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Articles by: Vincenzo Ruocco

  • "Photography Workshops in New York City". La fotografia bolognese nella Grande Mela

    Spazio Labò è un centro di fotografia fondato a Bologna da Roberto Alfano e Laura De Marco.
     

    Dopo anni di molteplici esperienze nel campo della fotografia, i due hanno deciso di portare avanti un progetto autonomo e di ampio respiro per offrire alla loro città un punto di riferimento sinora mancante. In pieno centro storico questo spazio diffonde la cultura della fotografia in tutte le numerose accezioni e usi, e al contempo funge come centro di ideazione e produzione fotografica: una vera e propria fucina di creazione e confronto, una realtà indipendente e aperta alla condivisione della passione per la fotografia a trecentosessanta gradi.
     

    Nell’ambito delle numerose attività  svolte - mostre fotografiche, incontri con gli autori, seminari, lectures, corsi e workshop di fotografia - i fondatori di Spazio Labò hanno lanciato anche un’altra importante iniziativa che vedrà la luce a partire da maggio 2010: un progetto di formazione e produzione fotografica dal nome “Photography Workshop in New York City” che metterà in contatto Bologna e New York e sarà realizzato in collaborazione con fotografi professionisti nazionali e internazionali. Spazio Labò intende operare infatti da subito non solo in ambito locale e nazionale ma anche nel contesto internazionale al fine di promuovere l’interscambio culturale tra la cultura fotografica italiana e quella estera: un'esperienza formativa a cui Roberto e Laura tengono particolarmente.
     

    Muovendosi tra i palazzi e le strade, tra le ombre e le mille luci della Big Apple, il progetto porta avanti tre diverse esperienze di workshop fotografico che, attraverso il genere del reportage, declinato di volta in volta in alcuni dei suoi principali sottogeneri come il reportage urbano, la street photography e la fotografia documentaria, cercheranno di raccontare la vita di New York City attraverso diversi frames di quotidianità.
     

    La fotografia è linguaggio, è  scrittura attraverso la luce, ma soprattutto è un mezzo che ci permette di fermare il tempo cogliendo l’attimo, tramutando in cristallino ciò che naturalmente è fluido.
     

    Questo medium ha ricoperto in passato un ruolo considerevole nella connessione tra le due culture, quella italiana e quella americana. Ancora oggi New York ricopre un ruolo importante nell’immaginario collettivo e altrettanto importante nella produzione estetica, offrendo influenza e stimolo creativo, know-how tecnico e libertà di espressione artistica.

    Ho così scelto di intervistare per i-italy Roberto e Laura, permettendo loro non solo di spiegare cosa si aspettano da questa esperienza ma anche di raccontarsi, di raccontarci qualcosa di più di loro e di ciò che vogliono fare.
     

    Quali sono le idee che sostengono il progetto?

    Tutto è iniziato nell'autunno del 2008 quando io (Laura) mi sono trovata a New York City per svolgere un tirocinio al Consolato Generale d'Italia, da settembre a dicembre. Negli stessi mesi ho frequentato un corso intensivo all'ICP (International Center of Photography), il sogno di ogni giovane fotografo. Questa esperienza, che mi ha anche portato a realizzare il mio primo progetto fotografico (trasformato al rientro in Italia in una mostra e un libro), ha totalmente cambiato il mio modo di concepire l'insegnamento della fotografia e ha ampliato la mia visione generale del modo con cui ci si può approcciare alla fotografia. Mi sono infatti resa conto che l'attenzione data alla fotografia negli Stati Uniti, e a New York in particolare, vera e propria mecca della fotografia occidentale, non ha nulla a che vedere con quella attribuitale in Italia.

    Purtroppo nel nostro Paese siamo ancora abbastanza indietro da questo punto di vista e spesso alla fotografia non viene data la giusta considerazione. Anche Roberto ha avuto modo di constatare queste diversità, frequentando New York molto assiduamente nel periodo del mio soggiorno. E’ così che abbiamo iniziato a pensare al modo per portare questo diverso approccio in Italia, per divulgare e condividere quanto da noi imparato e visto. Nel giro di un anno abbiamo dunque iniziato a scrivere un progetto che potesse far scoprire la fotografia newyorchese al pubblico italiano e a ottobre 2009 ci siamo trovati nuovamente a New York, per un'altra esperienza fotografica che si è rivelata a questo proposito fondamentale. Abbiamo infatti conosciuto alcuni fotografi che si sono dimostrati entusiasti dell'idea e hanno deciso di collaborare con noi. Dopo un paio di mesi abbiamo iniziato a promuovere quello che ormai era diventato "Photography Workhops in New York".

    Dunque chi vi ha aiutati ad organizzarlo?

    Il progetto è stato ideato, sviluppato e realizzato interamente da me e Roberto. Una volta stabilita la forma del workshop come ideale per realizzare la nostra idea abbiamo naturalmente coinvolto altri professionisti perché volevamo che l'esperienza fosse delle più complete possibili. Sono così rientrati nel progetto i fotografi newyorchesi Erica Mc Donald, Andrew Sullivan e Aaron Lee Finema e il bolognese Massimo Sciacca. L'organizzazione di tutto è però sempre rimasta a noi.

    Perché  frequentare questi workshops e a chi sono rivolti?
    L'esperienza dei tre workshops è rivolta a tutti i fotografi, amatori o professionisti, che sentono il desiderio di accrescere la propria esperienza fotografica e che si sentono pronti a vivere sette giorni intensi di fotografia a stretto contatto con una nuova ed entusiasmante realtà, quella della fotografia newyorchese. Un diverso approccio all'insegnamento, alla pratica e alla visione della fotografia che non potrà non lasciare un importante segno nel percorso personale di ogni partecipante.

    Come saranno organizzate le giornate?

    L'obiettivo dei tre workshops è far sì che nella settimana di lezione ogni partecipante realizzi un proprio progetto fotografico sulla città, progetto che magari non risulterà compiuto alla fine del workshop stesso ma che servirà come spunto iniziale per proseguire la propria ricerca e comunque come portfolio da aggiungere al proprio percorso. La serata conclusiva di ogni workshop consisterà infatti in una presentazione pubblica del lavoro realizzato da tutta la classe, alla presenza del mondo della fotografia newyorchese.
     

    Tendenzialmente tutti e tre i workshops prevedono incontri in aula di mattina (dalle 9 alle 13 circa) dove il gruppo si troverà col docente, o coi docenti come nel caso del primo workshop che è condotto da due fotografi. in classe per affrontare la "daily critique", una sessione di editing collettivo sul lavoro realizzato da ognuno il giorno precedente. Il resto della giornata sarà dedicato alla produzione fotografica: i partecipanti avranno piena libertà di movimento nei cinque boroughs per svolgere il loro progetto. In queste uscite si potrà anche essere accompagnato dal docente per un confronto diretto sul campo, e comunque sempre individualmente.
     

    Nel corso della giornata ognuno potrà  tornare in classe per incontrare personalmente lo staff, o il singolo docente, per ricevere approfondimenti o semplicemente condividere esperienze.

    Ognuno dei tre workshop prevede poi incontri extra con professionisti newyorchesi (insegnanti, critici, galleristi ecc) che apporteranno alla classe un ulteriore contributo.
     

    Chi saranno i docenti e quale eredità  raccoglieranno gli studenti da parte degli insegnanti?

    I docenti saranno: Erica Mc Donald e Andrew Sullivan per il primo workshop, dal titolo "New York Stories: the intuitive document", dal 23 al 29 maggio; Massimo Sciacca  per il secondo, dal titolo "Another Frame in New York City" dal 30 maggio al 5 giugno; Aaron Lee Finema per il terzo e ultimo, dal titolo "Neighborhood portraiture of New York City", dal 6 al 12 giugno. Tutti e quattro sono fotografi affermati e di grande esperienza, ognuno col suo peculiare modo di declinare il macro genere del reportage. Gli studenti avranno l'opportunità di lavorare a stretto contatto con questi straordinari professionisti e di trarre dalle loro esperienze insegnamenti fondamentali da mettere in pratica per lo sviluppo del proprio percorso fotografico. La serata conclusiva del workshop, con la presentazione pubblica del lavoro realizzato, sarà poi un'occasione di confronto e di scambio tra culture fotografiche.

