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Articles by: Gennaro Matino

  • Opinioni

    La coscienza e l'essere cristiani


    A Barbiana don Milani insegnava ai suoi ragazzi ad essere cittadini sovrani, a prendersi a cuore il mondo (I care), insegnava loro che solo insieme si esce dai problemi, insieme si può inventare un mondo nuovo: "Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio, sortirne insieme è politica, sortirne da soli è avarizia". Sono passati cinquant'anni da quando il priore scrisse la sua struggente autodifesa: "L'obbedienza non è più una virtù", una pagina profetica che resta una delle più alte testimonianze di etica della cittadinanza cristiana, di cosa significhi essere cristiano e insieme cittadino. "La dottrina del primato della coscienza sulla legge dello Stato" è certamente, scrive don Milani, "dottrina di tutta la Chiesa". 



    Era il 1965. E quello fu anche l'anno della Dignitatis Humanae, che in coda al Concilio Vaticano II dichiarava: "Gli imperativi della legge divina l'uomo li coglie e li riconosce attraverso la sua coscienza, che è tenuto a seguire fedelmente... Non si deve quindi costringerlo ad agire contro la sua coscienza". Quell'anno si affermava il valore di una radicale laicità di un cattolicesimo che voleva veramente rinnovarsi al fuoco dello spirito, in forza del Vangelo. Se questo pensiero avesse vinto, se i rigurgiti di una restaurazione di un clericalismo avaro di umanità, capace per interesse di parte di legare la libertà dei credenti e rendere infantile la loro coscienza, non avesse preso il sopravvento, la storia del nostro paese, e quella del mondo, sarebbe stata diversa grazie all'influenza della Chiesa. 


    Sono tempi in cui ragionare di libertà anche a Napoli non è cosa semplice, non lo è mai stato per un popolo che per utilità di parte ha preferito barattare la libertà con la propria immunità e cedere la propria cittadinanza attiva al prezzo della convenienza individuale. Non è semplice avere una serena visione del mondo che ci riguarda, se si è troppo presi e compromessi da un vivere quotidiano fatto di antiche costumanze figlie di indifferenza, di egoismo, di individualismo esasperato. Non è facile ragionare di libertà quando la legge quotidianamente, pacificamente, indisturbatamente, è offesa. Endemica resta l'illegalità alla quale non si può rispondere solo con misure straordinarie di repressione. Non serve a niente.

     
     La coscienza di un popolo è fondamento del vivere civile e le cause dello sfaldamento della civiltà sono nella cultura di quel popolo. Cultura è anche la religione, anzi per i popoli meridionali la religione è stata la matrice del progetto sociale, un intreccio potente tra potere dello Stato, Chiesa e classe dominante che ha segnato in maniera preponderante il carattere della gente. Schietta, generosa, aperta, ma illegale, sottomessa al capo di turno, ma pronta ad infischiarsene della legge. Obbediente al capo ma non alla legge. 


    Allora come oggi, uguale parodia di civiltà, drammatica celebrazione di una farsa, narrazione di un popolo che sarebbe per gesta e attitudine unico al mondo per la sua innata libertà e che oggi ha bisogno dell'esercito per garantirgli una coscienza etica di appartenenza civile. E allora, come uscirne? Don Milani ci consentirebbe di distinguere fra obbedienza e servitù: si obbedisce alla legge ma non al capo. Non mi sembra che a Napoli sia così. La religione, base della costruzione delle dinamiche sociali della nostra città, invece di insegnare e pretendere il rispetto delle leggi, ha preteso il rispetto dei capi. Invece di educare all'imprescindibile valore della legge in sé, come strumento di libertà per non offendere la libertà dell'altro, ha insegnato a rassegnarsi all'ingiustizia subita e ad attaccare, come diciamo a Napoli, il ciuccio dove vuole il padrone. Fatto sta che il motto "Viva il re", chiunque sia, anche un tiranno, andava bene, l'importante era garantire alla Chiesa libertà di culto e dei propri interessi. E nel frattempo la Napoli dei santi e dei miracoli si organizzava ad essere la terra dove, bandita la legge, l'illegalità, anche la più criminale e spietata, poteva diventare, se non endemica, strutturale, tanto che il malaffare dei camorristi o mafiosi cercava protezione e giustificazione addirittura in percorsi pseudo-religiosi. 


    Oggi per fortuna tanta Chiesa napoletana va annunciando con coraggio che il Vangelo è altro affare, è autolimitazione dei poteri terreni in forza dell'unico potere di Dio, al quale ogni autorità, istituzione o gente comune, dovrebbe inchinarsi. Siamo ancora in tempo per restaurare il perduto? "Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio, sortirne insieme è politica, sortirne da soli è avarizia". Ho imparato soprattutto che essere cristiano significa non fare agli altri quello che non voglio sia fatto a me. Se Napoli è cristiana, vorrei che non lo fosse solo nelle processioni e nelle congreghe. 

  • Opinioni

    L'esercito non sostituisce lo Stato


    «A Napoli serve l'Esercito». Credevo che servissero scuole, palestre, posti di lavoro, asili, campi da gioco, parchi pubblici, case di accoglienza, circoli culturali, oratori, percorsi di reinserimento sociale. Pensavo che servisse una grande rivoluzione culturale provocata da una nuova e originale visione politica, da una vicenda amministrativa di potente e solida caratura, capace di raccogliere la sfida che attende nei prossimi anni la più grande metropoli del Sud.


     

    Ritenevo che la questione del controllo del territorio, preso d'assalto dal terrorismo camorrista, si inserisse in un più ampio scenario di liberazione, in un respiro di vita formidabile da inalare nelle membra stanche di una società rassegnata al peggio, senza speranza di futuro, compromessa suo malgrado dal lasciar passare, lontana da parole da condividere insieme al governo e alle istituzioni. Mi sbagliavo: per risolvere i problemi di Napoli, per superare la conta dei morti ammazzati, «serve l'Esercito».




