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Articles by: Gennaro Matino

  • La Resurrezione. Raffaello Sanzio
    Opinioni

    Pasqua, festa complicata da raccontare

    Pasqua è festa complicata da raccontare. Tutto inizia all’alba di quel terzo giorno: “Vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro” (Gv 20,1). Questo l’annuncio difficile da passare, come difficile resta raccontare il colore radioso di una vittoria impensabile che riconsegni ai perduti della storia la speranza di potercela fare. Rischioso parlare oggi di resurrezione dei morti, perfino la Chiesa ne parla poco. Che ci sia un futuro dopo, un qualcosa a cui appigliarsi, pochi lo negano. Saremo spirito? Anime vaganti o reincarnate? Qualcosa ci sarà. Ma la resurrezione della carne è altra questione, ragionarne è complicato, provoca l’intelligenza, la fa soffrire.

    Eppure qui sta la sfida credente, qui il Vangelo di Gesù di Nazareth si esalta, credere nella resurrezione di un corpo, il suo, e per il suo il nostro, che per la sua vittoria ha finalmente un futuro. Un corpo vero, non solo l’anima, non una fumosa sostanza che perduri dopo la morte, ma il rinascere del corpo, impensabile speranza che rimanda a memoria di contatti, alla continuità con il tempo, a una eternità che non cancella l’amore passato, non annulla la nostra storia personale né la tenerezza degli affetti condivisi nel tempo con i nostri cari. Più facile di sicuro piangere un morto che parlare di resurrezione, il dolore è sotto i nostri occhi, è pane quotidiano. Più facile raccontarci la sofferenza e per condividerla trovare una religiosità rassicurante, senza domande, senza ricerca, soprattutto senza risposte impegnative, una fuga oppiante dal dolore, che ci liberi dal dovere di organizzare il futuro, di dare ragione al senso stesso della nostra vita.

    Meglio parlare d’altro nelle nostre assemblee, forse di pace, di giustizia, di solidarietà. Meglio adeguarsi a linguaggi normali, più adatti a provocare consensi se il rischio è quello di perdere clienti. Eppure, per chi crede, la sfida è questa, raccontare la Pasqua, raccontare che qualcuno ha sgridato la morte e l’ha ingoiata per la vittoria: “Vieni fuori!”(Gv 11,43). Certo il cristianesimo è anche impegno nel sociale, trasformazione della terra, ma è innanzitutto quel grido che va raccolto nella sua originaria verità, senza fughe, senza silenzi, senza paura di doverlo gridare: “Cristo è veramente risorto”. Veramente, non apparentemente, non una favola da raccontare a poveri disgraziati.

    È un grido che riguarda i credenti, perché vana sarebbe la loro fede se Cristo non fosse veramente risorto (Cf 1 Cor 15,17), ma è fatto che riguarda anche coloro che guardano ai credenti e che davvero vogliono capire chi davvero essi siano o meglio chi davvero dovrebbero essere. Se in tanti, in cammino sulle nostre stesse strade, avanza il convincimento che Dio è morto, soprattutto quando restano muti e sconfitti di fronte alla morte, se tanti non sanno che farsene dell’idea di un Dio provocata dai sottili e discussi ragionamenti della sapienza dei dotti, avere il coraggio di proclamare la propria fede nello scandalo di una croce che diventa vittoria sulla morte, è davvero una straordinaria provocazione in tempo di anemia di visionari. Quante volte mi è stato vomitato in faccia il dolore per una morte ingiusta, quante volte la religiosissima gente, che pure sa fare i conti con la morte, non riesce a comprendere la relazione che esiste tra fede in un Dio buono e la loro sofferenza. “Dove era il tuo Dio quando l’ho pregato? Quando giorno e notte l’ho supplicato di lasciare in vita la carne che ho partorito e ho allattato, quando l’ho scongiurato di prendere la mia in cambio?. Dov’era il tuo Dio quando noi povera gente abbiamo cercato il suo volto, abbiamo bussato alla sua porta che ci è stata sbattuta in faccia irrimediabilmente?”.

    Quanto si paga ad essere uomini, ma come è difficile la fede! Cosa rispondere al dolore che affoga per colpa di un vento che si avverte contrario. Affidati a Dio? E quale Dio abbiamo annunciato, quale esperienza dell’Alto è passata in chi nel dolore avverte Dio come nemico o inutile? Dov’è il Padre del cielo che ha tanto amato il mondo, che non vuole la morte ma la vita? Se nel giorno del lutto è gioco forza per tutti chiedere a Dio dove era, la fede dovrebbe dare la risposta: se Cristo è veramente risorto, risorgerai! Questa è la Pasqua e senza Pasqua non c’è Chiesa, non c’è fede, non ci sono Papi, Cardinali, Vescovi e preti, non ci sono liturgie e preghiere. C’è la finzione di un’istituzione che vive per il solo suo potere e per la sua malata soddisfazione. Augurare buona Pasqua non è fatto di circostanza, è gioia di futuro da passare, speranza da raccontare, coraggio da organizzare, stile di vita da proporre, è gridare che la terra del cielo è in nostro possesso, eredità d’amore concessa all’umano.

  • Uccisione di una guardia giurata alla stazione di Piscinola. La telecamera individua 3 minorenni. Un frame del video diffuso
    Opinioni

    Buonismo, vera malattia morale di questo secolo

    I criminali non hanno età, sono solo criminali. Basta con questa declinazione buonista del bandito, dell’omicida qualsiasi età abbia. Resta cattivo, crudele, malvagio, solo uno spietato assassino quando senza pietà, senza ragione, con lucidità inquietante e disumana, calpesta ogni valore, quando uccide con la consapevolezza di uccidere e lasciando intere famiglie nello sconforto, nella solitudine abissale, si fa assassino non per caso ma per vocazione. Fa il male perché vuole fare male, sceglie, si diverte a farlo, deliberatamente pianifica il crimine e affronta con spavalda sostanza il ruolo che ha deciso di interpretare, non di “ pecora”, perché tali sarebbero i bravi ragazzi, ma di “ lupo”, di “ leone” che come animali “ seri” si sentirebbero offesi ad essere paragonati a questa feccia.