    Alcuni celebri edifici di Manhattan sono stati realizzati in modo da mutare toni di colore nell’arco della giornata. Questo perché la luce del sole colpendoli a differenti inclinazioni rivela campioni cromatici intrinseci ai materiali utilizzati nella costruzione. Sarà vostra intenzione concentrarvi esclusivamente sul black&white o troverà spazio anche il colore?

    Non intendiamo porre alcun limite alla creatività dei partecipanti ai workshops: ognuno potrà decidere di lavorare ed esprimersi con quello che riterrà essere il miglior linguaggio, che sia quello del colore o del bianco e nero, per sviluppare il proprio progetto newyorchese. Anche l'uso del medium, analogico o digitale, sarà totalmente a discrezione dei fotografi.
     

    Entrambi avete studiato fotografia qui a New York. Che ricordo avete dell’esperienza americana?

    Studiare fotografia a New York e frequentare l'ambiente fotografico newyorchese sono state esperienze fondamentali per entrambi. Nella Big Apple ti può capitare di incontrare un grande professionista ed essere invitato a casa sua a parlare di fotografia senza alcun formalismo. Chi è più esperto di te è sempre disponibile a condividere la sua esperienza e aiutarti per crescere e migliorare. Sono tutte cose che colpiscono, che lasciano un segno e che si sente l'esigenza di condividere. E' per questo che è nato il nostro progetto Photography Workshop in New York, per dare l'opportunità, a chi magari non potrebbe altrimenti averla, di conoscere questo mondo.
     

    Un’ultima curiosità  relativa allo strumento di lavoro. Quale macchina fotografica utilizzate e a che età vi siete avvicinati a questo mezzo?

    Attualmente utilizziamo entrambi sia macchine analogiche che digitali. Laura ama la sua Nikon FMn2 per la fotografia a pellicola in bianco e nero e per il digitale utilizza una Nikon D300; io (Roberto) invece quando fotografo in bianco e nero sono un amante del medio formato a pellicola e utilizzo una Mamiya 6; per il digitale uso io pure la Nikon D300.

    Entrambi ci siamo avvicinati al mezzo fotografico da giovanissimi, coltivando la passione per la fotografia in maniera intima e personale. Crescendo è qualcosa che ci siamo sempre portati dietro, a volte anche a fasi alterne, sino all'età in cui abbiamo deciso che questa passione doveva diventare qualcosa di più, doveva fare parte della nostra vita in maniera integrante. Ed è nato Spazio Labò e tutti i progetti ad esso legati.

  • Events: Reports

    Terna Prize in New York. When Energy Becomes a Form of Art

    The exhibit features sixteen artists whose work varies widely and who arrived from Italy to take part and exhibit their work in Chelsea. The group exhibition at the Chelsea Art Museum in New York City was organized around the theme of connectivity and sponsored by Terna, the Italian company that operates the nation’s electricity transmission grid. Bold but necessary choices that are both transparent and far-sighted have allowed Terna to become the new standard for a national firm. Its innovative practices include a comprehensive management system for energy transmission, the creation of the National Control Center, strategic investments over the next four years, respect for the environment, and a concrete interest in sustainability. Aside from its business practices, the company has also been involved with current trends in contemporary art. 

    Manhattan played host to the winners of the first annual Terna Prize 01. Over three thousand visitors filled the impressive museum located in Chelsea, the Manhattan neighborhood which has held events like this for decades. The area is in fact known as the gallery district because some of the most prestigious art galleries and exhibit spaces are located here. 

    Among the curious and devoted art lovers, there were also several famous people in attendance: Maurizio Cattelan and Nicola Verlato, Jeffrey Wright  who played the lead role in Basquiat, and  Sabrina Ferilli, noted actress and long-time partner of Flavio Cattaneo, CEO of Terna.

    One of the main objectives of the event was to underscore the international role that Italy plays in contemporary art. During the Terna Prize, in fact, the results of a survey were shared which studied the perception that the American arts community has of Italian contemporary art. It was a useful tool aimed at enhancing the mutual relationship and understanding between the two communities and creating a meeting point from which to embark on a path of growth and exchange. 

    The Terna Award Jury was comprised of the Presidential Committee, the Curatorial Committee, and a number of distinguished representatives of art and culture. The general public was also invited to participate by voting online for the People’s Choice Award.  

    The artists include Terawatt Award winner Luigi Ontani, Gigawatt Award winner Francesco Arena, Megawatt Award winner Andrea Chiesi, as well as Riccardo Albanese, Elena Baldelli, Gabriele Bonato, Gabriele Giugni, Giovanni Ozzola, Davide Eron Salvadei, Giovanni Albanese, Davide Bertocchi,

    Laura Cantrarella, Rocco Dubbini, Raffaela Mariniello, Antonio Riello, and winner of the online-voted People’s Choice Award Hôtel de la Lune.  

    The contest competition also seeks to highlight the cultural and artistic goals of Progetto Terna. Each year it will choose a world capital of art and in so doing artists will gain international visibility and will no longer be limited by the confines of their own studios, workshops, and galleries.  

    In establishing the Prize, Terna worked closely with independent curator and contemporary art critic Gianluca Marziani Marziani. Marziani commented on plans to improve the competition in the future: “Next year’s contest will have a more international character. The jury will be comprised of leading figures in the art world such as Matthew Higgs, Director of White Columns [8] in New York and Vicente Todolì, Director of Tate Modern Gallery [9] in London.

    A new, special category will be added and Connectivity New York will be open to both Italian and international artists working in the Big Apple. The winners of this award will have the opportunity to live in Rome and New York for three months, thanks to the Artist Residency Program, while benefitting from the opportunity to create their work in a city that not only hosts them but above all that inspires them. We are certain that both Rome and New York will be able to do so.” 

    Prior to the opening, Director of the Italian Cultural Institute in New York Renato Miracco, along with the Consul General Francesco Maria Talò, observed: “For the past seven years Premio NY has also awarded Italian artists with a period of residence in Manhattan. The objective of these initiatives is to support Italy’s ongoing contribution to international contemporary art.”  
     
    For the occasion, the publisher Guido Talarico launched the new magazine Inside Art International. Luigi Ontani’s Electricthrone graces the front cover, and inside there are insightful and reflective articles about the Italian “state of art” in New York for the American public to read.

    Translated by Giulia Prestia

  • Premio Terna a New York. Quando l'energia diventa una forma d'arte

    16 artisti diversissismi tra di loro, direttamente dall'Italia per esporre a Chelsea. Grande successo per Connectivity, la mostra collettiva ospitata al Chelsea Art Museum di New York City, organizzata dalla societa` italiana Terna, operatore di reti per la trasmissione dell’energia nel Paese.Scelte audaci ma doverose, trasparenti e lungimiranti hanno reso Terna un nuovo archetipo dell`impresa nazionale. La gestione del sistema di trasmissione dell`energia, la nascita del Centro Nazionale di Controllo, gli investimenti strategici dei prossimi quattro anni, il rispetto per l`ambiente e l`interesse concreto per la sostenibilità. Ma tutto questo non basta, ecco anche la produzione artistica contemporanea.

    E Manhattan ha funto come host di riferimento accogliendo i 16 partecipanti  del Terna Prize 01, al suo primo anno di vita. Tremila i visitatori che hanno riempito la splendida sala del museo di Chelsea, quartiere newyorkese da anni deputato ad eventi di questo tipo.  L`aerea è infatti conosciuta come "il quartiere dei galleristi" per i tanti spazi d`arte presenti, tra i più importanti del mondo.

    Gianluca Marziani, curatore della mostra, appare palesemente soddisfatto per il successo ottenuto. Un progetto non di facile attuazione ma assolutamente riuscito, tanto che ci sarà la seconda edizione del premio Terna, il Terna 02.

    Tra i curiosi e gli appassionati d`arte presenti

    anche personaggi noti al grande pubblico: Maurizio Cattelan e Nicola Verlato, Jeffrey Wright protagonista di "Basquiat", la nota attrice Sabrina Ferilli compagna da tempo di Flavio Cattaneo, Amministratore Delegato di Terna.

