli che la speranza può provocare straordinarie e inimmaginabili vittorie, ma è del visionario, del profeta, dell’innamorato, del testimone, del giusto prendersi la responsabilità di farlo, assumersi il dovere per sé e per chi si ama di ragionare di futuro, costasse la propria vita. Se sei padre, se sei madre, se sei un uomo adulto hai il dovere di passare il testimone della speranza, devi sentire l’urgenza che ti deriva dalla vita di volere per te e soprattutto per chi ti sopravanza che il futuro sia migliore, soprattutto per i più giovani che il domani sia migliore.

    Per vocazione dovrebbe farlo la politica che vive la sua più profonda crisi proprio perché ha dimenticato di dire il futuro, non sa più cosa sia rischiare da visionari, ma ragionare di futuro è fondamento di esistenza individuale, collettiva, sociale, economica, ragionare non ingannare, costruire domani senza drogare il vero, senza populistiche promesse che svendono la verità per guadagnare consensi, senza nascondere la fatica del pensare il domani. Vasco cercava un senso alla vita anche se questa vita un senso non ce l’ha, Battiato un centro di gravità permanente che non faccia cambiare idea. Il futuro potrebbe essere la risposta ad entrambi, lo è di sicuro per chi dà senso alla sua vita facendo del sogno un’impresa, per chi ha trovato risposta nel farsi domande di senso. Tra poche ore quest’anno sarà passato e i voti augurali saranno un ricordo, avremo cantato il Te Deum, mangiato lenticchie, letto l’oroscopo, ascoltato il discorso del Capo dello Stato, i capodanni degli altri emisferi, i brindisi, il cenone, i botti, le feste di piazza: anno nuovo, vita nuova. Mia nonna mi regalava sempre una carezza a mezzanotte e mi sussurrava: quello che il tuo cuore desidera.

    Splendida sintesi per dire possibile l’avverarsi del desiderio, semplice carezza per ricordare che sperare è il motore dell’esistere. Spero in una Napoli migliore e spero che i visionari ritornino a raccontarla al futuro. Spero in un Paese diverso dove i diritti del popolo ritornino ad essere argomento della politica. Spero in un uomo

     

     nuovo che sappia dare primato al suo essere uomo piuttosto che all’avere. Sogno un mondo dove la poesia abbia ancora dignità di cittadinanza e dove la bellezza e la gentilezza trovino alloggio. Sogno possibile che chi ha tanto spartisca con chi ha nulla da campare e non lo faccia per carità ma per giustizia. Auguro a tutti che l’anno nuovo porti propositi di futuro: le parole, azioni, decisioni, pensieri al futuro danno coraggio e lasciano vivi anche oltre la morte.

  • Opinioni

    Il Natale in un'altra luce

    Saranno gli occhi di Sara che non riesco a cancellare, il suo profondo sguardo di bimba di non ancora nove anni che un mese fa ha detto ciao a papà e mamma. In un istante la sua vita è volata altrove, quaella di chi resta è irrimediabilmente cambiata. Era nel suo lettino di ospedale ormai già lontana, un micidiale aneurisma le ha tolto il respiro che ora passa nel pensiero di chi l’ama, nelle parole della fede per chi crede, nella vita Oltre per chi spera, intanto respira negli organi trapiantati a sconosciuti fratellini. Mi chiedo perché lei e non io, perché io vedrò Natale e lei no, se questo sia un privilegio o una pesante responsabilità.

    Sarà il dolore silenzioso dei tanti bambini che stavano con Sara, accomunati nella stessa avventura, ho visto nella rianimazione del Santobono, tra carità operosa dei sanitari e tenere membra perforate, innocente strage. I bambini quando soffrono non fanno rumore, sembra che non vogliano dare fastidio, che non vogliano guastare il Natale a nessuno.

    Non fanno rumore a Napoli o ad Aleppo, nei barconi stracolmi di gente in tragiche fughe, o nel degrado dei quartieri malati delle periferie vicino casa nostra o lontane nel mondo. Non fanno rumore, ma mi chiedo perché loro e non io. Saranno gli occhi di Gennaro che ho incrociato al carcere di Nisida, luce ancora non spenta, non tutta. Storia di malaffare, di delitto e di castigo, carcere di mare in un mare di solitudine.

    Tante giovani vite rubate alla vita che per essere vita forse sarebbe dovuta nascere altrove, altrove avrebbe dovuto respirare militanza. Non è raro che qualche volontario si sia sentito confidare da Gennaro o dai suoi compagni di disavventura: “Come avrei voluto che tu fossi stato mio padre”. Vita diversa sognata, vita rubata alla vita.

    Ancora mi chiedo perché loro e non io. Certo lo so, la scelta individuale, la famiglia, le giuste amicizie, la scuola. Parole. Intanto è Natale e non si soffre più, per me sì, e per loro, giovane carne, futuro tradito?

    Sarà il sorriso amaro di Don Ciro delle Salicelle di Afragola, alle porte di Napoli, che vive il quotidiano provando a immaginare per lui e la sua gente una vita diversa. L’ho incontrato in questi giorni, una marea di gente, per lo più bambini, per lo più per strada, per lo più senza il minimo necessario. Tante promesse, da tutti, degrado da non potersi raccontare.

