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Articles by: Gennaro Matino

  • Opinioni

    Non esiste un mondo migliore senza lavoro

    E tu uomo lavorerai con gran sudore", la condanna inferta al primo uomo, la fatica del lavoro, memoria del paradiso perduto, oggi diventa per assurdo il paradiso che non può più attendere, perché la vita senza lavoro è un inferno in terra. Il lavoro è l’essenza stessa della vita, del suo mantenimento, della sua continuazione. La costruzione di un mondo migliore, una convivenza più giusta passano attraverso il lavoro dell’uomo. Un uomo migliore è un uomo che lavora. Menzogna la libertà senza lavoro, caricatura la democrazia.

    La festa del lavoro che non c’è è ormai alle spalle. Consegnato il Primo Maggio alla consuetudine di reperti museali che niente raccontano al pellegrino di verità, che cerca adesso, nell’ora che vive, le sue risposte per dare senso alla sua vita, mentre invece trova muri invalicabili nella società dell’ingiustizia che fa del lavoro una concessione gratuita e non un diritto sacrosanto. Passata la festa, resta la sofferenza di chi ancora cerca un lavoro, la disillusione di chi non lo cerca più, l’amarezza di chi si sente preso in giro da un rito stanco che riempie le piazze di parole già date in cerca di altro spettacolo, senza visionari capaci di organizzare futuro.

    Intanto il mondo del lavoro cambia, cambia la stessa idea di lavoro e mentre ad altre latitudini si attrezzano, si ristrutturano, si organizzano e inventano spazi di nuovo significato all’impresa, al commercio, alla tecnica, alla ricerca di mezzi e strumenti di nuova generazione, la classe politica nostrana gioca al massacro, pensando ad inventare nemici piuttosto che a coltivare speranza. Politica di menzogna che vende pane avariato pronto a ingannare, con redditi a tempo, a chi di tempo non ne ha più; politica che proclama a gran voce la sua differenza dalla vecchia classe partitica, e forse sarà pur vero, ma come per il passato fa delle parole di fumo la sua strategia, promette certo e promette tanto, mentre nel frattempo i conti di chi non ha più conti da fare con il pane da mettere a tavola raccontano un’altra storia: storie di dolore, di drammi quotidiani.

    Storie come quella di Raffaele che come altri, sempre più numerosi e disperati, prendono coscienza di essere stati lasciati soli da quella loro patria che dovrebbe essere fondata sul lavoro, avvertita ora come un bluff che fa cittadino solo chi la dignità la conserva per il lavoro che fa. "Ieri insieme ad una folla di persone ho partecipato ai test TFA sostegno a Suor Orsola Benincasa. Che brutta cosa leggere negli occhi di tutta quella gente la disperazione, la possibilità di lavorare ed elemosinare un diritto quale l’accesso ad un lavoro dignitoso. Persone anche adulte come me che mangiavano un panino seduti su di un marciapiede con la consapevolezza che anche ieri poteva concludersi con un nulla di fatto. Gennaro, mi devi credere, un senso di vuoto per quella guerra tra poveri, indescrivibile".

    Raffaele non ce l’ha fatta e come lui tantissimi. Penso ai progetti mancati, penso a come si possa sentire un uomo non più giovane che avverte sulla carne lo sguardo dei suoi familiari che probabilmente non passano colpa, ma che arrivano comunque come giudizio di condanna, perlomeno avvertiti come tali, come di chi si sente addosso il flagello del refrain: "Quando uno vuole, poi il lavoro se lo cerca, lo trova".

    Penso a quei giovani che potrebbero davvero trasformarlo questo mondo del lavoro con il loro entusiasmo, la loro passione e invece devono rinunciare ai loro sogni, ai sacrifici che le famiglie hanno fatto per loro, per poi accontentarsi di lavoretti di fortuna lontani da quello che avevano studiato, da ciò per cui erano stati formati, lavori in nero, sottopagati, spesso perfino quando sono in "regola", manovalanza a basso costo.

    Tanti preferiscono andare altrove, lontano dalla patria, accolti da chi madre non è ma che li cura come figli, altri ancora, troppi, rinunciano definitivamente uscendo dal mercato che diventa sempre più povero, sempre più vecchio. Penso alle tante donne lontane da quella parità di lavoro sbandierata che pure meriterebbero per capacità, per serietà, per bravura. Le leggi restano scritte, la realtà dice disparità di salario, discriminazione per maternità. E quanto lontani si è dal gratificare il lavoro delle tante donne che hanno scelto di essere casalinghe e davvero dovrebbero godere di reddito che di sicuro porterebbe più forza alla famiglia e più dinamismo alla crescita economica e invece sono dimenticate. Il Primo Maggio è passato, una liturgia stanca come in quelle chiese dove ancora si predica, dove il prete pensa che qualcuno lo ascolti, dove si entra solo per sedersi un attimo per dare uno sguardo veloce, mentre un pensiero silenzioso attraversa la navata: «Chi sa che ha voluto dire». Già!

  • Papa Giovanni XXIII
    Opinioni

    Ci serve umanità

    "Non ce la facciamo più. Non era questo il mondo che sognavamo". Corre veloce di bocca in bocca lo sconforto. " Poteva essere una strage. I nostri bambini". Quando il terrore bussa vicino non c’è telecomando che possa cambiare canale. Si fanno i conti con la verità di un disastro umanitario planetario che ha responsabilità ben precise, che arma i folli interpreti della vendetta, solo ultimo anello di una spietata logica distruttiva che nasconde ben altri disegni e racconta, a chi li vuole ascoltare, scenari di terrore costruiti ad arte per governare il mondo con la paura. Eppure in questo mondo ci sarebbe posto per tutti, la terra è ampia abbastanza per costruire la pace tra gli uomini. In questi giorni, sarà perché la storia si ripete e la memoria del passato aiuta a pensare il presente, ho voluto rivedere " Il grande dittatore" di Charlie Chaplin.