     Da sottolineare uno degli obiettivi principali dell`evento: approfondire la consapevolezza del ruolo internazionale che l`arte italiana ricopre. Durante il Terna Prize infatti è stato presentato uno studio relativo alla percezione che la comunità artistica americana ha della nostra arte contemporanea. Una utile riflessione mirata ad arricchire la conoscenza reciproca tra le due realtà, proponendosi come punto di incontro da cui partire per intraprendere un percorso di crescita e di scambio continuo.

     Questi i sedici vincitori del premio, cominciando da Luigi Ontani per la categoria Terawatt, continuando con Francesco Arena, Giovanni Ozzola, Elena Baldelli, Gabriele Giugni, Riccardo Albanese, Davide Eron Salvadei, Gabriele Bonato per la categoria Gigawatt. E poi ancora Andrea Chiesi, Laura Cantarella, Rocco Dubbini, Davide Bertocchi, Raffaella Mariniello, Antonio Riello e Giovanni Albanese per la categoria Megawatt e Hotel de la Lune, vincitore dell`Online Award. La giuria composta dal Comitato di Presidenza, dal Comitato Curatoriale e da una serie di illustri esponenti dell`arte e della cultura, si e` dovuta confrontare anche con il parere del pubblico della rete, espresso attraverso il Voto Online.  

    Desideriamo sottolineare l`itinerario culturale/artistico del Progetto Terna. Ogni anno verra` infatti scelta una capitale mondiale dell`arte, permetterndo cosi` agli artisti di ottenere visibilita` internazionale, non rimanendo confinati entro le mura amiche dei propri studi, laboratori e musei.

    Ancora un volta Marziani ci mostra la via del miglioramento futuro. "Maggiore carattere internazionale sara` dato dalla giuria 2009 formata da figure di primo piano come Mattew Higgs, Direttore del White Columns di New York e Vicente Todoli, Direttore della Tate Modern Gallery di Londra. L`edizione 2009 vedra` poi aggiungersi una speciale categoria, Connectivity New York si aprira` infatti agli artisti italiani e internazionali che lavorano nella Grande Mela. I vincitori del premio avranno la possibilita` di risiedere per un periodo limitato di tre mesi a Roma e a New York, grazie all`Artist Residency Program, potendo soddisfare le esigenze artistiche e avviarsi ad una produzione in una citta` capace non solo di ospitarli ma anche, e soprattutto, di stimolarli. Roma, quanto New York, siamo sicuri sara` in grado di farlo."
    Renato Miracco, direttore dell'Istituto Italiano di Cultura di NY intervenuto prima all'inaugurazione con il Console Generale Francesco Maria Talò, osserva: "Da 7 anni esiste anche il Premio NY offrendo un periodo di residenza per gli artisti italiani a Manhattan. L'obiettivo di questo tipo di iniziative è quello di recuperare centinaia di anni, garantire la presenza dell'arte contemporanea nel mondo".

    E per l'occasione l'editore Guido Talarico presentata al pubblico la nuova rivista "Inside Art International". Sulla copertina l'opera di Luigi Ontani “Electricthrone”, dentro approfondimenti e riflessioni anche per il pubblico aemricano sullo «stato dell'arte» italiana anche a New York.

  • Do you speak CIBUS?

    In che modo è possibile riconoscere il vero prodotto italiano? Come sentirsi sicuri di aver acquistato Made in Italy? Dove poter reperire le informazioni necessarie per soddisfare i quesiti di natura gastronomica? CIBUS è una laisposta. Presso Marea, 240 Central Park South, delizioso ristorante che si affaccia tra il parco centrale di Manhattan e Columbus Circle grazie a Cibus abbiamo avuto la fortuna di assaporare ottimi vini e gustatre prodotti italiani preparati al momento dai quattro chef del ristorante.

    Atmosfera rilassata e gioviale, profumi speziati e dolci, luci profonde e calde. Osservazioni e discorsi legati al cibo, alle ricette, alla storia dei piatti della tradizione culinaria nostrana. Tutto perfettametne italiano. Con uno sguardo speciale al territorio da cui queste bontà provengono, terre ricche di storia, la storia del mangiar sano.

    Prosciutto, Parmigiano e una vastissima gamma di altre prelibatezze prodotte completamente in Italia costituiscono il cuore di CIBUS, Salone Internazionale dell’Alimentazione. Una fiera in cui è possibile scoprire molti dei trucchi che la gastronomia italiana custodisce. A Parma dal 10 al 13 maggio 2010.

    Proprio la città di Verdi è il luogo in cui ogni due anni i migliori prodotti nostrani trovano posto divenendo i protagonisti assoluti di una tre giorni di successo.

    CIBUS, un evento che da 25 anni cresce sempre più di imporantanza nel settore gastronomico.

    Ma a chi si rivolge? Il target di riferimento è costituito da veri professionisti del settore. In larga scala distributori, fornitori, importatori - più di mille sono stati gli “addetti” stranieri intervenuti nella scorsa edizione - responsabili dell’ufficio acquisti di grandi compagnie, ristoratori e managers di catene di ristoranti.

    Ampio risalto viene dato ai numeri che riguardano il settore dell'alimentazione. Meno del 10% dei prodotti il cui nome “suona” italiano è davvero Made in Italy, laddove il restante 90% è rappresentato da imitazioni. La presenza a CIBUS viene ad essere perciò la migliore opportunità e uno strumento di lavoro indispensabile per cautelare il proprio business e la propria clientela.

    Di fronte a queste statistiche si rimane a  bocca aperta ma l'amarezza dei calcoli matematici viene presto addocita una rosata fetta di prosciutto e un sorso di vino rosso.

    L’educazione al cibo non può esistere senza una seria istruzione, questo il punto attorno al quale salvare la nostra qualità e autenticità. Elda Ghiretti, Responsabile Fiere Alimentari e Food Show , punta esattamente su questo fattore, il sapere, considerando l’alimentazione stessa parte integrante della cultura di un Paese. Ecco perché conoscere i modi di preparazione dei piatti è strettamente legato a quella degli ingredienti che servono per prepararli.

    La precedente edizione, CIBUS 2008, ha dimostrato di fungere da strumento affidabile di promozione del Made in Italy alimentare in tutto il mondo, considerando la difficoltà e l’esigenza di doversi costantemente mantenere in linea con la competitività che il mercato globale richiede. Rinnovamento quindi, e innovazione, anche nel settore gastronomico.

    CIBUS abbraccia anche il settore dolciario, attraverso Dolce Italia. Punto di riferimento per tutte le compagnie impegnate in questo specifico settore, l’edizione 2008 ha registrato la presenza di 300 exhibitors provenienti da 11 differenti Paesi. Dolce Italia è la più ampia e completa vetrina dell’industria dolciaria, ennesimo ambito in cui il Made in Italy gioca un ruolo chiave nella promozione dell’Italia all’estero.

    Appuntamento dunque a CIBUS 2010, Parma - 10/13 maggio - nel centro della food valley d’Europa, il luogo migliore dove incontrare la qualità degli ingredienti e le infinite gamme di gusti e sapori che la tradizione italiana è capace di offrire.

    Sede espositiva: Quartiere Fieristico di Parma
    Per informazioni: tel. +39 0521 996206 - [email protected]

  • Art & Culture

    Video Art - Federico Solmi's American Revenge

    What happens to an artist when his creativity is threatened to be silenced? How should one feel, what is left to think, where does inspiration escape to? This is what I asked myself as I met with Federico Solmi, the internationally-renowned Italian artist accused of blasphemy because of a wooden crucifix and an imaginary pope caught with an erection. 

    And yet America has rewarded him.

    Federico was honored with the prestigious 2009 Guggenheim award in the category of video and audio art. Many previous recipients have gone on to win Nobel prizes in literature, economics, and science.

    Established in 1925 by Senator Simon Guggenheim in memory of his son John Simon who died on April 26, 1922, the award seeks to promote cultural growth in a broad sense by financially assisting scholars and artists with their work and research without making any distinctions of race, color, or religious creed.

    “It’s exciting to win such a prize and to be associated with the most important names in culture, medicine, and science. For me, it means becoming a part of the American establishment.”

    Federico is a self-taught artist and his accomplishment gives us a reason to pause. It’s not necessarily because of a college degree or some other diploma that demonstrates his artistic ability but it’s because America gives everyone the opportunity to pursue their dreams.

    It’s not when you hear it repeated over and over, but rather when it happens to you that you begin to understand that it is possible.

