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Al telefono con Claudio Baglioni

Da Roma uno degli artisti italiani più amati ci parla del suo tour “Un Solo Mondo - One World” che il 17 dicembre toccherà New York con un concerto molto atteso all’ Angel Orensanz Foundation. Previsto anche un incontro/conversazione alla Casa Italiana Zerilli Marimò il 16 dicembre

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La sua voce arriva dopo una breve attesa musicale. Le note sono quelle di “c'è solo un mondo ed è un mondo solo”.
 

Si scusa per un piccolo ritardo. Mi saluta ed entra in redazione. E’ una voce piena, che riempie, inconfondibile, quasi non si sente la distanza. Come un caro amico racconta del suo prossimo concerto a New York, del suo tour in tutto il mondo, del ritorno in Italia, parla di emigrazione e del mondo che ha incontrato all’estero.


One world è il primo tour internazionale di Claudio Baglioni dopo circa vent'anni. Cominciamo con chiedergli perchè. Perchè ha aspettato tanto.

“Me lo chiedo anch'io, è stato un peccato. Ho smesso di girare per molto tempo, o almeno ho lavorato a progetti più localizzati. Circa vent'anni fà ho avuto una sorta di crisi d'identità. Si rischia di andare, di spostarsi da una parte all'altra del mondo, senza però riuscire a catturare quella suggestione che ogni viaggio può dare. Il mondo sembra uguale in ogni città, senza sorprese, senza emozioni particolari. Allora mi ero  detto: meglio coltivare un rapporto con un pubblico più vicino.

E poi finalmente questo 2010… quindi c'è un pò di pentimento, ma anche una ragione legata ad avere una crisi d'identità, sia artistica sia umana.

Ed è nato questo nuovo tour. Perchè hai scelto il nome Un Solo Mondo?

Mi piace pensare che ci possa essere un solo mondo. Il titolo è preso da una canzone scelta anche come sigla dei campionati mondiali di nuoto che si sono tenuti  a Roma. Ho scritto molte altre volte inni per delle manifestazioni sportive o musicali. C’è un verso che dice “c'è solo un mondo” che esprime questa sensazione di quanto siamo vicini in questo mondo globale.

In "Un solo mondo", poi c'è la concezione del musicista come un solo mondo con una sola orchestra. Con l'orchestra dell'umanità. Di tante persone che suonano con il proprio strumento la stessa sinfonia.

Cinque continenti. Possiamo quindi dire che è un viaggio che hai fatto con il corpo ma anche con la mente. Cosa ti porti dopo tutti questi mesi?

E' stata quasi una sfida. L'idea di fare il giro del mondo con i concerti in settantanove giorni. Per battere il record degli ottanta giorni, il giro più famoso del mondo di Jules Verne. Diciamo che queste emozioni si sono sovrapposte.

E’ stato un viaggio rapidissimo e quindi avrò bisogno alla fine di rivedere tutto per approfondire. Mi ha lasciato una grande carica, perché è stato energico. Da una parte c'è voluta molta resistenza, ma ha anche caricato me e i miei compagni per nuove avventure.

In questo tour hai incontrato diverse persone e anche  rappresentanti delle istituzioni, operatori culturali internazionali. Non ti sei sentito un pò ambasciatore di una  sensibilità che aiuta a condividere e non dividere questo mondo?

Ho voluto unire al viaggio del musicista anche quello del cittadino del mondo, ho voluto approfondire questo itinerario. Ogni posto sa darti delle nozioni e cognizioni che prima non avevi e quindi, ovunque potevo, ho incontrato diversi operatori. Specialmente negli istituti italiani di cultura.

Quello di ambasciatore è un ruolo di grande responsabilità. Più che altro, come qualsiasi viaggiatore, ho cercato la spinta a condividere piuttosto che a dividere. E ho veramente avuto delle grandi soddisfazioni, delle volte anche più grandi di quelle che si possono provare con un applauso. Il bilancio in questo senso, non tanto come ambasciatore ma come persona che ha esplorato diverse realtà, è molto positivo.