    La pellicola, completamente rigenerata e intatta, conserva la grandezza dell’attore e la poesia del suo genio. Il finale è una delle pagine più belle di tutta la storia della cinematografia: "Mi dispiace ma io non voglio fare l’Imperatore, non è il mio mestiere, non voglio governare e conquistare nessuno, vorrei aiutare tutti, ebrei, ariani, uomini neri e bianchi, tutti noi dovremmo aiutarci sempre, dovremmo soltanto godere della felicità del prossimo, non odiarci e disprezzarci l’un l’altro. In questo mondo c’è posto per tutti".

    Chi sa se il ministro Salvini e i suoi compari " sovranisti", che numerosi reggono le sorti dei paesi del globo, lo abbiano mai visto, se abbiano sentito l’attore ripetere: "Ci serve umanità, ci serve bontà e gentilezza, senza queste qualità la vita è violenza e tutto è perduto". Il film fu girato mentre la seconda guerra mondiale infiammava e il mondo intero aveva dimenticato l’altezza e la larghezza della pace. I popoli e le nazioni si erano lasciati sedurre dal demone della menzogna, la gentilezza, l’arte del bene condiviso, fu stracciata, le conseguenze disastrose. Ma i profeti della speranza malgrado tutto e tutti restarono svegli e provarono a tenere vivo il sogno di un mondo migliore, più giusto.

    Il 23 dicembre del 1959, all’ombra della guerra fredda, Giovanni XXIII in un noto radiomessaggio richiamava il mondo alla pace, al rispetto della dignità umana, al sentimento cristiano della fraternità: « I turbamenti che scuotono la pace delle nazioni traggono origine principalmente proprio da questo, che l’uomo è stato trattato quasi esclusivamente da strumento, da merce » .

    Se l’uomo è stato trattato come merce, come strumento passivo da manipolare, vuol dire che ognuno di noi glielo ha permesso. Se non ce la facciamo più, cambiamolo questo mondo che di certo non potrà essere cambiato dalla violenza che genera violenza, da chi sta ingannando la gente costringendola alla guerra quotidiana abbandonando la via della bontà e della gentilezza. La gentilezza è la vita che invita la vita stessa a danzare a un ritmo tale che la bellezza e la pace risuonano fino a spegnere ogni eco disarmonico. La gentilezza è il sapore dell’umanità che penetra nel cuore degli eventi. Essere gentile è essere amorevole, è offrire una relazione che permetta, a chi la percepisce, di considerare il valore dell’umanità come assoluto, dignità da non poter sopprimere. Senza gentilezza i sogni diventano incubi, senza sogni svanisce ogni gentilezza. La speranza è vinta quando si ha vergogna di sognare, soprattutto quando manca chi provochi i sogni e chi li sappia interpretare.

    Visionari di futuro pronti a raccontare agli smarriti di cuore la rotta, la meta. Quanto ne avrebbe bisogno la nostra patria, il nostro mondo prigioniero di ladri di sogni. La pace è drammaticamente a rischio, di nuovo il mondo si sta lasciando lusingare dalle falsità di chi sta mandando in soffitta lo Stato di diritto in cambio di presunta sicurezza. Se lo slogan dei dittatori di ieri sdoganava la razza, oggi i nuovi padroni inforcano quella della diversità degli uomini come opposizione, inimicizia, odio divisivo.

    Stiamo assassinando i sogni, di chi guardava al futuro come il tempo della libertà e con loro, la gentilezza, materia prima per sognatori. "L’odio degli uomini scompare insieme ai dittatori. Non vi consegnate a questa gente senza un’anima", ripeteva Chaplin rivolgendosi al mondo degli uomini liberi: " Combattiamo per un mondo ragionevole, voi avete l’amore nel cuore". Combattere per un mondo migliore, partendo da sé.

    La vera forza di chi vuole cambiare questo mondo risiede nell’amore senza confini, nella carità che non teme confronti, che non si lascia sedurre dalle sirene della menzogna della gente senza un’anima che lo governa. L’uomo di pace si schiera, non arretra, non fugge, prende sempre l’iniziativa per annunciare la pace. Costi quel che costi: anche la sua stessa vita.

     
  • Opinioni

    La falsa difesa della 'legittima difesa'

    Legittima difesa: quando i morti ammazzati aumenteranno, ricordatevi di chi è la colpa. Per quanto mi riguarda metterò da subito un cartello sulla porta d'ingresso: in casa non abbiamo armi. È questa la vera questione di legittima difesa, perché se qualcuno non l'avesse capito da oggi i termini, le relazioni e le conseguenze tra ladro e derubato, tra difesa personale e possessi di beni materiali vengono completamente stravolti. A rischio sarà la vita quotidiana. Qualcuno mi dirà: lo è già. Ma non come diventerà.

    Dopo aver concluso l'iter politico-burocratico, la legge, quella che con enfasi passa come la prima "cosa" di destra fatta da questo governo, che meglio sarebbe chiamare della "giustizia domestica", sarà legge dello Stato.
    Ognuno sarà chiamato e legittimato a esercitare tra le proprie mura il suo grado e la sua modalità di difesa. Non nego l'insopportabile violenza che si subisce sulla propria pelle quando si viene violati nella propria intimità, quando a fronte di una spietata e crudele massa di delinquenti senza freni, sempre più agguerriti e sempre più numerosi, si è derubati oltre delle cose soprattutto della propria dignità.

    Assistiamo sempre di più a scene di violenza predatoria, tanto da fare diventare il titolo del film Arancia meccanica termine di lettura di una situazione al limite della più matta delle bestialità. Non nego che siamo arrivati al limite della sopportazione di fronte all'incalzare violento e volgare di una criminalità spietata e senza alcuna pietà. Io stesso ho dovuto assistere vittime di rapine crudeli e sanguinarie e certo comprendo lo sgomento e il terrore che visita i malcapitati che per anni, se non per sempre, porteranno i segni nella mente e nella carne della vile aggressione.

