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Articles by: Gennaro Matino

  • Opinioni

    Una società che anestesizza la morte

    Non mi fa paura Halloween, non mi invento diavoli per esorcizzare stravaganze. Rispetto la mentalità, il tempo che cambia e, anche se non tutto il cambiamento mi piace, provo a capirlo piuttosto che a demonizzarlo. Mi fa paura al contrario una società che scientificamente nasconde la morte, una rimozione che temo finisca col provocare effetti devastanti nella quotidianità della gente. Una volta si moriva in casa e perfino i ragazzini erano là, presenti, ad imparare un percorso doloroso che faceva parte del vocabolario della vita, perché l’unico modo per difendersi da un nemico è conoscerlo.

    Oggi non parliamo della morte perché o non crediamo nella vita oltre la vita o non abbiamo il coraggio della vita fatta perfino di quotidiana morte e pensiamo di sfuggirla nascondendola a noi stessi. I nostri ragazzi non sono attrezzati alla verità, sono fragili, esposti al rischio di una evidenza taciuta, costretti a crescere da soli senza un mondo di adulti che si prenda la responsabilità di essere adulto. Non conoscono la morte e proprio perché non la conoscono la sfidano quotidianamente, la provocano, la mettono in condizione di agire nei loro videogames, nei loro incubi, negli sballi del sabato sera. Abbiamo smontato la morte dal nostro vocabolario come se fosse un fatto che non ci riguarda, l’abbiamo anestetizzata pensando che la scienza sia sempre capace di dare le risposte che ci servono per detronizzarla.

    La cosa più drammatica è che a volte per nascondere la paura della morte, cancelliamo perfino il ricordo di chi ci ha preceduto. Spargiamo al vento, e non solo metaforicamente, le ceneri del caro estinto. Ma nascondere la morte non servirà per evitarle di fare il suo ingresso nella nostra storia. Nessuno sarà risparmiato. Non sarebbe meglio attrezzarsi a riceverla, piuttosto che negarla, ignorarla, peggio cancellarla dal vocabolario della nostra esperienza? “Memento homo”, ricordati uomo che polvere sei e polvere diventerai, era la giaculatoria quotidiana dell’asceta per ripetere a se stesso che il tempo gli era concesso come talento da sfruttare. I percorsi di conoscenza di sé e di avventura nella frontiera dello spirito, impedivano all’uomo di ricerca di mentire a se stesso. Un teschio, che al contemporaneo sa di macabro, era sempre in bella mostra sullo scrittoio del filosofo o sull’inginocchiatoio del monaco.

    Immagini andate e certo non riproponibili, ma il concetto che esse esprimevano per provocare la vita a fare i conti con la morte, andrebbe riproposto. Anche Amleto, l’eroe shakespeariano, dialoga con il mistero e, nel suo “Essere o non Essere”, l’Oltre diventa l’interrogativo delle sue scelte. Francesco, il santo delle stimmate, capace di cantare la vita e di scoprirla come assoluta bellezza, sa che perfino la morte, “da la quale nullo homo vivente po’ skappare, è sorella”, parte della natura con cui bisogna fare i conti. Indubbiamente, un’arrogante e terroristica strategia di annuncio, usata come frusta sulle miserie degli uomini, ha reso le religioni antipatiche, oppressive, oscurantiste e sorella morte, con cui si dovrebbe dialogare, un mostro da affogare nell’oblio, tanto da non aiutare l’uomo a fare un percorso di conoscenza della verità. C’è una lotta tra la vita e la morte, c’è un conflitto che va affrontato per essere uomini liberi e se non lo si affronta a vincere, comunque e in ogni caso, sarà la nemica e non solo quella dell’ultimo giorno.

    Ci sta, allora, per credenti e non credenti che il calendario questa settimana rimandi alla Commemorazione dei defunti, ci sta che la pietra nuda di un cimitero ci faccia fare i conti con l’estremo e, oltre le pratiche, recuperare la memoria dei congiunti andati come provocazione per una vita che abbia il sapore della verità. Ci sta il celebrare in una sola ricorrenza i morti per fare cerniera di memoria e profezia; ricordare i nostri cari che ci hanno anticipato nel percorso definitivo; riconsiderare la loro vita e per questo esprimere la gratitudine per averli ricevuti. E per chi crede sarebbe straordinario se proprio in questo giorno, forti della fede, al freddo marmo consegnassimo il nostro convincimento: non cercare tra i morti coloro che sono vivi.

    Così, la pur necessaria memoria aprirebbe lo scrigno del passato al futuro e permetterebbe la comunione dei santi che lega per sempre vivi e morti, il passato e il futuro, i vivi nel tempo e i vivi oltre il tempo. Con la morte la vita non è tolta ma è trasformata, così è nella natura, così il seme che diventa pianta, così per la fede di chi crede nel futuro di un incontro futuro. È il giorno in cui non il nostro dolore, le nostre difficoltà, la nostra paura della morte, ma i nostri cari andati altrove sono protagonisti della vita. Della loro, della nostra.

  • Opinioni

    Lo Ius soli è un diritto già acquisito nei fatti

    Non credo che il diritto sacrosanto di un bambino che nasce in Italia e in Italia vive sia un’idea di sinistra, credo semplicemente che sia una scelta sensata, giusta, ragionevole e onesta. Mi oppongo con tutte le mie forze contro chi pensasse che questa mia convinzione provenga dal mio stato di “lavoro” o dal mio percorso credente, anche se non nego che l’essere di Cristo mi imponga la giustizia come vocabolario. D’altronde faccio davvero fatica a comprendere chi come me pur ritenendosi cristiano, pensa che rendere italiano un fratello di “altrove” sia un delitto. La mia convinzione è semplicemente frutto di ragione, di relazione con l’umano linguaggio che fa parte del quotidiano mio vivere che mi insegna che la democrazia, la civiltà di uno stato, passa attraverso regole giuste, ragionevoli e oneste.