    La domanda è sempre la stessa, la ripeto quasi a farmi male, perché loro, perché non io. Sarà per il fatto che ho saputo della Casa di Matteo, la prima esperienza del genere in Campania inaugurata giovedì scorso a Napoli. Una casa famiglia per piccoli ammalati terminali, neonati non riconosciuti dai genitori per le loro condizioni estreme e abbandonati in ospedale, un’opera di solidarietà fantastica a cui va dato sostegno e assicurato conforto, ma sapere che tenere creature hanno già segnato il loro percorso, benché la compassione di chi le accoglie, non può che provocare la stessa domanda: perché loro e non io.

    Fatalità, caso, provvidenza, fortuna, sfortuna, parole da usare certo non mancheranno e di sicuro l’alibi dietro al quale siamo abituati a nasconderci ci permetterà una via d’uscita per raccontarci quello che più ci fa piacere. Non so perché loro e non io, non saprò mai quale disegno si cela nel percorso di vite diverse che disegnano diversi percorsi, ma se un Natale è giusto da vivere e quel Natale, oltre il rumore della sua cornice, delle luci, dei colori, dei sapori, rimanda a giustizia e pace, allora forse io resto in vita fino a quando sarà necessario per poter dare significato alla vita anche di chi è partito prima di me o di chi resta schiacciato dalla vita, ora. Sacrilego il Natale dei sopravvissuti alla notte che non raccolgono la sfida di raccontare la luce a chi resta, raccontarla oltre i confini della stessa notte per quelli che la notte l’hanno vissuta, inseguire una stella di un mondo che sa cosa significhi fare suo il dolore degli altri. E allora forse sarà Natale per chi resta, per chi è ormai altrove.
     

     
  • Pane elemento fondamentale nel presepe napoletano Foto di Asaiber
    Opinioni

    Sogno un Natale come ...

    Passeggiavo l’altra sera sovrappensiero mentre il caos della via passava la fatica delle compere, lo stress di chi cerca l’ultimo regalo nella lista delle attese, di provare a farli nonostante la crisi, riuscirci per chi ancora ci crede, per chi ancora ha possibilità economiche, per chi ancora oltre le difficoltà prova a sperare che per lo meno a Natale qualcosa resti di buono nel paniere degli scambi affettivi.

    Corsa che a volte diventa resistenza a ostacoli, tanto che qualcuno borbotta che non vede l’ora che le feste passino in fretta prima ancora che abbiano inizio. Per non parlare di quelli che il Natale lo subiscono quando l’insicurezza porta ad essere sempre più sfiduciati. La festa è lontana da chi si sente tradito dalle feste degli altri.

    Passeggiavo e mi sono ritrovato per caso dinanzi a una panetteria, di quelle che avvisano la clientela che a tale orario è possibile comprare pane caldo.

    Il profumo si spandeva e avvolgeva il fragore della folla, un profumo antico e moderno. Usciva dalla panetteria un uomo di mezza età, tra le braccia la busta del pane appena sfornato. L’ho visto spezzarne un pezzetto, portarselo al naso per acchiapparne il profumo e poi subito in bocca per gustarselo con gentilezza. Ero alle sue spalle e ho sentito che mentre portava il pezzetto di pane alla bocca ha emesso un sospiro. Mi sono commosso, davvero, e quasi non mi sono accorto che mentre vedevo la scena, la folla e il suo fragore passavano in secondo piano.

    Quanta tenerezza in un semplice gesto, quanta potenza di significati nel quotidiano sapore di un pezzo di pane che potrebbe raccontare al Natale, prossimo venturo, nascosti percorsi che rendono vera la vita se fatta di pane condiviso. Mai tempo è più favorevole di quello del Natale, dove si gioca a diventare più buoni.

    È un percorso fatto di strenne, colori di storie gentili da Walt Disney. Eppure non riesco a sopportare i natalini, quegli strani figuri che puntuali si avanzano nelle famiglie, nella società, nella città e nelle chiese a cui sembra che la bontà sia a tempo, che vada celebrata come ricorrenza di calendario, che faccia quasi parte di un copione da recitare perlomeno a Natale. Pranzi per i poveri, giusta dimostrazione di solidarietà umana in tempo di precarietà, cenoni che si moltiplicano, che si ripetono, che si celebrano nelle cronache dei giornali.

    Tutto meritevole, tutto a tempo, tutto troppo veloce, troppo gridato mentre l’ordinario si affaccia dopo le feste e la povertà resta sola con la sua fame. Natale è anche tutto questo, è di sicuro provocazione di compassione per raccontare agli esclusi che ancora possono fidarsi della vita, che ancora c’è una mano caritatevole pronta a sovvenire la loro povertà, ma, credente o laico, Natale è il tempo della provocazione della pace come vocabolario rivoluzionario della convivenza umana. Quel semplice gesto di un pezzo di pane profumato, gustato come il più prezioso dei doni, l’altra sera mi ha raccontato un’altra storia, la sua, che da grano è cambiato in farina, e da farina lievitato in pasta e da pasta infornata in pane.

    Un pezzo di pane che racconta di contadini, mugnai, fornai, panettieri, massaie che in quell’impasto garantiscono ogni giorno, senza aspettarsi un grazie, la sopravvivenza di tutti e la poesia di un incontro felice per qualcuno.