    Vomitevole perfino il linguaggio usato per descrivere un mondo che nulla ha a che fare con la normalità dei significati e che non può essere paragrafato con le solite liturgie che si ripetono ogni qualvolta un nuovo crimine efferato per le mani di un minore trova spazio di cronaca e di letteratura mediatica: non si tratta di fidanzatine, ragazzini, poco più che adolescenti. Sono belve sanguinarie che certo non sono i soli responsabili, ma questa storia che stiamo vivendo, impotenti di fronte a tanta libertà di offendere, rischia di essere oltraggiosa per chi ha ancora capacità di soffrire il lutto per l’ingiustizia, per chi non sopporta più che a tutto vada data una giustificazione, che c’è sempre qualcuno che per sociologia, psicologia, politica, religione sia pronto a spostare la responsabilità dalla mano omicida al contesto, all’ambiente, alla storia sfortunata.

    E se questo può essere vero in parte, può diventare un alibi se non dicesse che le analisi servono per descrivere i fenomeni ma non per risolverli nell’immediato, servono per raccontare le disfunzioni della società ma non per superarle adesso, quando meritano di essere affrontate, mentre la mano omicida continua a perpetrare il suo disegno di potere, mentre ancora dichiara la volontà di divertirsi facendo del male attrezzando il suo circo quotidiano del tutto impunito. Cosa dobbiamo aspettarci ancora? Ancora dobbiamo accontentarci delle analisi in vista del prossimo delitto? E le analisi riporteranno in vita il povero Franco Della Corte così barbaramente trucidato?

    Quando senti i commenti di chi avrebbe dovuto prevenire, di chi avrebbe dovuto punire, di chi avrebbe dovuto fare giustizia, di chi avrebbe dovuto sorvegliare, educare, hai la sensazione che restino sorpresi, che proprio loro non se lo aspettavano. Basta con questa commedia che, se non fosse tragedia per chi la vive sulla propria pelle, sarebbe una farsa. Il buonismo è il peccato originale, è il criterio di frantumazione di quel tempo valoriale dove sbagliare, eri ricco o povero, eri colto o ignorante, eri di città o di periferia, restava un errore.

    E non c’erano attenuanti. Una voce, quella della coscienza, restava ancora percepibile, e se non per tutti, diffusamente passava come valore che il male è male e non va fatto. Perfino il delinquente quando sbagliava lo faceva con la consapevolezza del proprio errore a differenza dell’oggi dove la coscienza è muta quasi per tutti e prova a non vergognarsi della propria inettitudine, della squallida miseria in cui è degenerata. Fidanzatine, ragazzine, parole da far schifo in tempo di guerra e chi più ne ha più ne inventa. Criminali che se meritano un perdono, e questo va ricordato anche alla Chiesa, necessitano di una correzione seria, adeguata, che sia anche di impatto e di avvertimento per chi ancora vorrebbe delinquere. Una punizione adesso per un ravvedimento domani, certa la pena, subito senza aspettare che il buonismo metta sotto tappeto le lacrime dei sopravvissuti, il tempo rubato alle vittime, la serenità offesa di intere famiglie e soprattutto che apra nuove vie alla libertà di delinquere perché tanto “non ci fanno niente”.

    Il buonismo è la vera malattia morale di questo secolo perché si ricollega alla decadenza dei tempi attuali, a quella paralisi della volontà, quell’inettitudine borghese che è la declinazione nazional- popolare del “pensiero debole”, del relativismo teoretico e morale. E sul piano sociale questa attitudine ha portato danni irreparabili in ambito pedagogico dove è più pertinente parlare oggi di “
    lassismo” o “ permissivismo” che hanno sottratto bambini e giovani al senso del sacrificio e della disciplina. Senza generalizzare, le conseguenze di ciò sono sotto gli occhi di tutti: droga, comportamenti devianti, imbarbarimento dei costumi, mancanza di rispetto per gli educatori, siano essi della famiglia o della scuola, fino alla perdita totale di qualsiasi freno inibitorio. Uccidere è solo uno stadio di tale decadenza. E purtroppo, non ultimo.

     

    *Gennaro Matino, teologo, scrittore, docente di teologia pastorale e parroco a Napoli

  • Opinioni

    La Chiesa che non fa più scandalo ...

    Papa Francesco, i suoi cinque anni. Se ne parla. Ne parla anche Benedetto che dice stolto chi pensa al suo come a un pontificato “opposto” a quello del successore venuto dai confini del mondo. Insolita “excusatio” da parte di chi aveva promesso silenzio e che invece, contravvenendo al suo stile riservato, prova a stroncare, forse, chi lo chiama, senza averne colpa, capo dei tradizionalisti, di quelli a cui proprio non va a genio la “modernità” di Francesco. Per quanto mi riguarda, continuità o meno dei due pontificati, il giudizio lo darà la storia. Nel frattempo nell’uno e nell’altro tempo ancora lontana sembra esserci una proposta di Chiesa che sappia davvero rendere visibile nell’oggi lo scandalo del Vangelo, lo scandalo della croce, che solo se resta tale, oltre ogni semplificazione, oltre i dotti ragionamenti dei finissimi teologi come Ratzinger, oltre i “prodigi” di umana solidarietà di Bergoglio, potrà servire a qualcuno.

    Se Cristo non fosse più scandalo o follia, se venisse ridotto a un simulacro per il potere terreno di Ratzinger o di Bergoglio, per sostenere l’uno tradizionalista, l’altro liberale, sarebbe per quell’annuncio, che ha sconvolto il mondo, una bestemmia. Capisco che possa interessare a pochi l’argomento, ma se davvero si volesse ragionare della Chiesa e della sua crisi, capire dov’è sta andando, mentre naviga a vista nella trasformazione veloce del mondo, confusa e stordita, forse varrebbe la pena fermarsi a riflettere oltre il populismo di facili impressioni. Si parla di Bergoglio, si parla di Ratzinger, ma il maestro di Galilea è il grande assente e lo è perché ancora la sua proposta resta scandalosa. Scandalo sta per trabocchetto, trappola che si richiude sull’animale, ma anche ostacolo che può fare inciampare e cadere.