    Ma se qualcuno pensasse che la risposta alla tenacia diabolica del malaffare possa passare per una legittima difesa amplificata nella sostanza del suo uso e offerta nei toni propagandistici come soluzione al problema dell'offesa, mentirebbe spudoratamente. Mai come in questo caso lo Stato dichiara palesemente la sua sconfitta, umilia le sue stesse forze dell'ordine, mortifica la magistratura spostando il problema da quelle che dovrebbero essere sue prerogative alla libera iniziativa del privato cittadino. Se lo Stato non riesce a difendere coloro che gli sono affidati e delega parte delle sue responsabilità, allargando le maglie del diritto sacrosanto alla difesa, è ancora credibile in quanto a pubblica sicurezza? Atteso che il concetto di difesa, ossia la modalità di risposta a un gratuito attacco, sia sempre da ritenersi "legittimo", mi chiedo: ma coloro che per "mestiere", quindi più abili, proveranno ad attaccarci, si limiteranno solo all'intimidazione?

    Dovremmo, giusto per intenderci, attrezzarci tutti e meglio nell'uso delle armi, scendere in guerra contro i criminali o saremo fatti fuori! Perché sia chiaro che, a fronte di una nostra reazione, ora legittima, in quanto sdoganata dal rapporto minaccia reale o presunta, i malviventi riterranno il loro attacco a testa bassa come unica modalità di criminale approccio e si attrezzeranno in fase di scasso perché prima di essere fatti fuori al solo rumore del loro respiro si salvino la vita uccidendo. Ma come si fa a non capire che solo la certezza della pena, i termini e la durata di una giusta detenzione possono davvero essere una risposta al crimine.

    Dati del Viminale parlano di una età media delle forze dell'ordine che supera i cinquant'anni, costoro dovrebbero fronteggiare una generazione rivolta al male la cui età sembra drammaticamente volgere verso il basso. E benché sia riconosciuto da tutti lo sforzo titanico degli uomini in divisa, i loro atti spesso di eroismo, mancano di mezzi, di risorse, di uomini. Ma nel frattempo si "legittima" la strada redditizia elettorale della "difesa fai da te" nello sconforto di poliziotti e carabinieri che dopo un lavoro matto per consegnare alla giustizia il malvivente se lo ritrovano quasi subito per strada per il politichese della burocrazia e le maglie di una legge permissiva.

    A chi toccherà la contabilità delle vittime collaterali a questa legge? Forse si organizzerà nei talk-show televisivi serali una sorta di lavagna per confrontare il numero delle vittime tra i buoni contro quello delle vittime tra i cattivi. Per noi non avvezzi all'uso della violenza come metodo di difesa, né tanto meno all'uso delle armi, non rimane che restare ancora una volta spettatori di una tragicommedia del governo che avremmo voluto più vicino alle esigenze di una società davvero civile, dove il rispetto delle regole sia prerogativa di assennati politici. Più ci saranno armi di difesa, più la difesa del diritto democratico del loro uso sarà a rischio e con essa la sicurezza del cittadino.

     
  • Opinioni

    Quando la democrazia non è democrazia

    L’altra settimana un nostro lettore, commentando la mia riflessione sull’anemia dei cristiani in politica, mi ha violentemente contestato scrivendo che sono un nostalgico del Pd e che in realtà nascondevo altra sostanza dietro i miei ragionamenti, forse, a suo dire, la mia simpatia per i matrimoni gay, l’indifferenza per l’aborto, la poca attenzione alla famiglia tradizionale. Ovviamente chiunque è libero di dire e pensare di proprio, anche se almeno sarebbe cosa buona se prima di criticare si facesse davvero una ricerca seria, si leggessero gli articoli per intero, ma visto che qualcuno ogni tanto dentro e fuori la Chiesa sembra volersi fare mio confessore, dico con estrema chiarezza che la mia preoccupazione da cristiano, in questo momento storico, resta la libertà e la democrazia nel mondo e soprattutto nel mio Paese.

    Non mi piace questo Pd, non mi piacciono nessuno dei tre segretari che erano in corsa, non mi convince Zingaretti, ma le primarie di domenica scorsa, la folla ai gazebo, di sicuro lasciano sperare che la democrazia possa ancora parlare al popolo oltre le parolacce di una pseudo politica che scassa senza costruire, che abbaia per mordere al comando del padrone, che vende menzogna come se fosse un elisir di lunga vita. Nella mia vita di parroco non ho mai consigliato a un fedele quale dovesse essere la sua scelta elettorale, convinto come sono che compito della Chiesa non sia indirizzare a questa o altra parte politica, ma dovere evangelico di un credente, ancora di più di un consacrato, è ricordare che per Vangelo e per Magistero non esiste altra forma di stato e di politica più vicina al pensiero del Maestro che quella democratica. La democrazia non è uno tra i tanti regimi politici affermatisi nel travaglio della storia, ma l’unico regime politico degno dell’uomo: solo nella libertà è possibile coniugare diritti e doveri del singolo e della comunità, solo nella libertà la fede credente trova ampiezza di significati. La fede cristiana non obbliga per dogma i propri fedeli ad essere democratici, cristianesimo e fede cristiana non potrebbero mai essere vassalli di nessun sistema politico neppure della democrazia, ma la democrazia deriva dal cristianesimo come manifestazione temporale dell’ispirazione evangelica.

    E nella democrazia la prima forma di lotta e di partecipazione resta l’affermazione dei diritti umani, struttura di riferimento e paradigma assoluto per chiunque voglia riconoscersi nel suo linguaggio, nelle sue regole, nella sua filosofia. Uguale paradigma del cristianesimo che, lanciando la sfida dell’amore universale, mette l’uomo al centro del suo annuncio e chiama fratello ogni uomo, tutto l’uomo. La politica per il cristiano è impegno assoluto nel cercare la libertà come aria da respirare, come percorso e meta del suo viaggio. La Chiesa non sempre nella storia è stata capace di consigliare questa strada, per calcolo monarchico e per suo paternalismo assolutistico ha scelto di legarsi sovente a regimi autoritari che gli permettessero l’impero senza la fatica dell’evangelizzazione, senza la carità del dialogo con la diversità. Ma dopo la seconda guerra mondiale, dopo gli stermini e il dolore delle dittature di cui è stata in parte se non complice spesso silente, il Concilio Vaticano II ha rivendicato per i credenti in Cristo la visione evangelica della partecipazione politica che non può che essere democratica. Piaccia o meno, ma per la mia formazione, per la mia storia personale, per la mia ricerca di uomo e di pastore resto convinto che ogni uomo di buona volontà, credente o meno che sia, non possa restare indifferente dinanzi alla rappresentazione di una falsa democrazia, posseduta dal demone della menzogna, passata col metodo della propaganda, pronta ad usare ogni mezzo per persuadere o ingannare, che giorno dopo giorno si indebolisce rendendo insignificante la libertà.

