Articles by: Monica Straniero

  • Arte e Cultura

    Ammonite

    Nella desolata e ventosa città costiera inglese di Lyme Regis, sulla costa del Canale della Manica, vive Mary Anning (Kate Winslet), una paleontologa che cerca sulle spiagge fangose ​​fossili di creature preistoriche che danno il nome ad Ammonite, il film di Francis Lee presentato alla Festa del Cinema di Roma. Il British Museum di Londra conserva il teschio di un ittiosauro scoperto da Mary in giovane età. Una fama non riconosciuta dalle autorità ma che le consente di pagare affitti e mantenere un piccolo negozio turistico che vende piccole pietre a coloro che vogliono assaporare un barlume di meraviglia.

    Lontani ormai i bei tempi, la donna cerca di sopravvivere e di trovare qualcosa di altrettanto spettacolare per dare una scintilla alle sue giornate sempre più cupe. Quando un collega, Roderick Murchison, arriva nella sua casa per comprare qualche, la scienziata non si aspetta che l'uomo le affidi a pagamento, la giovane moglie Charlotte (Saoirse Ronan) che si sta riprendendo da una tragedia personale.

    La sceneggiatura di Francis Lee imposta il racconto in modo deciso e deliberato. Ciò che lega le persone può essere difficile da afferrare, ma Lee e le sue stelle occasionalmente si illuminano. La trama scorre attraverso una narrazione derivativa e prevedibile. Man mano che la passione tra le due donne cresce in modo lento e inevitabile, sembra di assistere ad una sorta di romantica peregrinazione, un dolce viaggio simile alle passeggiate lungo la spiaggia. Il risultato a volte oscilla tra il commovente e il frustrante, poiché diluisce qualunque connessione tra questi due personaggi che si ritrovano a condividere il peso dell’austera narrazione. Allo stesso modo, quando le scintille finalmente volano,tutto sembra una forzatura, come se alla fine legati da una nebulosa combinazione di eventi casuali, e forse noia, Mary e Charlotte cedono all'amore.

    La performance distaccata di Kate Winslet è perfettamente in linea con il tono del film, disseminato di cliché e banalità. Dalla scena, "oh, abbiamo solo un letto",  citazione da romanzo rosa, al fornire dettagli di vita attraverso febbrili discorsi pronunciati nel sonno fino a sguardi timidi e sfuggenti.

    La cinematografia di Stéphane Fontaine, intrisa di ombre scure e panorami nebbiosi dell'oceano, riecheggia il gelo del rapporto tra le due donne. Il punto è chiaro fin dall'inizio - le relazioni tra donne a quei tempi erano inopportune - ma al di là dell'ovvio c'è poco di coinvolgente.

  • Arte e Cultura

    Ziggy Stardust alla Festa del Cinema di Roma

    Illuminato da due performance stellari, quelle di Johnny Flynn (Emma, Lovesick) e Marc Maron (Glow), STARDUST offre uno sguardo intimo sui momenti che hanno ispirato la creazione del primo e più memorabile alter ego di Bowie.
     
    La leggenda di Bowie vorrebbe farci credere che Ziggy Stardust sia un alieno pansessuale dai vestiti sgargianti, il cui make up è ispirato al teatro Kabuki Lo sceneggiatore e regista Gabriel Range ci riporta alla realtà per raccontarci che il mito di David Bowie ha origini  molto più terrene.

    Johnny Flynn – cantante e star emergente del piccolo schermo con Emma , Les Miserables e Lovesick–  interpreta un Bowie del ’71 smarrito, impacciato (straziante quando Flynn si aggiusta il cappello e spera che nessuno se ne accorga) e abbattuto, convinto di essere una promessa mancata. Arrivato in America, la patria del rock n ‘roll e della libertà di espressione che sicuramente riconosceranno il suo marchio di produrre magia, si mette in contatto con l’unico fan di ‘The Man Who Sold To The World’ presso la sua etichetta discografica, il pubblicista Ron Oberman (Marc Maron), e si imbarca in un vorticoso coast-to -coast tour di concerti. Ovviamente si trova nel peggior paese possibile per discutere della sua arte e della sua filosofia, per non parlare di DJ radiofonici bacchettoni e un trio di giornalisti rock arroganti che non sembrano impressionati dalle musiche di Bowie. 

    L’elefante nella sala di proiezione è la mancanza di canzoni reali di Bowie. Il figlio di Bowie, Duncan Jones, ha precisato che la famiglia non ha approvato il film e non sono stati autorizzati  diritti del catalogo musicale dell’era Ziggy. Fatta eccezione per alcune cover di canzoni di Bowie che Flynn ha magistralmente interpetato. The Yardbirds “I Wish You Will” e “My Death” del cantautore belga Jacques Brel – rivelano che il brillante talento di Bowie è stato criminalmente ignorato. Successi che la maggior parte del mondo della musica aveva liquidato come un disco di novità.