    Se il festival di Sanremo non si fosse chiuso da poco e se la faccenda non fosse così seria e drammatica, quasi da ultimo appello, direi che l'uscita di Angelino Alfano di qualche giorno fa, giaculatoria giornalistica settimanale, sarebbe potuta diventare un fraseggio rap da proporre durante il prestigioso concorso canoro. Rocco Hunt l'avrebbe potuta interpretare alla grande e intitolare il suo brano: "Ancora". 




    Qualcuno sobbalzerà per il già dato, ricordando la struggente canzone di Eduardo De Crescenzo. Eppure c'è un "Ancora" che rumoreggia nella mia testa e provoca un senso di disgusto. Ancora parole inutili, contraddittorie, false, amare, inopportune. Ancora ipocrite vie di fuga per non dirsi la verità. Ancora parole usate come via d'uscita dall'imbarazzo provocato dalla sensazione di fallimento di istituzioni lontane dai fatti e dalla gente. Ogni volta che lo Stato, da sempre, dall'Unità d'Italia ad oggi, viene interpellato sulla sua sconfitta, sulla morte della legalità a Napoli, causata dalla mancanza di una politica vera, da una visone alta capace di dare significato e conversione a una storia maledetta, usa come panacea la discesa in campo dell'Esercito.




    Una situazione che definire kafkiana è dire poco, una mancanza assoluta di strategia di senso, di comunicazione liberante che impedisce qualsiasi reazione, pratica e psicologica, da parte dei cittadini ormai rassegnati alle parole già date. Reprimere il malaffare è un dovere, ma superarlo con la voglia del riscatto è la sola, unica e possibile soluzione. Prima o poi dovranno pur mettersi d'accordo i diversi attori di una drammatica sceneggiata che, benché un formidabile lavoro delle forze dell'ordine, un giorno dicono che servono uomini e mezzi in più, e un altro invece giusto il contrario e ribadiscono che se la popolazione non collabora, non parla, non denuncia, sarebbe difficile anche a una missione dell'Onu portare pace in una terra che considerare endemicamente camorristica fa storcere il naso a più di qualcuno. 




    Ma la domanda sorge spontanea: in cambio di che cosa la gente dovrebbe parlare? Denunciare il malaffare certo è dovere di ogni cittadino consapevole del suo ruolo, ma la consapevolezza dei propri doveri dovrebbe essere sorretta da uno Stato presente, attento ai bisogni della gente, affinché si sentisse garantita, protetta, accompagnata. Se lo Stato non c'è, anzi dichiara che ha bisogno dell'esercito perché è in stato di guerra nel suo stesso territorio, molta gente rischia di affidarsi ad altri eserciti per ottenere più facilmente, con il suo silenzio complice, risposte a domande mai soddisfatte dallo Stato. Se lo Stato è assente, se manca la sua azione educativa, formativa, propositiva cresce sempre di più la distanza tra lo Stato e il cittadino che cercherà vie d'uscita più comode da quella casa comune per garantirsi uno spazio proprio, salvifico, mentre tutto intorno crolla. 




    In un territorio dove si guerreggiano più di 104 clan, dove si muore come in nessuna altra parte del mondo civile, dove interi quartieri nel cuore pulsante della città, come la Sanità, il Rione Traiano, Il Pallonetto di Santa Lucia, Bagnoli, Forcella, piazza Mercato, vivono principalmente di droga, sarà difficile chiedere collaborazione alla gente se quella collaborazione significa la perdita dell'unico posto di lavoro che hanno mai avuto e forse della vita. Senza una contropartita salvifica la guerra è persa, con o senza l'esercito. 




    Mussolini sul finire dell'ultimo conflitto provava a rincuorare i suoi, ormai in fuga, con una promessa solenne: le sorti sarebbero presto cambiate con l'uso delle armi segrete che di fatto non arrivarono mai e la guerra persa si trasformò in ecatombe. «A Napoli serve l'Esercito», una promessa che suona come uno sfottò. Lo Stato, la città, i napoletani, noi tutti perderemmo se ancora credessimo alle funamboliche armi segrete. 

  • Opinioni

    Quel disprezzo per l'altrui pensiero ...


    «NON sono d'accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire ». Voltaire non ha mai pronunciato questa frase, anche se tutti gliela attribuiscono, tuttavia è un'ottima sintesi per dire cosa s'intenda per tolleranza. 




    Contrariamente a una frase di Papa Gregorio XVI, di certa attribuzione, che va giusto nell'opposta direzione: «Da questa corrottissima sorgente dell'indifferentismo scaturisce quell'assurda ed erronea sentenza, o piuttosto delirio, che si debba ammettere e garantire a ciascuno la libertà di coscienza: errore velenosissimo, a cui apre il sentiero quella piena e smodata libertà di opinione che va sempre aumentando a danno della Chiesa e dello Stato». 



    Qualcuno dirà che i tempi sono cambiati e siano lontani dall'oscurantismo di un passato che limitava o peggio impediva alla parola di essere libera, ma a ben vedere ogni tanto quel passato si ripresenta. La libertà di pensiero, di espressione, appartiene alla dignità stessa dell'uomo. Il diritto di avere idee proprie, di poterle sostenere, divulgare, far conoscere, difenderle, manifestarle è sancito nella Carta dei diritti fondamentali dell'uomo ed è alla base della fondazione della nostra Repubblica. Esiste una stretta relazione tra verità e libertà di parola, anche se la reale possibilità d'utilizzo, al di là dei proclami, non sempre è garantita, prova ne è l'amara consapevolezza di tanti di quanto angusto e disagiato spazio sia concesso a chi la pensa diversamente dalla massa. 