    Ci sono due tipi di scandalo, il primo è quello degli uomini che seducono i deboli, i piccoli, ai quali bisognerebbe attaccare una pietra al collo per farli sprofondare nel mare. Il secondo è quello del Cristo crocifisso, che la ragione umana non può accettare, è una follia credere in una salvezza possibile arrivare da un condannato a morte, che grida contro l’ingiustizia di tutte le croci e rimanda al loro abbattimento. Oggi più che mai la Chiesa ha cancellato dal suo vocabolario quello scandalo e mentre prova a non scomparire dalle parole degli uomini, a resistere all’insignificanza alla quale è costretta dalla sua arretratezza, cancella le parole dell’Eterno, dividendosi in una stucchevole contrapposizione tra modernità e tradizione.

    Non si tratta semplicemente di due diverse interpretazioni dell’essere cristiano che comunque vale la pena esplorare, ma bisogno di costringere la verità della fede nell’interpretazione che se ne vuole dare, nella necessità di ridurre la parola del Vangelo alle parole degli uomini: alla fine Cristo scompare e resta l’ideologia, la filosofia, la morale, la politica, per sostenere le ragioni dell’uno o dell’altro.

    Il “progressismo” è un aperto rifiuto dello scandalo, Cristo diventa un profeta, un uomo eccezionale. La sua croce e resurrezione un mito. E se è uno dei tanti, uno dei tanti resta: una Chiesa liberale e progressista non ha bisogno di essere perseguitata, si fa fuori da sola. Il tradizionalismo invece ha il centro del suo interesse nel passato, il suo valore, il museo da custodire come se il Vangelo fosse solo un pretesto per “sapienti” di sopravvivere al presente. È una forma perniciosa di razionalismo che riduce tutto a una gabbia intellettuale e riemerge tutte le volte che i “fascismi” rinascono. Lo scandalo della croce non è uno slogan in uso alla Chiesa, è il suo fondamento, senza la sua luce è inutile tutto il resto. Bergoglio, Ratzinger restano solo un pretesto, forse incolpevoli bersagli o inconsapevoli alleati di mondi che da sempre si strattonano, mentre la follia della resurrezione resta solo una storiella per parlare di altro più interessante, più popolare, per provocare l’ultimo applauso ancora possibile da mendicare e fare scena sul paragrafo della comunicazione mondiale.

    Non è colpa di Bergoglio, non è di Ratzinger, ma forse è anche loro, se di resurrezione il mondo fa fatica a parlare, se su questo argomento “ti sentiremo un’altra volta”, e tuttavia questa è la sfida, l’unico scopo per la quale la Chiesa è stata fondata, l’ultimo appello dal quale resta convocata. Capisco i media che hanno bisogno di “altre” notizie, di quelle “facili” sulla Chiesa, ma ragionare su questo varrebbe la pena: il pontificato di Bergoglio al di là del suo fascino, della potenza dei gesti compassionevoli, ha raccontato al mondo la verità scandalosa della croce? Quello di Ratzinger è riuscito ad annunciarla? Non c’è vincitore né vinto, liberale o conservatore, c’è un Vangelo che o passa o resta imbrigliato nelle parole degli uomini.

    *Gennaro Matino, teologo, scrittore, docente di teologia pastorale e parroco a Napoli

  • Santuario di Casapesenna
    Opinioni

    Quando si preferisce l’ignoranza alla verità

    Casapesenna ome altrove, tutto da copione, e la chiesa, se non del “ delitto”, non può non sapere: diavoli, esorcismi, messe di liberazione, un circo, uno squallido e disumano circo sotto gli occhi di tutti. “La credevate cessata la superstizione? Come potevate crederlo? Tutte le superstizioni sparse pel mondo, sono raccolte in Napoli e ingrandite, moltiplicate”.

    Così scriveva Matilde Serao. Poco è cambiato. I fatti abominevoli di Casapesenna non sono che una tragica forma di quella abissale distanza che esiste tra vangelo e religione, tra verità di Cristo e uso e consumo di diavoli inventati ad arte per costruire potere, ricchezza, depravazione a danno di ignoranti sedotti dal fascino del “ miracolo”, e certe volte, malvagia sevizia di innocenti malcapitati sotto il dominio di squallidi interpreti di fantomatiche visioni. Solo la punta di un iceberg, pratiche molto più diffuse di quanto si possa pensare: più facile riempire chiese con la paura del diavolo che con la gioia del Vangelo.

    È triste costatare quanto si sia allontanata la nostra predicazione da questo punto cardine insostituibile: Cristo! Solo Cristo, crocifisso e risorto! Già da tempo la Chiesa conciliare aveva preso coscienza che per secoli, salvo le dovute eccezioni, si sono riempite le chiese di persone vuote. Paura del fuoco eterno, più che adesione sentita e convinta; fuga dal mondo, più che impegno alla sequela di Cristo; abitudine ai sacramenti, tradizione, più che ascolto e conoscenza della Parola di Dio hanno caratterizzato per troppo tempo la cristianità della nostra gente.

    Sta di fatto che se nel corso del tempo il mondo ha seguito vie diverse da quella indicata da Cristo, se Casapesenna o altrove restano luoghi di pellegrinaggio di una fede facile, vuol dire che è in crisi un’autentica evangelizzazione. Noi dovremmo essere esperti della gioia del vangelo, della speranza cristiana. Cristo, solo Cristo è il nostro verbo!

    Per anni invece è stato più importante costruire le nostre comunità credenti sul sensazionalismo di un avvenimento prodigioso, abbiamo preferito riempire le chiese e i santuari di paure, solo per contare il numero dei convenuti, non abbiamo saputo rispondere al bisogno estremo dell’uomo di comprendere la propria vita. E la conseguenza non poteva che essere l’allontanamento progressivo di tanti che pensano di proprio, di tanti che ridono di uno pseudo-cristianesimo che mentre propone giochi di prestigio soprannaturali, nasconde la verità unica e straordinaria: la compagnia di Dio nella nostra sofferenza. Restano gli ignoranti, i fanatici, i famelici ingordi dei prodigi a tutti i costi, dei pellegrinaggi forzati alla ricerca dei segni, degli effetti allucinogeni celesti che consolano di effimero e svuotano l’intelligenza.

