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Articles by: Gennaro Matino

  • Opinioni

    Le contraddizioni della sofferenza. Eutanasia e accanimento terapeudico


    « Vorrei morire anch'io con dignità». Non è la prima volta che sento pronunciare tale lucida richiesta, non mi sorprende, non mi scandalizza, capisco chi fa i conti con una sofferenza insopportabile che sembra svestire d'umano la sua storia. Morire con dignità, questa la richiesta, che oggi ad alcuni sembra ancor di più in dovere di essere gridata dopo che i media del mondo hanno raccontato l'esperienza di Brittany Maynard, la ventinovenne americana, che ha scelto l'eutanasia. Domenica scorsa si è tolta la vita in Oregon alla presenza di suo marito e dei suoi genitori. Aveva annunciato la sua volontà di mettere fine alla propria sofferenza in un video su youtube che era stato visto da 9,5 milioni di persone.

    Si tratta della decisione più grave che un essere umano possa essere chiamato a prendere, prima che la sofferenza della fine lo distrugga al punto da farlo vergognare di essere uomo. Per molti autorevoli commentatori è inaccettabile infatti lo spettacolo della sofferenza del condannato a morte. È una ferocia non liberare dallo strazio chi potendo chiederebbe di essere soppresso. «Nel suicidio consapevole responsabilmente esercitato c'è una traccia della virtù romana antica. Il desiderio di essere padroni di sé, di congedarsi dalla vita senza doversi vergognare». Eroismo scriveva Augias qualche tempo fa, così l'eutanasia per lo scrittore che, in questi giorni, forse sembra meno convinto. Mettere fine alla sofferenza, anticipare la morte, è per Augias un'antica e resuscitata virtù. Il suicidio come valore. Legittimo ritenerlo. Tuttavia è legittimo anche ritenere, fuori dal clamore del potere mediatico, che fa dell'eccezione sistema mentre troppo silenzio cala invece sulla quotidianità di chi vive il dolore anche estremo con dignità, che possa esserci un eroismo contrario. Un eroismo molto più diffuso, vissuto come offerta di sé e che, non solo la mia fede, ma la mia stessa dignità di uomo, spinge a considerare un'esaltante esperienza di vita benché il dolore: il morire quando la morte, che arriva a suo tempo, abbia avuto il tempo di fare il suo mestiere.

     
    La morte fa parte della vita, come è parte della vita la sofferenza. Sono contrario a ogni accanimento terapeutico che prolunghi un'esasperata sopravvivenza. Lo spettacolo di dolore al quale Augias aveva assistito e che raccontava in un suo articolo di qualche tempo fa, l'amico che si spegneva trasformato in altro dalla sofferenza e che lo avrebbe indotto a pensare alla dolce morte come più dignitosa, è spettacolo a cui mi costringe il quotidiano e che certo mi provoca e pone domande anche alla mia fede: "Perché? Fino a quando?". Prego perché le sofferenze di chi sta morendo finiscano presto, spero che la medicina allievi il dolore e usi strumenti capaci di accompagnare chi soffre senza false illusioni.


    Tuttavia ritengo che la fine della vita è pur sempre vita, ritmata dalle stagioni e dagli avvenimenti di ogni giorno e che questo segmento di vita è un bene concesso, un'esperienza comunque umana. Non cerco il dolore, lo combatto, ma eroismo non può essere negare la sofferenza togliendosi la vita. Il suicidio antico era altra cosa. Si può ragionare su questo, ma allargarne il concetto sarebbe rischioso, come il dover stabilire quale sia il limite della vergogna, lo spazio concesso alla libertà del morire per garantire la propria dignità. Ma c'è di più: a ben leggere l'eutanasia e l'accanimento terapeutico sono facce della stessa medaglia.

     
    Solo chi davvero è contro il potere assoluto della medicina, e non crede che la scienza abbia una risposta a tutti i problemi, ha anche l'umiltà di governare le contraddizioni della sofferenza. Solo chi conosce la vita, e impara ad accettarla nella sua verità, fa i conti con il dolore e la morte. La presunzione di resistere alla morte quando è arrivata l'ora o di anticiparla quando ci sembra troppo in ritardo sono di uguale natura. Il delirio di onnipotenza non permette all'uomo di accettare la natura e inchinarsi di fronte all'evidenza della morte.


    Provare a resistere all'inevitabile è eroico o temerario? Fuggire dallo strazio della morte è coraggio o vigliaccheria? Fino alla sua morte il morente resta un uomo e da uomo dovrà attraversare quel baratro inevitabile che agli spettatori sprovveduti del suo dolore apparirà come il baratro della vergogna. Ma lo è davvero? Per il momento sarebbe più giusto accarezzare di amore chi ci chiede di essere soppresso forse solo per non dare fastidio, solo per non darci l'angoscia di pensare alla morte.

     

    Si tratta della decisione più grave che un essere umano possa essere chiamato a prendere prima che la sofferenza della fine lo distrugga.


    * Gennaro Matino  è docente di Teologia pastorale e insegna Storia del Cristianesimo presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Editorialista di 'Avvenire' e 'Il Mattino'.  Opinionista di 'La Repubblica". Parroco della SS Trinità. Il suo più recene libro: “Economia della crisi. Il bene dell'uomo contro la dittatura dello spread" (Baldini & Castoldi - 2013).


  • Opinioni

    Un tabù che si chiama morte



    NON potendo evitare che la morte arrivi, abbiamo sciaguratamente narcotizzato il lutto che, benché esperienza difficile e travagliata, ci permetteva di prepararci alla sostanza del limite. Una rimozione, quella della morte, che ha finito col provocare effetti devastanti nella costruzione stessa della società. Un tempo, tabù era il sesso che, rimosso dall'educazione e dal linguaggio, era avvertito come qualcosa di malato. Le conseguenze di tale efferatezza le conosciamo tutti. Oggi è la morte a essere un tabù.
     
