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“Apertura, inclusione, uguaglianza. Per una società migliore”

Letizia Airos (September 30, 2016)
Intervista a New York con Ministro dell'Università, Istruzione e Ricerca, Stefania Giannini. “Credo che oggi più che mai la parole chiare fondamentali dei sistemi educativi, dei sistemi scolastici e dell’intera società siano apertura, inclusione, uguaglianza. Nella mia azione politica, ispirata ad una visione direi liberale del mondo, sto cercando di affermare questi principi.”

Le chiedo una conversazione semplice, un'intervista realizzata per divulgare il lavoro che sta svolgendo, senza entrare in dettagli troppo specifici. E Stefania Giannini, Ministro dell'Università, Istruzione e Ricerca da febbraio 2014, accetta con entusiasmo.

È nata a Lucca,  ha studiato presso le Università di Pisa e di Pavia, è una professoressa ordinaria di Glottologia e Linguistica, ed è stata Rettore dell'Università per Stranieri di Perugia. E, cosa di particolare interesse per chi vive all'estero, è stata membro della Commissione nazionale per la Promozione della Cultura Italiana all'Estero del Ministero degli Affari Esteri.

Incontro la Ministra nella sala degli ospiti del Consolato Generale d’Italia, durante una pausa della sua recente visita a New York.

Le chiedo subito di “presentarsi” ai nostri lettori. Lei lo fa così:

“Di professione sono linguista, quindi mi sono occupata fin da giovane di cultura classica, di rapporti tra le lingue e i luoghi, del loro sviluppo nella storia  della cultura occidentale. Ho fatto il Rettore di una importante e prestigiosa università con una forte vocazione internazionale e in quel ruolo, fino a pochi anni fa, mi sono molto occupata anche del rapporto bilaterale con gli Stati Uniti.”

Quali sono i punti cardine della sua attività riformatrice, da Ministra?
 

“Credo che oggi più che mai le parole chiave fondamentali dei sistemi educativi, dei sistemi scolastici e dell’intera società siano apertura, inclusione, uguaglianza. Nella mia azione politica, ispirata ad una visione direi liberale del mondo, sto cercando di affermare questi principi. Ho combattuto per una riforma della scuola molto discussa, forse qualche eco è arrivato anche qui, almeno in quella comunità italiana che guarda con interesse al nostro Paese.  Sono orgogliosa che dopo l’approvazione stiamo attuando quei principi. Sono quelle le parole chiave per una società migliore, più che egualitarismo o merito.”
 

La sua visita  in America è breve ma intensa. Ce la riassume?

“È la mia prima missione da Ministro, ma non è certo la mia prima missione istituzionale. Nei ruoli che le dicevo ho avuto molte occasioni di visitare questo paese e di occuparmi anche direttamente di una migliore conoscenza della lingua, della cultura italiana. Adesso sono qui con due obiettivi molto precisi.

Il primo a Washington, ed è la partecipazione a un’importante conferenza internazionale sulla ricerca artica. È un tema su cui l’Italia ha eccellenze riconosciute, dal CNR (Consiglio Nazionale per le ricerche)  ad altri settori dell’accademia italiana che sono fisicamente impegnati in quelle aree. Il prossimo anno l'Italia ospiterà il G7, quindi questa è una tappa importante.

Poi ho pensato di accettare l’invito di Boston, in particolare del MIT, e di New York per associare a questa occasione istituzionale altre tappe. Era mio desiderio di entrare in contatto diretto con quell’ambiente fatto di innovazione, giovani, ricerca, imprese digitali e per misurare le potenzialità di maggiore collaborazione con noi, col nostro sistema.

Lo ha fatto anche incontrando molti ragazzi italiani con startup di successo, misurando con loro quello che il Governo sta facendo in questi settori. Aprendo anche una discussione franca sulle criticità che ancora abbiamo in Italia.

A New York ho avuto una giornata di incontri abbastanza fitti. Dall’Italian Academy for Advanced Studies della Columbia University, istituzione che conoscevo già molto bene dagli anni scorsi, alla Fordham University—per assistere come ministro ad un accordo tra la Fordham e un consorzio di università italiane che sta operando molto bene in America). Poi alla Casa Italiana Zerilli-Marimò della NYU, per parlare di riforme insieme al direttore Stefano Albertini. E anche del perchè il 4 di dicembre [data del referendum sulla riforma costituzionale, n.d.r.] si giocherà una partita importante per l’Italia e per l’Europa. Noi del Governo crediamo che la risposta sarà positiva, e ci consentirà di procedere ad una svolta di cambiamento che riteniamo necessaria.”

Parliamo della presenza italiana all’estero. Soprattutto di quel mondo della ricerca che ha incontrato. A volte in Italia lo si indica con un termine che io trovo balordo, anche nel suono:  “cervelli in fuga”…

“Certo, è un termine ormai superato.”