    Il film funziona molto meglio, quindi, come un viaggio rivelatore che David Bowie potrebbe aver intrapreso per
    diventare quell’artista. La sceneggiatura di Grange e Bell prende tempo per indagare il motivo per cui  Bowie sembra così reticente a spargere la sua polvere di magia. Flynn offre un Bowie incredibilmente turbato, afflitto da flashback sul suo schizofrenico fratello Terry e in preda alla paura che possa anche lui soccombere al codice genetico della malattia mentale. 

    Un racconto che si tiene a distanza dal biopic celebrativo e dove la scintilla di ispirazione per la nascita del suo iconico, celestiale alter ego Ziggy Stardust non viene mai del tutto individuata. Eppure c’è un momento che risveglia il sospetto che Bowie sia in effetti una divinità aliena camaleontica. Dopo aver trascorso una serata ad  adorare il nuovo cantante dei Velvet Underground con la convinzione che fosse Lou Reed, in realtà è Doug YuleBowie,  rivolgendosi ad Oberman, esclama: “è una rock star o qualcuno che si spaccia per una rock star, ma qual è la differenza?” Da quel momento in poi, è  Ziggy a suonare la chitarra, il culmine della lotta di David per vivere la follia in modo sicuro.

     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
  • Arte e Cultura

    Festa del Cinema di Roma. Un'edizione resiliente e in sicurezza

    Edizione numero 15 con mascherina, distanziamento, e tante regole, ma senza tradire le attese di un pubblico che sa di poter contare su un'offerta cinematografica di grande qualità. Dal cinema indipendente, alla produzione di genere, dalle opere di autori affermati, fino a quella di registi emergenti, alla visual art e ai documentari».

    Ad aprire la quindicesima edizione della Festa del Cinema sarà il film Disney e Pixar Soul, diretto da Pete Docter, regista e capo della Pixar, già vincitore di due Premi Oscar per Up e Inside Out. Il protagonista di Soul è Joe Gardner, un insegnante di musica di scuola media che ha l’occasione di suonare nel migliore locale jazz della città. Un piccolo passo falso lo proietterà dalle strade di New York fino a un luogo fantastico in cui le nuove anime ricevono personalità, peculiarità e interessi prima di andare sulla Terra. 

    Il film di chiusura sarà invece Cosa Sarà di Francesco Bruni, che ha raccontato con coraggio la sua malattia. Film provenienti da 26 paesi, con opere di 17 registe e 20 anteprime tra nazionali ed internazionali. Un programma ricchissimo e diversificato. “Abbiamo lavorato per preparare la Festa e offrire un programma ricchissimo e diversificato, anche durante le settimane più difficili di lockdown", ha detto il direttore Artistico dal 2015, Antonio Monda.

    Omaggio a Federico Fellini, di cui ricorre quest'anno il centenario, con due opere, un documentario ed un cortometraggio. Premi alla carriera all’artista e regista britannico Steve McQueen, i cui si vedranno tre capitoli del progetto antologico Small Axe: Mangrove, Lovers Rock e Red, White and Blue, e allo statunitense Pete Docter della Pixar.

    Tra gli eventi più attesi, l'incontro ravvicinato con Francesco Totti,  in occasione della presentazione del documentario a lui dedicato, Mi chiamo Francesco Totti di Alex Infascelli.  Ci sarà anche un film su Papa Francesco, la presentazione della serie Sky, Romulus di Matteo Rovere, il documentario sul lockdown, Fuori era primavera di Gabriele Salvatores ed il film Ostia Criminale diretto da Pistolini.

    Ventiquattro i film della selezione ufficiale, tra cui Stardust su David Bowie, Fireball di Werner Herzog, atteso alla Festa insieme a Stanley Tucci che presenterà Supernova. Ancora, the Shift diretto da Alessandro Tondaucc, Fortuna di Gelormini con Valeria Golino, ambientato nella periferia di Napoli.