    Il filosofo francese Jean Baudrillard afferma che la morte è l'unica pornografia della modernità. Un film per soli adulti. E se il nostro è un tempo in cui gli uomini hanno paura di lasciarsi l'adolescenza alle spalle, ne consegue che parlare di morte con l'uomo contemporaneo è impresa difficile quanto ricordargli i doveri di un uomo adulto. La morte non si può eliminare, si può renderla asettica, ma non si può cancellare. Lo psichiatra ungherese Sándor Ferenczi scrive: "Che cos'è la rimozione? Forse il modo migliore per definirla è il diniego di fronte ai dati di fatto. Ma mentre il bugiardo, nascondendo la verità o inventando cose che non esistono, inganna gli altri, l'attuale sistema di educazione fa sì che gli uomini mentano a se stessi, fa sì che, appunto, neghino davanti a se stessi pensieri e sentimenti che si agitano nel loro intimo».
     
    Questo processo di negazione non solo tradisce la storia, oppiandola al punto tale che, finito l'effetto rassicurante del narcotico, la crisi di astinenza provoca ricerca di nuove sostanze mortalmente inebrianti, ma determina una perdita progressiva di umanità. E mentre si crede di evitare la morte ignorandola, la morte aggredisce di sorpresa con effetti devastanti: suicidi in aumento, violenze gratuite, anziani e bambini considerati meno di niente, le aberranti sfide del sabato sera dove, in un macabro gioco, si affrontano le frontiere del limite. Ma soprattutto la negazione della verità sveste la morte della sua naturalità e trasforma l'immancabile evento in tragico e sfortunato imprevisto, il più delle volte avvertito come punitivo. E per questo, insieme alle mille agenzie dell'imbellettamento funerario del caro estinto, sono comparse le officine della riconsegna dei morti dall'aldilà.
     
    Ciò che si sarebbe dovuto fare in vita, dialogare con l'Oltre, si trasforma in ricerca di un dialogo paranormale, dettato più dal senso di colpa e dalla necessità di sentire il defunto legato alla terra, che dal bisogno di dare significato alla morte. L'evento più naturale della vita, indissolubilmente legato alla nascita, diviene impossibile da decodificare e pertanto causa di una disperazione così incontrollabile da portare qualcuno all'assurdo di cercare la morte come rimedio al dolore di una vita perduta. La morte non la si può eliminare e la cultura popolare, a differenza di quella pseudocolta, lo sa, lo ha sempre saputo e per questo confidenzialmente cerca di dialogare con la nemica chiedendole di restituire alla vivezza della memoria i cari estinti e per tale scopo dedica loro, in questo giorno, una speciale festa. Festa dei trapassati per cantarne la vita, per celebrarne la morte a cui la povera gente non fa certo sconti e per questo ne esce vincitrice. Le grida in faccia senza pudore la propria rabbia e così le strappa da dosso il manto della paura. Si affida al cielo a cui consegnare l'amore perduto, supplica la terra di fasciarne la carne, affida a un fiore parole impossibili da decifrare a chi è morto dentro da tempo benché ancora resti in vita fuori.
     
    Si è creato un processo di negazione della verità che non soltanto tradisce la storia ma determina una perdita progressiva di umanità.



    * Gennaro Matino  è docente di Teologia pastorale e insegna Storia del Cristianesimo presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Editorialista di 'Avvenire' e 'Il Mattino'.  Opinionista di 'La Repubblica". Parroco della SS Trinità. Il suo più recene libro: “Economia della crisi. Il bene dell'uomo contro la dittatura dello spread" (Baldini & Castoldi - 2013).


  • Opinioni

    Elogio della gentilezza


    VORREI fare l’elogio della gentilezza, suprema arte che restituisce dignità all’umano, oggi in rovinosa caduta nella Napoli dei mille bordelli che, proprio per la penuria di “creanza”, si va ammalando, giorno dopo giorno, di incivile convivenza.



    JOHANN Wolfgang Goethe soggiornò a Napoli due volte nel 1787, a distanza di qualche mese. Nel suo viaggio in Italia ci restituisce non solo l’immagine vivida di luoghi di impareggiabile bellezza, ma soprattutto il carattere di un popolo che, per sua natura, il poeta riconosce essere gentile oltre ogni aspettativa.


    Non so se le impressioni di Goethe fossero intrise del sentimentalismo tipico dei viaggiatori nordici della sua epoca o se avesse inteso per gentilezza quel tratto ruffiano di un popolo pronto ad accattivarsi la simpatia del forestiero per vendergli ogni mercanzia.
 Fatto sta che la gentilezza è una esperienza umana che rende la vita degna di essere vissuta, e una città alla quale essa sia estranea diviene gelida e invivibile. Irrespirabile diventa l’aria di quel posto dove la gentilezza è oppressa.



    Riconosco che a qualcuno risulterà inopportuno, inutile parlarne ora, in un tempo dove altre sono le priorità, dove i problemi che ci attanagliano quotidianamente non sembrano risolvibili con il possesso di una diversa attitudine d’animo. Crisi economica, città senza visione politica, senza struttura istituzionale di riferimento, senza padre e senza madre, altro occorrerebbe, si dirà.
Eppure sono convinto che ridare la gentilezza a Napoli servirebbe a risollevarne il futuro.


    Non costa nulla la gentilezza ma porta in sé una tensione salvifica, una rendita di civiltà.
Noi purtroppo l’abbiamo svenduta per trenta denari di squallida volgarità e per questo motivo lo spazio vitale che era in nostro possesso, indispensabile per il futuro dei nostri figli, spazio politico, economico, spirituale e perfino quello fisico, destinato a essere occupato per la civile convivenza, resta ora proprietà privata contesa dai farabutti di sempre. Protetti dalla corrotta scorrettezza istituzionale, dalle parole scaltre dei venditori di fumo, dalla politica dei mercenari, a vantaggio della logica meretrice dei “figli di” che, senza valore alcuno e senza ritegno, si accaparrano i posti migliori.