    L’uomo evoluto, e ormai libero dai condizionamenti di una religione vissuta come fatto folcloristico, ridicolizza come superstizione tutto ciò che sorprende i creduloni di ogni tempo. “Com’è difficile Dio!”, scriverebbe certa letteratura contemporanea, e tuttavia la croce, la resurrezione è l’unica strada per quanto stretta, che possa ancora annunciare un modo diverso di credere. L’aver voluto a tutti costi predicare e annunciare un Dio facile ha finito per provocare un blackout tra l’uomo pensante e il Dio di nostro Signore Gesù Cristo. Eppure, Egli ci aveva messo in guardia.

    Il coraggio dell’annuncio di una fede aperta al dialogo filiale con il Dio degli eserciti e il superamento di tutte le possibili superstizioni, contro la riduzione di Dio ai nostri bisogni, il voler trovare un riscatto magico ai nostri fallimenti nella pratica religiosa, è ciò che, prima di tutti i contestatori e gli oppositori della religione dei fanatici, ha gridato Gesù Cristo, con la sua vita e la sua Parola.

    Avallare la ricerca ossessiva del prodigio, offrire fatti “ eclatanti”, cercare il diavolo a tutti i costi come responsabile delle mille frustrazioni umane, dare adito al sensazionalismo, resta lo sport di tanta chiesa “ atea” per accontentare chi cerca “prove su Dio” e ha bisogno estremo di toccare con mano per poter credere.

    Con tutto il rispetto che si deve a certe forme di pietà popolare, una proposta credente che faccia leva sulla curiosità morbosa del vedere e toccare a tutti i costi, trasforma inevitabilmente il fatto religioso in uno spettacolo e colui che lo rappresenta in un buffone, e in certicasi, in un criminale.

    A volte si fanno chilometri per raggiungere un santuario, si attendono ore per essere ricevuti da un santone o un veggente. E tuttavia non si riesce a incontrare Gesù nella persona sofferente e bisognosa. Senza far torto a chi nella chiesa quotidianamente lotta per la bellezza della parola, i fatti di Casapesenna non sono un caso, sono il frutto di una chiesa decadente che pur di continuare ad esistere, preferisce l’ignoranza alla verità.

     

    *Gennaro Matino, teologo, scrittore, docente di teologia pastorale e parroco a Napoli

  • Opinioni

    Per chi davvero ama e sa cos’è l’amore

    Fedeltà, che bella parola. San Valentino, nei prossimi giorni, riproporrà agli innamorati i suoi versi. Una ricorrenza stanca, buona per i baci Perugina, canterà l’amore eterno che eterno non è più e neppure stabile, neppure sincero, neppure offerta sicura di sé, che nei numeri dice “emozioniamoci per ora, domani è un altro giorno si vedrà”.

    Forse a giusta ragione, “bisogna divertirsi” dirà qualcuno, il mondo è cambiato, potrebbe perfino assurgere a criterio di modernità l’amore provvisorio, conquista dell’uomo evoluto, libero di fare molteplici esperienze capaci di calzare ogni avventura come rischio di passione, come necessario al crescere, ad essere vivi ad ogni costo.

    Sperimentare fa parte del “perfezionarsi”, piantare seme in diversa terra è sperare frutto di significato, di senso alla vita riconsegnato in abbondanza, ma poi viene il tempo del raccolto, il sudore della mietitura, quando l’amore si coniugherà con il sacrificio di se stessi e i suoi significati più profondi, più veri, più luminosi.
    Solo allora si comprenderà il valore dell’amore come dono totale di sé, nulla di più grande al mondo di poter essere felice di far felice chi si ama, frontiera che vince il male assoluto, la solitudine mortale, figlia di egoismo, giusto l’opposto dell’amore.

    Non c’è amore senza fedeltà, è un banale intercalare dire “ti amo” senza sforzarsi di esserlo, senza portare in dono all’altro l’esclusività di se stesso, l’unica cosa oltre le cose materiali che racconta la verità dell’amore professato. In tempi dove la filosofia pornografica delle relazioni ha seviziato la trasparenza dei sentimenti, solo l’amore fedele può essere la risposta alla deriva nevrotica dell’amore non amore, dell’amato/amata solo amante e non compagno, del tempo del divertimento da consumare senza la gioia della vita spartita.

    Il tradimento è una bestemmia e per quanto mi riguarda, quello che offende la verità, quello più grave e il più diffuso non è solo cedere all’inganno di un altro corpo, ma farsi rubare l’anima. Il tradimento fisico è sicuramente da biasimare, tuttavia questo genere di infedeltà è molto più recuperabile di un tradimento che rompe la consistenza di una relazione.

    È nella verità che bisogna dirsi, nella complicità delle scelte, negli sguardi d’intesa che una coppia costruisce e mantiene salda la sua unione. È certamente grave che un uomo, o una donna, abbia un momento di cedimento di fronte a una tentazione fisica, ma è molto più grave che ci sia una consuetudine al tradimento, come quando un uomo antepone il proprio lavoro alla famiglia, come quando il denaro e il successo si amano più dei propri cari. Questi sono errori cocenti che poi nel tempo si pagano, perché il tradimento, più che distruggere l’altro, provoca una frantumazione all’interno di se stessi. È la tua insoddisfazione che ti fa cercare altrove quello che invece hai già vicino a te.

    Chi non è capace di costruire in casa propria, quasi mai riesce a costruire fuori dalle mura amiche. Il frutto di un amore condiviso al contrario è vissuto fatto di carne, passioni e speranze date alla luce. È trasparenza che dice, questo sono, così come mi vedi, verità che cerca vero, significato che pretende senso.

    Trasparenza del cuore che trapassa i confini dell’altro, passa lo sguardo leale di chi dona se stesso e offre di sé la promessa di essere parte per l’altra parte.
    Dono preziosissimo è un cuore leale, parola sincera, frontiera di speranza. Dolce carezza è sentirsi ripetere ti amo che è uguale a “fidati di me” per chi perso senza futuro trova conforto, trova compagno in chi ha promesso se stesso in dono.

    Non c’è prezzo, non tesoro più ricco, più potente della lealtà, della fedeltà, balsamo sincero è spartire la vita, fare della verità il proprio baluardo. Tempo malato è quello dato da chi vende se stesso, squallido mercato per vano arrivismo di chi sa quale conquista, tempo bugiardo di false promesse quello di chi promette certo e di sicuro viene meno. Fedeltà è verità del dire, passione cocente per la parola data, lotta inaudita per restare fedele in ogni caso, per sempre. Basta davvero poco per vivere da ricchi, basta mantenere la parola data.