    Lo Ius soli è una regola giusta perché risponde alla più elementare esigenza di governare e disciplinare il già dato, dando dignità e valore di appartenenza a chi vive da sempre la nostra stessa terra, a chi parla la nostra stessa lingua, a chi ama il nostro stesso Paese come noi e forse più di noi tanto da desiderare ardentemente di appartenervi, di rispettarne le leggi, di accettare e fare propria la sua storia. Assurdo pensare che ragazzi, che altra Patria non hanno se non questa, la loro, debbano ancora sentirsi stranieri in quella che sentono casa propria e vivere il disagio di essere nel posto che più amano senza sentirsi amati abbastanza da essere chiamati italiani. Avessero nelle gambe il dribbling giusto non ci sarebbero oppositori a una legge di diritto per la loro cittadinanza, ma gli stadi di calcio non sono il luogo più adatto per dire giustizia e il tifo è altra cosa dalla passione quotidiana perché le idee di libertà vengano tutelate.

    Lo Ius soli è una regola ragionevole perché è impossibile pensare che non debba essere regolato ciò che ormai è vita di ogni giorno, bambini che condividono scuole, giovani che fanno parte dello stesso futuro della nazione, dove i diritti e i doveri vanno condivisi con tutti quelli che nello stesso progetto di vita sono diversamente chiamati a partecipare e ad essere protagonisti. Dare cittadinanza è certo aprire a una nuova condizione chi si sente ancora fuori posto, ma anche chiamarlo a una piena responsabilità, a una più consapevole partecipazione, alla presa di coscienza che il diritto di essere italiano pretende il dovere di legge, costume, civiltà, cultura di chi ti dà l’onore e la gioia di esserlo. Verità che in realtà varrebbe per chi desidera cittadinanza e per chi italiano lo è per nascita e per storia, anche se, a conti fatti, penso che il desiderio appassionato di chi oggi vuol essere italiano, di chi ami intensamente la nostra terra, superi l’amore e il rispetto di tanti stessi italiani.

    È una legge onesta lo Ius soli, e gli onesti di pensiero dovrebbero farla loro oltre gli steccati ideologici, oltre le contrapposizioni di parte: la verità è materia di uomini liberi come lo era nel passato che ha giudicato già chi era nella verità e chi non ne faceva parte. Proprio in questo giorno, settantasette anni fa, usciva nelle sale cinematografiche un film che ha fatto storia, coraggiosa denuncia di un tempo impazzito, foga iconoclasta del diverso, del desiderio di supremazia di pochi sul resto del mondo.

    Tutti ricorderanno “Il Grande dittatore” di Charlie Chaplin, l’ultimo suo film girato con i suoi inconfondibili baffetti, tagliati e rifiutati per sempre per essere troppo somiglianti a quelli del demonio nazista. Un film che lancia un grido di speranza, violenza d’amore che non si rassegna a un mondo vinto dall’odio, pronto alla guerra.

    Il monologo alla fine del film è ancora tragicamente attuale. Scuote, apre le coscienze a chi vorrebbe un mondo migliore e che, allora come oggi, non si rassegna a vivere il tempo come prigioniero di senso. Invito a riascoltare quel monologo, oggi è facile con un click su YouTube e a commuoversi ancora se possibile: “Tutti noi esseri umani dovremmo aiutarci sempre, dovremmo godere della felicità del prossimo”. Già, godere della felicità dell’altro, anche di quella di chi vorrebbe essere italiano. Ma questa è un’altra storia. O forse no.

  • Mark Zuckerberg
    Opinioni

    Le scuse di Mark Zuckerberg

    «Chiedo scusa se il mio lavoro è stato usato per dividere le persone». Così Mark Zuckerberg nel giorno di Yom Kippùr, il giorno in cui gli ebrei fanno ammenda dei loro errori, per i peccati commessi nel corso dell’anno. E ha aggiunto: «Proverò a fare meglio il mio lavoro». Un esame di coscienza coraggioso e impietoso, inaspettato se proviene dal signore di Facebook, il re della comunicazione globale, il domino degli scambi di faccia e parole, l’uomo del potere oltre ogni controllo che si allarga a dismisura di valore economico e di persuasione politico globale.

    Le regole servono alla libertà per respirare e la verità è parte stessa delle regole che l’uomo si dà per non offendere la libertà dell’altro. In rete non ci sono regole che tutelano la libertà. Il cielo stellato di ogni possibilità umana, la curiosità di oltrepassare la frontiera del possibile, il sogno di andare oltre la ricerca dell’altro e degli altri, naufraga nel mare della volgarità e dell’inganno quando la regola, la legge morale scritta dentro ogni uomo, è resa straniera. Un grande mezzo di comunicazione come Facebook può essere una via planetaria per la libertà, può permettere a diversi di incontrarsi e scambiarsi vita, ma può essere anche il luogo dove la libertà naufraga, imprigionata dalla dittatura della menzogna, genere diffuso tra chi all’essere sceglie l’apparire e l’apparire si inventa per nascondere il vero di se stessi di cui ci si vergogna, della realtà, della quotidiana verità, unica che permette alla vita di respirare. La vita affettiva, le relazioni interpersonali, la costruzione faticosa del dialogo, incontro e scontro di parole non possono rinunciare alla verità, sarebbe rinunciare a vivere.

    Oltre il privato scambio, oltre il passaggio di decenza e indecenza che la rete offre ai singoli internauti, la finzione come potere è potere nelle mani di chi sta dominando il mondo e ancora di più vuole costringerlo al dominio di pochi vendendo notizie false prefabbricate ad arte, costruite per indirizzare voti, consensi, dinamiche di appartenenza e di rifiuto, scegliendo la pseudo democrazia della rete che mai può essere vera perché impossibilitata per sua natura alla totale trasparenza, perché dietro a uno schermo non è certo che sempre ci sia un essere libero e pensante e soprattutto onesto. Sento ripetere che la potenza di un mezzo di comunicazione e il suo corretto uso sta nella conoscenza che se ne ha, dell’utilizzo che se ne fa. E non si può essere che d’accordo benché resti retorica se l’analfabetismo dei nuovi linguaggi non ha mai avuto piena e visionaria attenzione da chi ha responsabilità politiche e pedagogiche.