    Volgarità che non risparmia i luoghi preposti a raccontare il sentimento alto e nobile della gentilezza, la scuola, la chiesa, la famiglia. Luoghi preposti a fare diga alla prepotenza dei forti e allentare le continue difficoltà della vita, a passare come tragico ed esaltante l’ascolto della vita come attenzione agli stati d’animo e alle sensibilità degli altri, a testimoniare la sfida di rendere leggera l’esistenza, ferita continuamente dall’egoismo e dalla idolatria del successo, dal sopruso dei delinquenti, a dare dignità a quelle emozioni scartate nel tempo dei falsi maestri e ritenute pratica di uomini deboli, irrise come la timidezza e la tenerezza, la mitezza e la speranza.
La gentilezza è il vero sapore dell’umanità che penetra nel cuore degli eventi, la più grande responsabilità che ognuno ha verso se stesso e i propri figli.


    Per molti oggi essere gentili è tempo sprecato visto quanto l’irruenza della prepotenza sembra vincere in ogni contesa. Cosa farsene di un’inclinazione noiosa, ritenuta roba da fessi, una virtù da falliti.
Eppure non esiste condizione interiore più forte per vincere l’arroganza della volgarità, per ripristinare percorsi rovinati dall’incuria dei valori perduti. Non esiste altra premessa per rendere possibile una rivoluzione politica, sociale, spirituale capace di cambiare il volto di una Napoli tumefatta.
La gentilezza è resistenza eroica, ancor di più quando è gentilezza sociale, è un ponte che ci fa uscire dai confini del nostro io facendoci partecipare della vita degli altri. Crea invisibili alleanze, invisibili comunità di destino, che superano la chiusura nel privato, lo scarto tra quello che mi serve e quello che è giusto, e smorzano la morsa della solitudine in cui si sente prigioniero l’onesto, inaugurando un tempo dove lo stare insieme è di nuovo lotta per la libertà.


    L’uomo gentile è un uomo amorevole che nelle parole, nelle espressioni, nei gesti, in ciò che propone e che offre rende evidente le sue migliori potenzialità, il meglio di sé; colui che in ogni relazione permette all’altro di percepire il rispetto e l’amore per la vita, la dignità come valore assoluto.
La gentilezza è il modo più autentico per dimostrare amore alla nostra terra, è la Vita che invita la vita stessa a danzare a un ritmo tale che la bellezza e la pace risuonano fino a spegnere ogni eco disarmonico.
Un atto gentile è una dichiarazione d’amore. Tutto con un po’ di gentilezza diventa accettabile, in ogni caso decisamente più umano.



    * Gennaro Matino  è docente di Teologia pastorale e insegna Storia del Cristianesimo presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Editorialista di 'Avvenire' e 'Il Mattino'.  Opinionista di 'La Repubblica". Parroco della SS Trinità. Il suo più recene libro: “Economia della crisi. Il bene dell'uomo contro la dittatura dello spread" (Baldini & Castoldi - 2013).


  • Op-Eds

    Screaming for Peace

    These words seem so far removed from us amid the crude reality of today’s increasingly devastating wars. Scream for peace, wrote Rabin.

    The Pope has echoed his words. “In many parts of the world,” writes Francis, “the decaying of fundamental human rights is incessant, especially the rights to life and freedom of religion. The tragedy of human trafficking, where men without scruples speculate on desperate lives, represents just one disturbing example. Along with the wars fought with arms in battle come wars less visible yet no less cruel, which are fought in the economic and financial fields with means just as destructive to lives, families, and businesses.” 
     

    Scream for peace so that beauty may triumph, says the Pope, so that hope can be born again, and all the races, cultures, creeds, and sexes of this planet can coexist. So that mutual respect can finally take root in our hearts. 

    In the meantime, peace is betrayed in every corner of the world. Pope Francis has the courage to scream for it, as do other well-meaning men, the interpreters of a new humanity who often go unheard. Peace! scream the just, to break the deafening silence surrounding the injustices of governments of dominant nations.

    To break the deafening silence surrounding the empty rhetoric. Peace is a revolutionary word in this time of politically corrupt, fabricated lies. The Pope has placed peace at the center of his ministry, as Gospel. He has called for the reconciliation between peoples by inviting warring governments to his house, the Vatican. Reaffirming that peace is possible only when you face one another. Dialogue alone can uncover the causes of divisive hatred. Dialogue is the only guarantee of safety for the people of the world.
     

    In the past, governments had War Ministries (in the U.S., a Department of War). Over time they changed into Defense Ministries (Department of Defense). What has emerged is a global diplomacy convinced that arms would never have been used unless said country had not been attacked.

    Perhaps it is time to entertain a new, revolutionary idea: the creation of a Ministry of Peace to combine the secular State and  the irreplaceable sacredness of harmony between different groups of people. Even when they have differences of opinion, those groups would know how to discuss those differences and learn from their diversity.

    These Ministers of Peace could finally engage in discussions on an international stage, rather than occupying the most profitable places in the world, and guarantee all the inhabitants of this special home, Mother Earth, a safe place to live. Scream peace. Declare an end to the times in which man is man’s worst enemy. Not until then will we discover, in the supreme beauty of brotherhood, the only way to save the world.

  • Opinioni

    Per una scuola che dica la verità


    NULLA cambia per quei milioni di ragazzi che, di questi tempi, giorno in meno, giorno in più, in Italia e a Napoli vedono riaprire i battenti della loro scuola. Ne ho visti di entusiasti e di più ricalcitranti nel loro primo giorno scolastico, trovandomi a passare dinanzi alla mia vecchia scuola elementare, la Luigi Vanvitelli, che da più di un secolo è la più antica scuola del Vomero.