    La libertà di parola è rispettare che la parola altrui abbia accesso al dialogo tra uguali, che sia pari al desiderio che la propria parola non sia impedita o oscurata. Avere pensieri diversi dagli altri è natura di dialogo, essere infastiditi dalle altrui convinzioni è integralismo che si trasforma, e storicamente ne abbiamo la prova, in volgare contrapposizione, in odio di parte, in guerra, in asservimenti e deportazioni, in stragi di massa, roghi inquisitori o brutali decapitazioni. Non esiste un diritto all'offesa, alla denigrazione, alla derisione altrui. Non esiste un diritto alla diffamazione, alla calunnia. Non vi è alcun diritto alla persecuzione né all'istigazione. Per le religioni il dialogo, fondato sulla libertà di parola, dovrebbe essere perfino forza scaturente dal proprio credo, fatto spirituale, conversione profonda e pensosa, che chiama alla via di Dio. Un dialogo che le diverse fedi pretendono con forza dalla società civile per poter liberamente professare le cose in cui credono. 



    Eppure, anche tra credenti, in questi giorni, cosa che è sotto gli occhi di tutti e la rete ne è una testimonianza impietosa e scandalosa, la discesa in piazza su argomenti di vita vissuta come la coppia, i figli, nuove vie di unione familiare, ha prodotto una inaudita aggressività, un disprezzo impensabile per chi la pensa diversamente. È comprensibile accaldarsi per gridare forte la propria opinione, per dire tutta quanta la verità in cui si crede, ma il disprezzo per l'altrui pensiero fa risorgere muri di odio sepolti e porta inevitabilmente alla sconfitta di qualsiasi proposta ideale o credente. 



    Quale destino può darsi una nazione, una città, una chiesa che sceglie l'odio, camuffato o palese, per il diverso come matrice di riferimento della propria lotta, per l'affermazione dei propri convincimenti? Lo sforzo di comprendere le ragioni dell'altro sono alla base del vivere civile e se anche le mie ragioni, i miei ideali politici, la mia stessa fede fossero lontani da quelli di un altro, confrontandomi, ascoltando, provando a venir fuori dal preconcetto che limita la mia serenità di giudizio, potrei perfino imparare ad essere un uomo migliore e continuare a crescere insieme agli altri, tutti gli altri diversi da me, come una comunità. Pareri diversi e interpretazioni diverse della storia, della vita, dello stesso Dio si possono anche titanicamente contrapporre, si possono sostenere con forza, ma la libertà, che è rispetto della libertà altrui, impone che alla fine del contendere, quel rispetto dell'altro, del diverso, prevalga su ogni volontà di dominio. 



    Non mi sembra che quello che sta succedendo in parlamento e nella società riguardo alle coppie di fatto stia andando verso questa direzione. Basterà una legge per garantire spazi di civiltà dopo un confronto così acceso? La spaccatura che esiste nella società italiana su un argomento non secondario, come quello della famiglia, troverà una pacificazione dopo la promulgazione di una legge sulle coppie di fatto? Sperarlo è d'obbligo, ma è triste constatare che ancora vale quello che scriveva Giulio Andrè: "Di questa magnifica parola, libertà, si fa un uso nauseante." 

  • Opinioni

    Unioni civili. La distanza della Chiesa dal mondo in veloce cambiamento



     
    NON sarà certo una piazza rumorosa a cambiare il corso della storia, ancor meno se quella piazza la riempiono la Chiesa o movimenti di matrice cattolica. Non dico che la Chiesa cattolica non debba o non possa rivendicare un suo spazio "politico" nell'agorà dei pensieri liberi per sostenere le proprie idee, come fa normalmente con grande disinvoltura, contrariamente a quanto detto da Papa Francesco pochi giorni fa, ma ritengo che un'invasiva discesa in campo, nell'ampio dibattito sulle unioni civili, possa trasformarsi in un'ulteriore distanza tra il mondo in veloce cambiamento e la sua proposta, la sua idea di società e la sua concezione di coppia o di famiglia.



     
    Riempire una piazza, una soltanto, e svuotare di simpatia, nel senso etimologico del termine, le mille piazze della comunicazione umana, dove nel quotidiano normalmente ci si ritrova, non si ottiene nulla, se non impedire ogni possibilità di dialogo con la differenza delle idee e allontanare qualcuno che, pur pensandola diversamente, potrebbe appassionarsi al vangelo.



     
    La simpatia è spazio di pre-evangelizzazione, è condizione indispensabile per costruire ponti sulla diversità di opinioni, anche se essere "in simpatia" con il mondo non significa svendere i propri convincimenti, abbassare l'asticella dei valori a cui la Chiesa fa riferimento.



     
    Certo non si vuole negare proprio alla Chiesa quella libertà di parola che a giusta ragione si rivendica per tutti, ma è necessario che la Chiesa non dimentichi che il tempo della societas christiana è irrimediabilmente finito e che il suo ipse dixit, che anche al suo interno è sempre meno considerato come cattolico, universale, non è più ritenuto dalla maggioranza degli uomini e delle donne italiane un imperativo assoluto.



     
    La libertà di parola, che la Chiesa rivendica, o si inserisce in uno spazio di condivisione, di confronto con altre parole, con altre idee, con altre visioni di vita, o quel dialogo con il mondo che a fatica si costruisce, e ha impegnato Papa Francesco dall'inizio del suo pontificato, finisce per essere interpretato come un bluff, o peggio uno squallido "sfottò".



     
    Al tempo del Concilio Vaticano II, la consapevolezza della necessità del dialogo e la nuova idea di mondo avevano suscitato interesse e curiosità nei confronti della Chiesa, e anche se per la maggioranza degli uomini, diversi per religione e idee, la sua parola non era del tutto credibile, era comunque da ascoltare, e questa condizione era e resta l'unica premessa per intercettare un possibile confronto. La Chiesa era attenta ai cambiamenti del mondo e dell'umano: "Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore" (Gaudium et Spes 1).