    “To participate in the contest last year, I sent the same collection of work related to the video ‘The Evil Empire,’ which was confiscated in Bologna.
    The months following that incident, January to March of this year, were very difficult but ultimately what occurred was what I consider to be a miracle. The most important artists and critics recognized and rewarded me.”

    But what exactly does Federico Solmi do? His art is comprised primarily of 2D pencil drawings on paper that are then transformed into video animation; the resulting work is irreverent, surrealistic, offbeat, and ironic.

    Using pop culture as a vehicle to represent the artifacts of the entertainment industry, the world of video games, and the Internet, his work offers a glorified vision of the present, a present based on ephemeral values and one that is in constant danger of disintegration.

    The contradictions of our society are the inspirations that gave birth to this creative project in which the protagonists appear to be small puppets catapulted into worlds that have already defeated them from the start. They are victorious heroes that, despite their place in the hierarchy and dictatorial positions, reappear strangled and mutilated – perhaps by their own power.

    In the work “The Evil Empire,” the 35 year-old Bolognese artist who is a New Yorker by adoption after spending the last ten years in the Big Apple, takes aim at the generic, abstract figure of a pontiff and at the entire history of the Catholic church.

    The work stems from the desire to explicitly portray the degeneration of our society by firing at the evil and vices that afflict modern man. The futuristic video set in 2046 is nothing more than a parody of contradictory historical context with the major players swallowed up by earthly temptations and ephemeral values and where morality no longer exists but is replaced by current leaders who are consumed with hunger for power and Hollywood narcissism.

    The artist, who is known for his paradoxical video animation that provides a personal and ironic vision of the degeneration of contemporary society, agreed to sit down with i-Italy and answer a few questions.

    “It seems appropriate to satirize the millennial power of the church,” he explains, “and I’d like to say that there is no reference to the current pope because I have no interest in doing so. The wooden crucifix with the naked figure with the papal headdress,” asserts the artist, “is a self-portrait, an absolutely fictionalized pope that I use to talk about power and the people who use it to destroy the lives of others. I included it among other evil people who, by contrast, I specifically identified: Stalin, Hitler, and Napoleon.”

    Controversy, however, has accompanied this young artist on his global journey, and Italy – his Italy, our Italy – is blind to this artist who is capable of putting himself into play with the force, power, and liability of his own ideas.

    Provocation is not an end in itself, although it may be a common practice among many of his

    colleagues. It is, instead, a demonstration of dissent, a critical sensibility that has now become a creative force as well as a work of art, communication, and perhaps even counter-information.

    The award from the Guggenheim Foundation that amounts to 38,000 Euro will enable him to finance his next project, the video “Chinese Democracy and the Last Day on Earth,” which is a satire about the history of “human stupidity, from prehistory to the present day,” with an epic finale – a “space war between the two super powers, America and China.”

    “New York remains the most important city in the world for art. Despite the great economic crisis, it is still the barometer of the global art market and the place with the largest number of galleries and museums in the world.”

    ¬ "The Evil Empire" - trailer 2009


    His next solo show in New York will take place in January 2010 at the Gallery LMAK Projects, in the new neighborhood filled with art galleries, the Lower East Side.

    His work will also be shown in Santa Fe, New Mexico on January 19 and 20, 2010 at SITE Santa Fe, the nonprofit contemporary art organization committed to the growth and enrichment of cultural life in Santa Fe and beyond.

    For more information about Federico Solmi, please visit www.federicosolmi.com/

  • Video Arte - Federico Solmi. Rivincita con il Guggenheim

    Cosa accade ad un’artista quando la sua creatività rischia di essere messa a tacere? Come si deve sentire, cosa finisce per pensare, dove sfugge l’ispirazione? Questo è ciò che mi sono chiesto incontrando Federico Solmi, artista italiano di fama mondiale, accusato di blasfemia in merito ad un crocifisso in legno riproponente un papa immaginario colto da erezione.

    Eppure l’America l’ha premiato.

    Federico ha avuto l’onore di vedersi assegnato nel 2009 il prestigioso premio Guggenheim nell’ambito della videoarte. Molti di coloro che hanno ricevuto questo fellowship si sono poi aggiudicati premi Nobel nel campo della letteratura, dell’economia e della scienza.

    Istituito nel 1925 dal Senatore degli Stati Uniti Simon Guggenheim in memoria del figlio John Simon scomparso il 26 Aprile 1922, il premio tenta di favorire lo sviluppo culturale in senso ampio, cercando di incoraggiare e promuovere la crescita di studiosi e artisti assistendoli finanziariamente nei loro percorsi di ricerca senza distinzioni di razza, colore o credo religioso.

    “È emozionante per me vincere un premio del genere e trovarmi vicino a nomi importantissimi della cultura, della medicina, della scienza. Questo vuol dire essere diventato parte dell’establishment americano.”

    Federico è un autodidatta e la sua vittoria deve far riflettere.
    Perché non è necessariamente dovuta la laurea o qualche altro diploma che attesti la capacità artistica, perché l’America dà la possibilità a tutti di inseguire il proprio sogno, perché quando non lo senti dire in giro ma ti capita di persona allora capisci che è vero.

    “Per partecipare al premio avevo mandato un anno fa proprio lo stesso ciclo di opere legate al video ‘The Evil Empire’ che a Bologna è stato sequestrato. Dopo quell’accaduto, da gennaio a marzo di quest’anno, sono stati mesi durissimi, ma alla fine è successo quello che io chiamo un miracolo. Artisti e critici importantissimi mi hanno premiato.”

    Ma di cosa si occupa esattamente Federico Solmi? La produzione è composta principalmente da disegni 2D su carta, utilizzando il tratto della matita, trasformati in seguito in videoanimazione. La sua capacità espressiva è anche in grado di manifestarsi attraverso altri media quali sculture meccaniche e dipinti, offrendo sempre una visione soggettiva della società contemporanea.

    Opere irriverenti, surrealiste, stravaganti e ironiche. Sono le opere di Federico Solmi, sono la sua personalità, la sua profondità di sguardo. Prendono di mira la malvagità e i vizi che affliggono la società moderna e ne ridono senza un particolare moralismo punitivo di fondo.

    Veicolando la cultura pop attraverso la ripresentazione dei suoi artefatti, dell’industria dell’intrattenimento, del mondo dei videogame e di internet, propone l’esaltazione del presente, di un presente basato su valori effimeri, in continuo pericolo di sbriciolamento o, come dicono negli Stati Uniti, falling apart, l’andare a pezzi, il disintegrarsi.

    Colpisce il Sistema facendo luce sulle sue ombre. Un Sistema che approva senza domandare, che si basa sulle fragili fondamenta della cultura contemporanea o di una contemporaneità orfana di cultura.

    Le contraddizioni della nostra società sono gli spunti per partorire un progetto creativo i cui protagonisti figurano come piccole marionette catapultate in mondi che già li vedono sconfitti in partenza. Sono eroi vinti malgrado la posizione gerarchica e, se vogliamo, dittatoriale che ricoprono, strangolati, forse, dal loro stesso potere.

    Nell’opera “The Evil Empire” (“L’Impero del Male”) l’artista bolognese, newyorkese d’adozione, 35 anni e da dieci nella Grande Mela, prende di mira la figura del pontefice, seppur di un pontefice astratto, e con esso la storia tutta della Chiesa.

    Il video della durata di quattro minuti, composto da oltre 1000 disegni su carta, che già l’anno scorso fece scandalo a Madrid quando venne mostrato in una pubblica piazza, ha ancora una volta suscitato un vespaio di polemiche a livello internazionale. Se questo lo si poteva in fondo prevedere, ciò che non ci si aspettava era la condanna massmediatica prima ancora della sentenza del processo in corso.

    L’opera nasce dall’esigenza di voler rappresentare in maniera esplicita la degenerazione della società odierna prendendo di mira la malvagità e i vizi che affliggono l’uomo moderno.
    Il video, ambientato in un futuristico anno 2046, non è altro che una parodia al contradditorio contesto storico che stiamo attraversando, con i suoi protagonisti inghiottiti da tentazioni terrene e valori effimeri, dove non esiste più una morale, sostituita dai nostri leaders, consumati dalla fama di potere e dal narcisismo di tipo hollywoodiano.