    Verranno alla Festa anche il regista francese, Francois Ozon, il regista premio Oscar per La La Land, Damien Chazelle e il leader dei Radiohead Thom Yorke. Infine l’omaggio a Ennio Morricone le cui musiche saranno perpetuamente suonate sul Red Carpet

    Ma la novità più grande è lo spazio dedicato al cinema esordiente. “La Festa del cinema di Roma resiste – precisa Monda – come New York, la città dove vivo da oltre 30 anni e che sta ancora sperimentando momenti drammatici per il Covid”

     

  • Arte e Cultura

    Paradise. Tagliati fuori dal mondo

    Da una tranquilla vita in Sicilia come venditore di granite a una in cui si ritrova  solo, perso, spaesato.  Tutti inizia un giorno in cui Calogero, questo il nome del protagonista del primo lungometraggio di Davide Del Degan, assiste ad un omicidio di mafia e decide di fare qualcosa che non tutti avrebbero il coraggio di fare: testimoniare. Ed è così che Calogero viene impacchettato e spedito, sotto il programma protezione testimoni, nel posto più lontano dalla Sicilia: tra le montagne del Friuli, a Sauris, un villaggio di gente ospitale, ma che lui fa fatica a capire.

    Sono eroi silenziosi, senza nome, o almeno senza il loro vero nome, perché hanno dovuto lasciarsi tutto alle spalle. Sono i testimoni di giustizia, persone comuni, che per denunciare la malavita sono costrette a scappare e vivere sotto copertura. Come Calogero, (Vincenzo Nemolato) il protagonista di “Paradise”, nelle sale con Fandango dal 30 settembre.
    Calogero vive con la paura di essere riconosciuto e di diventare paranoico quando vede un uomo misterioso ( Giovanni Calcagno ) - siciliano come lui - si presenta al villaggio. E' il killer contro cui il nostro protagonista ha testimonato e che è diventato a sua volta un collaboratore di giustizia. Ma contrariamente a Calogero, l'assassino non ha alcun interesse alla vendetta. Tra i due uomini nasce una strana e un amicizia un po' ambigua. 

    Del Degan racconta di aver voluto realizzare un film sulle seconde possibilità e le occasioni di riscatto. Dietro ad un dispositivo in cui si mischiano  momenti drammatici e situazioni grottesche, prima fra tutti le lezioni di Schuhplattler, la danza tradizionale tipica bavarese e tirolese ballata da solo uomini, si nasconde un sentimento di livore, Una voce sapientemente misurata che non rinuncia a ringhiare il suo il suo disprezzo contro un sistema che, pur facendo di tutto per proteggere chi si ribella alla mafia, non ha gli strumenti per farlo fino in fondo.

    Il film gioca con l’ironia per creare tenori finzionali diversi e diversi gradi di croyance spettatoriale e dare così la possibilità al pubblico di immergersi in un paesaggio suggestivo, tagliato fuori dal mondo. Davide Del Degan si rivela incline a un realismo amaro e dolente (il cinema italiano migliore è sempre stato realista, o neorealista che dir si voglia) con gustose impennate surreali e disorientanti. Il tutto vira verso un unico obiettivo, ammettere come vera la situazione posta in essere dal film e attraverso i suoi personaggi  far riflettere sui valori morali che la storia contiene.

  • Jasmine Trinca e Clive Owen
    Arte e Cultura

    Al Cinema con Guida Romantica a Posti Perduti

    Il road movie affonda le sue radici nel genere americano per eccellenza, dove l'interpretazione del viaggio e dello spazio per raccontare i cambiamenti interiori e per fuggire almeno con la fantasia. A questo deve aver pensato Giorga Farina. A cinque anni dalla black comedy Ho Ucciso Napoleone, la regista romana torna con  Guida Romantica a Posti Perduti. Il film, presentato  alle Giornate degli Autori di Venezia 77 (e al cinema dal 24 settembre) vede sul grande schermo  Jasmine Trinca e l'attore americano Clive Owen. 

    Lui è Benno, cinquantenne inglese e alcolizzato, lei è una fantasiosa blogger di viaggi con molta paura di vivere. La strana coppia intraprende insieme un viaggio alla scoperta di luoghi dimenticati che diventerà un modo per accettare le proprie fragilità e cominciare a fare i conti con se stessi.

    Un road movie che rappresenta il viaggio, la fuga e le emozioni complesse di una coppia di sconosciuti  entrambi intrappolati in una quotidianità fatta di menzogne e false aspettative. L'interpretazione di Jasmine Trinca al fianco di Clive Owen è una della sue migliori confermandosi un'attrice con film ricercati e personaggi accuratamente selezionati. La sintonia tra i due si amalgama alla fotografia di Timo Salminen, storico collaboratore di Aki Kaurismaki. e una colonna sonora efficaci con il risultato di un film che in stile documentaristico ha qualcosa da dire e commuove.