    Il sospiro di quell’uomo mi aveva raccontato la gratitudine della compagnia, dello spezzare il pane quotidiano da cui compagni deriva come verbo, e nessuno dovrebbe dimenticare che senza gli altri non siamo nulla. Un Natale profumato come il pane, buono come il pane è capace di dire a poveri e ricchi, a potenti e semplici che da soli non si vive. Solo la compagnia di uomini consapevoli che senza gli altri, tutti gli altri, non c’è pace, non c’è giustizia, può generare un Natale buono che consegni una vita profumata come il pane.

    Da bambino ci insegnavano che il pane è sacro, dono di Dio e lavoro dell’uomo, e forse per questo se ne avanzava un pezzetto, e non si poteva conservare, si baciava prima di gettarlo. Non posso far passare questo Natale senza baciarlo prima, senza consegnare la mia promessa: per quanto mi riguarda farò di tutto affinché ogni pane sia diviso, ogni bene condiviso ben oltre il Natale.

  • Art & Culture

    The Young Pope and a Few Questions About God

    With the season winding down, hordes of people continue to tune into Paolo Sorrentino’s The Young Pope, myself included. Every week I’m further surprised by how much the Neapolitan lmmaker’s monumental opus inspires a believer like me to re ect on faith, to ask the big questions about God and why we go before Him.

    I’m well aware that many clerical circles regard the series with suspicion and, perhaps misguidedly, have already branded it irreverent and sacrilegious. But I think the show is immensely spiritual insofar as it posits questions that man has long posited yet struggles to ask today. But there remain and will remain monuments of philosophical and theological searching. So, the perennial questions, but in a fresh language that could prove interesting to theologians and the Church from the standpoint of method, for introducing new words with which to understand the world.

    The grand style of The Great Beauty remains potent, but it is outshined by its tendering of meanings that, with each carefully choreographed frame, appears to hint at a different kind of searching. The Church is just a pretext. In reality the show speculates on whether it is still possible to reveal God to contemporary man. The papal court, the curia and its con icts, remain in the background, though they provide the stage for the story, a space for suggestive dialogue, mostly monologues spoken by someone struggling to find answers within himself, someone still interested in ultimate.  questions about existence—the end of being and the reason for being.

    That is what fascinates me most about this production, which has invested capital and resources into a product that, were it not presented as a TV series, would no doubt be nominated for an Oscar, given the courage with which it outs convention by proposing the idea of God to a secular, positively pagan society.

    Sorrentino’s hero is young but already world weary, a vicar of Christ robed in disquiet, a man of God one would think knew God better than anyone else who is actually wracked with more doubt than anyone else, a man who rises above his personality, the icon of an age dominated by image yet overwhelmed by decadence. Within the Church and—equally if not worse—outside its walls, there reigns a mediocrity af icted by the need to escape anonymity by every means and at all costs.

    Sorrentino responds to questions about the meaning of life, history, the why and wherefore of injustice, pain and suffering, by feeding the pope words that belong to pioneers of reason, words be tting the great medieval thinkers who—wavering between heresy and dogma, between burnings at the stake and canonization— gave rise to free speech and noble ideas that once ushered in a new Europe, a new world.

    This pope returns to speaking of God with painful probity and the shadow play of psychoanalysis, unwilling to sacri ce man’s intelligence or become a puppet, a caricature, but instead staying upright and not bending to servility, infantilism or mythic and superstitious superstructures.

    Where is God? Where mercy? Where is man headed? The questions are time honored yet the novelty lies in restoring spiritual and intellectual inquiry to the center of the world and its destiny, without which—short of an answer, and a different kind of answer at that—the fate of the world is condemned to barbarism.

    Such questions are frightening. They aren’t crowd pleasers. But thanks to the inventiveness of a cinematic genius they might nd a large audience once again. It takes courage to unseat the facile and convenient talk of a church that acts as a simple charitable organization only interested in performing good works and never saying why, that gets its hands dirty for the poor whom it often betrays yet doesn’t understand its choice.

    Because in truth, talk of God and ultimate aims and the pursuit of thoughtful men might not even serve the purposes of the church. It’s no way to win audiences or sign clients. When newspapers report on the Pope or the church, they report on clerical organizations, ethics, scandals, travels and politics. Never God. Major papers cover Francis when he rebukes the elite or champions charities for the destitute, but why he does so, or what design animates him, is something we don’t know, take no interest in, fail to question.

    Sorrentino points his camera on God to avow Him, deny Him, pursue Him, reject Him, invoke Him and curse Him. But God is still the star, and along with Him, man and his questions. That’s quite a feat to take on, and as far as I’m concerned, the director has already won. 

    To watch the Trailer >>>

    * Gennaro Matino teaches Theology and History of Christianity in Naples. He collaborates extensively with both traditional and new media. 

  • Opinioni

    I GAY ed i loro matrimoni rovina del mondo

    “I GAY, i loro matrimoni sono la rovina del mondo”, il mantra continua ad essere pensato, riproposto, pronunciato. Il peccato originale di un mondo afflitto da mille miserie, i guai della vita, quelli procurati dalla crisi globale, dalle malattie, dalle mille ingiustizie, dalla precarietà, avrebbero una sola causa, un solo colpevole, un denominatore comune: gli omosessuali che per la loro “scelta contro natura”, stanno portando l’umanità all’estinzione. 