     
    Oggi, si può anche essere in disaccordo con proposte di legge che vorrebbero equiparare il matrimonio tradizionale a quello tra due persone dello stesso sesso, si può ritenere che l'adozione di bambini da parte di coppie omossessuali possa compromettere il sano sviluppo e la crescita armoniosa dei figli, ma la storia è cambiata, la cultura è cambiata e il mondo va irrimediabilmente in una direzione contraria. E se la Chiesa vuole ancora dialogare con il mondo, pur rivendicando le sue idee, non può fare barricate, né forzare i governi democratici a scegliere quello che ritiene giusto, soprattutto se in questo modo la sua posizione venisse interpretata dalla maggioranza dei cittadini come prevaricazione sulla loro libertà.



     
    Succederebbe ancora una volta quello che purtroppo successe nella società italiana con i referendum sul divorzio e sull'aborto voluti con forza dalla Chiesa, che non solo perse i referendum, ma anche quella maggioranza degli italiani che, pur essendo battezzati e quindi cattolici, furono pronti a scegliere in maniera diversa dalle sue indicazioni. Il referendum, a cui oggi sembra appellarsi il ministro Alfano, quando afferma che la maggioranza degli italiani è contraria alla legge proposta sui matrimoni gay, non servirebbe a molto.



     
    In ogni caso, l'esito del referendum, in Italia come è successo in Irlanda, sancirebbe quello che dappertutto, perfino nelle chiese, è già vita data e vissuta. Comprendo il disagio della Chiesa italiana, capisco anche la sua sensazione di sconfitta, ma la sua missione, ovunque si trovi, a Roma o a Napoli, in qualsiasi contesto o condizione, è comunicare il vangelo in un mondo che cambia, senza pretendere che sia quello più congeniale, il più sottomesso, il più facile e semplice da evangelizzare.
     
     

  • Opinioni

    Quando una città è governata come un ducato, una baronia


    AMAGGIO saremo chiamati alle urne per il rinnovo del consiglio comunale, una tornata elettorale che, comunque la si intenda e benché la degenerazione della politica l'abbia trasformata in un circo di periferia, resta ancora un grosso avvenimento civile che si presta a volte a interpretazioni contraddittorie. Da un lato si dice che tutto sommato sono elezioni che hanno un carattere locale e vanno ridimensionate alla loro portata, quasi a mettere le mani avanti sulle possibili ricadute negative dell'esito elettorale sugli equilibri nazionali.





    Dall'altro, chi sa perché, gli analisti e i politici di Roma, approfittano degli orientamenti che si determinano con le scelte degli elettori alla scadenza delle amministrative considerandoli utili, come segnali più generali da interpretare. Per quanto mi riguarda, politici e osservatori, dovrebbero invece fare attenzione, molta attenzione, a quello che succederà alle prossime amministrative di maggio, perché la democrazia si sta avviando a una situazione pericolosa che non risparmia lo Stato centrale e si sta avvicinando ulteriormente a una sua occulta trasformazione che la snatura da quello che dovrebbe essere se verrà ancora meno la presenza della partecipazione popolare al voto, se sarà ancora così massiccia la distanza del cittadino dalla cosa pubblica. Difficile pensare che qualche spot pubblicitario di qualche candidato sindaco riesca a colmare il vuoto di rappresentanza, ridicolo perfino non comprendere che ormai le promesse elettorali siano per lo più percepite dalla gente come un repertorio di stravaganze.



    Come stravagante è la ricerca di nomi di cartello da parte di questo partito e di quest'altro movimento che possano meglio interpretare il ruolo di candidato a sindaco o consigliere, quasi una medaglietta in più sulla divisa della popolarità della lista, tanto che se si presentasse come candidato Higuain, di sicuro verrebbe eletto allo scranno più alto di Palazzo San Giacomo. La caccia a nomi "prestigiosi" e "noti" ha senso se è una cosa seria, se seria è la proposta politica che a quel nome è collegata, come seria dovrebbe essere la loro individuazione, la loro scelta non con lotterie mediatiche in rete, gioco di carte, bussolotti aperti a caso, che vincono o perdono senza autorevolezza e competenza. Non dico che non sia una cosa buona la partecipazione sempre più ampia, aperta e interessata di uomini e donne alle amministrative, gente lontana da quel professionismo politico che spesso è degenerato in mestiere familistico, ma la democrazia non ha bisogno di anonimi attori in cerca di un copione da recitare, ma di uomini e donne forti di programmi e di idee da condividere.




    E nel quadro di questi avvenimenti l'uso che si è fatto della poltrona di sindaco negli ultimi anni da Bassolino a de Magistris (la legge lo consente) ha visto Napoli uguale alle grandi metropoli essere governata come un ducato, una baronia, un marchesato o meglio trasformato in un'azienda retta da un presidente di amministrazione così come richiesto al sindaco manager. Fatto che ha una sua logica ma ripropone modelli lontani, quasi neo prefettizi tra l'antica Roma e il napoleonico, che non riescono a rendere appetibile la vita democratica. Certo quando viene eletto un sindaco ci si affretta a proclamare che sarà il sindaco di tutti, ma è chiaro che così non sarà, le decisioni resteranno nelle mani di uno solo o semmai, in realtà quasi mai, della parte a lui favorevole, senza costruzione di percorsi condivisi anche con la differenza delle visioni, delle opinioni.