    Guida romantica a posti perduti è un atto di vera resistenza ad una vita che ad un certo punto di presenta il conto. .La strada come protagonista con la bellezza fatta di sconfinati orizzonti liberi, di stazioni abbandonate e città fantasma. Dalla chiesa di San Vittorino vicino Roma al Villaggio operaio di Crespi d'Adda, dal castello abbandonato Chateau Thierry al campo militare di Stanford nelle campagne inglesi del Norfolk. 

    Il viaggio diventa il simbolo di un percorso esistenziale, di maturazione, compiuto dai due protagonisti che nelle rispettive disfunzionalità si scoprono anime molto simili. Oltre che un potente espediente narrativo per Giorgia Farina per raccontare un mondo in cui non esiste senso e il caos domina del vite di tutti.

  • Arte e Cultura

    Venezia77 premia Nomadland, la strada come scelta di vita

    Nomadland, il film di Chloé Zhao, vincitore del Leone d'Oro alla 77esima edizione del Festival di Venezia, è capace di rendere una realtà cupa in modo così avvincente da ripristinare la fede nell'umanità. IL personaggio centrale di “Nomadland” è Fern, una splendida Frances McDormand, una donna vittima del crollo economico di una città aziendale nel Nevada rurale, che dopo la morte del marito decide di far diventare casa il suo van e, carica i bagagli, si mette sulla strada. Come miglia di americani diseredati, anche Fern decide di vivere una vita itinerante in cerca di lavori stagionale e affitto a prezzi accessibili. Sono i workampers, manodopera usa-e-getta, perché, "l'ultimo posto libero in America è un parcheggio".

    Dopo una vita di solidità e ascensori sociali, la pensione si prospetta per milioni di americani come il tempo della precarietà e dell’insicurezza. E' ironico che la generazione dei baby boomers sia ora vittima delle volatilità del mercato e dell’erosione delle protezioni sociali che sono state il marchio della loro epoca d’oro. E non si tratta soltanto di condizioni economiche.

    Nomadland aiuterà milioni di persone nel mondo a capire che l'America è un paese falsamente prospero. I workampers selezionano le barbabietole da zucchero, raccolgono fragole, gestiscono campeggi o scaffali di scorta nei magazzini di Amazon. (Jeff Bezos, l'amministratore delegato di Amazon, possiede il Washington Post.) È un lavoro massacrante, mal pagato e senza benefici. Il programma CamperForce di Amazon, ad esempio, assume legioni di lavoratori stagionali - la maggior parte dei quali vive nei loro veicoli - prima del Natale e licenzia quando le vacanze finiscono.

    I personaggi di Nomadland sono uomini e donne orgogliosi. Molti sulla sessantina e oltre, dovrebbero entrare nella sesta età dell'uomo di Shakespeare, "con i pantaloni magri e con le ciabatte, con gli occhiali sul naso e il marsupio sistamato sul fianco". Invece sono senza casa, senza soldi, senza sicurezza, senza tutto, tranne la loro dignità e la fiducia in se stessi.

    C’è una parte di Fern che, in fondo, vorrebbe una vita non costretta dalla costante ricerca di un nuovo posto di lavoro, a cambiare campeggio dopo campeggio, sola. Eppure, dall’altra parte, Fern non può smettere di viaggiare e incrocare altri nomadi della strada che condividono con lei i propri racconti. La vita da nomade dei tempi moderni è difficile da comprendere perchè il desiderio di libertà, di una vita senza vincoli e radici, può diventare anche una condanna. 

    Un film pieno di solitudine che viene scandita dagli stupendi paesaggi della costa occidentale, dai tramonti nel deserto e dalle le lunghe highways americane. Fern intraprende un percorso di autodeterminazione alla ricerca del senso più profondo della vita e al di fuori della società convenzionale. Una vita minimalista, essenziale, fatta di pochi oggetti. 

    Nomadland è il tentativo straordinario di "trascendere - il logoro ordine sociale" da parte di persone che ne sono state deluse, ricostruendo il proprio "mondo parallelo su ruote". Li possiamo definire perdenti?

     
     
  • Arte e Cultura

    Assandira. La Sardegna che cambia nel film di Savatore Mereu

    "La domanda è sempre la stessa: perché si vuole raccontare una certa storia? In quasi tutte le storie, anche quando sono raccontate da altri, si può trovare traccia di se stessi". Salvatore Mereu presenta fuori concorso alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, "Assadira", feroce critica sociale nei confronti di un turismo di massa che fa un uso spregiudicato della Sardegna in nome del profitto, sacrificando tradizioni di una terra millenaria, dove convivono i pastori e il tursimo della Costa Smerada. 