    Generazioni di bambini, dai pantaloni alla zuava ai pantaloncini corti, dalle cartelle di cartone nero ai moderni zainetti l'hanno attraversata e non è raro che sullo stesso banco prima i nonni, poi i padri e i nipoti hanno fatto il loro bravo dovere di studenti. Ancora oggi mi emoziona vedere ragazzi vocianti, a valanga uscire da scuola, e alle loro miste voci confondere quelle della memoria, volti di bambini compagni che hanno colorato la mia infanzia: le bambine dal grembiule bianco, i maschietti quello blu.

     
    Diversa oggi la divisa dell'alunno, uguali i problemi, forse più accentuati di allora, di certo più avvertiti. Puntuali, come ogni nuovo anno, le promesse dei politici che saranno superati presto per una scuola all'altezza delle attese, puntuali i dibattiti sulla responsabilità della scuola in un tempo complesso che richiede giovani preparati alla sfida di una era globalizzata. Intanto viene messa a dura prova, tra parole vere e di circostanza, la speranza. Speranza che cerca soluzioni, che vorrebbe parole capaci di "via d'uscita" , di superare l'imbarazzo di questo tempo nel quale ci si sente imprigionati, paralizzati, impediti dal poter combattere la diffusa e penetrante tentazione al pessimismo, frustrati nel sognare di offrire ai propri figli un mondo migliore.
    Eppure non esiste altro modo di amarli davvero che lasciare loro un futuro da sognare, unica possibilità che un educatore ha per esercitare la sacra passione del passaggio del testimone.


    Non è semplice, ne sono convinto, rischiare di questi tempi parole controcorrente, parole come "ce la possiamo fare", come "coraggio oltre ogni rassegnazione", tuttavia questa resta la vera sfida per chi vuole mettere sottosopra la morte dei sogni. La scuola ha la grande responsabilità di organizzare la speranza per i ragazzi, responsabilità di far vibrare in loro parole significative capaci di durare nel tempo e permettere di dare forza alle loro aspirazioni.

     
    Tuttavia nulla potrà da sola se nelle nostre case, nelle nostre famiglie, stanche e costrette alla fuga dagli ideali, è stata sotterrata la parola "futuro". Cantava Giorgio Gaber: "Non insegnate ai vostri bambini la vostra morale, è così stanca e malata potrebbe far male, forse una grave imprudenza è lasciarli in balia di una falsa coscienza". Parole che pesano e possono essere considerate una sorta di testamento spirituale di Gaber che facendosi pedagogo dolcissimo ma determinato, indica come primario, nel ruolo educativo, il bisogno di "dare fiducia all'amore", perché "il resto è niente". "Non insegnate ai bambini, ma coltivate voi stessi il cuore e la mente, stategli sempre vicini, date fiducia all'amore, il resto è niente".

     
    Nessuna scuola da sola sarà capace di passare futuro, inventare speranza per i nostri figli se verranno privati della fiducia nell'amore che può essere sperimentata pienamente nelle mura chiusa della propria casa. "Stategli sempre vicino". Ma quando? Spesso, dobbiamo riconoscerlo, i figli quando nascono sono ricchezza e problema, e i genitori, per necessità o per vizio comportamentale, provano da subito a mettere in campo una strategia della semplificazione della convivenza con loro. Il ruolo genitoriale si passa, di supplenza in supplenza, ad altri soggetti che, all'altezza o meno del loro compito, devono costruire ponti con chi si aspetterebbe altre sponde. Comunicazione quanto basta, priva di spiegazioni.

     
    Il dialogo con i genitori resta essenziale, stanco, poche centinaia di vocaboli per non dirsi nulla. Televisori, play station, game boy e cellulari aiutano nella rarefazione dei rapporti diretti fra le generazioni. Quattro ore al giorno davanti alla tv, almeno un'ora con i videogiochi, il resto, quando non è scuola, è telefonino. E quando la semplificazione dell'adulto non risponde alle attese, non garantisce quella libertà che andrebbe riconsiderata il giorno in cui si mette al mondo un figlio, è il bambino che è irrequieto, iperattivo, scostumato, violento, depresso, forse malato. E la responsabilità è di altri, soprattutto della scuola. Difficile dirsi la verità, ma solo la verità renderà il futuro possibile, solo la verità inaugurerà la rivoluzione della speranza.


    * Gennaro Matino  è docente di Teologia pastorale e insegna Storia del Cristianesimo presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Editorialista di 'Avvenire' e 'Il Mattino'.  Opinionista di 'La Repubblica". Parroco della SS Trinità. Il suo più recene libro: “Economia della crisi. Il bene dell'uomo contro la dittatura dello spread" (Baldini & Castoldi - 2013).


  • Opinioni

    Uomo, sei ancora merce




    “OGNI cosa ha il suo prezzo, ma nessuno saprà quanto costa la mia libertà”. Così cantava Edoardo Bennato negli anni Settanta. Erano anni di grandi speranze e di ideali traditi. Il movimento studentesco del 1968 aveva dato il via in Italia a un periodo di fermenti sociali, una grande stagione di azione collettiva. L’organizzazione della società italiana veniva messa in discussione, ogni livello della sua rappresentazione ridisegnato e ripensato alla luce delle nuove idee. Il movimento di protesta, dalle università e dalle scuole, si diffondeva nelle fabbriche e dilagava in tutta la società. Tutto sembrava destinato a cambiare, presto. La politica puntava alle riforme, cercava di contenere la protesta collettiva. Non ci riuscì. Si aprirono dibattiti, si discuteva di diritti civili. I giovani provarono a rintuzzare i poteri forti.