    Le chiese cristiane, cattoliche, ortodosse, evangeliche e non solo, in ogni parte del pianeta, arrancano cercando nuovi linguaggi capaci di ragionare di Dio, di proporlo come salvezza all’uomo contemporaneo. E non contente di essere sempre più fuori dalla quotidianità della vita della gente, ognuna in forza della propria presunzione di comprendere, professare e annunciare l’unica verità credibile, incapaci di parlare all’uomo di oggi, cercano di volta in volta la responsabilità dei loro fallimenti fuori le proprie mura: il mondo, la secolarizzazione, il paganesimo, il relativismo e soprattutto e prima di tutto le unioni civili e gli omosessuali. 

    Radio Maria qualche giorno fa, senza nessun rispetto per le povere vittime, e senza nessun pudore per la grave affermazione, sosteneva che il terremoto e le disgrazie nel mondo fossero state causate dalla collera di Dio adirato per le unioni civili. 

    In questi giorni, in perfetta sintonia ecumenica, il patriarca Kirill, primate della Chiesa ortodossa russa, rincara la dose e a proposito del matrimonio-gay afferma: «Quello che sta accadendo nei paesi occidentali è che, per la prima volta nella storia umana, la legislazione va contro la natura morale degli esseri umani». E per chi avesse qualche dubbio sul suo pensiero, aggiunge: «Non è la stessa cosa, certo, ma in qualche modo possiamo paragonarlo all’apartheid in Sudafrica o alle leggi naziste: erano frutto di un’ideologia e non parte della natura morale». 

    I gay, il loro desiderio di vivere una vita affettiva, come campo di concentramento, come razzismo ideologico, come imposizione tirannica sui principi sacri della libertà umana. Il mantra: “I gay sono la colpa”, si struttura, si organizza, lo si ripete quasi come “esicasmo” di guarigione, come a voler convincere chi lo pronuncia, lo prega, lo afferma che trovato il diavolo è possibile l’esorcismo, che individuato un responsabile, sulle cui spalle caricare la croce dei nostri tradimenti, basta cancellarlo dal proprio vocabolario per ritornare alla “normalità” della natura e comunque sia, comunque vada, da solo basta a forgiare l’untore, la strega, l’eretico, un colpevole buono per tutti, per le religioni asfittiche, per la morale ingessata, per il potere in crisi, per la stupidità dei creduloni: “Crediamo che questa nuova tendenza costituisca una grave minaccia per l’esistenza della razza umana”. 

    Parole durissime e gravissime che certo non dicono che gli omosessuali debbano essere messi al rogo, anzi si puntualizza che sono affari loro e se la piangessero loro e la loro coscienza, ma intanto l’anatema è stato lanciato e il mantra concepisce il suo disegno: la colpa del mondo in rovina è dei gay. 

    La cosa più grave è che nel frattempo la parola passa, si concretizza sempre più come fatto, e alcune società, alcune culture, troppi uomini di chiesa le trasformano in politica, in atteggiamento sociale, in pratica quotidiana così che il rischio, già sperimentato in altre epoche, è che dalle parole si passi alla persecuzione, a quei campi di concentramento del passato, che forse Kirill volutamente dimentica, che hanno massacrato milioni di ebrei ma anche migliaia di omosessuali. 

    Mi aspetterei che Papa Francesco che, intanto scrive di misericordia e promette una Chiesa pronta a conservare il perdono come strada maestra per dire se stessa, potesse oltre la realpolitik ecclesiastica, avere il coraggio di ricordare al suo confratello russo che la via maestra dell’annuncio del Vangelo è l’amore per ogni uomo, per la diversità di ogni vivente e soprattutto che il suo anatema non è in sintonia con il messaggio del Maestro di Galilea. 

    Mettere pesi insopportabili sulle spalle della gente, che i preti e i vescovi di ogni tempo e di ogni confessione non portano neppure con un dito, non solo è cosa grave ma è il tradimento di una speranza che vorrebbe che nessun uomo vada perduto, che nessuno possa dirsi straniero nelle braccia della misericordia di Dio: “Guai anche a voi perché caricate la gente di pesi difficili da portare, e voi non toccate quei pesi neppure con un dito! 

    Guai a voi, perché avete portato via la chiave della scienza! Voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare l’avete impedito”.

  • Opinioni

    The Young Pope di Sorrentino. Un'occasione importante per riflettere

    So bene che in tanti ambienti ecclesiastici la serie 'The Joung Pope' di Paolo Sorrentino è seguita con sospetto e forse a torto è stata già bollata e archiviata come irriverente e sacrilega. Ritengo, invece, che sia un'opera di grande spiritualità in quanto pone domande che l'uomo da sempre si è fatto e che oggi fa fatica a porsi, ma restano e resteranno monumenti di ricerca filosofica e teologica.

    Le domande di sempre ma in un linguaggio nuovo e originale che potrebbe risultare interessante ai teologi e alla Chiesa dal punto di vista del metodo, per incrociare nuove parole e per comprendere il mondo. Lo stile de La grande bellezza ritorna potente, ma superato da una provocazione di significati che, nei fotogrammi studiati uno per uno, sembra voler segnare un percorso di ricerca diverso.

    Il parlare di chiesa è solo un pretesto, in realtà ciò che emerge è se sia ancora possibile annunciare Dio all'uomo di oggi. La corte papale, la curia con le sue contraddizioni restano sullo sfondo, benché facciano da palcoscenico della narrazione, per dare spazio a dialoghi suggestivi, per lo più monologhi propri di chi cerca faticosamente risposte dentro di sé, di chi è ancora interessato alle questioni ultime sull'esistenza, sul suo fine e il suo perché oltre la storia.