    Tutto questo inevitabilmente allontana la maggioranza dei cittadini dalla partecipazione attiva alla costruzione del bene comune della città, spinge fuori dal recinto dell'interesse democratico soprattutto quelli che si sentono offesi dalla parte che vince o peggio gli arrabbiati, i delusi, la maggior parte dei cittadini che evita di partecipare alla vita democratica disertando il voto e colpevolmente consente ai pochi di governare indisturbatamente sul destino di tutti. Gli antichi dicevano che la democrazia è possibile solo se è possibile esercitarla effettivamente nella città, dove si può discutere di bene comune nelle piazze. La crisi valoriale della città è anche crisi di pensiero. Rischieremmo di compiere un serio errore se ritenessimo che l'affermarsi o il declinare delle "grandi idee" che cambiano il mondo sia dovuto solo alla volontà di qualcuno, sarebbe davvero serio se pensassimo che le colpe della nostra sofferenza siano solo altrove. La democrazia locale è la democrazia della vita quotidiana ed è troppo importante perché se ne trascuri l'esercizio e il controllo, per permettere che qualcuno la trasformi in gioco di potere o di avanspettacolo.

     

  • Op-Eds

    Shalom Aleichem: Francis’ Message at Rome’s Synagogue


    The event coincided with a “Day of dialogue between Catholics and Jews.” At a time when tensions are running high, the eloquent and visionary icon told the Jewish and Christian communities that they have an important contribution to make in the campaign for peace.


    Today’s world is plagued with crises; anti-Semitism has resurfaced and intensified, and many Jewish communities have paid dearly for it. There is an ideology of fear threatening to destroy the positive progress that has been made through dialogue, engagement and a reciprocal easing of tensions between people. Embracing and shaking hands, Pope Francis and Rome’s chief rabbi Riccardo Di Segni have renewed their firm vow to continue the dialogue between the faiths without which men are only capable of doing violence to one another. 


    It’s a task that awaits every person of good faith confronted by a complex world, an indispensible need for good news in a time of diminished hope. For religions, dialogue is a spiritual reality, a deep and thoughtful conversion that harkens to the path of God and initiates a dialogue with He who is greater than us. Nevertheless, that dialogue has been interrupted by the shortsightedness of global capitalism—a shaky road to nowhere—in spite of the fact that everyone can see that a world in which we do not talk to one another can only bring about aggression.


    Aggression breeds contempt. Contempt once again gives rise to those walls of hatred thrown down a few decades ago. But what destiny can lead humanity to choose hate as its guiding light, where “Christians and Jews are confined to defending themselves from merciless, violent and intolerant enemies, who in the name of God incite terror?” Salvation for all—Christians, Jews and Muslims alike—can only be arrived at through dialogue. Living together means more than physical proximity.


    It is not enough to know where our neighbors come from or to what religion or group they belong. Living together entails sharing the ups and downs of human experience: welcoming and being welcomed in return, laughing and crying together.


    Without a vital togetherness there can be no integration, no dialogue between cultures or religions. John Lennon’s “Imagine” calls for a world without religions, without heaven or hell, to overcome conflicts generated by difference. Religions occupy an increasingly relevant space in the geopolitical spectrum, in the Mediterranean and around the world: many crises stem from what seems to be a clash of different religious sensibilities, from different forms of belief.


    The problem will not be solved by denying our differences, assimilating others into a culture considered to be superior, or worse, by organizing crusades that wipe out “the Other” or force them to convert to one side. Because conflicts do not stem from religious belief but from diabolical economics: the saints of every faith have always favored peace and open dialogue.


    Destroying such dialogue between cultures and faiths means building a wall that divides communities, cuts off communication, and drives everyone to adopt a stance of self-sufficient isolationism that is as tragic as it is aggressive. To reengage in dialogue is decisive for the future of humanity, even more so when violence is met with terror, Kalashnikovs with purges or the seal of disgrace. In order to build dialogue, we must be so daring and visionary as to imagine a common house of prayer for all faiths, a temple that bridges our differences to overcome the fear that divides us.  We must counter those hatefully decapitated heads with a powerful symbol of brotherhood so that we can surmount the obscene and widespread conviction that diversity is impure. At Rome’s Tempio Maggiore, Jews and Christians took another step toward fully accepting each other, an important step on a long road yet, pronouncing “every man is and forever will be my brother.”  

     
    * Gennaro Matino: teaches Theology and History of Christianity in Naples, where he runs the parish of SS. Trinità. He has written several books and collaborates extensively with both traditional and new media.

  • Opinioni

    Bsogna essere audaci, visionari, per costruire un dialogo


     
     
    Papa Francesco si è recato in visita alla Sinagoga di Roma. Si tratta della terza visita di un Successore di Pietro al Tempio Maggiore della capitale, dopo quelle di Giovanni Paolo II nel 1986 e di Benedetto XVI nel 2010. L’evento coincide con la Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei. Una visita che cade in un tempo carico di tensioni e di problemi, un’icona profetica di fraternità eloquente, per dire che ebrei e cristiani hanno un contributo originale da dare alla pacificazione tra gli uomini. Nel mondo di oggi ci sono tante tensioni; c’è un risorgente antisemitismo, pagato a caro prezzo da tante comunità ebraiche. 
     
    C’è un’ideologia della paura che rischia di divorare anche quanto di positivo è già in atto per ciò che riguarda il dialogo, l’incontro, la distensione degli animi nel rispetto reciproco. Papa Francesco e il Rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, hanno rinnovato nel loro abbraccio e nella stretta tra differenti per fede la ferma volontà al dialogo senza il quale l’uomo può solo partorire violenza. Un compito che attiene ad ogni uomo di buona volontà di fronte ad un mondo complesso, un bisogno indispensabile di buone notizie in tempo di anemia di speranza. Per le religioni il dialogo è un fatto spirituale, é conversione profonda e pensosa, che chiama alla via di Dio, iniziando un dialogo con Colui che è al di là di noi. 
     
