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Quando si vede con occhi che non vedono

Gennaro Matino (August 06, 2018)
Nei miei primi anni di insegnamento mi i fu affidata la cattedra per i ragazzi non vedenti che frequentavano la scuola. Erano poche classi miste di media inferiore, frequentate ognuna da pochi ragazzi. Forse sono stati gli studenti più incredibili che abbia mai avuto.

Quattro passi di una domenica pomeriggio afosa e lo sguardo oltre i cancelli chiusi da tempo del " Domenico Martuscelli" a Napoli, memoria di solidarietà e cura.
Nei miei primi anni di insegnamento mi è capitato tra quelle mura, in quel giardino di fare un’esperienza straordinaria. Mi fu affidata la cattedra di religione per i ragazzi non vedenti che frequentavano la scuola. Erano poche classi miste di media inferiore, frequentate ognuna da pochi ragazzi. Forse sono stati gli studenti più incredibili che abbia mai avuto.

Uno può pensare che per il fatto che ti trovi dinanzi giovani con un handicap così significativo, marcato, tu abbia difficoltà nel parlare, nello spiegare, nel comunicare la vita che è fatta anche di immagini, di colori, di sfumature, di luce. È certamente impegnativo, faticoso trovare un punto di contatto con chi ha linguaggi che non sono immediatamente i tuoi, parole che non possono tutte essere comprese nello stesso modo come tu le pronunci, le conosci. E tuttavia quando superi la barriera linguistica che ti divide da loro, scopri che affascinante mondo si sveli dinanzi ai tuoi occhi. Quanto tu possa donare loro, ma quanto hai da imparare da loro! Si dice che abbiano sviluppati altri sensi, ed è indubbiamente vero che il tatto, l’udito, l’olfatto tentano di compensare la mancanza di luce. Ma la verità è che essi vedevano con il cuore e attraverso il cuore.

Quando capivano che erano amati, vedevano oltre. Erano ragazzi che per lo più vivevano lontani dalle loro famiglie, e non sempre circondati da affetto. Certo non mancavano di nulla: erano perfettamente accuditi e ognuno di loro aveva abbastanza capacità di autogestirsi. Qualcuno aveva perfino calcolato, passo dopo passo, l’area del grande parco dell’istituto e ogni tanto ne approfittava per fare quattro passi da solo. Qualcuno si avventurava anche all’esterno, nelle vie del Vomero. Ma in tanti era evidente che non solo la luce del sole era assente. E se venivano a mancare risultati scolastici, molto spesso non era per negligenza. Era per solitudine. Per la nostalgia d’affetto. Un giorno ero disperato. Non riuscivo assolutamente a spiegare un concetto che avevo nella mente, che credevo fosse necessario per loro per aprirsi alla meraviglia del creato. Non solo erano non vendenti, ma molti di loro non erano mai usciti dall’istituto. Provate a immaginare che idea di Dio possa avere un ragazzo in tale situazione. Quale idea del mondo, degli altri, della natura che lo circonda. Come possa immediatamente avvertire che Dio è Padre e Madre, quando la gran parte di loro, senza colpa di nessuno, era difficile che incontrasse i genitori se non per le grandi feste. E tuttavia avevo una responsabi-lità, dire che la vita era bella.

Non sapevo proprio da che parte iniziare. Come fare per farmi accettare con il cuore da quei ragazzi? Certamente di caramelle e cioccolatini avevano fatto a più riprese l’esperienza: ma non bastava. Decisi che avrei rischiato. Era difficile ottenere un permesso, ed era comprensibile, di portare fuori istituto i ragazzi, se prima non fossero arrivate tutte le autorizzazioni. Era complicato muovere l’iter burocratico per fare cose al di fuori dell’organizzazione scolastica. Ma come professore di religione, e vicario nella parrocchia accanto all’istituto, mi era concessa la possibilità, di volta in volta, di portare una classe, che non era composta più che di cinque, sei studenti, in chiesa per partecipare alla messa. Approfittai di questa concessione e con una deviazione di itinerario, complici i ragazzi che sarebbero venuti in chiesa solo per uscire dall’istituto, sicuro che avrebbero mantenuto il segreto, a turno con un pulmino 850 Fiat li portavo sugli scogli di Posillipo a sentire il mare. Li facevo sedere ordinati e loro ascoltavano commossi il frangersi delle onde sugli scogli. Aspiravano forte. Poi ridevano fragorosamente. Ti commuoveva vederli carichi di novità. E quante domande a cui dovevi rispondere! Spiegare e finalmente fare quello che ti era impossibile in classe: descrivere, dipingere la loro immaginazione dei loro colori, quelli conosciuti solo da loro, nel silenzio della loro mente. E sembrava che il mare passasse nei loro cuori attraverso il loro naso, le loro orecchie, e la mia voce.

Un giorno ritornando da una di queste improvvisate gite rubate, uno di loro, Pietro, che spero oggi sia felicemente sposato come lui desiderava, per avere finalmente una famiglia che non aveva mai avuto, mi disse: « Grazie, Prof. Grazie a nome di tutti. Oggi sei stato i nostri occhi»! Da allora altro desiderio non mi è dato da "maestro" e da "discepolo" di aprire gli occhi, i miei e di chi mi è stato affidato. Altra lotta non credo esista in tempo di tenebra.

*Gennaro Matino, teologo, scrittore, docente di teologia pastorale e parroco a Napoli

 
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