    È questo aspetto che mi affascina in questa produzione che ha investito capitali e risorse in un prodotto che, se non fosse presentato come serie televisiva, sarebbe di sicuro candidato all'Oscar per il coraggio con cui, fuori da ogni schema, propone l'idea di Dio a una società desacralizzata e ormai pagana. Sorrentino sceglie come suo primo interlocutore un papa giovane ma già vecchio, uomo di potere, presuntuoso e debole di affetto, bello ma fragile di poesia, come la nostra epoca, un vicario di Cristo vestito di inquietudine, un uomo di Dio che più degli altri dovrebbe conoscerlo, ma che più degli altri è provocato dal dubbio, un uomo che va oltre il personaggio, icona di un tempo in cui domina l'immagine su tutto, ma dove in assoluto vince la decadenza.

    Anche nella Chiesa, ma oltre le sue mura, uguale e peggio, si staglia il potere della mediocrità afflitta dal bisogno di uscire dall'anonimato con ogni mezzo e a ogni costo. Sorrentino risponde alle domande sul senso della vita, sulla storia, sul perché delle ingiustizie, del dolore, della sofferenza mettendo sulla bocca del papa parole che dovrebbero essere dell'uomo pioniere di senso, parole che furono dei grandi medioevali che, tra eresie e dogma, tra roghi e canonizzazioni, resero possibile la nascita della libertà di parola, di quelle grandi idee che fecero nuova l'Europa e il mondo.

    È un papa che ritorna a parlare di Dio e lo fa con la sofferenza della ricerca, con i chiaroscuri della psicanalisi, con la volontà di non mortificare l'intelligenza e permettere all'uomo comunque di restare uomo, non fantoccio, non caricatura, sempre in piedi senza servilismo, senza infantilismi, senza sovrastrutture mitiche e superstiziose. Dov'è Dio, dove la sua misericordia, ma dove sta andando l'uomo, le domande di sempre ma la novità sta proprio nel rimettere al centro del mondo e del suo destino quella ricerca spirituale e intellettuale senza la quale, oltre la risposta e benché la diversa risposta, il destino del mondo è condannato alla barbarie.

    Domande che fanno paura, che non fanno audience, ma grazie all'invenzione di un genio della cinepresa possono di nuovo interessare il grande pubblico. Ci vuole coraggio nello spodestare il parlare facile e vantaggioso di una chiesa semplice agenzia caritativa, interessante solo se fa il bene e non dice il perché, che si sporca le mani per i poveri e spesso tradisce, ma non si capisce la sua scelta.

    Perché in verità parlare di Dio e di fine ultimo, cercare l'uomo pensante, forse non conviene neppure alla chiesa, non fa audience e non procaccia clienti. Se i giornali parlano del Papa o della chiesa parlano di struttura ecclesiastica, di etica, di scandali, di viaggi e di politica, mai di Dio. I grandi titoli scrivono di Francesco quando sgrida i potenti, quando sdogana la misericordia per gli esclusi, ma perché lo faccia, a quale disegno stia rispondendo non è dato saperlo, non interessa, nessuno se lo chiede.

    Sorrentino mette in scena Dio, lo afferma, lo nega, lo cerca, lo rifiuta, lo invoca, lo "bestemmia", ma Dio rimane il protagonista e con Lui l'uomo e le sue domande. Grande sfida con cui confrontarsi e per quanto mi riguarda il regista ha già vinto.

  • Opinioni

    Malati di integralismo

    INTEGRALISMO è una parola alla moda, ben oltre il fanatismo di cantori folli di sacri testi, merce diffusa in tempo di precarietà di idee forti in cui soprattutto i giovani, svuotati di ogni valore, sono facile preda della moda della jihad. Certo l'integralismo religioso fa più rumore perché rimanda a conflitti in atto, a sciagurate guerre che terrorizzano il mondo. Ma sbaglieremmo a pensare che sia integralista solo il mondo islamico o una sua componente e non lo sia in certi aspetti anche quello cristiano, con le sue numerose sigle, che non fa sconti alla differenza e innalza roghi diversamente dati a chi la pensa diversamente. L'integralismo è oggi la massima espressione della debolezza dei propri convincimenti che, per poter essere sostenuti, diventano non negoziabili per paura di perderne i significati. Purtroppo la globalizzazione del mondo ha finito col dividere gli uomini invece di unirli, non ci ha reso più audaci, più disposti a metterci in discussione per superare barriere mentali, per confrontarci con la diversità, per incontrare gli altri e condividerne esperienze, ma ha fatto prevalere la paura di perdersi.