    I poteri oppressivi del passato facevano leva sulla disinformazione, sulla persuasione occulta o ingannevole convincendo dell’assoluta necessità di affidarsi alla parole dei venditori di menzogna che unici sembravano capaci di salvare il mondo. Tutto falso, tutto costruito ad arte, tutto passato nella rete dell’informazione di allora compiacente e venduta. Niente di diverso dal prodotto politico, sociale, economico avariato e guasto che oggi in Facebook o altrove in rete si vuole vendere a tutti i costi come salvifico anche se tragicamente mortale. Con quale mezzo l’Isis ha fatto reclutamento dei folli interpreti del Corano o Trump ha convinto l’America del suo incubo? Come Erdogan sottomette i turchi e Putin i russi? Come si costruiscono armi “fai da te” per organizzare stragi? E in casa nostra i vaccini diventano condanna a morte. Un Far West dove tutto e il contrario di tutto è ammesso. Non una regola, non una possibilità di discernimento, non un percorso di libero scambio fondato sulla decenza della libertà di parola che è altra cosa dalla libertà della menzogna.

    Mark Zuckerberg ha riconosciuto nel giorno più solenne per lui, ebreo, che qualcosa nel suo lavoro non va. Non è una critica dall’esterno al sistema Facebook, è la presa di coscienza di chi sa che anche la sua invenzione è a rischio di durata se consente alla pura libertà di parola di essere tradita, di chi sa che proprio la libertà senza regole ha permesso a Facebook di diventare così potente da rischiare oggi di distruggere se stesso.

    La libertà ha bisogno di essere educata, di lasciare spazio al tempo della verità per la sua crescita. Nella nostra vita avere  continuamente a che fare con la libertà è affrontare un rischio, uno sbaraglio. La democrazia ha tutti gli ingredienti perché la libertà si salvi o si suicidi, possiede tutti gli enzimi con i quali può fabbricarsi il suo messia o il suo sterminatore. Per questo se vuole durare, la democrazia va continuamente rifondata, va rinnovato il patto tra uomini liberi che sanno che le regole non sono un optional del bene condiviso. Ancor di più in rete, ora.

  • Opinioni

    Stupro. il trionfo dell’ignoranza. Vigliacca debolezza

    Stupro. La parola rincorre il fatto, veste di violenza la vita di ogni giorno, ancora uno, un altro ancora e la vergogna di un’estate senza vergogna conta le sue vittime. Linciaggio mediatico per lo straniero: “rimandiamo a casa gli animali”. Pudore, imbarazzo per la divisa infangata: “sarà vero?”. La cronaca sciorina i particolari del sopruso e si trasforma in morbosità, pornografia del corpo e della mente che poteva essere evitata, bastava il nome dello scempio per raccontare assurdi. Ma si sa che le notizie fanno affari se sanno essere estreme e nulla di più appetibile per la cronaca è la materia morbosa che si nutre di ciò che resta sospeso sul confine tra lecito e perverso.

    Intanto la donna violata resta segnata per sempre nella mente, nel corpo, prigioniera di un furto che si ripeterà per lei all’infinito: presto dimenticata, pronta a cedere il palco alla prossima sventurata. Non solo donne violentate in verità, di sicuro per la maggior parte, ma non tutto è denunciato nello squallido incedere di una società senza regole, maschi e femmine sono uguali per chi cerca lo “sballo” a tutti i costi, per chi soddisfa la sua vigliaccheria abusando sessualmente di chi per essere ritenuta vittima dovrà “nuovamente” essere abusata: denunciare, raccontare, sottoporre il corpo già sporcato alla verifica di sguardi indagatori.

    Certo non basta la sola parola per raccontare un crimine così efferato, va dimostrato, anche se per farlo al danno segue il dolore della vergogna, dello scoprirsi nudi senza colpa, privati di dignità, di protezione. Nudi come restavano i condannati dinanzi ai plotoni di esecuzione nazisti, come i deportati nei campi di sterminio nei lager della disumana angoscia, tale il seviziato, l’abusato, lo stuprato, resi pietra dal ricordo, violentati nuovamente dal sospetto: “forse consenzienti?”. Malato incedere di un tempo che nel piacere della carne ha posto il suo primato, che non trova adeguata una vita sessuale normale, anzi il sesso per essere goduto deve saper superare il superabile e se questo è posto come mantra per dare vita piena alla libertà ritrovata dopo secoli di oscurantismo, in cui la vita sessuale era repressa e peccato, nel frattempo c’è chi resta schiacciato da una dinamica pornografica della relazione e sconfina nell’oltre senza più barriera, senza più limiti, senza più confini tra lecito e illecito.

    Certo ognuno è libero di vivere la sua sessualità come crede e nelle mura del suo privato quando lo scambio è adulto e libero non può trovare giudice se non nella propria coscienza e nulla asserisce relazione tra vita sessuale estrema e stupro, ma qualcosa mi dice che se è vero che la violenza sessuale da sempre è scritta nel libro della storia è anche vero che quando i freni inibitori saltano è molto più facile che la violenza si presenti e le sue forme diventino sempre più obbrobriose.

    Ti chiedi: come mai in un tempo dove dovrebbe essere facile “consumare” sia poi così diffusa la violenza carnale? Come mai la “libertà sessuale” generi mostri tali che ad ogni età, in ogni ambiente, in ogni condizione ripresenta il sesso come oppressione? I fatti denunciati dalla cronaca, raccontati dalle vittime sono solo la punta di un iceberg che lontanamente riescono a descrivere quanta violenza sessuale alberghi nel nostro quotidiano, di quanto perbenismo ipocrita sia rivestita la società per nascondere trame di dolore che gridano nelle mura domestiche dove quella violenza è taciuta, nei baretti di casa nostra dove giovanissimi incapaci di “scegliere e volere” sono prostituiti al piacere di porci benestanti, di quanti per ottenere asilo nelle grazie di potenti subiscono le loro squallide avance.