    L’amore può anche finire, un uomo e una donna possono anche scegliere altre vie, ma mentre camminano insieme, mentre si dichiarano amore, è devastante usare la menzogna come scudo al tradimento. Troppo si sacrifica alla finzione, uomini si diventa per quello che dentro ognuno macina, per la fatica di dirsi ogni giorno la verità, di fare a se stessi quello che per altri si è scelto. San Valentino è alle porte, sarà un caso o preziosa coincidenza che quest’anno cada lo stesso giorno delle

    Ceneri, giorno più alto per operare conversioni, cambio di rotte. Per chi davvero ama e sa cos’è l’amore, quello esclusivo e ed escludente, offrire fedeltà è l’unico modo per dirsi uomini, per dirsi ancora umani.

     

    *Gennaro Matino, teologo, scrittore, docente di teologia pastorale e parroco a Napoli

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    In una città senza madri i figli sono alla sbando

    Baby gang, branco, violenza giovanile, soprusi, ovunque aggressioni, in pieno giorno senza pudore, senza vergogna. Capita dappertutto, ogni grande metropoli del mondo ha problemi di criminalità, ma a Napoli è un’altra cosa. Non c’è posto, non c’è spazio che non sia occupato dalla violenza. Un poeta ha scritto che quando Dio creò Napoli rideva e il suo sorriso è rimasto intatto, stampato nella luce che disegna ogni giorno il fascino di questa terra che ha il sapore salmastro del mare e la forza vitale del sole.

    Dire che è bella è riduttivo. Esagerata è l’aggettivo che le sta bene addosso; esagerata nel bello come nel brutto, nel bene come nel male. Tutto ciò che tocca perde misura e trasborda fino ad inebriare o uccidere. Quando leggevamo dai giornali che in altre parti del mondo, come in Brasile, i ninos de rua si accoltellavano, ci sembrava una cosa assurda, lontana, impossibile. Ora sta succedendo anche da noi. ‘E criature song ‘e Dio, sono sacre e quando è un ragazzino a rischiare la morte, la sua o di un suo coetaneo, tutti dovremmo chiederci che fine stiamo facendo.

    I ragazzi di strada ci sono sempre stati a Napoli e hanno fatto storia a tal punto che dire scugnizzi è dire parola nata qui, in questa terra dolce e amara, parola ormai capace di descrivere tutti i ragazzi scombinati della terra. Ed è anche vero che ieri forse facevano più paura di oggi, erano certamente più selvaggi: nudi, scalzi, i piedi coperti di piaghe, servi di uomini senza scrupoli che li usavano per ogni nefandezza. Conoscevano ogni vizio anche quelli innominabili. Hugo quando ha scritto “I Miserabili” forse non aveva conosciuto il rione Carità, i Quartieri Spagnoli o il Pallonetto di Santa Lucia. Tuttavia lo scugnizzo napoletano anche se aveva nel sangue la malattia della miseria, questa era accompagnata da un anelito di libertà: i Masaniello di sempre, laceri, mendicanti, lazzari li troveremo come piccoli eroi nella storia di questa città sulle barricate a battersi e morire per tutti quanti noi contro ogni tirannia.

    Gli scugnizzi non sapevano scrivere, non sapevano leggere, avevano imparato presto l’arte di arrangiarsi per sbarcare il lunario e certo da sempre sono stati l’espressione più eloquente dei grandi problemi in cui si è dibattuta la nostra terra: ma a differenza di quello che sta avvenendo oggi avevano la loro cultura, fatta di terra e di sole. Per qualcuno poteva essere sbagliata, infetta, come i cenci che portavano addosso, ma era cultura di libertà. Protestavano nel loro disordine, nella loro anarchia per un popolo nato per essere libero, per godersi il bello che la natura gli aveva concesso.

    Ma a Napoli accanto agli scugnizzi c’erano le madri, c’erano loro dove la legge latitava, dove lo Stato non riusciva a organizzare convivenza civile, dove la chiesa, la scuola non riusciva a passare una parola di senso: mamma a Napoli era dire casa. E le madri di Napoli quelle del popolo o della nobiltà erano carnali, violente, feroci nel loro essere possessive e protettrici dei loro figli: cambiavano i Signori che comandavano questa città, ma chi davvero regnava erano le madri. Anche quando avevi avuto la disgrazia di perderla la madre, di non averla mai conosciuta, questa città non ti lasciava senza un’immagine indispensabile per sopravvivere. Non ti chiamavano trovatello né orfano, ma figlio della Madonna. La guerra, gli americani, le nuove dinamiche di famiglia e di cultura che polverizzeranno il ruolo della donna madre, piano piano, qui più che altrove, trasformeranno la città in terra di nessuno.

    Le madri sono state l’arma segreta di questa città. Come chiocce hanno protetto con tutto quello che avevano, fino al dono di sé, la libertà e la dignità delle loro famiglie. Alla mancanza di uno Stato forte sopperiva il calore della famiglia e delle sue regole. Tutta Napoli era una grande tribù che si muoveva come corpo composito formato da miriadi di cellule in sé perfettamente organizzate con le proprie leggi, le proprie tradizioni e le proprie usanze. Intorno alla madre un’infinita varietà di personaggi più o meno importanti roteavano e offrivano gerarchie di ruoli e valori. Dai nonni agli zii, dai cugini carnali a quelli lontani, dalle comare ai compari. Più di una generazione aveva la possibilità di tramandarsi la storia con il pianto per le sconfitte e l’esaltazione per le vittorie. Oggi Napoli è a rischio di maternità, non c’è chi la governa, chi l’ami veramente e i figli sono alla sbando. Nessuna legge potrà ricondurre la città all’ordine senza la madre, nessuna regola o repressione, nessun figlio ritornerà a casa se non c’è nessuno che l’aspetti, se non c’è nessuno che pianga per lui.