    L'alterità non è vissuta come risorsa, ma genera un principio di malata autoconservazione che limita il dialogo e alimenta il sospetto. L'assenza di proposte chiare e distinte ha generato integralisti in qualsiasi campo: ognuno alla disperata ricerca della propria identità, tende ad applicare una dottrina, un'ideologia, o semplicemente una moda culturale, nella sua interezza e col massimo rigore. Integralista è il salutista di maniera che si dà spazi per venire fuori dall'anonimato con una alimentazione a suo dire più sana e invece finisce con l'ammalarsi della sua stessa dieta. È integralista la religione della buona tavola, quella senza "additivi", un nuovo culto, che certo può migliorare lo stile di vita ma può anche aprire la strada a subdole patologie. Le sigle, le sette, le chiese anche qui sono le più svariate e ognuna dichiara di avere il suo vangelo, l'unico capace di dare significato all'esistenza: la cucina vegana, ayurvedica e crudista, tutte forme di integralismo alimentare che Steven Bratman definì, con un nuovo termine, ortoressia per indicare la ricerca ossessiva di alimenti sani. È integralista la moda eccessiva del "naturale" quando l'omeopatia, medicina alternativa di tutto rispetto, rifiutando il confronto con teorie scientifiche, scredita la medicina ufficiale creando danni maggiori dei farmaci istituzionalizzati.

    L'integralismo politico o partitico è anch'esso una malattia che nulla condivide con la parola contraria, che non sa ascoltare ma proclama, non sa dialogare ma demonizza l'avversario, senza cercare una via d'incontro ma solo e sempre lo scontro. Il pensiero politico, l'idea in cui si crede, l'obiettivo da raggiungere è irrilevante rispetto al darsi un nemico da sconfiggere. Specchio ne è la situazione politica europea e italiana, lo stesso prossimo referendum costituzionale interessa solo per far fuori l'avversario. Tutto rimanda all'ignoranza, perché gli integralismi sono la massima espressione del sapere stitico, impreciso, limitato, offensivo della verità. La conoscenza, la curiosità del nuovo per l'integralista cede il passo a pochi principi che restano assoluti senza confronto, senza contraddittorio.

    Le mille paure che attanagliano la nostra quotidianità spesso sono generate dall'ignoto. Non sappiamo come controllare, come gestire, come andrà a finire quello che non è passato sotto la nostra personale esperienza. E tutto ciò che non abbiamo perfettamente sotto controllo ci preoccupa, genera ansia, malessere. La paura frena la ricerca del nuovo e non solo per quanto riguarda i misteri della vita e le domande irrisolte del cuore umano ma anche le relazioni interpersonali.

    A tutto ciò che è nuovo, diverso, non sempre si risponde con il desiderio di scoprire l'oltre, di porre fatica all'esperienza della conoscenza anche dolorosa, controversa, scandalosa: o si fugge asserragliandosi nella fortezza protettiva dell'io, pensando che non affrontando il confronto si possa superare ugualmente la provocazione che arriva dall'altro, o lo si attacca ferocemente all'esterno come causa del proprio disagio. In entrambi i casi la paura è l'origine della guerra e in entrambi i casi la pace è compromessa all'origine dall'ignoranza. Ci si accontenta per non soffrire, per non restare sconfitti da ciò che mette in crisi, che provoca pensieri originali, così che l'integralismo è divenuto la malattia del nostro tempo. A chi è ancora interessato, curioso dell'uomo, il compito arduo di resistere all'inganno di credere che conservare l'antico è meglio che rischiare il nuovo, perché l'antico si difende solo investendo sul futuro.

  • Opinioni

    Halloween, una festa satanica?

    Halloween una festa satanica? Ci risiamo, e la rete impazza. Possibile che senza un nemico da combattere, senza una guerra da dichiarare, la verità in cui si crede si svilisce e si rischia di non trovare proseliti? Ci saranno anche degli scalmanati che non trovano meglio da fare che oppiarsi la vita, sballarsi una volta in più anche alla festa di Ognissanti, scegliendo il genere horror come brodo di cultura.

    Ci sarà anche chi crede di poter trasformare in un sabba un giorno dell’anno e pensare di essere ancora sano di mente, ma chiamare in causa il principe delle tenebre, che se esiste si preoccuperebbe di ben altro e di sicuro darebbe meno nell’occhio che vestendo abiti riconducibili al suo “guardaroba”, è offensivo per l’intelligenza di chi crede e di chi, non credendo, ha rispetto di una fede seria, autentica, che non si improvvisa di volta in volta passando paura a forza di patacche.

    Ancora non abbiamo imparato la lezione che prima o poi l’ignoranza, passata come pratica religiosa, oltre a generare mostri viene presto smascherata. Un tempo era considerato demoniaco mangiare cioccolata, ballare il tango, censurato da bolla papale come peccato mortale, mangiare carne di maiale costringeva all’inferno, e chi era figlio di macellaio non poteva accedere al ministero sacerdotale dato che il padre si era “macchiato di sangue”. Le donne in mestruo non potevano entrare in chiesa, e i medici che praticavano l’autopsia per la ricerca scientifica venivano scomunicati.

    Meglio non continuare su questo triste elenco, non basterebbe una pagina del giornale, ma il fatto costante che si ripete è il peccato originale di chi, non avendo capacità di passare argomenti validi e credibili, cerca di tenere buona la platea plaudente a forza di terrore, lo stesso terrore che dovrebbe riempire chiese e consentire a chi le regge sulla paura di organizzare il consenso. Il peccato, il diavolo e la colpa diventano l’arma da sfoderare ogni qual volta la nostra incapacità di convincere l’uomo circa l’amore liberante di Dio non riesce a portare i frutti desiderati.