    Tuttavia proprio il dialogo è stato additato dalla miopia del capitalismo globalizzato, come una via debole e perdente, anche se è sotto gli occhi di tutti che un mondo senza parole condivise genera solo aggressività. L’aggressività produce disprezzo. Il disprezzo fa risorgere muri di odio sepolti appena da pochi decenni. Ma quale destino può darsi l’umanità che sceglie l’odio come matrice di riferimento, dove “cristiani ed ebrei sono costretti a difendersi da spietati nemici, violenti ed intolleranti, che stanno usando il nome di Dio, per spargere il terrore?”. La salvezza per tutti, Ebrei, Cristiani, Mussulmani, può venire solo dalla via del dialogo. Vivere insieme è più che una prossimità fisica. 
     
    Non basta sapere da dove vengono i nostri vicini, a quale religione o gruppo appartengono. Vivere insieme include il condividere gli alti e bassi dell’esperienza umana: dare e ricevere ospitalità, ridere e piangere insieme. Senza compagnia di vita nessuna integrazione, nessun dialogo tra culture o religioni sarà possibile. John Lennon in Imagine evocava un mondo senza religione, senza inferno o paradiso, per superare i conflitti generati dalla differenza. Le religioni occupano uno spazio sempre più rilevante nel quadro geopolitico dell’area mediterranea e del mondo: molti fattori di crisi derivano da una contrapposizione che sembra partire da una differente sensibilità di sacro, da un modo diverso di credere. 
     
    Il problema non si risolve annullando le differenze, assimilando le altre in una cultura ritenuta superiore o peggio organizzando crociate di annientamento di massa del diverso o di conversioni forzate. Anche perché i contrasti non nascono dal credo religioso ma dall’economia diabolica: i santi di tutte le fedi sono sempre per la pace e aperti al dialogo. Distruggere il dialogo tra culture e tra fedi equivale a costruire un muro di separazione tra comunità che, cessando di comunicare, si separano e si spingono reciprocamente verso una tragica quanto aggressiva autosufficienza isolazionista. Ripristinare il dialogo è decisivo per il futuro dell’umanità, ancor di più quando alla violenza si risponde con il terrore, ai kalashnikov con le epurazioni o il marchio di infamia. 
     
    Per costruire il dialogo bisogna essere più audaci, più visionari tanto da poter immaginare perfino una comune casa di preghiera per diversi per fede, un Tempio che lanci ponti tra differenze per vincere la paura che divide. Alle teste mozzate ostentate in segno di odio, bisognerebbe contrapporre un’icona potente di fratellanza tale da superare l’oscena e diffusa convinzione di impurità del diverso per scelta credente. Al Tempio maggiore di Roma Ebrei e Cristiani hanno fatto ancora un passo verso l’accettazione piena gli uni degli altri, un passo importante per un percorso ancora lungo per dire che “ogni uomo è e resta mio fratello”.
     

  • Opinioni

    La logica dell’uomo solo al comando



     
    “ANNO nuovo, vita nuova”, così il detto, sperando che sia vero, sperando soprattutto che il 2016, anno bisesto, non sia funesto come vorrebbe l’altra filastrocca. Di sicuro l’anno che verrà sarà nuovo e come canterebbe Lucio porterà novità: “Ogni cristo scenderà dalla croce e… sarà festa tutto l’anno”. Provocazione ardita, comunque rumore di speranza, passatempo verbale “per poterci ridere sopra”, in ogni caso coraggio di invenzione in tempi cupi, dove si investe al contrario sul disfattismo maniacale, dove è più facile farsi male da soli con parole contrarie a tutti e a ciascuno pur di creare facili consensi non essendo in grado di organizzare futuro.'




    “L’anno vecchio è finito ormai” ma resta ancora nell’aria quell’aria irrespirabile dell’ultimo mese che ha dato spunto a polemiche e a preoccupazioni sulla salute del pianeta che, imprigionato in polveri sottili, ne compromette il clima sciogliendo ghiacciai ai poli, improvvisando primavere impensabili a latitudini glaciali e tuffi fuori stagione alle nostre.




    Fatto sta che l’anno che è appena arrivato porterà nelle più grandi città italiane la tornata elettorale per il rinnovo delle amministrazioni locali e se questa non è una novità lo diventerà perché passerà alla storia per il fatto che per la prima volta dopo i totalitarismi del passato a scendere in campo non saranno più i partiti, ormai scomparsi quasi totalmente dalla scena politica per dissoluzione del loro pensiero progettuale, ma “rappresentanti del popolo” a cui i partiti chiedono soccorso per poter esistere ancora. Convinti che se non troveranno l’uomo giusto, se non sapranno inventare l’uomo della provvidenza dal sorriso accattivante che sappia meglio fare scena, non solo perderanno le elezioni ma sarà il loro ultimo treno dopo il quale scenderanno tutti, politici e portaborse.




    Sarà l’anno in cui verrà consacrata definitivamente la logica dell’uomo solo al comando inaugurata in stile naïf dal dispotismo morbido berlusconiano. In realtà mai pienamente attuato dal cavaliere, non avendone capacità e struttura, ha però ben orientato i successivi anni della politica italiana e burlescamente quella amministrativa locale, dove il trionfo della demagogia, quel gioco perverso che attraverso false promesse vicine ai desideri del popolo mira ad accaparrarsi il suo favore, fa vincere le elezioni al populista di turno per poi far trionfare il disastro municipale.




    Eppure si sa che un uomo solo al comando non può dare risposte a una realtà complessa come lo è una grande città, una regione, non può inventare percorsi virtuosi per inaugurare stili di vita capace di coniugare insieme nuove abitudini dei cittadini, che vanno convinti, orientati, governati, ammoniti, e il rispetto dell’ambiente, per promuovere atteggiamenti corretti che se non potranno da soli proteggerci dall’incursione di climi sballati, potrebbero aiutarci a difendere noi e i nostri figli da irrespirabili sostanze.