    I Putin, i Trump, gli Erdogan, gli Orban e quelli di casa nostra hanno trovato brodo di cultura in una cultura della partecipazione massacrata dalla precedente politica dell’interesse corrotto, da chi aveva il dovere di preparare i cittadini alla partecipazione democratica alla vita dello Stato soprattutto mentre una crisi economica senza precedenti devastava speranze e costringeva per fame all’esilio dalla libertà.
    Ora i populisti e i sovranisti governano e stanno preparando il mondo alla loro idea di mondo senza che il mondo se ne renda conto. Perdere la democrazia, cederla per qualche spicciolo di elemosina promessa, non vale la pena, anche perché quello che è dato oggi sarà largamente preteso indietro con gli interessi. Per questo motivo, chiunque di destra o di sinistra, di sopra o di sotto, lotterà perché la democrazia e la libertà ritornino ad essere il centro del dibattito politico, per quello che conta, avrà la mia benedizione.

  • Opinioni

    Saviano. Il disastro non lo ha creato lui

    Saviano, "La paranza dei bambini", la camorra, Napoli. Rieccoci, si è riaperta la caccia all'untore, se mai si è chiusa: Roberto reo di sporcare il buon nome della città. Che sia antipatico, che lo sia diventato a tanti non è un mistero, che lo scrittore di "Gomorra" porti sulle spalle l'etichetta di chi tradisce il proprio sangue per far cassetta è ormai un refrain. Mette d'accordo quasi tutti, da de Magistris che afferma: "Più si spara, più cresce la tua impresa. Non posso credere che il tuo successo cresca con gli spari della camorra". E ancora: "Dice bugie e ci guadagna".

    A Salvini, che paventa di togliergli la scorta, applaudito e incoraggiato da più di una piazza che forse teme Saviano, più che da scrittore, quale ultima opposizione politica al ministro sceriffo. È antipatico Roberto, non è un mistero, sa di esserlo dovendo andare contro corrente, si fa personaggio, coltiva il suo spazio nel quale sa navigare come nessun altro, conosce la materia, la pratica, la racconta e come chiunque si metta fuori dal coro, dopo aver scoperchiato una cloaca, se ne porta addosso per sempre gli insopportabili miasmi. Solo a vederlo ricorda quello che racconta, quello che ha scritto.
     

    Bastano i suoi occhi per suscitare qualche ammirazione, parecchia irritazione. E questo si chiama successo che per durare, per poter essere spendibile, ha bisogno di essere credibile nel tempo, di sostenere l'onda contraria della critica, dell'offesa, della calunnia, del negazionismo, soprattutto quando la materia che si dispone come argomento del proprio successo è cosa tanto delicata perché smaschera la politica parolaia, sveste convenzioni e ritmi consolidati, descrive complicità e corruttele, mette a nudo sistemi malavitosi e paracriminali. Soprattutto rimanda alle troppe complicità diffuse, forse di un'intera collettività, che per troppo tempo non ha voluto vedere e che ancora oggi fa fatica a cacciare la testa fuori dalla sabbia.

    Raccontare il malaffare è il mestiere di questo scrittore, è quello che per avventura o missione si è scelto, consapevolmente o meno, diventando icona del racconto di un segmento di vita del meridione, specialmente di Napoli, che si chiama camorra e lo ha fatto così bene da mettere a rischio la sua stessa vita. Saviano è diventato un problema per quel sistema camorristico che vorrebbe eleminarlo, provocando spazi di lotta a quel sistema che la politica, prima della sua denuncia, non aveva mai preso veramente sul serio.

    E ora il festival di Berlino, il nuovo film, il libro sulla "Paranza", sui tanti giovanissimi che trovano facile guadagno e morte prematura nell'esercizio di efferati crimini, e il film che denuncia un Sud dove ormai solo la mafia crede nei ragazzi e li valorizza, apriti cielo! Roberto la spara grossa, lo deve fare, è parte del personaggio, ma sa anche lui che in quel paradosso, "solo la camorra crede nei ragazzi", non si ignora, non si nega che quotidianamente ci sia chi getta il sangue per dare dignità ai figli più giovani della nostra terra, che siano genitori, insegnanti, preti, volontari, magistrati e tantissimi altri. Non si dimenticano i tantissimi giovani che, diversamente dalle scelte criminali dei tanti coetanei, perseguono con fatica e tenacia la strada dell'onestà, ma si lancia una sfida di diversa civiltà, usando la durezza delle parole che solo se gridate, se arrivano come uno schiaffo, possono, e non è detto che lo faranno, svegliare i poteri complici del degrado che in doppiopetto giornaliero si danno più da fare a combattere Saviano che la camorra.

    Ma Napoli non è solo quella raccontata da Saviano, si affretta a ricordare qualcuno. E ci mancherebbe. Ma perché chiedere a Saviano di raccontare l'altra Napoli, altri lo fanno già così bene, la sua è narrazione di un fatto che se è vero, se fa parte del quotidiano vivere di questa città, ha dignità di cronaca.
    Ne va del buon nome della città? E i delitti quotidiani che in essa si consumano, quelli non le tolgono valore, non le sporcano la reputazione? Saviano dice il vero o si è inventato tutto? Questa è la sola domanda seria. La sua fortuna è stata costruita sulla ricerca di fatti, nella descrizione di un costume, di una cultura o semplice prodotto di fantasia ad uso di sprovveduti? Da qualche parte è scritto che nella verità c'è libertà.

    Certo Saviano deve le sue fortune alla descrizione di un disastro, ma il disastro non lo ha creato lui. Il suo mestiere è quello di raccontare, può piacere o meno, lo sa fare bene. E da quel racconto si evince che anche la camorra sa fare bene il suo mestiere, anzi fin troppo bene. Purtroppo si evince anche che chi invece dovrebbe organizzare diversa speranza con una nuova visione politica, il suo lavoro non lo sa fare, trova più comodo prendersela con Saviano.