    "Qualche anno fa, leggendo Assandira di Giulio Angioni, ho provato un sentimento di frustrazione e di indignazione nei confronti della rappresentazione di quel mondo a cui appartengo, - racconta Mereu. Il regista porta così lo spettatore in una Sardegna rurale ed arcaica dove un giovane, interpretato da Marco Zucca, figlio di un pastore, torna nella sua terra di origine. Il padre possiede un terreno dove c'è un vecchio rudere, il figlio, che era emigrato, e la moglie tedesca decidono di trasformarlo in agriturismo. E pian piano convincono il padre a seguirli anche se lui non crede molto che la cosa possa funzionare: soprattutto perché, dice, "non c'era nulla di comodo e di piacevole nella vita del pastore. Un incendio doloso distrugge l'agriturismo e Costantino non riesce a salvare suo figlio. Il giorno dopo viene interrogato dai Carabinieri come testimone informato dei fatti. Chi ha causato l'incendio?

    Costantino è interpretato da Gavino Ledda, scrittore noto al grande pubblico per il romanzo autobiografico Padre Padrone, poi trasposto al cinema dai fratelli  Paolo e Vittorio Taviani che vinse la Palma d'Oro 1977 su decisione del Presidente di Giuria Roberto Rossellini. La storia fece scalpore perchè raccontava di di quel bambino che voleva studiare ma che il padre toglieva da scuola perché aveva bisogno di un guardiano per le sue pecore. 

    Un conflitto padre - figlio che ritroviamo anche nel film Assandira. "Non ho voluto solo indagare l’aspetto sociologico e cronachistico di quello che è accaduto negli ultimi anni in Sardegna con il turismo ma realizzare un racconto familiare. La famiglia è un microcosmo in cui tutti viviamo e il luogo del confronto e dello scontro, e dove si incrociano i sentimenti di chi ne fa parte. Un padre e un figlio che appartengono a mondi diversi e riflettono l'incomunicabilità generazionale che indica il divario non solo di idee ma anche di culture. Il padre viene da un mondo arcaico che ha un sistema di valori che mette al primo posto il rispetto della natura e il figlio che quel mondo lo ha lasciato e cerca di riaprropiarsene in modo improprio".

    Sul personaggio di Gavino Ledda, il regista afferma: Quando gli ho proposto il ruolo, ero preoccupato che il pubblico lo vedesse come il protagonista di Padre Padrone e non come il personaggio. In Assandira c'è un capovolgimento di ruolo, è il padre che seppure in modo riluttante ha accettato qualsiasi cosa pur di accontentare il figlio, finendo per diventarne vittima. La dignità umana viene caplestata e con essa anche le regole della natura stessa, e questo porta alla tragedia finale.

  • Arte e Cultura

    I am Greta, a Venezia il documentario che racconta la giovane attivista

    Mi è veramente piaciuto il film, penso che dia un'immagine realistica di me e della mia vita. Spero che chi lo vede possa finalmente comprendere che noi giovani non stiamo scioperando per divertirci. Lo facciamo perchè non abbiamo scelta. Molto è accaduto da quando ho iniziato il primo sciopero, ma tristemente devo dire che siamo ancora al punto uno. I cambiamenti ed il livello di consapevolezza necessari non sono nemmeno vicini ad esserci per adesso. Tutto quello che chiediamo è che questa crisi sia trattata come tale e ci restituisca un futuro. Il film fa vedere bene quanto ancora siamo lontani. Dimostra che l'urgenza  del messaggio scientifico non sta arrivando proprio".

    Così commenta Greta Thunberg, l'attivista svedese 16enne che da due anni sta provando a cambiare il mondo.

    Il documentario di Nathan Grossman, presentato Fuori Concorso alla 77. edizione della Mostra Cinematografica di Venezia è forse la cosa più bella che abbiamo sin qui visto. In effetti resti1tuisce il ritratto di una Greta autentica, di una famiglia unita e di un sincero interesse della ragazza malata di Asperbger di provare a fare qualcosa per tornare ad avere un futuro e salvare l'unico pianeta che abbiamo.

    Sono 90 minuti di vera intimità e anche sofferenza, confesso di avere addirittura pianto ad un certo punto, perchè nonostante l'incredibile movimento che Greta ha sollevato nel mondo, specie nei giovani come lei, nonostante le folle oceaniche di persone che con lei hanno gridato e manifestato, la vera protagonista della vita di Greta è comunque la solitudine. E' difficile crederlo ma è così. Ed è sola perchè i leader mondiali, nonostante la invitino ovunque a parlare, poi non fanno nulla per cambiare qualcosa ed è frustrante vedere quanto in realtà alcuni si prendano quasi gioco di lei.