    Ma intanto la rabbia per i diritti negati, la protesta delle piazze e il rumore delle idee degenerava a macchia d’olio in lotta armata, per tutto il territorio nazionale. Steccati, muri, trincee violente si ergevano in nome di una libertà che si riteneva svenduta al capriccio di poteri forti.


    A Napoli, negli stessi anni, la protesta giovanile e l’endemica precarietà del vivere provarono a cucirsi insieme un solo abito rivendicativo.

    Impresa mai riuscita, mentre il colera dell’agosto del ’73 con i suoi morti e la sua vergogna segnarono per sempre il destino di una città che da allora in poi non seppe più trovare una via d’uscita, se mai ne avesse avuta una davvero percorribile e se, soprattutto, ci fosse mai stata volontà politica di perseguirla.


    Anni di idee forti, anche sbagliate, ma coraggiose di futuro che provarono a raccontare di speranza e di riscatto, di quella libertà cantata da Bennato con la sua “Venderò”. Libertà come spazio vitale indispensabile per progettare qualsiasi impresa, libertà che non ha prezzo e non può essere svenduta.


    Oggi, benché la crisi dei mercati abbia di fatto decretato il fallimento dell’uomo economico che ha messo in vendita la sua libertà per qualche spicciolo di benessere, scegliendo la dimensione monetaria dei sentimenti e delle aspirazioni, non si intravede, soprattutto nel meridione, una ribellione positiva e pacifica dei cittadini, dei politici, degli uomini di pensiero e di fede allo strapotere tirannico della sola economia.


    Una rivoluzione di idee e di pensiero capace di riportare al centro dell’interesse generale l’uomo concreto, la sua vita relazionale, salvando quell’aspirazione alla libertà, orizzonte di nuova sostanza in tempo ammuffito di parole inutili.

    Il nostro tempo è ancora malato di mercificazione, i mercati hanno fallito ma tutto è ancora ridotto a merce.


    Tutto ha un prezzo, tutto sembra essere sottoposto allo strapotere del denaro. Ma quanto vale la lotta per un mondo migliore? Quanto costa la parola data? Tutto ha un prezzo, una riduzione indecorosa in prodotto economico di cose che per loro natura non sarebbero oggetto di scambio commerciale.


    Quanto costa una qualità umana? Quanto bisogna pagare per instaurare relazioni? E le tradizioni culturali, gli ideali, i valori fondamentali, che prezzo hanno? Se esiste oggi una caduta così vistosa della libertà, una perdita del suo desiderio è perché il fine della nostra vita è stato seviziato dalla degenerazione del possesso, perché l’orizzonte del nostro futuro è mutato ed è mutato l’oggetto del nostro desiderio.


    Non abbiamo più aspirazioni comuni, non ideali, non amore per quello che siamo insieme, per il nostro essere comunità. Cerchiamo la sola soddisfazione individuale, e la cerchiamo dal ruolo sociale che ci permetta di essere riconoscibili tra gli altri, di essere qualcuno e quando non ci riusciamo ci sentiamo falliti, vinti, depressi.


    C’è una grande retorica nella comunicazione massmediale dell’autorealizzazione per chi sa adeguarsi al ritmo dei tempi e far emergere in lui il desiderio di potersi affermare, una retorica che consegna una patina di magnificenza e splendore alla vita di chi ha successo. Niente da obiettare, nulla di male nel voler lottare per migliorare la propria vita, nel voler ottenere i migliori risultati raggiungibili grazie ai propri meriti e al proprio impegno. Ma è triste constatare che diffusamente dilaga la sensazione che in realtà la lotta di chi cerca la parte migliore non contenga valori particolarmente nobili al di là della sola soddisfazione personale calcolata in base al metro comune di giudizio.


    E se per tale raggiungimento “a tutti i costi” nel frattempo si sono determinate in altri compagni di viaggio sofferenze, disagi, fallimenti, poco importa: mors tua, vita mea!



    * Gennaro Matino  è docente di Teologia pastorale e insegna Storia del Cristianesimo presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Editorialista di 'Avvenire' e 'Il Mattino'.  Opinionista di 'La Repubblica". Parroco della SS Trinità. Il suo più recene libro: “Economia della crisi. Il bene dell'uomo contro la dittatura dello spread" (Baldini & Castoldi - 2013).

  • Opinioni

    Quell'infanzia svenduta, rubata




    L’INCUBO più terribile di ogni genitore è quello di non trovare più il proprio bambino. È un attimo, ti giri e nel luogo dove era un secondo prima il piccolo non c’è più. Quando ero bambino mi capitò di perdermi, una distrazione innocente dinanzi a una vasca di pesciolini.

    E mia madre per un giorno intero provò cosa significasse morire restando vivi. Avevo solo due anni, ma quelle immagini di me vagante per una città sconosciuta, la paura e la solitudine, le lacrime nell’abbraccio ritrovato, mi sono rimaste scolpite dentro.


    Quanti sono i bambini scomparsi in Italia? Quanti nel mondo? I dati parlano di cifre impressionanti a conferma di un fenomeno quanto mai esteso, che sembra non conoscere fine. Secondo le stime, almeno 8 milioni di bambini scompaiono ogni anno, vale a dire 22.000 bambini al giorno. Un fenomeno complesso, dietro il quale si celano i più svariati motivi: dall’allontanamento volontario da casa, al rapimento per mano di malviventi o nel caso in cui uno dei genitori, in conflitto con l’altro, decide di far perdere le proprie tracce e quelle del figlio.


    Il fenomeno riguarda tutti i paesi del mondo che oggi, per sensibilizzare l’opinione pubblica, celebrano la Giornata internazionale dei bambini scomparsi istituita nel 1983 in memoria di Etan Patz, bimbo di 6 anni, sparito a Manhattan il 25 maggio del 1979, di poco più grande della nostra piccola Angela Celentano, scomparsa sul Monte Faito, in provincia di Napoli, il 10 agosto 1996. I suoi genitori non hanno mai perso la speranza e continuano a cercarla. Sono ancora tanti i genitori che chiedono allo Stato e alle istituzioni di non mettere la parola fine sulla ricerca dei loro figli.