    L’anno che verrà, ormai è chiaro, porrà al centro di ogni proposta elettorale la questione ecologica ambientale che di per se stessa è una questione politica nel senso più nobile del termine. È uno sguardo diverso sulla vita, sul vivere insieme, una visione, un programma educativo, uno stile di vita, che impongono scelte rivoluzionarie. Chiunque sarà il nuovo sindaco delle grandi città italiane, e chiunque lo sarà a Napoli, non potrà che avere a cuore l’interesse della gente e la loro salute.




    Ma dire aria da respirare è dire traffico da regolare, fumi tossici da controllare, è dare spazio a una nuova qualità del trasporto pubblico, giusta proporzione tra costi e servizi, mezzi gratuiti per le fasce più deboli.




    Dire traffico è dire percorribilità delle strade, significa liberare la questione urbanistica prigioniera di falsi e fuorvianti chiavistelli che impediscono alla città di coniugare passato e presente e soprattutto proiettarsi in un futuro in cui le pietre non siano solo memoria ma presente da consumare; dire inquinamento è dire città annonaria, orari di apertura e chiusura dei negozi e dei mercati, carico e scarico di merci, rispetto delle diverse fasce orarie di apertura scuole, attività produttive e amministrative.




    Dire clima è dire presenza dei controllori nelle strade, del rispetto delle regole condivise, della tolleranza zero per chi infrange la legge, per il rispetto del ciclo delle acque e dei rifiuti.

    Dire controllo è dire nuova organizzazione della macchina burocratica che sovraintende alla correttezza dei processi e al rispetto etico delle scelte dei controllori.




    L’anno che verrà è già arrivato ed chiaro che non “sarà festa tutto l’anno”. Resistere alla demagogia è degli uomini liberi o sarà il caso di dire che “l’anno vecchio è finito ormai e qualcosa ancora qui non va”.

     

  • Opinioni

    Quel popolo anti camorra in cammino



    La piazza non basta, le marce non sempre servono a provocare pensieri di giustizia e di pace.

    Anzi in tempo di parole di fumo, a volte stancano. Non quella che ci sarà domani, e non lo dico per spirito di parte. Da piazza Dante un corteo rumoroso di colori e di denuncia riempirà le strade di Napoli.


    Un “popolo in cammino” griderà il suo no alla violenza, alle camorre e ai loro intrecci con l’economia e la politica. Un “popolo in cammino” rivendicherà verità e giustizia, lavoro e diritto allo studio per i bambini e i ragazzi dei quartieri di periferia e della nostra città abbandonati a se stessi.


    Mi si dirà che nulla c’è di nuovo, ogni giorno una manifestazione, la stessa aria fritta di sempre. Non mi interessa sapere quante persone parteciperanno, non inseguirò gli slogan per correggerli, sostenerli o criticarli, mi interessano le motivazioni a monte del nuovo movimento di base che darà vita alla manifestazione. Un movimento nato dalla volontà di alcuni preti, impropriamente definiti di frontiera, che nella sofferenza della loro gente, nei percorsi di chiesa visitati, nel sentirsi abbandonati da tutti, scelgono di mettersi insieme, di fare squadra, abbandonando l’atavica condizione di individualismo esasperato che anche nella Chiesa è presente, specchio di una società meridionale che ha garantito terreno fertile per fare affari a chi voleva spazio di impresa facile e illegalità di mestiere. Motivazioni che sono la premessa per garantire un lavoro fecondo di liberazione, se il fare squadra riuscirà a superare la prova e l’emozione di un solo giorno di piazza.


    Una visione chiara, quella dei preti, originale, che può rendere la lotta di popolo quasi libertà evangelica dove i poveri finalmente possono godere il presente di giustizia senza aspettare solo un regno futuro.


    Un’utopia, certo, per quanti si trincerano dietro il muro opportunistico del già visto e del già dato, non per chi pratica le Scritture, per chi ha nella vene l’attitudine alla profezia, anche se una parte di Chiesa, corrotta e mestierante, fa pensare il contrario.

    Non per chi non riesce più a restare fermo, sordo e muto al dolore della sua gente che non è causato da un fato spietato o dalle prove inflitte da un Dio castigatore, ma dalla politica incapace, da istituzioni lontane dalla gente, da una Chiesa vertice parolaia che lascia fare fino a quando le fa comodo e poi è pronta semmai a salire sul carro dei vincitori.


    Don Giuseppe Diana, martire di camorra, dichiarava per amore del suo popolo la sua indisponibilità alla complice sottomissione al malaffare politico o malavitoso, un grido fatto proprio da questi preti, condiviso e spartito con il loro popolo, e che per questo può aprire nuovi, inaspettati e sorprendenti scenari politici.


    Da tempo le nostre strade assistono inermi a una guerra che colpisce innocenti, giovani, persone che pagano lo scotto di essere cresciuti in un Sud, in una città, nei quartieri di periferia e nei buchi neri del centro, lasciati senza cultura, sviluppo, futuro.


    Restare in silenzio non è più possibile. Questa la scelta dei preti.

    Insieme, non uno solo, non un solo martire, non un professionista dell’anticamorra a cui garantire una scorta, ma insieme, preti coi preti, per rivendicare il loro fare chiesa, la loro pastorale, partendo dai fatti concreti, dai bisogni reali della gente. Restare fermi non è più accettabile.



    «Non vogliamo più contare morti a Napoli: non è solo la violenza di chi spara, ma anche di chi ha l’arroganza di credere di poter governare interi quartieri, di stabilire un controllo serrato sulle nostre vite. Non possiamo più restare a guardare. Abbiamo visto troppe passerelle della politica in questi anni, troppi spot e soluzioni superficiali per Napoli e la Campania. Abbiamo visto tanti intrecci di potere e poche risposte da parte di chi ci ha governato ». Politica di denuncia, ma anche di proposta, bisogno di risposte vere, concrete, strutturali. Risorse per il diritto allo studio, scuole aperte al territorio anche di pomeriggio. Chi abbandona la scuola è facile vittima del sistema criminale. Nessuna necessità di eserciti, ma di normalità.