    Il documentario, interamente girato da Grossman, che ha fatto tutto da solo, non risparmia nemmeno i momenti di difficoltà, quando Greta è costretta a leggere critiche spietate ed infamanti. L'incredibile è come se le lasci scivolare addosso e continui imperterrita per la sua strada. I suoi discorsi, nessuno dei quali improntato a prendere un like o una captatio benevolentiae, sono sferzate violente di consapevolezza, sono bacchettate sulle dita dei signori del potere. Tagliente, dura, dritta al punto. Questa piccolina, senza paura, senza freni sulla lingua, affronta ogni sorta di pressione, accetta ogni sfida pur di rimanere fedele ai suoi principi. Fa diventare la famiglia vegana, accetta un discorso alle Nazioni Unite e per arrivarci sale su una barca a vela perchè ha deciso di non viaggiare più in aereo. Il viaggio attraverso l'Oceano è forse il punto più alto del lavoro di Grossman, e quando si vede la terraferma, dopo due settimane di acqua pesante, pioggia e vento, e la piccola Greta scorge lo skyline newyorchese la mente corre a tutti quei migranti che attraversarono a loro volta il mare per cercare un futuro migliore. Lì ho pianto.

    Greta ha ispirato e continua ad ispirare una generazione di giovani attivisti che ha preso a cuore il pianeta ed il problema del cambiamento climatico, ma non è un'icona che cerca la fama. Questo è il punto principale del documentario che Grossman rivela.

    Il giovane regista ha avuto il grande merito di incontrare Greta nei primissimi giorni dei suoi scioperi, quando da sola e con un cartello, sedeva davanti al parlamento svedese per chiedere attenzione.

    "Sono stato lì dal primo momento - dice - mi aveva incuriosito questa ragazzina ed ho iniziato a filmare, le ho chiesto se potevo farlo, sono tornato a riprenderla, vedevo che la gente si fermava e le chiedeva informazioni. All'inizio non sapevo nemmeno bene cosa avrei fatto del materiale girato, ma poi sono rimasto con lei, mi stavo affezionando e incuriosendo, vedevo che qualcosa si muoveva e sono stato sempre in contatto, fino a quando ho deciso che l'avrei seguita. Insieme alla sua famiglia ho chiesto il permesso di poter entrare in casa, di girare tutto, sapendo bene che ci sarebbero stati dei giorni buoni e altri meno, che poteva sempre dirmi - qui non entri o non riprendere - invece sono stati tutti estremamente sinceri. Il viaggio poi è culminato con l'attraversata dell'Atlantico, non pensavo sarei andato ma alla fine volevo documentarlo e mi hanno portato con loro. Un viaggio duro e difficile, ma Greta ha una forza straordinaria e ha fatto anche questo".

     

    Uscire dal cinema e avere voglia di fare qualcosa, che insieme è possibile, è il messaggio più grande che potesse arrivarmi e spero di portarlo con me sempre. Abbiamo bisogno di molte Greta e di molto cinema che ci permetta visioni più alte, quelle in grado di cambiare il mondo.

     
  • Fatti e Storie

    La storia del medico di Lampedusa, Pietro Bartolo, al cinema

    Il senso del medico per l’uomo

    Forse arrivando, noi spettatori, dall’esperienza della pandemia, abbiamo ora più chiaro il valore e il senso dei medici nella nostra società. C’è da dire che nella pandemia, la cosa riguardava noi, i nostri pericoli, la nostra salute.

    In “Nour” lo stesso valore, lo stesso senso della professione di medico riguarda “loro”, i migranti, e su questo noi italiani, europei, abbiamo le idee più confuse. Eppure è proprio attraverso lo sguardo del medico Pietro Bartolo, in cui si è pienamente immedesimato Sergio Castellitto, che si riesce a ritrovare il sentimento di una comune Umanità.

     

    La migrazione vista dai bambini

    Nour è il nome di una bambina siriana arrivata sola a Lampedusa e la cui storia è stata raccontata da Bartolo nel suo primo libro “Lacrime di sale”, così come quella di Anila è stata al centro di “Le stelle di Lampedusa”.

    I bambini sono il punto di vista più dolente da cui guardare alle migrazioni, ma il lavoro e l’attenzione del medico del poliambulatorio di Lampedusa riguarda tutti: madri, padri, giovani uomini e donne, famiglie, persone sole.

    Pietro Bartolo viene rappresentato nella sua linearità: il medico,

    il buon padre di famiglia, l’uomo buono, tanto semplice quanto tenace. La sua ancora: la salvezza e la dignità umana.