    Quelle immagini animate e “vietate ai minori” compongono il video già acquistato da dieci collezionisti di tutto il mondo, a 15mila dollari al pezzo, tra cui Marlene Nathan Meyerson, tra le sostenitrici del Metropolitan Museum, e i collezionisti milanesi Paolo Curti e Annamaria Gambuzzi che da tempo seguono e sostengono il lavoro di Solmi. Il crocifisso invece è in vendita a circa 5mila euro.

    I suoi personaggi si muovono in questo scenario anti-utopistico, dove menzogna, pornografia, religione, violenza, sesso e bagni di sangue convivono in perfetta armonia.

    La pornografia rappresenta per Solmi la metafora di un mondo maschilista, primitivo, brutale, adoperata per descrivere la decadenza del mondo occidentale.

    “Non voglio puntare il dito contro un’industria, quella pornografica, che per primo ho finanziato, sponsorizzato e consumato, e dalla quale ho tratto tanti benefici, anche economici. Il mio primo video ‘Rocco Never Dies’ è basato sulla vita di Rocco Siffredi, il quale ho avuto modo di incontrare e conoscere.”

    L’artista bolognese, conosciuto dal pubblico per le sue contraddittorie videoanimazioni nelle quali offre una visione personale ed ironica della degenerazione della società contemporanea, ha accettato di incontrare i-italy e rispondere alle domande che gli abbiamo posto.

    “Mi sembra normale fare satira su un potere millenario come quello della Chiesa — spiega — e ci tengo a dire che non c’è nessun riferimento al papa attuale perché non ho alcun interesse a farlo. Il crocifisso ligneo con figura nuda fornita di copricapo papale - afferma l'autore - è un autoritratto, un papa assolutamente di fiction che uso per parlare del potere e della gente che lo utilizza per devastare le vite altrui. L’ho messo fra altri cattivi che invece hanno un volto ben preciso: Stalin, Hitler e Napoleone.”

    Secondo Federico il crocifisso che ha scatenato le polemiche e la denuncia del tribunale di Bologna per blasfemia, se fosse mostrato a New York, “passerebbe inosservato.”

    Ricordiamo che quando una famosa galleria d'arte newyorkese ha esposto "The Evil Empire" nessuno ha pensato di condannare l'opera.

    Mostre personali con il video in questione, realizzato disegnando su una preparazione in 3D del collega neozelandese Russell Lowe, si sono già tenute a Parigi, a Barcellona e a Bergen.
    Le polemiche accompagnano però il cammino mondiale di questo giovane artista, e l’Italia, la sua Italia, la nostra Italia, si rende cieca di fronte ad un autore capace di mettersi in gioco con la forza e la responsabilità delle proprie idee.

    Non è provocazione fine a sé stessa, pratica comune fra molti suoi colleghi, è manifestazione del dissenso, senso critico divenuto forma creativa, opera d’arte, comunicazione e, perché no,

    controinformazione.

    Ma come è riuscito Solmi da autodidatta nato in una piccola città italiana, Bologna, a diventare un nome conosciuto da moltissimi a New York?

    Nel settembre del 1999 Federico lascia l’Italia per trasferirsi nella Grande Mela. Non è facile, non ha molti contatti ma ha la determinazione dei grandi.

    Già a partire dal 2002 diviene uno degli artisti più coinvolti nello sviluppo di Williamsburg e D.U.M.B.O., dove, qualche anno più tardi, inaugurerà la prima mostra personale. Da quel momento non hai mai smesso di crescere a livello professionale divenendo l'autore che oggi New York stessa riconosce per serietà e maturità artistica.

    Il suo vero core business, passatemi l’utilizzo di un tale termine, è il 2D. Perché dico core business? Perché Solmi riesce a ricoprire più ruoli, non si limita a “fare l’artista”, è imprenditore di sé stesso. Questo significa rischiare sulla propria pelle, saper spendere la propria professionalità, ottenere il consenso e la fiducia dei finanziatori, la stima dei colleghi e il plauso dei collezionisti.

    Federico Solmi è rappresentato da ADN Galeria - Barcelona, LMAK Projects - New York, and Pascal Vanhoecke - Paris.

    Il premio della Guggenheim Foundation, consistente nella somma di 38mila euro, gli consentirà di finanziare il suo prossimo progetto, il video “Chinese Democracy and the Last Day on Earth”, una satira sulla storia “della stupidità dell’essere umano.”

    “Dalla preistoria ai giorni nostri”, con un finale epico, in stile Solmi, ovvero “una guerra spaziale tra le due super potenze, America e Cina.”

    Non ci resta che aspettare e sperare che l’Italia apra gli occhi, finendo di perdere inesorabilmente terreno sugli altri Paesi. In particolar modo nel campo dell’arte crediamo debba e possa essere l’ombelico del mondo.

    In fondo se Federico, e tantissimi altri come lui, è venuto a New York e non è rimasto a Bologna, piuttosto che a Milano, Venezia, Roma o Napoli, un motivo c’è.
    Si abbia il buon gusto e l’onestà intellettuale di riconoscere i limiti del nostro Paese e di chi lo governa.

    “New York rimane tuttora la città più importante per l’arte nel mondo. Nonostante la grande crisi economica, rappresenta il barometro del mercato dell’arte mondiale ed il luogo dov’è concentrato il maggior numero di gallerie e musei al mondo.”

    ¬ "The Evil Empire" - trailer 2009

    La prossima mostra personale a New York sarà organizzata per il gennaio 2010, presso la Galleria LMAK Projects, nel nuovo quartiere delle gallerie di Loisaida, il Lower East Side.
    Nel New Mexico, precisamente a Santa Fe, parteciperà il 19 e il 20 gennaio 2010 presso la struttura privata no profit SITE Santa Fe, organizzazione d’arte contemporanea impegnata nella crescita e arricchimento culturale della vita di Santa Fe e non solo.

    - Federico Solmi
    http://www.federicosolmi.com/

  • Mani per parlare, l'Italian Way nella comunicazione

    È vero, l’italiano quando parla parla col corpo. Lo abbiamo verificato martedì sera alla Casa Italiana Zerilli Marimò.  Esplorando l' Italian Way, il modo di fare italiano, gli spettatori si sono divertiti a ritrovare quella gestualità e quel gesticolare che accompagna la lingua parlata. 

    Occasione per  fare tutto ciò è stata un doppio recital teatrale, “The Italian Body” e “A, B, C. L’Italiano si impara così”, testi scelti da KIT - Kairos Italy Theater - compagnia giovane e dinamica fondata a New York nel 2002.

    Coerenti con la missione del gruppo di teatro, creare uno scambio culturale tra l'Italia, gli Stati Uniti e le altre comunità internazionali, l'evento si è figurato come mezzo per aumentare la conoscenza della cutura italiana nel pubblico presente attraverso la recitazione di Marta Mondelli e Laura Caparrotti.

    Un dizionario gestuale è stato sfogliato durante tutta la serata, rivelando il perché di certe situazioni comuni in cui è il corpo a fungere da voce. Movimenti che giungono sino a noi da molto lontano, da una storia artistica, la Commedia dell’Arte, dalle maschere di quel teatro italiano portato in scena anche dagli artigiani che con le loro creazioni vestirono gli attori.

    La maschera, che insieme al costume caratterizzò fortemente lo stile di recitazione, venne e tuttora si trova ad essere sinonimo stesso di personaggio. E gli attori dietro la maschera, non potendo sfruttare la mimica facciale, finirono per servirsi di un linguaggio del corpo istintivo e naturale, della cui eredità noi stessi non sempre siamo consapevoli.

    Le mani hanno di fatto creato un’altra lingua. E quella lingua, quel linguaggio, ha divertito enormemente il pubblico in sala.
    I nostri Paisà si sono ritrovati a sorridere di loro stessi, di quel modo di chiedere le cose. "Cosa vuoi?", "che sta succedendo?" "ce ne andiamo?", di quel gesticolare per dire "buono!", "non mi interessa niente!", "ma va al diavolo!".
    E chi non condivideva la nazionalità tricolore ha sorriso lui pure, incredulo, che ci si possa intendere

    alla perfezione senza l'uso della parola.

    Gli italiani possiedono il dono della comunicazione hanno sostenuto alcuni.

    Gesti che non solo accompagnano le parole ma le sostituiscono talvolta. Forse tutto questo fa parte del nostro DNA.