    Il maggior motivo di insicurezza nasce dalle diseguaglianze e dalla povertà.


    Il presidio dei territori a rischio è dato dal lavoro stabile e duraturo.

    Quei preti, quei parroci, ancora in pochi ma determinati, insieme al loro popolo hanno scelto una chiesa in uscita e, mentre avanzano nel silenzio assordante di una politica assente, sono pronti a rivendicare dignità per se stessi e per la loro gente.

    Non lasciarli soli è dovere di chi ancora crede nella democrazia.


  • Opinioni

    Nelle vene di Napoli e Parigi lo stesso sangue


    PARIGI piange i suoi morti. Il venerdì della scelleratezza è passato, la paura di una notte profonda non passa, coinvolge tutti, nessuno si sente più al sicuro. Non c'è luogo, non c'è recinto protetto, non basta l'allerta, non resiste il fragile confine di stati e continenti messi in presunta sicurezza da eserciti, armamenti, intelligence o fili spinati.

    La morte arriva allo scoperto e spara, esplode, fa saltare in aria mentre la vita normale di gente normale prova, un venerdì sera, uno dei tanti o forse dei pochi destinati allo svago, nei luoghi normali di una vita normale a spendere il tempo dovuto allo scambio di vita. Posti normali, vita normale che ormai di normale non conservano più niente. Niente è più normale quando il tuo Paese non si sente sicuro, quando non trovi neppure nelle mura di case la protezione dovuta.


    Una notte che sembra non finire mai da quel tragico 11 settembre di quindici anni fa che avvolge ogni cosa, speranze, progetti, provoca vertigini incontrollate in chi mai poteva aspettarsi o sospettare lontanamente che il suo futuro sarebbe stato così doloroso, che chiusi i grandi conflitti mondiali si potesse ritornare a tanta crudeltà. Non è una guerra, è di più, è molto di più. È la vendetta che spinge il disumano a trovare ragioni, è l'ingiustizia che apre olocausti oltre i campi di sterminio, è quotidiano vivere esposto alla barbarie. È la morte, il linguaggio della morte, che trionfa sulla vita.

    Parigi conta i suoi morti, i nostri morti, una serata di svago trascinata nel sangue da mani feroci, folli interpreti di uno sterminio annunciato, che vuole mondi contrapposti da violenza disumana, prepotenza del terrore, presunzione di verità di fede assolute, guerre sante che nulla hanno a che vedere con la santità di Dio. Parigi e i suoi caduti, i nostri caduti. Napoli non può che sentirli suoi, non sono lontani, non sono stranieri e non perché il genere umano è stato offeso e ogni uomo di buona volontà li piange, ma perché nelle vene di Napoli e Parigi scorre lo stesso sangue. Un'antica leggenda vuole che le due città siano da sempre legate da un fiume sotterraneo, e che leggenda sia, ma non nasce da pura invenzione.

     

    Arte, cultura, poesia, fantasia, teatro, lingua, vedono le due capitali legate da fili di parole condivise e da lotte per la libertà che di sicuro più ragione e consenso hanno avuto a Parigi ma che di martiri ne ha sacrificati anche a Napoli. La stessa maschera di Pulcinella, icona formidabile per dire Napoli, non è forestiera a Parigi, tanto che nei vicoli di Montmartre ha saputo miscelare le lingue di due popoli che diversi per stile si rassomigliano per il tratto gentile, per il carattere sognante.


    Tutta la notte tra venerdì e sabato ho seguito l'orrore di Parigi, mi sembrava un modo forse infantile di vegliare con chi era colpito, di essere parte attiva e non spettatore del suo dolore. Un pensiero mi ha fasciato, provocato, ostinatamente costretto oltre il desiderio di vendetta che già qualche giornale chiedeva a grandi titoli: "E ora guerra sia!". Ma al nemico di oggi succede quello di domani se la causa che ha generato la rottura del dialogo non viene rimossa.


    Il mondo è afflitto dal terrorismo e nessuno si può sentire sicuro quando una guerra non dichiarata mina nel quotidiano la tranquillità della gente. Niente di più vigliacco è l'aggressione che arriva dalle tenebre, da nemici invisibili che seminano morte innocente per la sola strategia del terrore. E per la pace universale è giusto combattere il terrorismo come avere il coraggio di denunciare quelle perniciose forme di altro terrorismo che non sembrano essere ugualmente aggredite: la fame che uccide, l'ingiustizia che da secoli si perpetra contro uomini che hanno la sola colpa di vivere in un'altra parte del pianeta dove conviene lasciare che si possa offendere la libertà e lo sviluppo.

    Ieri mattina, passando davanti all'istituto Grenoble, il luogo più famoso di alta cultura francese per i napoletani e centro di ricerche per i francesi che si interessano all'Italia del sud, ho visto che era superprotetto da blindati e da forze dell'ordine. Non ho potuto che ripetere a me stesso, quasi come se fosse preghiera, quello che il premier israeliano Yitshak Rabin aveva scritto in un biglietto che aveva in mano, nel giorno in cui a Tel Aviv fu ucciso in un raduno pacifista, un biglietto pronto per essere letto nel discorso che non ebbe termine: "Che il sole sorga, che il mattino splenda. Le preghiere più pure non ci riporteranno indietro. Nessuno ci riporterà indietro dal profondo pozzo dell'oscurità. Non la gioia della vittoria, né i canti di gloria. Così, cantate una canzone di pace. Non sussurrate una preghiera. Meglio cantare una canzone di pace. Con un grande urlo!". Niente è più vigliacco del nemico invisibile che semina il terrore in una notte di vita normale
     



     


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