     

    Un drammatico naufragio

    Il film si apre con uno dei naufragi più drammatici che ha interessato l’isola e con l’arrivo di sopravvissuti tra cui Noura e un padre disperato che non trova più il figlio, Ahmed. Bartolo/Castellitto attraversa la disperazione dei naufraghi avvolti nel telo isotermico, quello dorato, sul mezzo della Guardia Costiera, mentre iniziano le operazioni di sbarco e identifica i casi più gravi. E’ di poche parole, agisce lesto, ma non manca di abbracciare chi vede più in difficoltà e di incoraggiare. Parla in un inglese che basta per farsi capire. Si sente attraverso Castellitto la verità di Bartolo, che molti italiani hanno potuto sentire nelle gremite conferenze, prima che venisse eletto europarlamentare.

     

    Il Dna di ciascuno

    In una delle scene più drammatiche, il grande capannone pieno di buste con i corpi degli annegati e il medico solo, in camice, per il prelievo del Dna di ciascuno. Un’operazione tanto triste, quanto dolorosa, che ha comunque comportato l’incontro con volti e storie non narrate. Medico fino in fondo, davanti ai vivi e ai morti perché nessuno deve rimanere senza la possibilità di essere identificato. Bartolo ha raccontato spesso in pubblico questa esperienza come un trauma ricorrente di cui è impossibile liberarsi. Tra quei corpi, anche quello di Ahmed, con la maglietta rossa, che tanto ricorda il bambino siriano trovato morto sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia.

     

    Il mistero di Nour

    Con la stessa cocciutaggine, Pietro/Sergio coglie l’inquietudine di Nour e non si rassegna a lasciarla trasferire in un centro per minori non accompagnati. Non fino a che non avrà colto il suo mistero e chissà, magari lo avrà risolto. E qui non si può che stare dalla parte di questo medico, figlio di pescatori, che con piccoli trucchi e sotterfugi, cerca di sottrarre la bambina alla burocrazia. La ospita con la moglie a casa sua, non demordono davanti alle sue crisi, con molta fatica ne ottengono la fiducia, fino al punto di scoprire la sua storia e la sua angoscia. E se, per questa volta, la fine non sarà drammatica, si tratta solo di un caso raro.

    Ce lo ricordano le immagini, reali, dei recuperi sul fondo del mare di corpi annegati, di ogni età, dai pochi mesi di vita in su.

     

    Non un film buonista

    Il film si rivolge al grande pubblico, ma non è un film buonista. La stessa figura di Bartolo non lo è. Non c’è pietismo, semmai una umana vicinanza che il medico Castellitto ben trasmette. I sentimenti diversi della società verso le migrazioni e gli aspetti negativi che fanno più rumore vengono accennati in alcuni personaggi: il parroco esasperato dalle richieste di Bartolo (“non so più dove metterli”), il fotografo del Nord che teorizza l’invasione (“da noi quartieri interi sono in mano a loro”), lo scafista che fa il furbo e che dà sostanzialmente del perdente al medico di Lampedusa. Bartolo ascolta, registra, con poche parole rimette le cose al loro posto. Non è un uomo senza dubbi, ma le sue certezze sono più forti. Dalla parte della vita, della povera gente, dell’umanità ferita e sola. 

  • Arte e Cultura

    Venezia 77, manca Hollywood, otto le registe in concorso

    “Presentiamo 62 film più 15 cortometraggi, che rappresentano 50 paesi di tutto il mondo, anche quelli provati dalla pandemia”. Con queste parole il direttore artistico, Alberto Barbera, ha presentato la conferenza stampa della  77esima edizione della Mostra del cinema di Venezia  che si svolgerà dal 2 al 12 settembre, e la cui giuria principale sarà presieduta dall’attrice Cate Blanchett. Il film di apertura sarà Lacci di Daniele Luchetti. In concorso ci sono ben quattro film italiani, di cui otto diretti da donne.

    Salvatore Ferragamo: The Shoemaker of Dreams" è il "biopic spericolato" del "ciabattino delle star" Ferragamo realizzato da Luca Guadagnino. Per la stessa sezione fuori concorso, ci sono " Greta" su Greta Thunberg di Nathan Grossman, "La verità sulla Dolce Vita" di Giuseppe Pedersoli, "Paolo Conte, via con me" di Giorgio Verdelli.  "Lasciami andare" di Stefano Mordini, girato durante l'acqua alta a Venezia,  chiuderà fuori concorso il festival. Nella stessa sezione, "Assandira" di Salvatore Mereu con lo scrittore di "Padre Padrone" Gavino Ledda protagonista.