    Esiste però un’altra infanzia rubata, diversamente dolorosa e il rischio di perderla è più che reale.


    La convenzione internazionale del 1989 sui diritti d’infanzia s’impegna a garantire la protezione dei bambini e le cure necessarie al loro benessere, la legge prevede che i bambini non siano mai abbandonati a loro stessi. Da decenni, ormai, i Paesi cosiddetti evoluti, tra i quali il nostro, si adoperano con convegni, dibattiti e studi sul mondo minorile per garantire a ogni bambino una crescita armonica e uno sviluppo equilibrato della personalità, tuttavia è fin troppo evidente che tutto questo non basta per proteggere dal violento mondo degli adulti la tenerezza dei più piccoli.


    E’ sotto gli occhi di tutti il dramma di un’infanzia svenduta, di come quotidianamente venga violato il diritto di troppi bambini all’identità, alla famiglia, alla salute, all’istruzione, all’uguaglianza, alla tutela dallo sfruttamento e dall’uso di droghe. Neonati abbandonati nei cassonetti, bambini preda di pedofili o di commercianti di organi, per non parlare dei bambini usati come manovalanza dalla malavita o di quelli che ancora muoiono per malnutrizione, per il gelo o per gli incendi nei campi profughi o annegati per trovare asilo in terra amica. Viviamo in una società che si reputa civile ed evoluta, ma che in realtà non è in grado di garantire ai bambini una vita serena, né il diritto al gioco senza il quale non si è più bambini.


    Anche i piccoli più fortunati sono diventati ignare vittime di un mondo globalizzato che mentre si adopera con ogni mezzo per soddisfare il bisogno di affetto e di protezione, dall’altro non si è lasciato sfuggire l’occasione di trasformare i nostri figli da soggetti bisognosi di cure in oggetti che rispondessero in maniera eccellente ai bisogni del mercato. Sta di fatto che un tempo persino la malavita rispettava la dignità dei bambini, oggi si può ucciderli senza pietà trasformandoli per calcolo diabolico in una insignificante pedina da regolamento di conto.

    Ma c’è di più: i nostri bambini sono derubati da adulti non cresciuti, i loro sogni sacrificati per capricci insani di chi non sa cosa significhi responsabilità di stato.


    Per affermare una presunta autonomia, spesso l’adulto dimentica che, il giorno in cui gli nasce un figlio, la sua libertà è investita sulla felicità del piccolo e, benché ogni adulto abbia il suo nome proprio, quando diventa genitore i connotati della sua storia sono irreversibilmente trasformati da un nuovo nome: mamma, papà.


    Cantava Giorgio Gaber: “Non insegnate ai bambini la vostra morale, coltivate voi stessi il cuore e la mente, stategli sempre vicini, date fiducia all’amore, il resto è niente”.


    È il testamento spirituale di Gaber che lo ha scelto come accompagnamento musicale per il suo funerale. Gaber facendosi pedagogo dolcissimo suggerisce di “dare fiducia all’amore”, perché “il resto è niente”.


    Già, proprio così, per i nostri bambini, il resto è niente.



    * Gennaro Matino  è docente di Teologia pastorale e insegna Storia del Cristianesimo presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Editorialista di 'Avvenire' e 'Il Mattino'.  Opinionista di 'La Repubblica". Parroco della SS Trinità. Il suo più recene libro: “Economia della crisi. Il bene dell'uomo contro la dittatura dello spread" (Baldini & Castoldi - 2013).

  • Opinioni

    Europa distante. Un fallimento della politica


    QUANTO ancora lontana sia la comprensione di uno Stato sovranazionale che venga avvertito dai comuni cittadini come casa comune. Gli esperti sostengono che il calo dei votanti alle europee sia fisiologico in quanto è un voto vissuto con minore convinzione dagli elettori rispetto alle politiche e alle amministrative.


    Tuttavia, proprio questa progressiva disaffezione e la valanga di astensionismo che si registrerà domenica prossima, la dice lunga su quanto la politica abbia fallito e quanta responsabilità ci sia stata da parte degli Stati nazionali nell'aver affondato il sogno di popoli uniti nella costruzione del bene comune.


    Non c'è una spinta ideale che possa convincere davvero sulla necessità del voto, non c'è una protesta eroica per decidere di non farlo. Resta un fatto, semplice e drammatico, l'Europa per molti non esiste, è solo un nome su una carta geografica. La scelta di quanti non andranno a votare non solo renderà palese la presa di distanza di chi non ha mai creduto o ormai non crede più nell'Europa, ma anche l'amarezza di chi, credendo ancora in quel sogno, avrebbe voluto partecipare attivamente alla sua costruzione da cittadino consapevole e non da suddito.


    Democrazia è partecipazione, resa di significato per i bisogni di ogni giorno, risposta alle attese di giustizia e di pace che riguardano ogni uomo che vive in una comunità specifica. Partecipazione è farsi carico per la propria parte della responsabilità comune che non si delega.


    Tuttavia siamo stati esclusi dalle scelte decisive che riguardano la nostra vita, senza poter esercitare questa responsabilità e se questo già provoca in noi una progressiva perdita di contatto con le istituzioni nazionali, che promulgano leggi quasi mai in sintonia con i cittadini, avremmo voluto che almeno l'Europa fosse stata cosa diversa.