    E il senso di colpa che genera mostruosità è il luogo pseudo spirituale dove meglio sembra facilitato un annuncio che a mio modo di vedere, al di là delle buone intenzioni, semmai esistono, non genera comunque la liberazione voluta da Cristo. “Dio ti vede!”, sulla colpa e la paura abbiamo costruito montagne di psicotici religiosi che dicono di credere più per evitare l’inferno che per godere del paradiso. Molti uomini schiacciati da questo peso, quando si accorgono dell’inganno o fuggono, decidendo di vivere malgrado la colpa, o si rassegnano e si lasciano convincere nonostante la colpa.

    Non bisogna dimenticare che il terrorismo spirituale non ha mai pagato, è riuscito solo temporaneamente a irreggimentare uomini che si dichiaravano credenti perché impauriti e sfiduciati. Agitare le fiamme dell’inferno non servirà a restituire la libertà all’uomo: solo la gioia, la sana allegria, sperimentata grazie all’amore che vivo, mi potrà convincere che esiste un Dio liberante, che vale la pena affidarmi a Lui. E questo permetterà anche di rischiare, tentare di fare meglio, sapendo che forse possiamo sbagliare, ma che proprio l’amore che muove il nostro essere diventa giudice della nostra vita.

    La paura paralizza, il senso di colpa pietrifica, l’amore rende coraggiosi, dà sicurezza ai nostri passi malgrado le nostre fragilità. Il senso di colpa ricorda continuamente ciò che è peccato, quello che devi fare e quello che non puoi fare, l’amore invece mostra nella libertà quello che può essere contro o a favore, ma più che dire cosa non si debba fare, sprona a quello che bisogna essere. Per troppo tempo preoccupati di dire agli uomini che non dovevano fare il male, abbiamo dimenticato di ricordare che per essere felici bisogna fare il bene e abbandonarsi alla logica dell’amore, con la consapevolezza che malgrado i nostri limiti, possiamo fiduciosamente contare su un Dio che vuole che nessuno si perda, anche se non la pensa come noi, se vive diversamente dai nostri principi e vuole che Halloween altro non sia che una sera di baldorie.

    Ricordo che da bambino con i miei compagni per la ricorrenza dei morti compravamo dei salvadanai a forma di bare. Giravamo per strada agitandoli tra la gente che alla nostra richiesta “Signurì e muort”, rispondevano con qualche spicciolo. La sera, il ricavato, per comprare torrone. Era la nostra Halloween come per tanti bambini di oggi in cerca di scherzetti e di dolcetti, bambini mascherati da mostri per riderci un po’ sopra insieme a maestri e genitori e per imparare forse a convivere con la paura dell’ignoto, senza l’alibi di attribuire a Satana la responsabilità dei nostri fallimenti.

  • Opinioni

    Per la Chiesa, per le sue Caritas. Occorre prima di tutto autocritica

    La cultura contemporanea è specchio di un mondo dilaniato da nuove emergenze, nuovi conflitti e nuove povertà, dalle contraddizioni del potere economico, dalla logica del possesso che determina la cultura della morte che a volte si manifesta come bullismo, violenza, volgarità, come abbandono degli anziani ed emarginazione dei più deboli.

    L’ultimo dossier della Caritas Italiana: “Povertà plurali, nell’orizzonte della ripresa economica” è una drammatica ma realistica cartina di tornasole del disagio del vivere quotidiano che soprattutto i giovani del Sud provano sulla propria pelle. Non solo disoccupazione, che certo resta il dato più allarmante per una popolazione giovanile descritta senza speranza, ma di una progressiva e inarrestabile perdita di futuro che indebolisce la struttura stessa dello Stato.

    La rassegnazione alla propria condizione di limite porta giovani e non a cercare rifugio in mense e dormitori. Spesso la strada, e solo la strada, resta l’ultima frontiera di chi non ha neppure più un tetto sotto cui vivere. Un lavoro straordinario quelle delle Caritas sparse sul territorio nazionale che, insieme alle mille articolazione del volontariato, fungono da azione di supplenza alla mancanza di un progetto visionario di giustizia sociale dell’Italia e dell’Europa stessa, quasi a dichiarare la rassegnazione di fronte all’inganno dell’economia post capitalistica e finanziaria capace di dividere più che affratellare.

    Tuttavia, proprio il dossier della Caritas, che senza timore analizza lo stato presente della povertà e descrive la divisione malata tra chi ha tanto e chi nulla, manca di una parte importante e decisiva per la credibilità stessa di tutto il testo. Manca, infatti, di una lettura critica delle strutture di assistenza della stessa Caritas che dovrebbe chiedersi se esistano o meno anche sue responsabilità per non essersi data un piano organico di intervento sulla povertà.

    Dovrebbe interrogarsi sul perché non si è escogitato un processo unitario di liberazione degli oppressi, lasciando all’iniziativa di singoli soggetti locali, improvvisati, emotivi, la fatica degli interventi caritativi; perché sono stati permessi, anche con l’uso dell’otto per mille, finanziamenti a pioggia, senza la dovuta verifica successiva e il controllo meticoloso delle spese. Bisognerebbe capire perché siamo pronti a rispondere all’emergenza, quando lo siamo, e non invece a saperla superare, con strategie di inclusione, quantomeno in una campionatura apprezzabile, di quei soggetti svantaggiati che a noi si rivolgono.