    *Gennaro Matino, teologo, scrittore, docente di teologia pastorale e parroco a Napoli

     
  • Opinioni

    Le parole ... parole... della politica

    Mi ripeterò, ne ho già scritto, ma dopo il ventennio fascista, quello berlusconiano ha distrutto la politica italiana e l’ultima legislatura, benché si sia sforzata di dare un miglior assetto ai percorsi democratici, non ha convertito l’esperienza politica, non è riuscita a farla uscire fuori dal suo degrado, dalla sua decadenza. Resta il vuoto di valori intorno a cui la politica deve ragionare, determinando la caduta della memoria, permane l’adesione a modelli culturali ed etici bassissimi in diversi campi dell’agire individuale e sociale. L’italiano dimentica in fretta e in fretta si lascia sedurre da chi già lo ha ingannato, svenduto, umiliato. Un secolo fa nella sua lucida analisi Antonio Gramsci scriveva: “ Il fascismo si è presentato come l’anti- partito, ha aperto le porte a tutti i candidati, ha dato modo a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odi, dei desideri. Il fascismo è divenuto così un fatto di costume, si è identificato con la psicologia antisociale di alcuni strati del popolo italiano”. Cosa c’è di diverso oggi?

    Una proposta politica di puro potere come occupazione senza limiti di tutti gli spazi e le sedi occupabili confondendo il governare con il comandare. È quel vecchio volto di potere che si rigenera, che si ricicla e che usa arroganza verbale, ossessione di apparizione, demonizzazione della dialettica, arte antica per investigare anche con l’avversario le vie possibili della verità. Vecchio è cambiare casacca mentre il pallone è ancora in gioco. Vecchia è la consuetudine di legittimare politicamente gli interessi di parte e asservirsi ai più forti per necessità di scanni. Vecchio è tradire le idee fino a un attimo prima professate e passare armi e bagagli nelle formazioni politiche vincenti. Vecchio è l’uso dei mass media pubblici che dovrebbero essere di servizio sociale come appannaggio solo dei più forti limitando la democrazia delle idee. Vecchio è l’accentramento del potere e non la delega, la sussidiarietà. È vecchia la rissa quotidiana senza proposte, la contrapposizione verbale per divertimento televisivo, la fuga dai contenuti e dalle idee, la scelta dei compagni di partito tra chi è pronto ad essere gregario e non competitivo. Vecchio è il politico che prima degli interessi collettivi antepone i suoi.

    E non tutto quello che è venduto come nuovo lo è veramente, perfino i movimenti che si propongono come alternativa al sistema, si dicono pronti a governare anche con il peggiore degli alleati possibili del passato regime purché si arrivi al governo. La politica è altra cosa, è pensare insieme alla costruzione del futuro, insieme organizzare la speranza.

    La democrazia è luogo di sintesi di pensieri diversi, è dare parola a tutti, e a tutti consentire la parola contraria. Ed è per questo che la politica democratica non è la scienza dell’assoluto, del qui decido io, non è la scienza del solo compromesso ma della mediazione, della programmazione, è arte di governo della sintesi di desideri molteplici che mira al bene collettivo. Chi lotta per la libertà sua e degli altri, chi crede nella democrazia a tutti i livelli possibili, si pone come segno di contraddizione del sistema di potere che uccide le speranze, va contro l’imbarbarimento dei nostri giorni che rischia di rafforzare il dispotismo pensiero. Forse non riceverà il riconoscimento degli uomini, ma gli basterà quello della sua coscienza per restare in armonia con se stesso e vincere il disagio che opprime dentro quando di fronte ai despoti si resta inermi. Nel Suk delle parole di fumo la propaganda dei venditori di nulla avanza e nel triste dibattito che allontana sempre di più la gente dalla partecipazione, muore la democrazia. Un già visto che la storia ha raccontato, le sue conseguenze dolorose, un fatto che dovrebbe far riflettere. Ma la storia non è maestra di vita, se lo fosse davvero gli italiani non permetterebbero, ancora una volta, di essere presi in giro.

    *Gennaro Matino, teologo, scrittore, docente di teologia pastorale e parroco a Napoli

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    Il vero mestiere della Chiesa

     
    “La sfida grande della Chiesa oggi è diventare madre, non una Ong ben organizzata”. Capisco che è difficile cambiare i paradigmi interpretativi in un mondo in rapido mutamento, capisco che quando Papa Francesco fa affermazioni come questa rischia, ma rischierebbe di più e con più vantaggio per la Chiesa se oltre le parole dicesse o facesse dire alla Chiesa gerarchica come realizzare il cambiamento, come far mutare le strutture di governo ecclesiastico e di annuncio della Parola.

    Questo non c’è, non si vede all’orizzonte, anzi, dal mio modesto punto di osservazione del tutto criticabile, si ha la sensazione di una regressione di significato originario della Chiesa, di un allontanamento sempre più marcato tra la sua vocazione e la missione che è chiamata a svolgere. Per assurdo cedere alla tentazione di restare per lo più solo una Ong, proprio quello che il Papa avrebbe voluto evitare. Certo la stampa darà risalto a quello che sembra essere originale senza esserlo, mentre la Chiesa resta senza la sua identità originante che è l’annuncio della salvezza, il passaggio di parola per incarnare il Verbo nella complessità degli avvenimenti umani.

    La generosità, l’operosità della Chiesa a favore degli ultimi è senza alcun dubbio una delle vie di comunicazione, ma con essa non si esaurisce il Vangelo, anzi solo con essa si lascia campo libero a spazi di improvvisazione ecclesiastica che, mettendo l’annuncio in stato subordinato all’assistenza sociale, relegano il messaggio del Maestro di Galilea a scuola di buone maniere, di buoni sentimenti, un dettato di buoni propositi lontano dalla sua forza rivoluzionaria: annunciare la resurrezione dei morti, la salvezza universale, la speranza contro ogni speranza. Per poter lanciare la sua sfida di Vangelo è indubbio che la Chiesa dovrà ricercare strategie di comunicazione che rendano comprensibile il messaggio alla differenza degli uomini, ma dovrà prima di tutto tener conto che per essere fedele a quel messaggio non potrà svenderlo per nessun consenso umano, per nessuna forma di propaganda, per nessuna necessità di aggiustamento alle richieste del mercato della comunicazione mediatica.