    Violenza di sicuro anche questa che non avrà uguale risonanza mediatica fino a quando il coraggio della denuncia non riuscirà a rompere il muro del silenzio, che non è necessario forse che abbia spazio nella cronaca ma spazio nella denuncia civile sì, nella lotta quotidiana di chi vuole per sé e per i propri figli un mondo a misura di uomo.

    Spesso sento dire che la violenza sessuale è il risveglio animalesco dell’uomo primitivo: non sono d’accordo. L’animale se aggredisce lo fa per fame o per paura. L’uomo è l’unico essere pensante e se usa violenza è perché altro non ha nelle mani che la sua vigliacca debolezza per tentare di imporre il suo perverso dominio. Il piacere sessuale che si lega a questa patologia è il trionfo dell’ignoranza, squallida, disumana malattia che come arte del suo fallimento si manifesta nella sua carne e nella sua mente.

    Desidera, brama, non riesce ad ottenere, fa guerra, fa vittime, ma poi perde, perde sempre, comunque e in ogni caso, perde.
     
    *Gennaro Matino, teologo, scrittore, docente di teologia pastorale e parroco a Napoli
     
  • Opinioni

    Essere a Gerusalemme, oggi

    Essere a Gerusalemme è respirare Pasqua, vita e morte che si mischiano insieme nella fede di chi crede, nella quotidianità di chi vive questo lembo di terra, così ricco di storia, così pieno di contraddizioni. Ero lì a luglio mentre divampava la protesta che faceva morti, ci sono ritornato in settimana. Un posto unico al mondo dove si percepisce che qui si gioca la pace, il destino del mondo, una terra oltre le sue mura, aperta al futuro, arroccata al suo passato. Un grido di pace che riguarda anche noi cittadini di altrove che da qui abbiamo origine e qui invochiamo un destino sicuro per i figli nostri, per i figli del mondo. Un grido che coinvolge, che arriva allo stomaco, e commuove come l’amore innocente che spacca la banalità del vivere. Essere qui è respirare la pace, non quella che il mondo ancora non conosce, ma quella che arriva dentro, che fa rinascere l’uomo dall’Alto e lo apre a nuovi orizzonti.

    La Basilica della Resurrezione è un crocevia di popoli, pianto di genti e gioia incontenibile di sorprese. Il marmo dell’unzione, subito all’ingresso del tempio, è unto misto di olio profumato e lacrime, tenute nascoste da tempo, ora libere di essere versate, senza pudore. Poco importa del rumore estraneo, non si avverte fastidio per i passi del passeggero distratto arrivato qui da turista, per pura curiosità, non distraggono i flash delle fotocamere, veloce contatto con una pietra che resta con il solo sapore del marmo. Chi è qui per sfondare il muro dell’apparenza, chi è qui per rimuovere la pietra e oltrepassare la barriera del terzo giorno è troppo teso e coinvolto per non abbracciare la luce di Pasqua, nemmeno sente il rumore dei passi senza memoria. Qui, proprio in questo sepolcro, il Figlio dell’uomo ha sconfitto la morte, quella definitiva, ma non ancora quella che i figli degli uomini si portano dentro.

    Essere a Gerusalemme in questi giorni è anche essere protagonisti di un tempo che ancora non riesce a lasciarsi coinvolgere dal grido della vita, della pace, la stessa pace che il Risorto annuncia ai discepoli prigionieri nel cenacolo. Si avverte che basta un nonnulla per scatenare l’inferno. Non puoi non farti domande di senso quando partecipi alla memoria del popolo eletto, pregando a quel muro che racconta vestigia passate e ricorda il tempio distrutto mentre i giovani, ormai adulti per quella comunità, leggono la Thorà. Non puoi non farti provocare dall’altro muro, diverso da quello del pianto, ma comunque bagnato di lacrime, eretto per dividere il destino di due popoli.

    Qui, o altrove, il muro innalzato dall’odio insensato, da menzogne passate per verità, è sempre lo stesso, uguale in qualunque frontiera che mette uomo contro uomo, fratello contro fratello. Limite che ragiona separando per sesso, per razza, per condizione sociale, religiosa, economica. Mare che affoga speranza di popoli in cerca di casa, confini di sangue che limitano territori di spaccio e di camorra. Confini di pietra eretti a protezioni, riserve mai sicure per accogliere alcuni ed escludere il resto, tutto il resto con l’unica colpa di essere diversi. Gerusalemme come New York, Napoli come Parigi, il mondo, le sue mura, la guerra è già in atto. Testimone occasionale, alla barriera di uno dei tanti check-point, ho visto il pianto di chi in casa propria si sente prigioniero.

    Un padre, israeliano, tre bambini per mano, cercava di tornare a casa da Betlemme, ma il varco non era quello giusto, da lì passano solo le auto e l’altro varco era già stato chiuso. «Devo tornare a casa, mia moglie è in pena». «Da qui non si passa». Una risposta secca, metallica come il rumore delle armi, che non lascia spazio al dialogo, alla pietà, alla compassione. La voce dell’uomo, a guardia di quel confine contro natura, non aveva più nulla di umano. «Da qui non si passa». Faccia a faccia, l’ebreo e l’ebreo, il padre e la guardia. L’uno col volto segnato dalla sofferenza, l’altro, senza espressione, col fucile puntato. Grida, urla, spintoni, tre creature impaurite e il loro pianto dirotto. Ripensavo al sepolcro vuoto, ma l’immagine che ora tornava alla mia mente era quella di Cristo nell’orto degli Ulivi, sentivo la sua angoscia, la sua paura, la stessa che ora provavano quei bambini, avvinghiati alle gambe del padre, ancora troppo piccoli per bere quel calice amaro.

    Quanto lontano mi sembrava Gerusalemme, quanta distanza aveva provocato quel pianto di bambini, che ora evocava in me il pianto di Maria ai piedi della croce. Quante madri ancora dovranno piangere i loro figli a Gerusalemme, quanti ancora nelle nostre strade, nei nostri vicoli, nelle metropoli del mondo mai sicure, sempre bisognose di pace. Quanto lontana mi sembrava, adesso, la Basilica della Resurrezione, eppure ero ancora a Gerusalemme.