    Domande che potrebbero provocare oltre e chiedersi ancora se il volontariato in carico alle Caritas, formato dalla comunità ecclesiale, sia primariamente volontariato puro o se invece, in assenza di lavoro, sia stato trasformato in nuova modalità occupazionale, ricercata da tanti disoccupati con competenza o meno, consentendo a cooperative, o giù di lì, di darsi una ragione sociale solo a scopo di sbarcare il lunario, anzi nate proprio con lo scopo primario di intercettare risorse necessarie alla propria sussistenza, più che per la liberazione degli oppressi.

    Senza parlare di quel sottobosco di faccendieri collaterali ad associazioni, sigle, enti che senza storia pregressa, senza esperienza sul campo, vengono create ad acta quando si tratta di accedere a finanziamenti pubblici, ottenuti più che per la loro competenza e per l’affidabilità dei progetti che dovrebbero essere accompagnati dall’idealità di servizio, per l’antico costume del clientelismo partitico che cerca consensi e benedizioni clericali.

    Per la Chiesa, per le sue Caritas, per chi meglio dovrebbe gestire l’otto per mille a favore degli ultimi, non è solo problema di gestione di mezzi e di rispetto delle procedure, è questione di Vangelo, del suo ruolo nel destino della nostra terra, a Napoli come altrove. Ci sono decine di migliaia di parrocchie sparse sul territorio italiano, in media una parrocchia per ogni mille abitanti, ordini e istituti religiosi, scuole, giornali, televisioni, radio, siti ed editoria, centri culturali e informativi, opere pie e strutture di carità e assistenza, una presenza impressionante di strutture ecclesiastiche nel tessuto territoriale di una nazione che tuttavia sembra non riesca a dare soddisfazione al suo primo scopo: comunicare la fede con la testimonianza della carità, vivere la carità, sempre.

    Di bene se ne fa tanto, ma tanto se ne farebbe ancora di più e meglio se, di fronte all’aggressività di un potere finanziario che spesso contagia e contamina anche il mondo ecclesiale, le Caritas e il volontariato, si avesse il coraggio di resettare strutture, di correggere meccanismi perversi che al capitale umano preferiscono il capitale economico.
     

  • Op-Eds

    Mother Theresa of Calcutta is a Saint. She already Was

    Mother Theresa of Calcutta is a saint. She already was. She always had been even when doubt assailed her thoughts and God’s silence seemed deafening. The saint of the poor, of course, even though it would be better to remember her as the powerful icon of love without limits. Theresa started with the realization that every one of us has the need to give and receive love. Only love can make us fully human and if happiness is possible, it’s love that makes us happy. To love is a gift that is free, it asks of nothing more than to find someone who allows themselves to be loved in return.

     

    I met Mother Theresa in the beginning of the 90’s during my first trip to the city of Calcutta. When I saw her, I immediately felt the sensation of being in the presence of a fragile yet potent woman, physically petite, but a giant when it came to everything she had the strength to do. Not including the extraordinary things she would do to comfort others and the words of the curious people who would seek out saints and pray for miracles. The big blue eyes carved into her wrinkled face still leave a mark in my memory.

    Being in Calcutta is like being in the heart of the same contradictions as those in the subcontinent of India. There are the emotions emanating from your soul mixed with the copious amounts of sweat dripping down your forehead because of the unbearable heat. It’s impossible to tell if you are living a dream or a nightmare. Traveling down the chaotic streets crowded with cars, wagons, bicycles, cows, raccoons, men, women, children, everyone together, everything together, is an overwhelming commotion. 

    Men and women along with children and the elderly work frantically, they look for work, they hope to work, and perhaps to eat as well. There are men who are sitting, laying down, resigned, maybe waiting for death. I often found myself asking as a westerner with strong convictions, what did they expect, what could they get without taking life head on. Important palaces, hotels for wealthy managers and traders of all kinds, modern architecture that would make the west envious alongside emaciated men, children tortured by hunger, the pungent odor of poverty so strong that it blocks both the stomach and the throat. To weakly judge every human reflection, the blatant contradiction between those who have and those who have nothing stuns you and almost forces you to run away, to ignore it, or worse: to adapt to the system that doesn’t ask the ultimate question: Why is there so much injustice?

    These were my thoughts in the March that I met Mother Theresa, in order to be able to begin a project that would help the children of the slums in that area. Before meeting her, I made a stop in the temple of Calì, right in front of the house of suffering she had created to welcome the poorest of the poor, those abandoned from the world. In the temple, delirious men tried to appease the wrath of the goddess with animal sacrifices. A trickle of blood touched my feet. Silence and peace embraced me as soon as I crossed the road, within the plastered walls of the house of the suffering poor people who were ready to die. In just two steps I entered a completely opposite world, but it seemed light years away. I found the eyes of Theresa and they sent me great hope. She asked me: “But why are you here?” and I responded: “So that I too can do something for you and your people.”

    Every word she spoke was weighed and accompanied by a radiance in her eyes. It was then that I sensed the color of holiness in her: to compromise and expose herself in favor of God’s beloved children until her final breath, regardless of their skin color, race, or religion. She said to me: “You already do so much, without your love, mine would be useless!”

    I love thinking about our last embrace and the words she gave me after years of collaboration, almost embarrassed I told her: “Forgive me, I am talking about my small plans to a person who carries out tremendous projects.” “Your project is not a drop” she responded “and even if it was, it’s a drop that makes the ocean, an ocean. So the entire ocean, as big as it is, is just as important as a single drop.”

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