Cosa pensi prima di un concerto, un attimo prima di entrare in scena?

Dipende. Non c'è mai un concerto uguale a un altro e non c'è mai una situazione uguale a un'altra. A volte possono accadere delle cose di cui non si può prevedere l’entità e quindi l'imprevisto può creare un pò di terrore.

Diciamo che c'è la responsabilità di essere lì. Sia che sia un piccolo locale, che un grande stadio. Comunque ci sono altre persone  al di là del sipario.

Senti che c'è già qualcuno ti ha dato la sua fiducia e il suo affetto  e quindi hai la responsabilità di rispondere a così tanta amicizia, curiosità, stima. Devi quindi stare anche bene fisicamente, un concerto è come una gara sportiva, bisogna stare al meglio della condizione.

Poi sento sempre questo grande privilegio, un grande onore ogni volta che entro sul palco, mi dico "mi è andata proprio bene, il cielo mi ha voluto accarezzare perché mi da la possibilità di fare un mestiere bellissimo. L’onore di suonare per delle persone”.

Mi pare di capire che l'emozione che tu provavi le prime volte è rimasta quasi immutata…

L'emozione è rimasta sempre la stessa. E’ un pò diverso l'atteggiamento. Diciamo che  l'emozione generalmente  adesso non è più panico. Aiuta concentrarmi, a stare lì  proprio in quel posto, a rendere l'occasione unica come uniche devono essere tutte. Mai uguali a quelle precedenti.

Dal palco alle strade. Tu hai anche ideato esibizioni un po' particolari, hai presentato album negli aeroporti, hai improvvisato concerti, hai suonato negli autobus di linea.  TI piacerebbe fare qualcosa del genere anche a New York?

Una volta mi sono travestito e con una specie di canadese maccheronico, ho cantato sotto la galleria centrale di Napoli aprendo la custodia della chitarra come un suonatore ambulante. Ne ho fatte parecchie. Una volta in un camion attraversando tutte le periferie romane…

L’ho fatto per il gusto del gioco. In un mestiere come questo è molto importante. Il successo rischia di darti alla testa, non è facile da gestire.

Dopo quarant'anni può essere anche ripetitivo. E invece deve essere un lavoro estremamente vario, artistico, appassionato. Dunque occorre della leggerezza e che tu non ti prenda troppo sul serio.

 

E quindi a New York dove lo faresti?

La metropolitana è sempre un posto. Però mancherebbe un pò il gusto della sfida alla propria popolarità. In un paese dove sei meno conosciuto funziona di meno.

Come hai scelto i tuoi brani per il tour?

C'è un repertorio base che ho un pò mutato a seconda dei Paesi. Per esempio in Sud America c'erano dei brani rimasti nella memoria collettiva. Il criterio di fondo è quello di un concerto antologico. E’ come prendere quarant'anni di canzoni, di musica, parole, arrangiamenti e stili diversi, le tappe conosciute e popolari.  Tutto questo con la possibilità  di inventare qualcosa all'ultimo momento.

Che idea ti sei fatto degli Italiani che hai incontrato all'estero in questo tour?

Delle volte si sente molta più italianità fuori che in Italia.  Gli italiani nel mondo mi sembrano essere più italiani di noi che viviamo stabilmente in Italia. Esiste un'enorme comunità un po' ovunque, nell'America del nord e sud, in Australia e anche in Europa.

Ci sono varie generazioni che spesso non parlano nemmeno l'Italiano ma che hanno lo stesso questo legame,  nonostante la lingua abbia un pò ha ceduto il campo.

Noi  il prossimo anno celebriamo i 150 anni di unita' d'Italia. Ma in Italia c'è una specie di disaffezione e si sente moltissimo.