    *Gennaro Matino, teologo, scrittore, docente di teologia pastorale e parroco a Napoli

     
  • Giochi all'aperto in una scuola di una volta
    Opinioni

    Quelle piccole cose che rendono bella la vita

    AVREMMO potuto parlare di Maradona “che è meglio ‘e Pelè” che per la cittadinanza, onore per lui e non per noi, “ci hanno fatto” un’altra volta “‘o mazz’ tanto pe ll’ave’”; avremmo potuto ragionare di classifiche, impietosa analisi di percorsi familistici, che consegnano le università campane agli ultimi posti; avremmo forse dovuto raccontare di quanto la politica assente causi quel degrado urbano fatto di sballo per alcuni e di notti insonni e traumi per troppi e non sarebbe stato sbagliato. Ma forse vale la pena raccontare anche di altro, di piccole cose che fanno grande una vita, di quello che non é facile offrire come cronaca, materia su cui ragionare o fare analisi e che tuttavia dicono qualità di vita, permettono alla parola felicità di non essere una parola ambigua anche perché, per quanto mi riguardi, non rinuncerò al desiderio di essere felice.

    Mi illudo? Può essere. Ricordo che tanto tempo fa partecipai a uno dei primi talk show televisivi della Rai, “Tenera è la notte”, condotto dall’indimenticabile Arnaldo Bagnasco e tra le serate di parole e scambi uno degli argomenti fu proprio sulla possibilità di essere o meno felici. Tra gli ospiti, come spesso avviene, si sosteneva che la felicità non esiste, basterebbe la serenità.

    Tutto sta ad intendersi e certo non è qui il luogo per trattati di filosofia, per lezioni di vita o per paradigmi ascetici, ma anche sotto l’ombrellone o al fresco della montagna, semmai nel silenzio della propria stanza è forse possibile chiedersi cosa voglia dire essere felici. Se non avessi nulla, e tutto mi potrebbe mancare da un momento all’altro, tutto potrebbe essermi tolto, cosa desidererei? Ci ho riflettuto tante volte e tante volte sono arrivato alla stessa conclusione: è l’essenziale il fondamento del tutto e dunque è l’essenziale il principio della felicità.

    Piccole cose che ti accorgi quanto siano indispensabili quando le perdi, quando ti mancano, quando vorresti recuperarle e non ti è dato. Il sorriso di tuo figlio, l’abbraccio innamorato, una stretta di mano riconoscente, lo sguardo complice di un amico, tutto quello che la vita ti offre quotidianamente ma, distratto da quello che il mercato ti offre, non hai occasione di apprezzare: la salute, l’aria che respiri, l’acqua che bevi, i sapori, gli odori che ti avvolgono, aprono ricordi e ti consegnano volti, amori, vita che torna vita ogni volta che apri lo scrigno della memoria. Mia Martini cantava in “Preghiera”: “Ma l’uomo non capisce cosa fa, ha il mare in tasca e l’acqua va a cercare”.

    Possibile che per sentirsi vivi bisogna sapere se qualcuno ha condiviso un nostro post su Facebook o se qualcuno voglia chattare con noi “in privato”? Sempre più persone pensano di esistere solo se qualcuno li abbia cercati o contattati sui social, dimenticando che si è uomini solo se ci si contamina con l’umano costringendo la vita a relazioni vere, autentiche. Piccole cose che fanno grandi le storie anche se non sfuggono alla necessità di avere un lavoro soddisfacente, un paese accogliente, un tempo interessante da vivere, ma le piccole cose sono l’essenziale che dà significato alle grandi e permettono alle grandi di crescere.

    L’anemia di gioia è dentro questa strategia malata del nostro tempo che non dà valore ai sentimenti, che baratta il piacere con la gioia, e induce a pensare che la rinuncia sia sempre una sconfitta e che sia sprecato donarsi senza pretendere niente in cambio. Non rinuncerei un solo istante alla consapevolezza di me stesso per quello che sono con le mie fragilità e le mie risorse, non rinuncerei per niente al mondo a gridare che so di essere ciò che sono perché altri mi hanno concesso il dono del loro affetto, perché a loro ho concesso il mio. So che non sarei al mondo se qualcuno non mi avesse desiderato, che la mia è vita se spesa insieme agli altri, perché stare bene da soli non è possibile e il pane mangiato e non condiviso è pane rubato. Dio o non Dio, l’uomo è uomo se si dà un cielo da raggiungere, a cui aspirare. La felicità non è una parola, non è una poesia né una preghiera, è un viso, è la dolcezza di uno sguardo che ti rimane nel cuore.

    È una promessa, un patto, una decisione, una lotta. È il giorno che si apre, la notte che ristora, un vecchio che racconta, un bimbo che corre. È il ricordo di ieri e il sognodel futuro, è la lotta per il traguardo, la fatica per raggiungerlo. È il gusto del bello, la sincerità dello scambio, il pianto di rabbia e di commozione. Avremmo potuto parlare di tante cose di sicuro più interessanti, di Napoli, della politica, di migranti, di Europa, di Trump e della libertà di stampa, di Papa Francesco e dei guai in Vaticano. Perdonatemi se oggi ho scritto solo di me, solo di voi, il resto, per quanto mi riguarda può aspettare.

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    Torniamo a contare le stelle, come i bambini

    Tempo d’estate, tempo di riposo. Molti sono già al mare o in montagna, molti partiranno ancora nelle prossime ore e, nonostante la crisi, c’è voglia d’estate. Io preferisco la montagna, non mi dispiace il mare, ma non sopporto il caldo e poi le nostre montagne, quelle a due passi da casa, sono bellissime. Le notti d’estate sui monti della Maiella sono uno spettacolo. Pescocostanzo, Rivisondoli, la mia Campo di Giove, il cielo sembra una grande coperta che avvolge le case debolmente illuminate. E quando ti allontani dai piccoli centri abitati, t’affascina scoprire quante sorprese nasconda la notte, quanto sia luminosa e come progressivamente si svelino le forme, si chiariscano, diventino familiari.