    E per quanto mi riguarda, è qui che si gioca il destino della Chiesa, sulla sua capacità di essere credibile nella Parola che annuncia, comprensibile nella verità che passa, creduta oltre il detto. Certo, e ci mancherebbe che in forza dell’Amore la Chiesa non testimoniasse la sua profezia di carità negli avvenimenti tragici della storia. Ma mentre in questo campo, in quello della solidarietà, della compassione, in un modo o in un altro, in maniera convinta o forzata, durante la storia la Chiesa non ha fatto mancare il suo convinto contributo, dove è tragicamente assente è nella comprensione e nella individuazione di strategie di comunicazione capaci di raccontare il Vangelo nella complessità dei mutamenti umani, come se a un chirurgo per esercitare la sua professione bastasse indossare un camice senza avere le mani per operare. La parola è uno specchio nella quale la comunità si ritrova, difficile da imprigionare in dizionari preconfezionati che altro non restano che semplici istantanee di un processo di trasformazione continuamente in atto all’interno di una particolare comunità.

    Annunciare la Parola significa fare i conti con l’ambiente, la cultura, la sensibilità del destinatario, con i suoni e i segni a lui familiari. Una predicazione avulsa dalla quotidianità, lontana dai problemi della gente, non arriva all’uomo della strada, è un camice senza mani. Mestiere difficile quello dell’evangelizzatore, ma è il mestiere della Chiesa che, con pazienza e umiltà, dovrà piantare il seme della Parola in diversa terra, districandosi tra la fedeltà alla verità e l’adeguamento al destinatario. Mestiere imprescindibile che ha consentito al Vangelo di rimanere attuale, benché i mutamenti fondamentali avvenuti nel corso del tempo. Ma mai come oggi, mentre avanza la rivoluzione globale del linguaggio, è necessaria la mediazione dell’evangelizzatore. C’è? E’ evidente? Si è attrezzati per questo? Non credo. Ed è su questo che primariamente sta puntando il nuovo della Chiesa? Non mi sembra. Trovare scuse è deludente, restare fermi a ragionare sulla crisi della fede causata da un mondo in cambiamento, dal cambiamento dei linguaggi non solo è rischioso per il suo futuro, ma è arrogante e infantile. La rivoluzione del linguaggio e dei mezzi di comunicazione ha tempi di velocizzazione tali che o si segue il nuovo mentre muta o si resta irrimediabilmente fuori. E non sarà nessuna minaccia del futuro inferno a convincere l’uomo di oggi, nessuna punizione eterna a renderlo pronto a credere alla verità del Vangelo.'

     
    *Gennaro Matino, teologo, scrittore, docente di teologia pastorale e parroco a Napoli
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    L'aggressione dell’ignoranza

    La sorpresa è che ci si sorprenda, o si faccia finta di sorprendersi in questa ipocrita, ennesima, analisi di devianza giovanile, subnormale e scandalosa quotidianità di una Napoli che fa i conti con il suo strutturale disagio, quello di sempre, quello raccontato da anni di assenza di Stato, di regole, di governo, di educazione civica. Violenza, soprusi, ovunque aggressioni, branco, di notte o in pieno giorno senza pudore, senza vergogna.

    Non c’è posto a Napoli, non c’è spazio che non sia occupato da volgare delinquenza spicciola o organizzata, oltre ogni confine prestabilito, oltre l’antiquata e malata nomenclatura di zona bene e quartieri malfamati checché ne dica il questore De Iesu.

    Nessuno è risparmiato dall’aggressione dell’ignoranza che palesa il pressapochismo organizzativo della politica che rende ogni progetto di ristrutturazione della vita pubblica titanico, ogni sfida di futuro, utopia, ogni lotta per la legalità, fatua promessa. I fatti raccontano una citta allo sbando ed è inutile ricercare colpevoli, sono noti, sono sotto gli occhi di tutti e l’indignazione da sola dei soliti commentatori del giorno dopo è un alibi per nascondere responsabilità, scappare di fronte all’assurdo di crimini gratuiti, vigliaccheria, comunque, in ogni caso già scritti, tutti prevedibili. Non è oggi emergenza nazionale più di quanto lo era ieri e qualche coltellata in più per quanto deplorevole non aggiunge alla sconfitta delle istituzioni altra vergogna di quella che già hanno accumulato da tempo, da troppo tempo. Da Matilde Serao, dai suoi lazzari sfrontati e delinquenti, al dossier splendido dell’indimenticabile Joe Marrazzo che raccontava in “Sciuscià” le storie dei tanti adolescenti della Napoli degli anni Ottanta, pronti a diventare manovalanza della camorra, il fatto è lo stesso, uguale parafrasi della decadenza di una parte della gioventù, sempre più numerosa, che diventa storia di umana delinquenza.
     

    La cosa triste è che più nessuno ormai, e dico nessuno, oggi a Napoli davvero sa cosa sia la vergogna, pronti come si è a scaricare sulle spalle degli altri la responsabilità della sconfitta che peraltro insieme alla Stato vede in stato avanzato di decomposizione la famiglia che non è più in grado di contenere le angosce e le inquietudini dei ragazzi che ancora troppo piccoli possono restare in strada fino a tardissima notte, non li aiuta a decodificare le mille informazioni per lo più violente o demenziali, né a discernere tra la verità e la menzogna che il mondo degli adulti propone.

    Difficile bypassare lo stile di Gomorra che, aldilà del giudizio artistico, si è trasformato nel file rouge linguistico di tanti giovanissimi di diversa estrazione che lega in un solo imbroglio la loro vita e la traveste in malata rivalsa, in rivincita, in lotta per il territorio, perfino in un diritto di sopravvivenza. Difficile proporre a loro un qualunque modello positivo alternativo se nello stesso linguaggio “ gomorrista” non si trova traccia di qualcuno che contrasti, lotti, si opponga alla scelleratezza del male. Gli unici modelli da imitare restano i bulli del quartiere, gli sprangatori, gli accoltellatori, i pratici di scorribande armate o coloro che in un modo o nell’altro fanno notizia, sia pure con la morte.