    Dal teatro greco, importato in Italia, alla Commedia dell’Arte le cui maschere ogni anno popolano il Carnevale, giunge a noi un tale retaggio mimico. Così, ancora oggi come accadeva nella Venezia del XVIII° secolo, l’italiano usa il corpo, tutto, per esprimere quello che il viso da solo non può fare, arricchendo pertanto l’esperienza comunicativa.

    Nella seconda parte della serata Laura Caparrotti ha invece vestito altri panni, assumendo i modi stereotipati dell’uomo del nord, del centro e del sud. Attraverso sei città, Bolzano, Milano, Firenze, Roma, Napoli e Palermo, ha analizzato le differenze e le somiglianze dei cittadini italiani.

    Concentrandosi sui cliché per i quali l’Italia è conosciuta, e attraverso la poesia e la musica, le immagini e la storia, ha presentato quella grande varietà culturale di cui è ricco il nostro Paese.
    Perché certamente l’Italia è una nazione fatta di tanti regionalismi, di tanti piccoli stati, e se questa realtà sotto certi aspetti si manifesta come limite, la divisione interna connaturata al sistema può presentarsi talvolta come smisurata ricchezza. Ed è proprio nella varietà, nella diversità di lingua, costume e tradizione che l'Italia può giocare la carta del turismo, stimolando la curiosità, traferendo cultura.

    Nelle disuguaglianze il popolo italiano, questa sera per lo meno, si è ritrovato un po’ più simile e un po’ più vicino a sé stesso, cosa che forse potrebbe, o dovrebbe, essere normalità nell’arco di tutto l’anno.

    In questo giugno newyorkese bagnato da un’insolita pioggia autunnale, l’evento teatrale di Casa Italiana ha tinto di colori caldi e vivaci l’ambiente, ingentilendo gli animi di tutti i presenti.

  • Cinema. "L'uomo che ama" secondo Maria Sole Tognazzi

    L’uomo che ama non è forse troppo diverso dalla donna che ama.
    Spogliato dai retaggi socioculturali che impongono o dipingono la figura maschile in un modo che forse possiamo considerare superato o, addirittura, menzognero, l’uomo si mostra nudo, eternamente debole e forte un secondo più tardi.

    “Che ne sai, che ne sai di come ti amo io?”, queste le parole di Roberto nel primo scontro con l’amore, un sentimento che viene vissuto da ognuno alla propria maniera, certo, soggettivo e intimo vogliamo dire, ma chiaramente nei tanti “metodi” di viverlo è possibile trovare dettagli, indizi, tracce di un’esperienza comune.

    Maria Sole Tognazzi al secondo lungometraggio racconta utilizzando la figura maschile, anzi almeno quattro figure maschili, tutte le possibili variazioni sull’amore.

    Il lasciare e l’essere lasciato sono i traumi che affliggono gli uomini, ma anche le donne, di questa pellicola. Una pellicola che non si ferma a questo, va chiarito, ma che, scegliendo di andare oltre, entra e indaga in maniera finalmente adulta sulle motivazioni che portano a prendere o a non prendere determinate decisioni, perché si può lasciare ed essere lasciati per amore, e per non più amore. Vittima e carnefice, è davvero questa la dicotomia possibile? Quale soluzione dunque? E quali risposte agli interrogativi che ci tormentano? Nelle parole dei saggi dell’amore, di coloro che hanno vissuto più di noi, ci sembra poter cogliere il vero assoluto ma in realtà non c’è risposta alcuna che dissolva dubbi e paure. Forse l’unico conforto è continuare a vivere, a respirare, perché solo così, prima o poi, potremmo cominciare ad amare nuovamente, perché in fondo, presto o tardi, “arriva un momento una mattina, senti che la vita continua, che è più forte e che bene o male tu ci sei dentro.”

    Davvero siamo grati agli organizzatori di “Open Roads: New Italian Cinema”, giunto alla nona edizione, ospitato presso il Lincoln Center, tra i più importanti istituti culturali newyorkesi. E confidiamo in quel successo di pubblico che, per il film della Tognazzi come per gli altri presentati, ha fatto registrare il tutto esaurito, e proprio su tali basi speriamo possa questo piccolo gioiello italiano essere distribuito su vasta scala nel mercato americano.

    Un progetto riuscito, con un cast di valore che unisce Pierfrancesco Favino, Monica Bellucci, Ksenia Rappoport, Arnaldo Nicchi, Piera Degli Esposti, Marisa Paredes, Michele Alhaique, Glen Blackhall, una sceneggiatura ben scritta da Maria Sole Tognazzi ed Ivan Cotroneo, una colonna sonora ideale firmata Carmen Consoli e una produzione italiana, Donatella Botti per Bianca Film assieme a Medusa Film, rendono “L’uomo che ama” qualcosa di cui parlare e qualcosa su cui ragionare.

    Al termine della proiezione gli applausi del pubblico presente eterogeneo di età e provenienza. In lingua originale e ben sottotitolato in inglese tutti i presenti hanno sorriso, riso e sospirato all’unisono, perché il cinema è esso stesso linguaggio capace di parlare a chiunque abbia la capacità di ascoltarlo.
     

    Le barriere imposte dalla lingua non hanno perciò limitato la potenzialità espressiva del film, chiarendo a tutti i contenuti e il senso delle vicende proposte. Anche per questo, se non soprattutto, possiamo e dobbiamo considerarlo internazionale, perché il sentimento dell’amore è presente in ogni dove e non esistono confini in grado di fermarlo.

    ___

    Maria Sole Tognazzi è riuscita a superare con questo film nel modo giusto quei pregiudizi per cui il dolore per amore lo provano le donne o almeno lo provano le donne in certo modo.

    Abbiamo avvicinato la regista, a Manhattan per la proiezione del film,  per sapere di più del suo desiderio di descrivere un uomo  seguendo il punto di vista di una donna. Ma non solo, anche per esempio sul suo rapporto con New York.

    Perché hai scelto di raccontare l'uomo che ama?
    La sofferenza per amore sembra essere un patrimonio femminile, nel nostro Paese è più facile trovare donne sofferenti, donne tradite, donne che piangono, non solo nel cinema ma anche in letteratura. L'intento era quello di mettere al centro della vicenda un uomo e spiegare la sua complessità, la fragilità dell'animo maschile. Essendo io una donna ho osservato molto gli uomini nei comportamenti, avendo anche tre fratelli maschi, sono stata testimone del loro dolore, li ho visti piangere per amore. Una donna è più facile che mostri il dolore, un uomo meno, ed è per quello che ho raccontato un uomo. L'ho spiato, dentro casa, nel bagno quando vomita, quando non riesce a dormire, quando cammina la notte disperato. Mi sembrava importante dire che in questo caso non c'è una grande differenza, proviamo anzi esattamente le stesse identiche cose.

                                                          

    Che rapporto hai con la musica?
    Mi aiuta molto nel mio lavoro, sono appassionata di musica quasi più che del cinema, o comunque quanto il cinema. Carmen Consoli ha scritto la colonna sonora nel momento stesso in cui ha terminato di leggere la sceneggiatura, componendola quindi prima che iniziassimo a girare. Noi lavoravamo con la musica, sempre. Facevo ascoltare la musica agli attori quando stavano al trucco, mettevo io stessa l'iPod prima delle scene. Questo per farti capire quanto la musica potesse aiutarli, aiutarci ad entrare nella giusta atmosfera. Per me è nutrimento, e in un film sappiamo l'importanza che ha. Ci deve però essere sempre il giusto equilibrio nel cinema, non mi piace quando la musica viene messa "per forza" ad enfatizzare un'emozione. Personalmente cerco sempre di fare un lavoro a contrasto, laddove c'è una scena molto emozionante decido di accompagnarla ma non sostenerla dalla musica perché a quel punto penso ci sia un problema nel film.

    Quali sono le tue fonti di ispirazione?
    Tutto mi ispira, vedere delle foto, delle mostre, dei documentari, mi nutro come noi tutti di quello che la vita e l'arte ci dà a disposizione. A volte l'ispirazione di un costume, di un personaggio o dell'idea di un film nasce da un'immagine o dalla vita di tutti i giorni. Vedo un signore che scrive sulla sua agenda e mi viene in mente una storia che lo possa riguardare.
    Attingo dalla mie esperienze, dalla mia vita privata, anche se indirettamente. In questo film trovi soprattutto quello che sono riuscita ad osservare nelle storie degli altri, però ci sono dei gesti, delle attenzioni che sono mie e che entrano a un certo punto nei personaggi del film.