Allora di mobilità intellettuale?  Una mobilità circolare, che porta italiani in America, americani in Italia.  In un mondo in continua evoluzione.  Quali sono le nuove frontiere. Come si fa ad attrarre in Italia giovani studiosi ed esperti italiani e stranieri Cosa sta facendo il Governo e cosa vorreste fare?

“Noi abbiamo un’idea molto chiara che riassumo con semplicità, come giustamente lei mi chiede di fare. Se fino a pochi anni fa i paesi giocavano la carta della la competitività sul possesso delle materie prime, sulla presenza di grandi aziende in grado di stimolare la produttività industriale, oggi la partita si gioca anche sulla presenza e sula capacità di attrazione di talenti. Il capitale umano è un fattore fondamentale.

Oggi abbiamo bisogno di sistemi educativi che insegnino ad imparare, ad imparare più, e abbiamo bisogno di un ecosistema dell’innovazione che attiri i giovani e attragga appunto non quelli che scappano, ma quelli che circolano.

Il Governo è molto consapevole di questo e abbiamo già cominciato ad attuare alcune misure molto precise.  Gliene cito almeno due.

Una call internazionale aperta a studiosi, ricercatori, giovani o meno giovani, che siano italiani o meno, che vivano in Italia o in altri paesi, o stranieri che vivono in Italia … persone che si vogliono far valutare con un’asticella più alta per i loro meriti e la loro eccellenza scientifica. Si tratta di 500 cattedre da full professor e associate professor che lanceremo nei prossimi mesi.
 

Ma questo non basterebbe se non ci fossero anche operazioni top-down che si concentrano su aree precise del Paese, su discipline precise, con un piano di finanziamento strategico del governo e che diano appunto vita a quelle che noi in Europa chiamiamo le infrastrutture della ricerca, cioè sistemi ad alta concentrazione di aziende, centri di ricerca, università che lavorano sullo stesso tema.

Lo facciamo a Milano. È un progetto importante e il titolo è 'Human Technopole' perchè metterà insieme informatica, genomica e lavoro biomedico sulle malattie della società che invecchia. L’aging society è una delle grandi sfide che abbiamo in tutto il mondo occidentale, ma non solo. Un miliardo di euro di investimenti pubblici in 10 anni, con una forte prospettiva di attrarre anche risorse private. Qui ci aspettiamo 1600 posti per ricercatori e studiosi che guardino a Milano come si guarda oggi a Boston: un luogo bello, attrattivo, ecosostenibile per il sistema della ricerca, una città in cui scegliere di vivere.

Sono due azioni semplici tutto sommato, semplici nel senso che hanno una loro concretezza ma che spezzano una abitudine, questo sì, tutta italiana, di dare un po’ a tutti per non scontentare nessuno e finanziare, magari poco, ma il più possibile.”

Chi vive a New York sa che molti giovani ricercatori lasciano soprattutto il Sud, dove abbiamo un grande problema con le infrastrutture. I fondi di ricerca spesso sono scarsi, lavorare fuori dall'accademia è difficile.  Ma molti dicono che restare all'interno è ancora più difficile.

“Parlavo di Milano perchè è un’area post Expo, perchè Milano oggettivamente ha un territorio fertilizzato e fertilizzabile. Ma il 6 ottobre inauguriamo un importante centro di Apple a Napoli, nell’ex area di Bagnoli, insieme all’Università di Napoli Federico II. Ci sarò io personalmente. È un investimento che Apple ha fatto di sua sponte senza particolari sollecitazioni. Ha scelto Napoli perchè è una città vivace intellettualmente, perchè ci sono importanti università che costituiscono l’ecosistema dell’educazione superiore. È un esempio di come questo non avvenga solo al Nord.

Le dico sinceramente, parlare di una “questione meridionale” nell’università in un mondo globale, in cui si deve spingere per una qualià più alta e il più possibile diffusa nel paese, mi sembra un tema antico. Le soluzioni devono essere altre.

Bisogna far si che anche in Italia, al sud come al nord, ci siano delle opportunità per tutti quei giovani che vedono nella ricerca scientifica il loro orizzonte di vita. Sarebbe sicuramente un grande risultato - quando e se - un ragazzo da Milano scegliesse di trasferirsi a Palermo per studiare una disciplina che magari a Milano o a Torino non è così sviluppata. Oppure da Parigi, o Berlino, o New York scegliesse una città italiana.

Ma dal mio punto di vista è il sistema nazionale che deve essere reso efficiente. Spesso nel Sud—non credo di dire nulla di scandaloso—non è il sistema universitario ad essere debole, è l’infrastruttura sociale, politica, culturale che crea maggiori difficoltà di insediamento, di vita, anche di qualità della vita. E queste sono altre cose su cui il governo sta lavorando.
 