     
  • Rancore interprete di 'Argentovivo' con Daniele Silvestri
    Arte e Cultura

    Disagio giovanile e musica. L'Argento vivo di Silvestri

    «Avete preso un bambino che non stava mai fermo. L’avete messo da solo davanti a uno schermo, e adesso vi domandate se sia normale » . I nostri ragazzi, così fragili, così vulnerabili, così drammaticamente soli. Non arriva mai impreparato Daniele Silvestri al festival di Sanremo, le sue denunce sono un pugno diritto allo stomaco. Nella futile atmosfera di note già ascoltate, di duetti prefabbricati e di gag rifatte che non facevano ridere neppure quando furono scritte la prima volta, si è chiusa la stanca liturgia di un festival che tra favorevoli e contrari celebra la decadenza di un Paese di cui vorrebbe essere lo specchio, forse la critica, e semmai, il giorno dopo a riflettori spenti, molto di più del passato, il suo lustrino da circo che esalta ancora nani e ballerine seduti ai primi posti dell’Ariston o dietro le quinte. Tutto fa spettacolo, soprattutto il nulla che oggi è diventato il vero protagonista dei pensieri, il solo reality di perenne successo che riempie i palinsesti, meglio rilassarsi con il facile aggancio giustificativo che la realtà vive di suo il disagio quotidiano e che per questo cerca evasioni e non provocazioni di senso.

    E poi non è la “missio” di Sanremo quella di far pensare, o forse no. L’arte lo è di sicuro. Anzi quando un progetto artistico amplifica la voce dei problemi reali diventa formidabile mezzo di comunicazione, passaggio di significati che in forza del proprio linguaggio riescono ad emozionare e per questo a far pensare, a rendere il fugace ascolto di parole scritte o musicate, dipinte o scolpite vita che comunica vita. Anche al Festival di Sanremo, nella sua storia è possibile rintracciare momenti in cui il grande pubblico è stato catturato da provocazioni forti che, grazie alla platea di quei milioni di telespettatori, hanno percorso strade inaspettate, dibatti e dialoghi larghi e diffusi che la politica non riusciva, ancor di più oggi, ad immaginare, a costruire. Per carità è giusto anche che la gente, carica di pensieri e di preoccupazioni, si svaghi, si rilassi.

    L’amore, la passione, il romanticismo di incontri e i fallimenti delle promesse è parte del costume e fa bene la canzone a richiamare quei motivi che fischieremo, canticchieremo un po’ tutti. Ma è vero anche che ci sono manifesti di verità in alcuni testi che sanno raccontare la vita oltre il fugace andare dei sentimenti e uno di questi è proprio “Argento vivo” di Daniele Silvestri che vi invito a leggere per intero. “ Mi resta solo il rancore. Ho sedici anni ma è già più di dieci che ho smesso di credere che ci sia ancora qualcosa là fuori”.

    Un mondo apparentemente abitato da libertà che si rivela una prigione per i nostri figli, per chi è in carcere davvero a pagare colpe non sue o per chi fuori non trova vita all’altezza della sua vita. E la cosa più triste è che nel testo di Silvestri non c’è il lieto fine, non avviene come spesso capita nelle canzoni destinate al grande pubblico che dopo la denuncia ci sia il riscatto.

    Lascia l’amaro in bocca, come purtroppo la realtà, senza generalizzare, diffusa sostanza che racconta di troppi ragazzi soli, troppo soli, morti prima di morire: “Se c’è un reato commesso là fuori è stato quello di nascere”. Spesso ripeto ai genitori che la loro prima responsabilità, la loro prima libertà, è quella di lottare per i propri ragazzi. Un uomo e una donna passano il loro Dna, la loro storia nella carne di una nuova vita che solo se sarà protetta, curata, accompagnata con amore e responsabilità sarà capace di crescere in modo sano, umano. Quando viene alla luce un figlio è la stessa identità del genitore che cambia, perfino il nome proprio cede il passa al nuovo: papà, mamma. Un uomo e una donna possono anche non essere marito e moglie, possono non esserlo mai stati o esserlo per sempre. Un amore può anche finire, un matrimonio andare in crisi e lacerarsi, ma in un figlio, nella sua carne, resterà impressa per sempre la vita di papà e mamma.

    “E parlano, parlano, parlano, parlano. Mentre mio padre mi spiega perché è importante studiare, mentre mia madre annega nelle sue stesse parole. Tengo la musica al massimo. Ancora. Ma non capiscono un cazzo, no”. Lo so che fare il mestiere di genitore è difficile soprattutto quando chi dovrebbe esserti a fianco nel tuo ruolo educativo ti ha lasciato solo, lo Stato, la politica, la chiesa, la scuola. Lo so che i soldi non bastano mai o che è colpa dei soldi, troppi, lo so che non puoi chiudere in casa tuo figlio e che il mondo è così complicato che, mentre tu insegni una cosa, fuori c’è altro che passa. Lo so che a volte la sfida è più pesante di quanto si possa pensare, ma un mondo in cui i ragazzi non sanno crescere è quello stesso mondo in cui noi adulti non vogliamo ancora crescere.
     

  • Opinioni

    Il turno degli omosessuali

    Dopo i terroni, gli immigrati, ora è il turno degli omosessuali. Abbiamo paura di essere liberi, forse di non esserlo mai stati. In tempi di finta democrazia la libertà è caricatura di se stessa. Meglio erigere muri, meglio steccati alla diversità, meglio inventarsi nemici che siano migranti messicani o africani, meglio inventarsi la scusa dei francesi, dei tedeschi o dei cinesi, da una parte all’altra del mondo, dagli Stati Uniti all’Italia, la politica dei nuovi tiranni non fa eccezioni, uguale ignorante arroganza, per la quale qualsiasi cosa sia a tema può essere utile all’uso che le permetta in maniera delinquenziale di spostare di volta in volta l’attenzione di un’opinione pubblica rassegnata, distratta dalla verità del tempo e delle sue ragioni al clamore della nuova inventata paura.