    E quanta pace se in quella notte, la tua notte, sai farti provocare dalle stelle che aprono pensieri utili a provocare risposte sorprendenti, inaspettate. Quante sono le stelle in cielo? Una domanda che affascina e che fa sorridere. Affascina perché ti pone di fronte all’universo a scrutare l’infinito, perché suscita la curiosità dello studioso, l’emozione dell’innamorato, risveglia il sogno e nutre di invenzioni il poeta. Ma fa anche sorridere, infantile, inutile, visto che non abbiamo risposte e probabilmente non le avremo mai. E poi a che servirebbe contare le stelle e quale utilità ne può mai derivare alla vita.

    Eppure se te lo chiede un bambino, e se le stelle le puoi contare nei suoi occhi mentre fissa la meraviglia di un cielo stellato, tutto cambia, tutto è diverso, tutto ha un senso. Non sei provocato solo da una domanda impossibile, sei chiamato a diventare interlocutore con un mondo mai completamente conosciuto, inesplorato, e anche se qualcuno lo riterrà assurdo, la domanda non si riferisce al numero delle stelle, ma alla capacità di saperle contare una a una a quel bambino che ti sta dinanzi. Farle diventare pretesto e motivo di un incontro tra i suoi sogni e i tuoi, e di più, alimentare i tuoi con i suoi, provando a far riemergere dalle ceneri del tuo passato quelle parole, immagini, domande che ti permisero di essere felice un giorno contando le stelle e che oggi, vuoi o non vuoi per il fatto che sei diventato adulto, non è che non ti senta felice, forse lo sei o forse no, ma non sei più bambino e ti dicono che non è da adulti restare a guardare le stelle e immaginarne il percorso.

    Ricordo di aver letto da qualche parte di una falena e di una stella. La falena, che dalle parti mie è chiamata palomba, famosa anche per aver dato il titolo ad una delle più belle canzoni napoletane, è una farfallina che visita le case le notti d’estate. Per molti è una presenza confortante, speranza di benessere. E una piccola falena, sensibile e curiosa, si invaghì di una stella che aveva visto brillare nel cielo. Confidò il suo innamoramento alla madre, che pratica rispose che era meglio invaghirsi di un abat-jour. Molto più comodo, facilmente raggiungibile e soprattutto le stelle non erano fatte per svolazzarci dentro, a differenza delle lampade che servivano perfettamente allo scopo.

    “Chi va dietro alle stelle”, gli diceva il padre, “non approda a niente”. Ma la piccola falena non ascoltò le raccomandazione dei genitori, aspettava il tramonto e quando la stella spuntava luminosa, volava, volava tentando di raggiungerla, e all’alba, ogni nuova mattina tornava a casa stremata senza aver agguantato la stella e con i suoi che ripetevano: “È tempo perso, non brucerai mai la tua ala, non potrai mai far brillare il tuo volo alla luce della stella. Se non porti addosso le bruciature di una lampada non sarai mai cresciuta. Lascia le stelle e cerca la lampadina!” Ma la falena aveva il suo grande obiettivo, raggiungere quella stella. E così, pur se addolorata, preferì lasciare la casa del padre e continuare il suo volo verso l’alto.

    Era convinta che la stella fosse impigliata lassù tra i rami di un grande albero. Non la raggiunse mai e tuttavia i suoi sforzi la rendevano straordinariamente felice. Gli trasmettevano un grandissimo benessere. Provava, riprovava, notte dopo notte: alla fine capì che poteva ritenersi contenta non tanto perché avesse raggiunto il cielo, ma perché ci aveva tentato. Visse davvero parecchianni, mentre i suoi genitori e suoi fratelli e sorelle morirono presto bruciati al calore di una lampadina. Anche la falena si confrontava con un sogno e guardava le stelle e nelle stelle trovava il pretesto di un volo capace di emozioni, di libertà, di poesia. E quando fissi gli occhi di un bambino che conta le stelle è un invito a non disperare, a riprendere quel volo, il tuo. Buona estate allora, amico mio, quella delle stelle da acchiappare, di domande e di sogni.

  • Opinioni

    Ius soli. Io sto con loro

    “IO sto con loro”. Con queste parole ho condiviso sulla mia pagina Facebook il video di Repubblica Tv che racconta di bambini nati nel nostro Paese, che crescono con i nostri figli, con il loro stesso dialetto, con i nostri costumi e la nostra cultura. Bambini che aspettano che sia loro finalmente riconosciuto il diritto sacrosanto dell’appartenenza, quello ius soli che nient’altro resta che solum ius, solo un diritto, soltanto un sacrosanto diritto che nasce dal bisogno di una nazione di aprire orizzonti nuovi di futuro benessere e di pace per se stessa e per le generazioni che l’abiteranno domani.
     
    In tempo di calo demografico, mentre il mondo è dilaniato da pestifere ideologie disgregative, “Io sto con loro” è schierarsi e scegliere in quale parte del campo giocare la propria avventura e rendere possibile il sogno di un’umanità che sa accogliere, apprezzare, accettare la diversità come valore straordinario per costruire una società integrata, giusta, orientata alla fraternità e all’armoniosa sintesi tra localismo e universalità. Non è un atto di carità, di misericordia, quasi elemosina da passare a chi è inceppato nella sfortuna di non essere italiano, ad usurpare spazio e capitali, è solo ius, giustizia che dice a chi non ha altro Paese che il nostro che è anche il suo.
     
    È solo intelligenza visionaria che politicamente organizza speranza investendo sul capitale umano, sulla risorsa più generosa per dire possibile una nazione più forte economicamente, più coesa, più lungimirante. Io sto con loro e non con il vecchio e il nuovo politichese che nasconde dietro la foglia di fico di altro a cui pensare, di altre emergenze da affrontare, il calcolo opportunistico o peggio il malcelato razzismo, barattando la dignità di figli, perché di nostri figli si tratta, di “fratelli d’Italia” anche loro, con qualche spicciolo di voti in più da pescare nel sottobosco del mai sopito spirito italico di fascista memoria.
     