Insomma, io non mi sentirei di dire che il sud à svantaggiato in campo accademico. Soffre dei mali di cui soffre quella parte del paese e quindi è una terapia che deve essere fatta con antibiotico a largo spettro, non mirato all’università.”

Entriamo nel cuore del suo lavoro. Ci racconta come sta cambiando la scuola in questo momento, insieme a tutto il sistema universitario?

“In generale la scuola deve cambiare, non solo in Italia, perchè non ci sono più le certezze educative che potevano esserci nel secolo scorso. Una scuola che non insegna una forma di apprendimento continuo e non cambia il modello di insegnamento e di apprendimento, è una scuola destinata a rimanere vagone di coda e non locomotiva della società.  Ma la scuola per definizione è la locomotiva della società.

In Italia si sta cambiando in direzione dell’innovazione didattica, anche dei luoghi dell’apprendimento, grazie a grandi investimenti sull’edilizia scolastica e sui laboratori. La legge sulla “Buona Scuola” introduce criteri che finora erano assenti nel mondo della scuola italiana.  Alcuni non sono stati molto graditi, lo dico schiettamente, come il sistema di valutazione. Io sono il settimo ministro che prova ad introdurlo, e il primo che ci riesce. Anche se la reazione di una parte del mondo della scuola—non di tutto, ma di una parte anche rumorosa, coalizzata, e direi anche molto sostenuta dalle forze sindacali della scuola—è stata molto ostativa. Ma io continuo a credere che questo nuovo metodo di valutazione sia giusto,  perchè se un sistema non è in grado di autovalutarsi, di essere valutato, è difficile che possa capire dove funziona e dove non funziona. Serve per introdurre quelle modifiche che sono necessarie per trasformare i punti di debolezza in punti di forza e potenziare quelli che sono già punti di forza.

Tutto questo è importante soprattutto in un Paese che, come dicevano gli arabi, è troppo lungo, e quindi ha differenze molto vistose tra i centri e le periferie oppure, longitudinalmente, tra l’estremo sud e l’estremo nord.

Quindi valutazione, merito e autonomia scolastica, che è un’altra parola magica che abbiamo recuperato da una tradizione italiana che l’aveva nel suo codice genetico. Non ci dimentichiamo che l’Italia è il paese di Maria Montessori, non è il paese di burocrati ingessati dietro una scrivania. Tuttavia, un sistema educativo che non si è mai aperto all’innovazione ha finito per congelare questa grande tradizione educativa.
 

È questa una delle sfide più difficili. Quella di riportare la scuola al passo con non solo con i tempi ma nella vita reale.  Ecco appunto lo ha fatto Maria Montessori

“Assolutamente. E qui abbiamo superato con fatica anche un altro tabù, quello dell’alternanza scuola/lavoro, cioè l’esperienza in azienda o in istituzioni culturali durante il triennio della scuola superiore. Dall’anno scorso è obbligatoria per tutti gli studenti, sia negli istituti tecnici e professionali che nei licei. Coinvolgerà un milione e mezzo di ragazzi nel corso dei prossimi 3 anni. Significa spezzare il tabà del “prima si studia e poi si applica, in pratica, quello che si è studiato.”.

È un approccio molto “americano”…

“Le racconto un episodio avvenuto negli Stati Uniti, nel primo corso di aggiornamento che ho tenuto per gli insegnanti di italiano come seconda lingua qui al Queens College.  Era per italiani, ma era anche per docenti americani che insegnavano italiano. Feci una lezione di linguistica applicata, apprezzata devo dire. Però una di queste professoresse, simpaticissima, mi mandò un bigliettino dove scrisse questo più o meno ‘Oh, Stefania, wonderful lecture, everything was great, but if you want to catch the heart of Americans you must be more pragmatic.’
 

Avevo fatto una bellissima lezione di teoria, ma l’approccio era quello che abbiamo noi: ti do i principi, ti do le regole.  Certo questo è frutto di una straordinaria tradizione culturale europea che io non credo si debba smantellare, tutt’altro. Perchè c'è dell’altro ed è nella forza di questi intellettuali che troviamo a Boston, a New York o alla Michigan University.”

Portare la scuola fuori dalla scuola, l’università fuori dall’università... Una grande sfida...

“E il mondo esterno dentro la scuola. Non è banale! Credo sia importantissimo.”

Parliamo della lingua italiana. Come professoressa di Glottologia e Linguistica, lei non è un ministro-burocrate che affronta un problema da dietro la sua scrivania. La lingua italiana nel mondo, partendo dagli Stati Uniti, secondo lei perchè è importante? Cosa può rappresentare per uno straniero la lingua italiana?