    Costruirla a tavolino, confezionarla ad arte perché sia più convincente, e se mai metterle il detonatore che possa scoppiare al momento giusto, che favorisca il prossimo turno elettorale, la prossima legge barbara da varare, capace di nascondere il proprio fallimento. Si trova sempre un nemico da inventare, lo si trova quando la rabbia è diventata più forte del pensiero, quando la maggioranza di un paese è fatta da un uditorio sempre più incapace di senso critico, sempre più ignorante della storia che non gli è più maestra. Non solo un voler ignorare il passato, ma rifiutare di pensarlo, negare l’evidenza con una povertà assoluta di pensiero pensante che permetta al giudizio critico nel presente di fare seriamente il suo lavoro.

     

    E a queste condizioni è difficile provocare seria opposizione ai tiranni che sguazzano nella melma che loro stessi hanno creato, complici i governi dei mediocri che li hanno preceduti e proprio non hanno compreso che, mentre si stracciavano le vesti con i loro bizantinismi da salotto, consegnavano il paese nelle mani della più impietosa delle decadenze. E al declino democratico si unisce il servilismo dei lacchè di turno che ci sono sempre stati in ogni epoca e per ogni forma di governo, ma che ora si sentono forti di poter rivendicare quello spazio che facilmente possono conquistare in tempo di anemia di pensiero, mentre furoreggiano le fake news, un’antica voglia di presenzialismo, un tempo fallito, ma che ora rilancia la propria sfida di protagonismo con chi la dice più grossa, con chi possa attirare più facilmente l’attenzione di un populismo inebetito.

    Con gli omosessuali per esempio, per dirla con Libero di Feltri: " Calano fatturato e Pil ma aumentano i gay". Con tanto di sommario: "C’è poco da stare allegri", e di spiegazione: " L’economia soffre, ma gli unici a non sentire crisi sono gli omosessuali: crescono in continuazione". Qual è lo scopo? Provocare invidia o indignazione? L’odio contro il diverso, spesso celato dietro l’ipocrita gentilezza di un linguaggio garbato, affonda i suoi artigli nella scrittura di chi non ti sorprende che sia fascista, ma che possa farlo con i soldi dello Stato. A questo governo non piacciono i titoli e la scrittura di Repubblica, del nostro giornale, solo perché la pensa spesso diversamente, perché lascia spazio di pensiero pensato, ma non si indigna per quelle testate come Libero che in prima pagina fanno della volgarità dell’offesa al diverso il proprio vangelo. Mercoledì scorso, dopo aver demonizzato i terroni al governo, dopo la volgarità di un’aggressione continua a chi cerca aria di sopravvivenza sulle nostre sponde, Libero apre la caccia all’omosessuale.

    E non c’è da ridere, il passato per chi il passato lo conserva, racconta di incendi iniziati con le scintille delle barzellette. Ebrei, zingari, omosessuali, neri. Anche le celebrazioni più commoventi, più urgenti come quelle di questi giorni che dovrebbero gridare "mai più" all’olocausto di innocenti, fa i conti con un ritorno volgare ad una aggressione senza precedenti alla diversità. In quei campi di concentramento eretti dal calcolo dei sovranisti d’allora, i diversi si facevano compagnia aspettando la morte atroce, la razza era la prima accusa ma non la sola.

    Zingari, malati fisici e mentali, diversamente sani e omosessuali, un unico circo, un abisso di sofferenza, ad ognuno una stella, un colore diverso per uguale destino. Se la storia fosse stata maestra, se la memoria avesse davvero scritto nel cuore del mondo la sua suprema ragione di giustizia e di pace, il " mai più" non sarebbe stato messo più in discussione, non poteva essere messo senza che la cloaca della disumanità navigata nei lager si ripresentasse nella odierna quotidianità. Ed invece questa bugiarda democrazia, mentre illude di libertà, sempre più frequentemente attiva meccanismi di odio che nell’inventare nemici non ha paura di creare steccati, non teme nuove guerre, anzi se ne fa silenziosamente artefice perché solo così spegne il pensiero pensante e crea i suoi sudditi ignoranti. Chi può, resista.

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    Caro Matteo Salvini, sono Babbo Natale…

    "Carissimo Matteo, come stai? Ti dirò che non mi sorprende proprio più nulla, ma tu ragazzo mio? È proprio insolita la tua richiesta", e prosegue, "mai mi era capitato fino a oggi che qualcuno invece di scrivere la sua a me, come da sempre succede, per Natale chieda a me di scrivere a lui. Ci ho riflettuto un pochino, ma poi ho deciso che in tempi "sottosopra" proprio non mi potevo far sfuggire l’occasione di fare quattro chiacchiere con te. Tranquillo non ti chiederò di farmi regali, non arriva a tanto la mia libertà di giocare con te e, visto come ti sei impegnato a farne tu tanti agli italiani, so che sei oberato di promesse e certo non vorrei essere nei tuoi panni.

    Non sai quante me ne sono sentite dire da quanti sotto l’albero non hanno trovato quello che si aspettavano o peggio solo carbone e cipolle. Ma ci sta, quando uno fa Babbo Natale è gioco forza che se le debba sentire dire in caso di promesse mancate. Piuttosto ti confido che se tu mi avessi chiesto di fare io dei regali a te, come normalmente avviene, sarei stato un po’ in imbarazzo, non avrei saputo accontentarti.

    Nel mio sacco di fantasia devi sapere che è difficile che si passino regali che non provochino pura gioia, e la gioia, lo sanno bene i bambini buoni, è sempre frutto della verità. Ultimamente non mi sembra che tu sia molto attrezzato a rispettarla, difficile sapere se tu mai lo sia stato, non dico nella tua vita privata, per l’amor di Dio, anzi penso che tu sia un bravo papà, e tutto sommato anche una persona leale con i tuoi compagni di cordata e penso persino che il ruolo che tu abbia dato al tuo personaggio pubblico non sia lo stesso che tu celebri in privato.

    Ma per chi come me deve portare regali e premiare ragazzi buoni trovo una certa difficoltà a pensare che sia onesto chi agita i mostri della paura per provocare consenso, per costringere dalla sua parte la maggioranza. Non ti porterei in dono come tu desideri le armi per la legittima difesa, perché penso che un Paese migliore non si organizzi rispondendo alla violenza con la violenza.