    Sono quattro i film italiani in concorso: "Le sorelle Macaluso" di Emma Dante, tratto da una pièce teatrale scritta dalla regista sul tema della famiglia e sui legami di sangue. "Miss Marx" di Susanna Nicchiarelli racconta la seconda figlia di Marx, una delle prime donne ad accostarsi al femminismo, ma dalla vita sfortunata. Il terzo film è "Padrenostro" di Carlo Noce interpretato da Pierfrancesco Favino e prodotto dallo stesso Favino  insieme ad Andrea Calbucci e Maurizio Piazza.laudio Noce con Padrenostro, film interpretato da Pierfrancesco Favino, che lo ha prodotto con Andrea Calbucci e Maurizio Piazza. Ambientato negli anni del terrosimo, il film è ispirato a fatti reali, uno dei quali vissuto dalla famiglia del regista.Infine "Notturno" di Gianfranco Rosi, frutto di tre anni trascorsi sui confini fra Siria, Iraq, Kurdistan, Libanodi esplorazione in Siria.

    Tra le registe presenti alla Mostra del cinema anche Magorzata SzumowskaJulia Von HeinzJasmila ZbanChloé Zhao. Da segnalare in concorso Mona Fastvold con The world to come, che racconta la passione tra due donne che, alla fine dell'800 vivono con mariti in case isolate ma poco distanti tra loro. Nicole Garcia con Amants, un thriller tratto da un testo teatrale.

    Film in concorso

        In Between Dying – Hilal Baydarov
        Le sorelle Macaluso – Emma Dante
        The World to Come – Mona Fastvold
        Nuevo Orden – Michel Franco
        Amants (Lovers) – Nicole Garcia
        Laila in Haifa – Amos Gitai
        Dorogie Tovarischi (Dear Comrades) – Andrei Konchalovsky
        Spy No Tsuma (Wife Of A Spy) – Kiyoshi Kurosawa
        Khorshid (Sun Children) – Majid Majidi
        Pieces of a Woman – Kornel Mundruczo
        Miss Marx – Susanna Nicchiarelli
        Padrenostro – Claudio Noce
        Notturno – Gianfranco Rosi
        Never Gonna Snow Again – Malgorzata Szumowska
       The Disciple – Chaitanya Tamhane
       And Tomorrow The Entire World – Julia Von Heinz
       Quo Vadis, Aida? – Jasmila Zbanic

    Non fiction

    Sportin’ Life – Abel Ferrara
    Crazy, not insane – Alex Gibney
    Greta – Nathan Grossman
    Salvatore, Shoemaker of dreams – Luca Guadagnino
    Final Account – Luke Holland
    La verità sul La dolce vita – Giuseppe Pedersoli
    Molecole – Andrea Segre (preapertura)
    Narciso em ferias – Renato Terra, Ricardo Calil
    Paolo Conte, via con me – Giorgio Verdelli
    Hopper/Welles – Orson Welles
    City Hall – Frederick Wiseman

    Fiction

    Lacci – Daniele Luchetti (apertura)
    Lasciami andare – Stefano Mordini (chiusura)
    Mandibules – Quentin Dupieux
    Di Yi Lu Xiang (Love after love) – Ann Hui
    Assandira – Salvatore Mereu
    The Duke – Robert Michell
    Nak-Won-Eui-Bam (Night in Paradis) – Park Hoon-Jung
    Mosquito State – Filip Jan Rymsza

    Proiezioni speciaii

    30 Monedas – Episodio 1 – Alex de la Iglesia
    Princesse Europe – Camille Lotteau
    Omelia Contadina – Alice Rohrwacher Jr

    I film nella sezione Orizzonti

    Concorso

    Mila – Christos Nikou
    La Troisieme Guerre – Giovanni Aloi
    Meel Patera (Milestone) – Ivan Ayr
    Dashte Khamoush (The Wasteland) – Ahmad Bahrami
    L’homme qui a vendu sa peau (The Man Who Sold His Shin) – Kaouther Ben Hania
    I predatori – Pietro Castellitto
    Mainstream – Gia Coppola
    Lahi, Hayop (Genus Pan) – Lav Diaz
    Zanka Contact – Ismael El Iraki
    Guerra e pace – Martina Parenti, Massimo D’anolfi
    La nuit des rois – Philippe Lacote
    The Furnace – Roderick Mackay
    Jenayat-e Bi Deghat (Careless Crime) – Shahram Mokri
    Gaza mon amour – Tarzan Nasser, Arab Nasser
    Selva tragica – Yulene Olaizola
    Nowhere Special – Uberto Pasolini
    Listen – Ana Rocha De Sousa
    Bu Zhi Bu Xiu (The Best Is Yet To Come) – Wang Jing
    Zheltaya Koshka (Yellow Cat) – Adilkhan Yerzhanov

     

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