    Invece l'Europa sembra un'intrusa, un'istituzione ancora più distante culturalmente come non necessaria, inutile, poco familiare, tanto quanto le sue determinazioni. Anzi, per il cittadino comune, al di là del voto di domenica, è difficile comprendere perfino cosa significhi essere europei, difficile ancor di più se si sente limitato da disposizioni restrittive. E questo perché poco si è investito sulla cultura europea che resta somma di diverse lingue e non desiderio di unità. Non si è intrapresa una strada capace di impegnare diversi popoli in una visione di vita comune e condivisa, compresa da tutti come utile a tutti. Difficile credere nell'Europa dei popoli se ancora non si è determinato un contrappeso politico e ideologico alla tecnocrazia che decide da sola senza consenso popolare, segnando il destino di intere popolazioni con scelte economiche pesanti, imposte dall'alto, avvertite dalla gente come odiose.


    Come certifica l'Istituto Toniolo, per sei giovani italiani su dieci, l'Ue è un progetto sostanzialmente fallito e le istituzioni politiche comunitarie non sono state all'altezza delle sfide degli ultimi anni. Sentimento ancor di più esteso alle nostre latitudini, a Napoli e nel Meridione, dove l'Europa non esiste affatto, come non esiste ancora compiutamente l'unità d'Italia. Il disgusto per la politica ha fatto il resto, ha cambiato i connotati della partecipazione popolare e se i parlamenti nazionali, quanto i consigli comunali, sono ritenuti inutili, difficile pensare che possa essere diverso per il parlamento di Strasburgo.


    D'altronde lo sanno bene i diretti interessati, i candidati alle europee e i loro partiti, che poco si stanno impegnando in questa improvvisata sfida elettorale, senza emozioni, senza programmi, senza progetti, senza nessun manifesto, nessuna strategia, solo il dolore di una perdita, la morte dell'idea originaria di Europa così come sognata dai padri fondatori. Una visione sfumata per la miopia di una classe politica mediocre che dichiara la sua incapacità nel saperla raccontare, il fallimento di un progetto visionario dilapidato sul tavolo marcio di banchieri spudorati e di burocrati incartati.


    Qualche comizio qua e là, più di rumore e di colore che di contenuti, un solo auspicio per tutti: che tutto termini in fretta. A prevalere resta la falsa preoccupazione che a trionfare siano i populismi, quelli di vecchi e nuovi urlatori che sparano nel mucchio per raccattare carcasse, ma restano comunque complici del sistema, anch'essi prossimi sconfitti per aver partecipato a qualcosa in cui neppure credono.


    * Gennaro Matino  è docente di Teologia pastorale e insegna Storia del Cristianesimo presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Editorialista di 'Avvenire' e 'Il Mattino'. Parroco della SS Trinità. Il suo più recene libro: “Economia della crisi. Il bene dell'uomo contro la dittatura dello spread" (Baldini & Castoldi - 2013).


  • Opinioni

    Riuscirà Francesco a smantellare le resistenze all'interno della Chiesa?


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    Dodici mesi da Papa, Bergoglio ha lanciato una sfida alla Chiesa e al mondo credente. Attenti osservatori, cattolici e laici, gridano alla rivoluzione. Il rischio è che il rumore delle sue parole restino bloccate alla periferia dell’annuncio, ma non abbiano la forza di riorganizzare la struttura ecclesiastica. Un rischio che, se dovesse risultare tale, trasformerebbe il pontificato di Francesco nel più grande dramma della Chiesa cattolica.


    Non è un giudizio su Francesco, ma sulla gerarchia della Chiesa che sembra non essere ancora pronta, al di là delle parole di circostanza, alla rivoluzione annunciata, come d’altronde non è stata capace di rischiare il cambiamento auspicato dal Concilio Vaticano II, un evento ben più importante dell’elezione di un papa. Indubbiamente gli osservatori di questioni vaticane sono contenti di riempire le pagine dei giornali per raccontare il nuovo verbo di Francesco, ma quasi tutti dimenticano che basterebbe che la Chiesa desse finalmente corso alle sue quattro costituzioni e alla visione organizzativa che si è data con il Concilio, che lo stesso Francesco sarebbe di gran lunga superato. Egli stesso ne sarebbe felice.


    Certo va dato merito al Papa il mettere in discussione il presente della Chiesa con parole inaudite che rispondono alle attese di tanti che vorrebbero una Chiesa madre e non matrigna, di uomini e donne emarginati dalla vita ecclesiale per le loro scelte e condizione di vita. Indubbie aperture, quelle del Papa, alla condizione omosessuale, ai separati, ai divorziati, ma benché le sue parole abbiano giustamente fatto rumore e creato attese, altre, necessarie a garantire una riflessione ampia e seria della Chiesa su stessa, per ripensare il suo ruolo e la sua missione nel mondo, sembrano essere pronunciate con minor forza.


    Parole nuove come elezione dei vescovi, criteri di scelta e di invio, rapporto tra chiesa locale e chiesa universale, ruolo del laicato nel governo della chiesa, celibato sacerdotale, ammissione delle donne ai ministeri ecclesiastici, governo delle diocesi e efficienza pastorale, che invece vengono ritenute più di ambito tecnico per addetti ai lavori. Eppure sarebbero proprio queste le parole che garantirebbero un ripensare insieme le grandi tematiche avanzate dal Concilio, colpevolmente insabbiate da una gerarchia che, dietro la presunta preoccupazione di difendere la tradizione, ha invece garantito più il proprio potere che il bene della comunità.


    Riuscirà Francesco a smantellare questa struttura resistente? La sua parola sarà capace di trapassare il muro di un potere incancrenito? Sarà interessante capire quali saranno le sue prossime decisioni, in tanti guardano al Sinodo del prossimo ottobre sulla famiglia come a un evento decisivo. Personalmente la penso diversamente perché delle novità certamente arriveranno in campo matrimonialista, si parlerà del rispetto della condizione sessuale di ognuno uomo e sarà già tanto. Tuttavia, solo un nuovo Concilio potrebbe dare a Francesco la forza necessaria per garantirgli una riforma globale della Chiesa che porti a compimento le intuizioni del Vaticano II, un sostegno di tutta la Chiesa al Papa che il rumore di una piazza San Pietro gremita o di una piazza mediatica non può inventare.