E gli italiani all’estero sono stati a lungo abbandonati. Non hanno avuto tutti gli strumenti per coltivare meglio questo legame. Per esempio nel mondo ancora  non arriva molto della cultura contemporanea, della cultura popolare, del cinema, del teatro e della musica popolare stessa.

E’ un peccato per un aspetto che non è solo nostalgico. L’affetto per il paese d'origine va ripagato meglio perchè persiste molto intenso.

Ho da un lato avuto sorprese come quella del concerto a Tokio con l’ 85% di Giapponesi che cantavano queste canzoni in Italiano, ma ho anche visto negli Stati Uniti, in Canada e in Sudamerica Italiani che non parlano più italiano e le parole delle mie canzoni le sanno.

E’ un peccato perdere la lingua, non è solo una questione di comunicazione, è anche una questione culturale, di stile di vita

A te piace ricordare alcune parole di Seneca: “la terra è un solo paese: siamo onde dello stesso mare, foglie dello stesso albero, fiori dello stesso giardino”.  La tua sensibilità nei confronti dell’emigrazione ti ha portato ad essere il promotore di “O’ Scià”, un’iniziativa che sarebbe riduttivo definire semplicemente una kermesse musicale. Puoi raccontare cos’è “O’ Scià”?

E' difficile definirlo pur avendo già fatto otto edizioni. E’ una manifestazione musicale che ha un significato sociale, civile. Si tratta di un record in un certo senso. Di solito noi artisti siamo abituati ad un 'one shot'. Ma questa manifestazione è partita sottovoce, realizzata da me in una piccola spiaggia di Lampedusa, l'isola più a sud di Italia è probabilmente anche d'Europa, la più vicina all'Africa. Con l'idea appunto della partecipazione, per promuovere l'integrazione, l'interazione. Per lavorare insieme e stare bene tutti insieme. E tutto questo a Lampedusa perché Lampedusa è stato un pò il simbolo geografico dell'immigrazione irregolare.

Allora io ho cominciato a chiamare molti miei colleghi, non solo cantanti, anche musicisti, attori. Coloro che avevano voglia di testimoniare questo sbarco su quest'isola, questo sbarco gioioso nella quale si proclamava una cultura della convivenza pacifica e solidale, del guardare all'integrazione delle culture anche come un arricchimento.

Gli Stati Uniti sono un esempio classico dove, anche se con tante difficoltà, si è lavorato sull’integrazione. Non è semplice ma è un cammino che va fatto con molta intelligenza e pazienza anche in Europa.

E ci sono dei luoghi poi dove invece tante culture e etnie diverse sono diventate una ricchezza. E così siamo arrivati ad ospitare più di trecento artisti, provenienti da molte parti del mondo.

O'scia che in dialetto significa 'mio respiro', respiro come un vento, come qualcosa che accarezza il cuore, che ti da sensibilità.

Sono orgoglioso di questa manifestazione che ho portato anche al parlamento Europeo con un dibattito, una conferenza stampa internazionale. Abbiamo anche fatto dei concerti speciali a Malta e intendiamo nei prossimi anni andare anche in Africa.

E’ una manifestazione di cinque giorni e cinque notti non-stop, una specie di Woodstock italiana, musica e parole in una spiaggia gremita.

Noi artisti che siamo persone molto fortunate ci mettiamo al servizio di un’ idea di mondo più pacifico, sicuramente orientato verso il futuro.

La musica può abbattere barriere ma la tua musica ha qualcosa di particolare. E’ riuscita ad unire diverse culture, ma anche gusti di diverse generazioni. Quale è il segreto?

Questo è  una specie di miracolo che non capirò mai. Ho sempre fatto questo mestiere pensando che non fosse un lavoro e quindi ho continuato a farlo come un dilettante che doveva imparare sempre. Ho però anche cercato di metterci ogni giorno tutto quello che sapevo, le emozioni che provavo, la cura anche nei particolari di ogni esibizione.  Ho cercato di cambiare ogni volta l'invito, come se avessi avuto un’agenzia di viaggi che non vuole portare sempre nello stesso posto.