    Tu scrivi anche soggetti e sceneggiature cinematografiche. Sono davvero momenti così distinti gli uni dagli altri?
    Un film in realtà si scrive tre volte, quando lo scrivi, quando fai le riprese, quando lo monti. Il montatore è un secondo regista, è al montaggio che ti rendi conto se tutti gli equilibri del film funzionano ed è al montaggio che scrivi definitivamente il film, cambiando delle cose, rinunciando ad altre o rendendoti conto che te ne servivano altre ancora. Sono momenti creativi, tutti, quello della scrittura, quello delle riprese, che io amo, e quello del montaggio.

    Hai mai sognato di ambientare una storia a New York e che rapporto hai con questa città?
    In Italia è già complicato realizzare i film che facciamo e dove li facciamo. Ho certamente pensato a New York come possibile location ma devo dirti che essendo io una persona molto pratica l'idea di New York è e rimane un'idea, a meno che non si presentino davvero le condizioni per farlo, cosa alquanto inverosimile.
    La città mi affascina, si differenzia da tutte le altre città dell'America, è in fondo una realtà a sé. Non la conosco benissimo, questa è la terza volta che vengo qui. Credo però che non riuscirei a viverci, potrei trascorrere un periodo della mia vita ma sono una persona molto attaccata alla mie radici, la mentalità poi è così diversa dalla nostra e questo impone di avere una certa attitudine. Onestamente è molto distante dal nostro modo di vivere, il pensiero americano da quello europeo. Mi piace vedere il mondo, viaggiare e conoscerlo ma poi tornare a casa.

    Cosa porti nel tuo lavoro e nella vita di tutti i giorni di tuo padre Ugo?
    Papà è morto che io ero molto giovane, avevo diciotto anni. Ho avuto modo di conoscerlo poco. Il pensare e il rivedere la vita che ha condotto mi insegna l'amore per la vita, il senso critico rispetto le cose, l'autocritica, il senso dell'ironia, ma soprattutto molta umiltà. Purtroppo non è più con me, mi piacerebbe tantissimo poter confrontarmi con lui.
    Quando io ho iniziato a lavorare nel cinema lui non c'era già più e quando lui lavorava nel cinema io avevo la mia vita, facevo altro, le due cose erano separate.

    Progetti futuri o in fase di realizzazione?
    Sto scrivendo una commedia drammatica, un film corale, la storia di una famiglia, due madri, tre sorelle. Per ora svelo questo.

  • L'eredità ebraica tra Venezia e Lecce

    Ritornare a ricordare, rendendo omaggio ad una comunità antichissima e ad una religione altrettanto importante, la più antica tra le fedi monoteistiche.

    Farlo a New York,  una delle città con la maggiore presenza mondiale di ebrei, nella sede dell’Istituto Italiano di Cultura è stato sicuramente significativo. Farlo poi attraverso due regioni come il Veneto e Puglia, del nord e del sud,  ha dato la possibilità di spaziare e riflettere sulla grade esperienza di questa comunità nel tessuto regionale italiano.

    Alla conferenza sono intervenuti i docenti Gadi Luzzatto Voghera, Shaul Bassi e Fabrizio Lelli, rispettivamente della Boston University, dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e dell’Università di Lecce.

    Importante l'aiuto economico ed organizzativo del Consolato Generale d’Italia e del Centro Primo Levi, ancora una volta insieme nel portare avanti iniziative legate alla Comunità ebraica.

    Grazie alla presenza del Console Generale d’Italia Francesco Maria Talò e di Andrea Fiano, membro del Consiglio Direttivo del Centro Primo Levi di New York, gli uditori sono stati guidati attraverso un percorso di scoperta interessantissimo.

    Nelle parole del Console la testimonianza del retaggio culturale ebraico, parte della ricchezza comune dell’Italia contemporanea.
    Andrea Fiano ha poi ricordato le comunità ebree italiane, di Roma, Milano e Torino, senza dimenticare quelle appartenenti ai piccoli centri urbani come ad esempio Ferrara.

    La sfida futura, questo si è evinto dalla conferenza, è mantenere viva la cultura ebraica, una cultura che può essere trovata facilmente ove la si voglia cercare.

    Esistono in merito grandi quantità di fonti storiche. A Venezia è ad esempio possibile visitare la grande biblioteca ebrea, luogo della letteratura, della ragione e del sentimento, un luogo in grado di portare la storia nel presente, proiettandola e proiettandoci verso un futuro più roseo di condivisione e comprensione.

    Nel Veneto troviamo infatti importanti tracce della presenza ebraica. Impronte che raccontano di personaggi di spessore, alcuni forse mai esistiti, come Shylock, il mercante di invenzione shakespeariana, altri dalla vita piena e ricca, figure storiche come Emanuele Conegliano alias Lorenzo Da Ponte, poeta e librettista italiano, noto soprattutto come autore dei libretti delle grandi opere di Mozart, e molti altri, proseguendo con Moshe Chaim Luzzatto, colui che per primo affrontò la causa del proprio popolo nella letteratura moderna o Rabbi Leone Modena, grande studioso e scrittore del sedicesimo secolo.

    E ancora Cesare Lombroso, antropologo e giurista italiano, meglio conosciuto da molti come criminologo, dalle teorie bizzarre, e Luigi Luzzatti, giurista ed economista italiano, Presidente del Consiglio dei Ministri dal 31 marzo 1910 al 29 marzo 1911 e fondatore della Banca Popolare di Milano nonché Presidente dello stesso istituto di credito dal 1865 al 1870.

    A Venezia, la compresenza di comunità giudaiche arrivate da differenti luoghi in differenti momenti storici finì per portare alla creazione di due ghetti, popolati entrambi da ebrei ma con stili di vita diseguali.

    Nel grande e primo Ghetto la compresenza di ebrei di origine svariata (tedesca, spagnola e levantina) rese l'ebraico unica lingua parlata nella comunicazione tra i diversi gruppi che successivamente finì per trasformarsi in una lingua parlata giudaico-veneziana.
    Il Ghetto, inoltre, agglomerando in sé un pluralismo etnico, permise la nascita del dibattito e il confronto su riti ed usanze diverse che vennero così a contatto fra loro.

    La Puglia anch’essa offre ricche testimonianze storiche riguardanti la presenza ebraica in epoca antica e medievale, una comunità in cui si mantenne viva la fede e mai si fermò quel processo di rinnovamento della lingua e della cultura d’Israele in Occidente.

    La storia dell'ebraismo si intreccia in maniera singolare con questa regione.

    Dal porto di Brindisi transitò la maggior parte dei deportati ebrei dalla Giudea all'epoca della distruzione del Secondo Tempio di Gerusalemme. Nella città e neii suoi dintorni si svilupparono fiorenti comunità in età imperiale romana. Nell'Alto Medioevo i territori della Puglia ospitarono ebrei che provenivano da tutto il mondo mediterraneo.

    A partire dal XII-XIII e soprattutto durante il XIV secolo, nuovi gruppi ebraici iniziarono a sovrapporsi ai precedenti nuclei, spopolati dalle conversioni forzate e dalle emigrazioni.

    I nuovi arrivati provenivano dall'Italia centro-settentrionale, dalla Provenza, dalla Penisola Iberica e dall'Europa centrale. Molti fuggivano le precarie condizioni di vita dei piccoli Stati della nostra penisola. La maggior parte dei nuovi giunti erano stati costretti a lasciare le loro terre natali a causa delle persecuzioni religiose che dilagarono con frequenza sempre crescente nell'Europa tardo-medievale, esaltata dal recupero di presunti valori nazionali che non lasciavano spazio a minoranze di fede diversa da quella cristiana.