    * Gennaro Matino  è docente di Teologia pastorale e insegna Storia del Cristianesimo presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Editorialista di 'Avvenire' e 'Il Mattino'.  Opinionista di 'La Repubblica". Parroco della SS Trinità. Il suo più recene libro: “Economia della crisi. Il bene dell'uomo contro la dittatura dello spread" (Baldini & Castoldi - 2013).


  • Opinioni

    Emancipate voi stessi dalla schiavitù mentale


    CHI ha paura di sognare è destinato a morire», così cantava il più alto interprete della musica reggae, Bob Marley, poeta di pace che lasciava la vita in questo stesso giorno del 1981, stroncato da un male contro cui, per ubbidienza alla propria fede religiosa, aveva deciso di non combattere.


    Marley è considerato uno dei musicisti più influenti di tutti i tempi, ma è molto di più, è un grandioso interprete della libertà e della pace, voce politica della lotta non violenta contro ogni oppressione razziale. Tanto da meritare nel 1978 la medaglia della pace delle Nazioni Unite.


    Anche Napoli ha voluto ricordarlo l’altra sera all’Arenile di Bagnoli, sul palco alcuni tra i più grandi seguaci del genere reggae, tanta gente, giovani e meno giovani, a celebrarne la memoria. Una sua frase, catturata da una sua celebre canzone, “Redemption Song”, riesce ancora a far giocare i miei sogni: «Emancipate voi stessi dalla schiavitù mentale, nessuno a parte noi stessi può liberare la nostra mente».


    Emanciparsi dalle passioni, verità che accomuna uomini giusti, diversi per fede e per percorsi intellettuali. Emanciparsi dalla schiavitù mentale, potenza straordinaria di un messaggio capace di superare il tempo: non si può essere veramente liberi se non si libera la propria mente, se non si rende trasparente il proprio cuore, perché non si può chiedere agli altri quello che non si pretende da se stessi. Fatica immane, ma fatica indispensabile per essere liberi.


    Un invito a rendersi padroni del proprio destino, a riprendersi se stessi, un sentimento di speranza che interpella ancora con più forza un oggi senza visionari, un tempo di nuove sudditanze perverse e schiavitù striscianti in cui oscuri padroni decidono per tutti e decidono male senza mai chiedere il permesso.


    Un Occidente anemico di sogni, un’Europa di cui dovremmo essere cittadini, capaci di costruirla insieme, ma ci accorgiamo dolorosamente di non avere armi ideali e colori di speranza per determinarne il destino.


    È strano che proprio nella nostra epoca dove ognuno sembrerebbe padrone della propria storia, dove a proposito e a sproposito si parla di autodeterminazione, si avverta un senso di disagio riguardo alla comprensione e all’uso della libertà.


    Mentre si parla di tempo dello sviluppo economico e scientifico, mentre si esalta la conquista della forma democratica di vita civile e politica, mentre si celebra la storia passata dei martiri della libertà, gli uomini sperimentano, proprio nel nostro malato mondo occidentale, come una perdita di identità, di vuoto di comprensione del loro ruolo nella storia.


    Ci sentiamo come sballottati ora da un lato ora dall’altro dall’ebbrezza del nostro potere o dalla povertà delle nostre risorse.


    Siamo capaci di conquistare lo spazio, ma impotenti dinanzi alle mille sconvolgenti notizie di cronaca che segnalano quanta violenza, crimine, depravazione, vive nelle nostre stesse strade.

    Vorremmo tutti essere protagonisti attivi della trasformazione del mondo e delle nostre vite, ma qualcosa ci sussurra nel profondo di non illuderci. È come se avessimo perso la strada, la meta, di cui percepiamo l’assenza determinante, ne soffriamo, vorremmo scorgere una luce capace di ricondurci a casa, ma non sappiamo come fare. E tutto questo genera disagio, che diventa malattia del vivere uccidendo completamente i sogni, le aspirazioni, la gioia.

    «Per dare significato alla vita devi fare qualcosa», canta ancora Marley, devi continuare a sognare.


    Forse sarà per questo che il Maestro di Galilea invitava a considerare la vita come una scoperta di fanciullezza, una riconquista del sogno perduto. «Se non diventerete come bambini non sarete felici ». E quel sogno fanciullo auspicato per tutti non era proposta confessionale. Era una rivoluzione, il desiderio di un mondo guardato con gli occhi dell’innocenza. Occhi di uomini che non avrebbero dovuto vergognarsi dei propri sogni, che anzi avrebbero lottato per ritornare a guardare la vita con occhi di bambino.


    La differenza tra un vecchio e un ragazzo non sono gli anni, sono i sogni. Un vecchio non vede che il suo passato e vive di nostalgia e di rimpianti. Un giovane corre i suoi sogni e aspetta di interpretarli. E così è facile incontrare vecchi giovani e giovani vecchi. Colpa del sogno.

    La lotta per la libertà non è una lotta persa, se resisteranno i sognatori, se libertà resterà una parola sconvolgente che non può essere offesa dall’uso nauseante che se ne fa nei salotti perbenisti, nelle chiese decadenti, nei parlamenti parolai, ma parola di speranza per riconquistare i nostri sogni ceduti per pochi spiccioli a farabutti da quattro soldi.


    * Gennaro Matino  è docente di Teologia pastorale e insegna Storia del Cristianesimo presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Editorialista di 'Avvenire' e 'Il Mattino'. Parroco della SS Trinità. Il suo più recene libro: “Economia della crisi. Il bene dell'uomo contro la dittatura dello spread" (Baldini & Castoldi - 2013).




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