“Intanto una premessa:  conoscere e imparare una lingua che non sia la tua lingua madre, non è solo avere un mezzo di comunicazione in più per lavorare, ma è un viaggio straordinario e insostituibile in un’altra visione del mondo. Con l'italiano questa visione del mondo si abbina a un Paese che è un gigante della cultura umanistica nel mondo occidentale. È un dato oggettivo, non lo scopriamo noi e ci viene largamente riconosciuto. Chiaramente è un arricchimento incredibile, direi insostituibile, per una persona che viene da altre esperienze culturali e linguistiche.

Negli Stati Uniti mi auguro che si possano consolidare i risultati che abbiamo ottenuto—uso il plurale volutamente—nel corso di oltre 10-15 anni di impegno per l’inserimento e l’affermazione dell’italiano come lingua dell’Advanced Program nei college, quindi poi come lingua di major o di specializzazione,. Questo è possibile grazie a due fattori: uno è nelle nostre mani, l’altro è nelle loro mani.

Quello nelle nostre mani, è continuare a sostenere la promozione della lingua, continuare a finanziarla al meglio possibile, anche modificando un po’ i vecchi schemi, insegnando la lingua in un più ampio progetto di promozione culturale. Per la mia conoscenza di questo Paese, il binomio language & culture qui lo invertirei in ordine di gerarchia di importanza, cioè culture & language.

Un americano lo avvicini attraverso l’interesse culturale che poi passa anche dal veicolo della competenza linguistica, più che il contrario, come avviene altrove”.

Questo è l’assunto centrale del nostro lavoro, con i-Italy! Presentare la nostra cultura in inglese, prima, e poi invitare a studiare l'italiano... È impossibile raggiungere un americano dicendo solo “studia l’italiano”…

“Non c’è dubbio! Quindi questo è il nostro dovere, e bisogna continuare così, con lucidità.

Un’altra cosa però la devono fare loro. Sento che stanno facendo doversi tagli non solo per l’italiano, ma per le lingue straniere nei dipartimenti di humanities delle più importanti accademie. Questa è una scelta politico-culturale che vedo molto pericolosa. Un paese già cosi rigidamente monolingue, se chiude le porte e le finestre nel momento in cui quello che serve è massima apertura, è massima, deve avere la consapevolezza di quali possano essere le conseguenze sulle prossime generazioni.”

È la storia che insegna su questo tema in America.  Più generazioni di italo-americani hanno perso la loro lingua originaria 'obbligati' dalla necessità di integrarsi e parlare solo inglese.

“Questo forse non riguarda solo l’italiano, era una policy che riguardava tutte le lingue. Quindi, come dire, noi facciamo il nostro però richiamiamo anche con un po’ di coraggio le responsabilità loro, perchè è come se sottraessero dal conto corrente culturale dei loro figli e dei loro nipoti un vero e proprio patrimonio.”

C'è un messaggio.  Qualcosa che lei pensa sia importante in questo momento, che vuole dire e che io non le ho chiesto?

“In generale, rivolto agli Stati Uniti,  agli italiani che sono qua ma anche forse  ad qualche appassionato del nostro Paese… Penso che mai come oggi quel collegamento stretto tra Europa e America, e particolarmente tra Italia e America, sia  solido.   C'è il filo d’acciaio ad alta conduttività della diplomazia scientifica, della diplomazia culturale che ci lega.  È quindi di straordinaria importanza investire sempre di più in queste collaborazioni, in questi contatti, non focalizzarsi solo sul rendimento, anche scientifico, del giorno dopo, dell’anno dopo. Va benissimo quindi investire sull’innovazione, intesa come deve essere intesa, cioè trasferimento tecnologico, start-up, e questo deve sempre essere accompagnato ad una sensibilità crescente per la dimensione culturale”.
 

All'inizio le ho chiesto di presentarsi.  Dietro un ministro, chi occupa una carica istituzionale,  c'è sempre una persona con la propria storia. Spesso si dimentica quest'aspetto. Si parla con l’istituzione... Si rimane distanti. Ma lei è anche una donna e una mamma...  Quali sono i primi pensieri che l’attraversano la mattina quando si sveglia e intraprende il suo lavoro di Ministrro?

“Questa è una domandona! Non nego che i primi pensieri sono quasi sempre legati a quello che mi aspetta nella giornata, come credo sia doveroso per una responsabilità gigantesca, per gestirla al meglio. Però personalmente io ho una fortissima attenzione anche all’aspetto diciamo affettivo della vita: i figli, l’amore. E rifletto di continuo sul fatto che per una donna in carriera—in Italia sicuramente, ma forse anche qui da quel che vedo—i prezzi da pagare sono ancora veramente sempre molto molto alti. Mi auguro che per le nuove generazioni (dice rivolgendosi con uno sguardo dolce ai consoli Isabella Periotto e Chiara Saulle, presenti alla conversazione) i pensieri siano un po’ più leggeri, ecco.”


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