    L'ultima migrazione adriatica avvenne in un contesto storico totalmente diverso, durante e dopo la II Guerra Mondiale, quando molti ebrei, provenienti dall'Europa orientale e soprattutto dall'area balcanica, furono costretti a trascorrere mesi, talora anni, nei campi di transito istituiti dalle Forze Alleate nella regione adriatica per ospitare i superstiti delle persecuzioni nazifasciste. Nel XV secolo il regno aragonese accolse molti profughi e seppe trarre vantaggi culturali, oltre che economici, dalla loro presenza. Il passaggio alla Spagna dell'Italia del Sud pose fine alla storia millenaria dell'ebraismo di Puglia nel 1541, data dell'ultima e definitiva espulsione, anche se probabilmente molti ebrei vi rimasero nelle vesti di neo-cristiani che nel corso dei secoli dimenticarono quasi completamente le loro origini.

    Nel Cinquecento, come nei secoli precedenti, i profughi emigrarono soprattutto nei paesi dominati dalla Sublime Porta, in Dalmazia e nelle isole ioniche, governate dalla Serenissima, pronti a ripercorrere in senso inverso la loro rotta adriatica quando le condizioni fossero divenute più favorevoli. Con l'Unità d'Italia alcune famiglie ebraiche tornarono in Puglia dai territori ottomani dove i loro antenati erano fuggiti. Ad essi si aggiunsero, negli anni '30 del XX secolo, ebrei in fuga dalla Germania.

    Negli Stati Uniti, oggi, risiede il più folto numero di ebrei al mondo. Dei 18 milioni presenti sul pianeta, 6.800.000 vivono negli Stati Uniti, oltre 3.600.000 in Israele, quasi 2.000.000 in Russia, circa 1.500.000 in Europa.

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    L'eredità ebraica tra Venezia e Lecce

    Ritornare a ricordare, rendendo omaggio ad una comunità antichissima e ad una religione altrettanto importante, la più antica tra le fedi monoteistiche.

    Farlo a New York,  una delle città con la maggiore presenza mondiale di ebrei, nella sede dell’Istituto Italiano di Cultura è stato sicuramente significativo. Farlo poi attraverso due regioni come il Veneto e Puglia, del nord e del sud,  ha dato la possibilità di spaziare e riflettere sulla grade esperienza di questa comunità nel tessuto regionale italiano.

    Alla conferenza sono intervenuti i docenti Gadi Luzzatto Voghera, Shaul Bassi e Fabrizio Lelli, rispettivamente della Boston University, dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e dell’Università di Lecce.

    Importante l'aiuto economico ed organizzativo del Consolato Generale d’Italia e del Centro Primo Levi, ancora una volta insieme nel portare avanti iniziative legate alla Comunità ebraica.

    Grazie alla presenza del Console Generale d’Italia Francesco Maria Talò e di Andrea Fiano, membro del Consiglio Direttivo del Centro Primo Levi di New York, gli uditori sono stati guidati attraverso un percorso di scoperta interessantissimo.

    Nelle parole del Console la testimonianza del retaggio culturale ebraico, parte della ricchezza comune dell’Italia contemporanea.
    Andrea Fiano ha poi ricordato le comunità ebree italiane, di Roma, Milano e Torino, senza dimenticare quelle appartenenti ai piccoli centri urbani come ad esempio Ferrara.

    La sfida futura, questo si è evinto dalla conferenza, è mantenere viva la cultura ebraica, una cultura che può essere trovata facilmente ove la si voglia cercare.

    Esistono in merito grandi quantità di fonti storiche. A Venezia è ad esempio possibile visitare la grande biblioteca ebrea, luogo della letteratura, della ragione e del sentimento, un luogo in grado di portare la storia nel presente, proiettandola e proiettandoci verso un futuro più roseo di condivisione e comprensione.

    Nel Veneto troviamo infatti importanti tracce della presenza ebraica. Impronte che raccontano di personaggi di spessore, alcuni forse mai esistiti, come Shylock, il mercante di invenzione shakespeariana, altri dalla vita piena e ricca, figure storiche come Emanuele Conegliano alias Lorenzo Da Ponte, poeta e librettista italiano, noto soprattutto come autore dei libretti delle grandi opere di Mozart, e molti altri, proseguendo con Moshe Chaim Luzzatto, colui che per primo affrontò la causa del proprio popolo nella letteratura moderna o Rabbi Leone Modena, grande studioso e scrittore del sedicesimo secolo.

    E ancora Cesare Lombroso, antropologo e giurista italiano, meglio conosciuto da molti come criminologo, dalle teorie bizzarre, e Luigi Luzzatti, giurista ed economista italiano, Presidente del Consiglio dei Ministri dal 31 marzo 1910 al 29 marzo 1911 e fondatore della Banca Popolare di Milano nonché Presidente dello stesso istituto di credito dal 1865 al 1870.

    A Venezia, la compresenza di comunità giudaiche arrivate da differenti luoghi in differenti momenti storici finì per portare alla creazione di due ghetti, popolati entrambi da ebrei ma con stili di vita diseguali.

    Nel grande e primo Ghetto la compresenza di ebrei di origine svariata (tedesca, spagnola e levantina) rese l'ebraico unica lingua parlata nella comunicazione tra i diversi gruppi che successivamente finì per trasformarsi in una lingua parlata giudaico-veneziana.
    Il Ghetto, inoltre, agglomerando in sé un pluralismo etnico, permise la nascita del dibattito e il confronto su riti ed usanze diverse che vennero così a contatto fra loro.

    La Puglia anch’essa offre ricche testimonianze storiche riguardanti la presenza ebraica in epoca antica e medievale, una comunità in cui si mantenne viva la fede e mai si fermò quel processo di rinnovamento della lingua e della cultura d’Israele in Occidente.

    La storia dell'ebraismo si intreccia in maniera singolare con questa regione.

    Dal porto di Brindisi transitò la maggior parte dei deportati ebrei dalla Giudea all'epoca della distruzione del Secondo Tempio di Gerusalemme. Nella città e neii suoi dintorni si svilupparono fiorenti comunità in età imperiale romana. Nell'Alto Medioevo i territori della Puglia ospitarono ebrei che provenivano da tutto il mondo mediterraneo.

    A partire dal XII-XIII e soprattutto durante il XIV secolo, nuovi gruppi ebraici iniziarono a sovrapporsi ai precedenti nuclei, spopolati dalle conversioni forzate e dalle emigrazioni.

    I nuovi arrivati provenivano dall'Italia centro-settentrionale, dalla Provenza, dalla Penisola Iberica e dall'Europa centrale. Molti fuggivano le precarie condizioni di vita dei piccoli Stati della nostra penisola. La maggior parte dei nuovi giunti erano stati costretti a lasciare le loro terre natali a causa delle persecuzioni religiose che dilagarono con frequenza sempre crescente nell'Europa tardo-medievale, esaltata dal recupero di presunti valori nazionali che non lasciavano spazio a minoranze di fede diversa da quella cristiana.

    L'ultima migrazione adriatica avvenne in un contesto storico totalmente diverso, durante e dopo la II Guerra Mondiale, quando molti ebrei, provenienti dall'Europa orientale e soprattutto dall'area balcanica, furono costretti a trascorrere mesi, talora anni, nei campi di transito istituiti dalle Forze Alleate nella regione adriatica per ospitare i superstiti delle persecuzioni nazifasciste. Nel XV secolo il regno aragonese accolse molti profughi e seppe trarre vantaggi culturali, oltre che economici, dalla loro presenza. Il passaggio alla Spagna dell'Italia del Sud pose fine alla storia millenaria dell'ebraismo di Puglia nel 1541, data dell'ultima e definitiva espulsione, anche se probabilmente molti ebrei vi rimasero nelle vesti di neo-cristiani che nel corso dei secoli dimenticarono quasi completamente le loro origini.

    Nel Cinquecento, come nei secoli precedenti, i profughi emigrarono soprattutto nei paesi dominati dalla Sublime Porta, in Dalmazia e nelle isole ioniche, governate dalla Serenissima, pronti a ripercorrere in senso inverso la loro rotta adriatica quando le condizioni fossero divenute più favorevoli. Con l'Unità d'Italia alcune famiglie ebraiche tornarono in Puglia dai territori ottomani dove i loro antenati erano fuggiti. Ad essi si aggiunsero, negli anni '30 del XX secolo, ebrei in fuga dalla Germania.

    Negli Stati Uniti, oggi, risiede il più folto numero di ebrei al mondo. Dei 18 milioni presenti sul pianeta, 6.800.000 vivono negli Stati Uniti, oltre 3.600.000 in Israele, quasi 2.000.000 in Russia, circa 1.500.000 in Europa.

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