    Ti porterei invece qualche bambolotto nero che tu proprio non desideri perché è dei bambini buoni riconoscere un amico al di là del colore della pelle, della razza e della religione. Ti porterei un manuale di buone parole, quelle che legano, che uniscono, che accompagnano diversi per sentirsi solidali e superano l’arroganza dell’urlo, della volgarità gridata.

    A te che aspiri a essere il primo della classe porterei un registro con tutti i buoni voti che dovresti prendere in fraternità, in accoglienza, in ascolto di chi la pensa in maniera diversa, ma ti sembra da primo della classe quello che hai combinato ieri, proprio nel giorno in cui nelle case degli italiani si illuminano presepi e alberi colorati, in giorni di pace e di perdono? Ci sta che tu faccia una grande manifestazione per fare i conti con chi conta su di te, ma perché convocarla contro, perché mostrare i "nemici" per metterli alla gogna della piazza e del futuro del Paese che tu immagini?

    Che differenza c’è tra chi incendia le tue bandiere e i tuoi simboli e la campagna di convocazione dei tuoi con i "Io non ci sarò" che in un modo elegante prova a fare una lista di proscrizione? Non ti porterei la bacchetta magica di Harry Potter perché sono sicuro che la prima cosa che faresti sparire sarebbe la Costituzione che in verità stai facendo di tutto per far dimenticare. D’altronde come darti torto se prima di te, chi ha governato questo Paese, benché si sia riempito la bocca dell’inviolabilità del sacro testo, ha fatto di tutto per tradirla e quando non ha voluto ringiovanirla l’ha agitata per fare fuori i propri avversari. " Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa" oggi vanno ripetendo mentre scompaiono uno dopo l’altro dal panorama politico.

    Ti porterei invece qualche alleato di governo più attrezzato, non dico a contrastarti se ti è solidale, ma non a farti da scendiletto che non fa bene né a te, né a lui, e soprattutto non ti passerebbe la sensazione, che per ora sembra non sia tanto e solo una sensazione, che tu sia rimasto un uomo solo al comando e quando uno resta solo non è detto che non vada a sbattere. La storia insegna. Di sicuro non ti porterei in dono elezioni anticipate, non farebbero bene neppure a te, anche se sono certo che è per questo che stai lavorando e la festa vera agli italiani la stai preparando per dopo le feste.

    Chi lo dice? Dimentichi che sono Babbo Natale. Carissimo Matteo, tra pochi giorni sarà festa, come vedi ti ho accontentato e prima dei burocrati d’Europa ti ho scritto io. Uno scherzo? Chi sa. Ti confido che in verità mi avrebbe davvero fatto più piacere che tu avessi scritto a me e come tutti avessi concluso: Ti prometto che sarò più buono".

    *Gennaro Matino, teologo, scrittore, docente di teologia pastorale e parroco a Napoli

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    Cancellare il Natale nelle scuole è contro la laicità dello Stato

    Dicono sia una bufala, potrebbe essere vero, ma vero è che Natale sembra l’ultimo gioco al massacro di questa malata modernità per chi confonde la libertà religiosa con la volontà di cancellarne ogni suo segno, di chi sbandiera il rispetto che si deve a tutti di vivere la propria fede senza essere offesi dai segni di altre religioni, con il disegno scientifico di cancellare ogni fatto religioso dal vocabolario della quotidianità. Falso nella premessa, dannoso nella costruzione di una società aperta e integrata, ridicolo per chi parla di cultura senza nemmeno vergognarsi, dimenticando che la cultura di un popolo è la sua storia, la sua arte, la sua tradizione.
     
    È l’insieme dei valori, simboli, concezioni, credenze, modelli di comportamento e anche delle attività materiali che caratterizzano il modo di vivere di un gruppo sociale. Cancellare il Natale, volerlo fare, non è aggredire il credente che comunque se ne fa una ragione, di lotte e persecuzioni nel tempo dell’ignoranza ne ha dovute subire e ne continuerà a subire, ma è andare proprio contro quella laicità dello Stato, di una scuola che intanto può dirsi tale se ha come principio la libertà e come fine il suo raggiungimento nella verità. Natale è l’unica delle festività cristiane che supera il sentimento religioso e diventa un mondo di possibilità per raccontare laicamente un’avventura di pace, di fraternità tra gli uomini, di solidarietà con chi soffre, ribadendo la scelta dei poveri, l’accoglienza dei lontani, che dice famiglia, unisce credenti e non credenti, adulti e bambini, affascina il poeta e commuove il semplice.
     
    Restasse solo una favola, e per il credente favola non è, farebbe parte di un capitolo importante della vita di un ragazzo che, nel tempo della sua crescita, qualsiasi sia la sua religione o non ne abbia affatto una, potrebbe lasciarsi provocare dall’idea che anche Dio ha scelto l’umiltà di abbassarsi, di farsi piccolo per camminare insieme agli ultimi, solidale e compagno di avventura con chi soffre. Tutto questo offende il musulmano o l’ebreo? Sporca l’integrità intellettuale dell’ateo? Penso che si sentirebbero piuttosto offesi se nel calderone della libertà sbandierata per tutti fosse cancellato insieme al Natale cristiano, il Ramadan, la Festa delle capanne o qualsiasi altro ricordo che significa fede, ma rende unito un popolo, almeno quello che ancora prova a conservare le proprie tradizioni. E inoltre se la sentirebbe il dirigente scolastico di turno, che volesse essere coerente fino in fondo con la sua idea di “libertà” dalla religione, di provare a immaginare cosa significherebbe cancellare la fede cristiana dalla nostra cultura? Dovrebbe eliminare dal programma scolastico tutta la letteratura che rimanda al sacro testo e fare a meno di Dante, Francesco d’Assisi, Manzoni. Dovrebbe nascondere ai suoi allievi che perfino un non credente come Erri De Luca scrive del Libro sacro come l’ultimo appello di una umanità ancora capace di sognare.