     
    Quello che cercano i ragazzi “perduti” è essere ritrovati proprio là dove la prepotenza criminale li trasforma da quotidiani fantasmi in primi attori per esistere, per uscire alla scoperto, per vincere il nulla che li opprime. La violenza delle bande è la risposta peraltro al controllo del territorio fallito, alla prevenzione mancata, alla cura ambientale quasi del tutto assente che passa non ultima per gli orari di chiusura e apertura dei locali che non possono avere il dominio assoluto solo perché sono l’ultima attività economica che resta alla città ma passa prima di ogni altra cosa per il fallimento del progetto educativo della città, di quella sfida a favore dei giovani che avrebbe dovuto vedere insieme famiglia, scuola, stato, chiesa. A questo andrebbe aggiunta una sana e logica strategia repressiva partendo dalla piccole infrazioni.
     
    Mi prendo tutta intera la responsabilità di rivendicarla perché per quanto mi riguarda è proprio la disaffezione alle piccole regole che aiuta le grandi a prosperare. Una grande città come New York con il sindaco Giuliani cambiò il suo volto negli anni Novanta quando decise che la tolleranza al crimine doveva essere zero e mentre i grandi traffici li lasciava combattere allo Stato centrale, l’amministrazione della città si concentrava a debellare il microcrimine. Ma New York, i newyorkesi volevano una nuova città, i napoletani non ne sono convinti, e forse neppure la vogliono la sua polizia locale, lontana dalle strade, lontana dalla gente.
     
  • Giovani del movimento studentesco negli anni 60
    Opinioni

    Travolti dall’onda anomala di una crisi non solo economica

    Un delitto, un colpevole. Una gioventù bruciata, il mondo degli adulti il suo piromane. Sarà così? Non so quale sia l’Italia migliore o quella peggiore. Forse sarebbe meglio non etichettare nessuno. La verità è che siamo tutti sulla stessa barca, travolti dall’onda anomala di una crisi non solo economica che ha investito tutti e non solo il nostro Paese. Eppure bisogna sperare contro ogni speranza, bisogna inventarsela un’Italia migliore perché si possa con coraggio e più fiducia ritornare a parlare del domani. Il cambiamento in atto non è ancora consumato e i risvolti futuri non sono prevedibili.

    L’ultimo sondaggio dell’Osservatorio di Demos-Coop, condotto nei giorni scorsi e proposto su Repubblica, racconta di un mondo giovanile allargato a dismisura, la vecchiaia è l’unica paura che coinvolge tutti e per questo, nel desiderio delle parole e nella follia di parabole che si raccontano per non darla vinta alla verità, “la gioventù dura fino a 52 anni”. Volesse il cielo! Ma poi capisci, leggendo tra le righe del sondaggio, che il racconto della società reale dice altro, comprendi che il desiderio faustiano di eterna gioventù naviga sul battello dell’adolescenza mai digerita, di quel tempo delle decisioni sospese che costringono, per irresponsabilità o per costrizione di stato, a lasciare ad altri le scelte decisive.

    Se è vero che negli anni Novanta i giovani erano la generazione invisibile, la nostra è della gioventù cancellata, perché se tutti sono giovani allora gli adulti o i quasi vecchi hanno rubato irresponsabilmente lo spazio ai figli, hanno rubato speranza al loro futuro. Rimasti soli, i nostri ragazzi defraudati della loro stessa età, con nessun confronto con chi è opposto o diverso, con chi è adulto, vecchio o trapassato, leggono il reale come una fiction, se non addirittura come una comica. Questo è il tempo delle occasioni perse, delle caricature di se stessi, della morte dei significati profondi: si naviga a vista, difficile sapere ancora quale sarà l’approdo.

    Sarà per questo che le fedi sbiadiscono, che la politica non interessa più a nessuno e che perfino la religione quando riesce a passare arriva già vecchia. Colpa dei partiti, colpa della Chiesa travolti dalla presunzione di poter gestire un cambiamento che non avevano nemmeno per un attimo ipotizzato anche se loro compito era di sognare il futuro, di costruirlo.

    Non è vero “che piccoli atei crescono”, perfino l’ateismo ha bisogno di una fede, lo si sceglie, per me credente sarebbe perfino interessante scoprirne le cause se fosse una vera scelta, dialogare con la differenza dei punti di vista, che però non ci sono, non si intravedono, solo il nulla, i perché senza perché, per darsi alla fuga dalla responsabilità di pensare.

    Quanto lontani sono i tempi della contestazione giovanile, di quella lucida e pazzesca fuga di pensiero che fu il ’68, già preistoria. A Parigi si originò la grande avventura della rivoluzione giovanile, sogno di fantasia al potere e laboratorio insolito di lotta politica che in Italia vide due mondi fino allora prevalentemente distanti, quello studentesco e quello operaio, scambiarsi vita con sorprendente contaminazione. Vento di nuovo che trasformato in nuova sostanza provocò speranza di nuovi diritti nelle fabbriche e di nuovo linguaggio nell’università e nella scuola.

    Rivoluzione di speranza che, prima di degenerare in altro, segnò il carattere di un Paese che avrebbe potuto approfittare di quel nuovo vento, di quel nuovo linguaggio per inaugurare una grande stagione riformista, per costruire una società migliore, per dare spazio alla fantasia come ricchezza da condividere, ai sogni come risorsa su cui contare. Poteva inaugurare una politica visionaria capace di dare forma a strategie economiche innovative, a una partecipazione appassionata della gente alla politica, purtroppo si ripiegò presto su se stessa, costretta all’angolo da antiche e irrisolte trame sovversive ereditate da una guerra civile consumata nel ventennio che divise l’Italia e che ancora oggi non la rende unita.

    Ma quello spirito ancora mi affascina, senza nostalgia, vorrei che quel vento, diversamente dato, con nuova forma e originale sostanza, potesse nuovamente rinfrescare il quotidiano scialbo e passare ai giovani, ai veri giovani e non alle attempate copie, il desiderio di inventare idee, di contrastare il falso, di contrapporsi con audacia e passione alla morte del pensiero.

    Come vorrei una appassionata e travolgente stagione in cui i protagonisti fossero loro, i nostri ragazzi, pronti a trovare lo slancio e la curiosità di organizzare anche per noi un mondo migliore. Io ci credo, credo che sia ancora possibile. E credo che come nel ’68 quel vento giunse all’improvviso, così sarà. E per quanto mi riguarda, comunque e in ogni caso, sarò dalla loro parte.

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