Ogni viaggio con una destinazione diversa, con un’idea proprio diversa di struttura. E la mia musica ha resistito nel tempo. Effettivamente, io l'ho visto, a volte trovi quattro o cinque generazioni diverse. Chiaramente i più piccoli magari sono costretti a forza dai i genitori o dai fratelli maggiori … Però credo che tutto questo sia dovuto al fatto anche che non ho seguito le mode, facevo quello che mi veniva in mente e che riuscivo a fare.

Poi un’altra ragione del mio successo è anche nell’aver variato molto i collaboratori, musicisti di diverse discipline, provenienti da tanti paesi del mondo.

Che consigli ti senti di dare ad un giovane italiano che desidera diventare musicista?

E' un momento difficile, un pò perché c'è una crisi di creatività generale in tutto il mondo. Negli ultimi venti, trent'anni non sono successe cose che hanno rivoluzionato l’arte moderna, disciplina artistica. Tutto quello che succede oggi è una ripetizione riveduta e corretta di quello che già è successo nel secolo scorso.

Ci sono però molti interpreti bravi in Italia, anche anche se cominciano a mancare un po' i compositori. La musica Italiana, specialmente nel continente sudamericano, in Spagna, in Giappone negli anni settanta aveva una forte influenza. Eavamo considerati dei maestri.

Dare un consiglio oggi non è facile, ci sono tante occasioni, non è difficile farsi notare, però è difficile restare. C’è una specie di bulimia per cui un pò tutto si consuma con maggiore velocità.

Bisogna essere innanzitutto molto preparati a fare questo mestiere, molto curiosi, un pò coraggiosi, non stare lì a fare solo quello che funziona ma a volte anche sfidare il gusto del pubblico. Bisogna essere sinceri questo è fondamentale, quanto più possible. Quando fai un mestiere così, alla lunga, una costruzione, una cosa che è non vera, non dura.

C’è in questo viaggio una premessa nel tuo processo creativo?

Lo spero. L’ho intrapreso anche un pò per questo.

Neli ultimi tre, quattro anni, pur facendo concerti, avevo lavorato a un progetto mastodontico, l’opera ispirata a 'Questo piccolo grande amore'. Ho realizzato un doppio album, ho rielaborato la storia, ho scritto tanti inediti, sono arrivato a cinquantadue brani, una specie di opera musicale moderna nella quale ho portato altri settanta artisti Italiani, Mina, Bocelli, Pausini, Jovanotti, un elenco insomma senza fine.

Avevo quindi proprio bisogno di un viaggio fisico per avere ancora un stimolo creativo. Credo che il mio viaggio avrà un peso anche e non so ancora in grado di dire quale. Il 31 dicembre finisco questo giro del mondo nella città in cui vivo, in cui sono nato, Roma, a Via Dei Fori Imperiali.

Si aspettano quasi mezzo milione di persone, quindi sarà una grande chiusura di tutta questa storia. Un ritorno a casa, e poi sparirò, letteralmente, perché sto mettendo in cantiere un nuovo progetto. Dopo una sorta di letargo negli anni novanta dove ero diventato un pò contemplativo,  ecco una sana voglia di fare…”

Dunque ultima tappa nel mondo di Baglioni per ora sarà New York. Lo saluto dopo una conversazione che sarebbe potuta continuare piacevolmente a lungo. In redazione mi dicono: è lunga, ma la pubblichiamo in versione quasi integrale?

Claudio canterà a New York, 17 dicembre, 8:00 pm

ANGEL ORENSANZ FOUNDATION

(172 norfolk street, manhattan)

 

Il 16 dicembre alle 18:00

Claudio incontrerà il pubblico alla Casa Italiana Zerilli-Marimò della NYU

 The discussion will be introduced and moderated by Letizia Airos, journalist (i-Italy), Mario Platero journalist (Il Sole 24ore) and Tiziana Rinadi Castro (writer).

 

 

 

 

 

 

 

 

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