     
    Dovrebbe eliminare gran parte della poesia, dell’arte, della pittura e della scultura. Che ne farebbe allora di Michelangelo, Raffaello, Leonardo? Dovrebbe cancellare anche i segni che accompagnano il linguaggio e per assurdo impedire agli studenti di visitare San Gregorio Armeno, una delle nostre strade più caratteristiche della città, ricca di tradizioni e di cultura dell’artigianato, per non turbarli con una rappresentazione plastica del sacro e non offendere l’intelligenza dell’ultimo difensore della libertà dalla religione. Perfino l’albero che si addobba in questi giorni in tutte le scuole, anche in quelle dove gli zelanti dirigenti si oppongono alle recite tradizionali, sarebbe allora da proibire. Certo, a prima vista l’albero festoso e addobbato è altra cosa dal presepe che si schiera decisamente per il Natale credente, ma in realtà rimanda allo stesso evento raccontato e proposto con differente linguaggio.

    Nel Medioevo durante il periodo natalizio si era soliti nelle chiese prepararsi al Natale partendo dall’Eden e da quell’albero del bene e del male che ha reso necessario la nascita del bambino. L’albero del paradiso che ora chiama Gesù, l’ultimo dono fatto all’umanità, a diventare il dono assoluto. Da quel dono, oggi mettiamo i nostri sotto l’albero per dirci ancora innamorati della vita. Allora se qualcuno vuole cancellare il Natale è affare suo, dica che non gli piace, ma non cerchi pretesti di libertà, offende la nostra intelligenza.

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    Trasformiamo il 2018 in un anno per la speranza

     

    Il 2018 sarà ricordato come l’anno dello spread, parola nuova entrata di recente nel nostro vocabolario, parola che non tutti comprendono, nonostante il martellamento quotidiano che ci impone di pensare soltanto al differenziale tra l’Italia e la Germania. 2018, anno della crisi o della svolta come dice il governo, vocabolo ormai di uso comune che tutti comprendono, anche le persone più semplici che di economia ne sanno poco, ma che la crisi la vivono sulla propria pelle. Niente di nuovo sotto il sole, si tratta di quella stessa crisi che nel 2009 travolse i mercati e che oggi si fa ancora sentire nelle tasche dei cittadini. La crisi di cui tanto si parla è una crisi che viene da lontano. È la crisi dell’uomo, iniziata negli anni Ottanta, quando al valore dell’essere umano si è preferito quello economico aprendo la strada al pensiero unico, alla globalizzazione dei mercati, alla mercificazione dei diritti umani.

    È la crisi del 2012, la crisi dei valori determinata passo dopo passo ogni volta che alla centralità dell’uomo si è preferita la sovranità degli speculatori ai bisogni primari della gente. Eppure, non mi va di pensare al 2018 come all’anno della sola crisi, mortifica la mia esistenza la sola idea di aver vissuto 365 giorni all’ombra dello spread. Possibile che non abbiamo altro a cui pensare? Di questi dodici mesi voglio ricordare altro, qualcosa di più prezioso del conto in banca, voglio socchiudere gli occhi e rivedere le domeniche trascorse in famiglia, il sorriso di un bambino, lo sguardo sincero di un amico, una stretta di mano, una carezza. Di quest’anno fatto di parole di sconfitta, di disfatta, di odio per l’avversario, di fake news, di nuova arroganza di potere che passa per popolare e invece ingabbia la libertà di dire, di pensare, di essere diversi, che sembra cancellare ogni speranza, voglio ricordare quelle piccole cose che fanno grande la vita.

    Voglio pensare al 2018 come all’anno della svolta in cui tutti ci siamo resi conto di quanto fosse vero il detto banale, ricco di saggezza, secondo cui i soldi non fanno la felicità, per lo meno non bastano da soli. Forse con il tempo impareremo a guardare al 2018 come all’anno della provocazione che ci ha costretto a vedere dentro di noi, a riappropriarci di noi stessi e a lasciarci alle spalle un’idea errata di politica, di economia il cui fine non è accumulare denaro, privilegiare alcuni a danno di altri, ma liberare l’umanità da ogni schiavitù, da quella lotta per la sopravvivenza che mette un popolo contro l’altro e causa lacrime e sangue.

    Il 2018 potrà essere ricordato come l’anno della svolta se la politica, la cultura, la scienza, se tutti gli uomini di buona volontà, se tutti insieme, pronti a invertire la rotta, impareremo a parlare nuovi linguaggi, il linguaggio dei popoli, della democrazia, il linguaggio della condivisione e non quello dell’individualismo, il linguaggio dell’uomo e non quello della disumana sua caricatura. Il tempo della crisi non è una novità per la storia umana costretta più volte nei suoi corsi e ricorsi a fare esperienza dei cambiamenti. L’unica novità è forse la velocità globale della moderna comunicazione che lascia spazio a una diversa e più catastrofica interpretazione dell’inevitabile processo di mutamento della storia, facendo apparire la situazione attuale come un drammatico approdo.

    Apocalissi iniziano e si concludono e in ogni tempo profeti dell’estinzione si affacciano sul palcoscenico del mondo ogni qualvolta il cambiamento non è stato previsto, quando i segni premonitori non sono stati colti come una provocazione tale da indurre a riflettere su un diverso e possibile stile di vita, continuando a credere che tutto possa rimanere immobile, immutabile. Di fatto, ogni crisi è intimamente espressione di un processo di mutamento, che non è necessariamente un evento negativo. Tutto sta a saper interpretare i suoi intimi significati e a avere il coraggio della profezia, la voce di chi sa guardare avanti, convinto che il tempo non sia solo prigioniero di rimpianti. Sarebbe drammatico se gli intellettuali e gli uomini di pensiero si lasciassero semplicemente travolgere dalla ruota del destino, annullando il peso della responsabilità che invece esige l’interpretazione del dato reale.

    La via di ogni liberazione passa attraverso il gioco faticoso della verità e il tempo della profezia nasce quando le parole malate, dettate dalla convinzione di essere arrivati all’approdo finale, si perdono nel silenzio assordante del nuovo che avanza, di un nuovo che non piace, che è volgare ma da cui non si deve scappare, non si può, con cui si devono fare i conti. Io non voglio morire di spread. Questo tempo non mi piace, ma è il mio tempo e per questo lotterò, ancora di più, perché la speranza ritorni a parlare.
     

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