    Quella stessa attitudine di far passare come giusto l’inganno che i diritti siano appannaggio di sangue e non di lavoro, di fatica, di osservanza della legge, di logica dell’appartenenza che superando il sangue rende cittadini chi ama esserlo, chi desidera esserlo, chi lotta per esserlo.
     
    L’insano verbo di chi divide, di chi cerca adepti scegliendo di “difendere” la dignità di una nazione proteggendola dall’invasione dei barbari, pur sapendo che gli unici barbari sono quelli che non sanno essere curiosi della diversità, quelli che orientano, formano, partoriscono persone ignoranti e grette come chi in risposta alla mia condivisione così postava: “Non sarebbe più giusto accogliere e aiutare, nei limiti delle risorse disponibili, garantendo diritti in cambio di doveri e in misura mai superiore a quelli dei cittadini?“. Diritti mai superiori ai nostri, meglio sottoposti, forse schiavi. Dovranno pure crescere questi bambini e se vorranno restare, dovranno stare alle nostre dipendenze, ai nostri capricci. Beppe Grillo dice che la legge sullo ius soli in parlamento è un pastrocchio invotabile, basta con il buonismo, ma non dice come dovrebbe essere, non la vota passando la palla complice a Salvini che fa per lui il lavoro sporco, non si nasconde, non c’è bisogno di uno ius soli, non abbiamo bisogno di far crescere come italiani futuri membri di un prossimo partito islamico.
     
    È colpa della Chiesa, rincara Calderoli che meglio farebbe a preoccuparsi di disoccupati e poveri, dimenticando che però il compito dovrebbe essere il suo, quello della politica di dare risposte ai cittadini, soprattutto ai più disagiati e che la Chiesa fa la sua parte, anzi se non ci fosse stata la Chiesa a fare da supplenza nella mancanza dello stato sociale causato dalla corruzione e dal disastro politico morale provocato dal ventennio berlusconiano di cui il suo partito era complice e solidale, l’Italia non sarebbe stata risparmiata da più gravi disagi economico sociali. Lo stesso dice più “gentilmente” Di Maio, dimenticando che nel 2013 era lui a proporre lo ius soli: “parliamo di disoccupati”. Mi sentirei offeso da disoccupato se qualcuno barattasse il mio diritto con il diritto di qualcun altro. Ciò che è vero è vero in sé ed è in sé che va ragionato: ma anche i 5 Stelle ormai hanno capito come funziona la politica nel nostro Paese.
     
    Non parlo di altri che ormai legano il ciuccio dove vuole il padrone di turno, inqualificabile la sceneggiata che quotidianamente offrono alla mancanza di idee e di visione. Io sto e resto con i prossimi italiani, con la loro giovinezza che come acqua nuova purificherà la stagnante, i nostri figli che faranno grande il nostro e il loro Paese. Io sto con loro, con tutti i giovani italiani per sangue, per nascita o per cultura, perché se fossi altrove avrei perso me stesso e tradito il mio essere davvero italiano.
  • Op-Eds

    The Courage to Shout for Peace and Justice

    For his disciples, still shut inside their circle of fear, the Redeemer’s word reshapes history and ultimately reveals the true meaning and purpose of life, which can compel men to build a peaceful world. Peace doesn’t mean being blissfully apathetic. It doesn’t mean dodging difficulties. It doesn’t mean closing oneself off in an egotistical bubble to ignore others. Aspiring to peace means, on the contrary, fighting nonviolently, and all of us must become messengers of the kind of peace that the world doesn’t expect, that is far removed from the inner peace of those who sleep easy while the rest of humankind risks extinction.

    Peace, that herald of meaning and re-maker of humanity, is a universal struggle to stop injustices that oppress the weak, vulgarity that offends the humble, and arrogance that crushes the different. Peace means fighting for a world where people humbly recognize one another as brothers, charitably reestablish a dialogue, optimistically shape the future, and compassionately suffer for one another in order to rebuild heaven and earth. 

    There can be no peace when human dignity is offended; the right to life diminished; violence, war, and terrorism promoted; and the weakest among us is trampled upon. If we remain indifferent to those dying of hunger, there can be no peace. As long as we tolerate the unequal distribution of natural resources or the unequal exercise of fundamental human rights between men and women, there can be no peace. If we don’t fight for peaceful ecology, if we do nothing to stop nuclear escalation, there can be no peace. 

    When the Israeli Prime Minister Yitzhak Rabin was killed in Tel Aviv during an anti-violence rally, he was holding a notecard that he likely would have read from had he ever been able to finish his final remarks. It read, “That the sun rises, that the morning shines. The purest prayers shall not carry us backwards. No one will carry us back to the dark pit of the past. Not the joy of victory nor the songs of triumph. So, sing a song for peace. Do not mutter your prayers. Sing instead a song of peace. Shout it from the top of your lungs!”      

    Shout for peace so that beauty triumphs. Shout for hope so that people of all races, cultures and religions shall live together in peace. Should someone say it’s impossible to change this disfigured and deformed world, I’d shout back that the world is full of peacemakers who are silently spreading the seeds of peace, certain that at the dawn of a new day the fruits of joy will sprout. Shout for peace. Though our days be filled with laments for the dead, sing songs of peace and harmony.  

    Courage is no doubt needed to advance a vision for the future in this sick time, in the circumstances we find ourselves living in, in a world still marked by tensions, by an egotistical and individualistic mindset embodied by a diabolical economy that, by trampling on the weak, perpetuates new and violent conflicts. A strong sense of purpose is needed to orient oneself, given all the lives reduced to poverty by political battles that have no scruple, by assurances of salvation that have no truth, by promises that go unkept. Courage and far-sightedness are needed to seek out the path of righteousness, for the peace of one is the enthusiastic, contagious element needed to forge world peace, to reconcile our fellow man so that he may build his life around the sacred principle that we should treat others they way we would have others treat us. That principle is based on the belief that outer peace is derived from inner peace. Thanks to inner peace can we sustain this hardest of struggles. No one can guarantee peace. No one will succeed in building it if she isn’t first at peace with herself, if inner harmony doesn’t pervade her entire existence. 

    We have to start over from a place of inner peace that has fortified us during tumultuous periods in history. For all of us with a genuine and firm sense of human values, peace means making the effort to talk with those who are different from ourselves and find common ground, however our needs may vary. In this day and age, amid the clamor of false prophets spewing visions of calamity, courage is needed to remind the world that peace is possible as long as the world isn’t divided between those who have it all and those who have nothing at all. 

    Gennaro Matino teaches Theology and History of Christianity in Naples. He collaborates extensively with both traditional and new media.

  • Opinioni

    Non far vincere la paura

    CHI ha paura di sognare è destinato a morire. Si muore oltre la morte, ultima frontiera del terrore malato di interpreti sciagurati di falsa libertà, si muore per la paura di morire, per quello stato di precarietà di pericolo imminente non necessariamente reale. A Londra i coltelli fanno strage, a Torino le parole fuori posto avrebbero potuto, a Napoli il terrore è quotidiana arte di camorra. Paura della vita, paura della morte, paura di non farcela, paura di restare soli. Un mondo di paure sovrasta la storia, prigioniero l’uomo come un bambino che cerca conforto, piega ginocchia in cerca di aiuto.

    È strano che proprio nella nostra epoca dove ognuno sembrerebbe padrone della propria storia, dove a proposito e a sproposito si parla di autodeterminazione, si avverta un senso di disagio, una perdita collettiva di equilibrio. Paura del domani, paura del passato, paura se le risposte non arrivano e mentre la paura avanza la vita si fa dietro. Morire l’ultimo istante è storia che dice tempo, morire per la paura di ogni istante è abortire la vita.

    È come se avessimo perso la strada, la meta, di cui percepiamo l’assenza determinante, ne soffriamo, vorremmo scorgere una luce capace di ricondurci a casa, ma non sappiamo come fare. E tutto questo genera disagio, che diventa malattia del vivere uccidendo completamente le aspirazioni, la gioia. Paura. Siamo capaci di conquistare lo spazio, ma siamo impotenti dinanzi alle mille sconvolgenti notizie di cronaca che segnalano quanta violenza, crimine, depravazione, vive nelle nostre stesse strade. Vorremmo tutti essere protagonisti attivi della trasformazione del mondo e delle nostre vite, ma qualcosa ci sussurra nel profondo di non illuderci. Meglio difenderci, nasconderci, auto imprigionarci nei fortini dell’isolamento. Le case, sbarre alle finestre, casseforti per porta. Diogene cercava l’uomo, e nudo si aggirava nella notte con la fioca luce della sua lanterna. Lo cercava per rendere giustizia alla verità, chiedendo a se stesso chi mai fosse questa creatura capace di raggiungere i vertici della ragione, quale aspirazione, quale consistenza avesse.

    E tuttora la luce sembra essere insufficiente a chi oggi ancora si chiede chi sia davvero l’uomo, quale il suo ruolo in questo mondo turbato da mille inquietudini, se la paura domina il presente e massacra i sogni, quale il suo destino nella caducità dei giorni, quale possibile felicità in regime di precarietà. La barca della vita segue l’onda della storia, sta ai sognatori restare di vedetta per raccontare terra a chi l’ha persa, a chi giorno dopo giorno viene fatto fuori dalla logica del terrore che non è solo verbo dei lunghi coltelli, ma in tempo di nuove sudditanze perverse e schiavitù striscianti è verbo di oscuri padroni che decidono per tutti e decidono senza mai chiedere il permesso.

    La lotta per la libertà non è una lotta persa, se resisteranno i sognatori, se la libertà resterà una parola sconvolgente che non può essere offesa dall’uso nauseante che se ne fa nei salotti perbenisti, nelle chiese decadenti, nei parlamenti parolai, ma parola di speranza per riconquistare i nostri sogni ceduti per pochi spiccioli a farabutti da quattro soldi. La paura può essere dominata ritornando alla vita, comunque, in ogni caso, ringraziandola. “Grazie vita!”, ottima frase per iniziare la giornata, per vincere la paura del giorno. L’ho scritta sul mio cellulare, mi appare sul display ogni volta che l’accendo. Non mi illudo che mi vada sempre tutto bene. I giorni li conosco, mi arrangio a decifrare il bello e il brutto che mi accade intorno. Ma vado avanti e più mi convinco che esserci è meraviglioso. Partecipare al giro vale sempre la pena. La vita è un cantiere aperto di incontri, uno sguardo di conoscenza per scrutare dentro e oltre, un ascolto di sorprese per scoprirsi ogni volta, comunque, irrimediabilmente affascinato.

    La vita ti acchiappa, ti porta, ti culla, ti scuote, ti rivolta, ti respira dentro fino a che il vento ti gonfia di senso, fino al giorno in cui quello stesso vento spirerà altrove, oltre. C’è la morte, sì, fa parte del gioco, è sempre vento che passa e tu ti lascerai acchiappare dalla Vita senza resisterle, libero di lasciarla libera di essere Vita. Benedetta vita, comunque e in ogni caso, benedetta avventura, è sogno aperto sulla possibilità futura, è mettersi in gioco. È un’avventura che ringiovanisce,
     che provoca, che indirizza.

    Ce la farai? Il rischio è il fallimento, è previsto. Ma non tentare, far vincere la paura, tenersi per sé quello che si è ricevuto sarebbe un fallimento sicuro. Un nuovo mondo è possibile, sognarlo non è una fuga, anzi è l’arte prodigiosa di quelli che vedono prima degli altri ciò che sarà il domani e lo raccontano. I visionari, in un mare in burrasca, prima di tutti avvistano terra.
     

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