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Articles by: Letizia Airos

  • Enrico Colavita
    Fatti e Storie

    Molise. “C’è da lavorare, non da disperare”

    La nostra conversazione comincia quando è “solo” Presidente di Confindustria Molise. Ancora non si sapeva della sua candidatura. La sua agenda era piena di impegni aziendali, e associativi, non certo politici.  Che fare, ora che si è dimesso per correre per il Senato da indipendente del centrosinistra? Cancellare tutto e ripetere l’intervista?  Ma rileggendo le sue risposte mi rendo conto che basterà qualche domanda in più alla fine. Enrico Colavita è un uomo con un volto solo, non uno che cambia a seconda dell’opportunità politica. Quello che aveva detto prima è ancora tutto valido.
     

    DA SANT’ELIA A PIANISI PARTE UN’AZIENDA FAMILIARE CHE OGGI HA UN FATTURATO DI 180 MILIONI NEL MONDO

    Dunque,  Enrico Colavita, classe ’45, Cavaliere della Repubblica, Presidente della Colavita Spa -  impresa agroalimentare presente in tutto il mondo - per due volte già Presidente degli industriali molisani si racconta in quel modo schietto che lo contraddistingue.

    L’azienda nata grazie a Giovanni e Felice Colavita nel 1938 a Sant’Elia a Pianisi, in provincia di Campobasso, è oggi un colosso mondiale con un fatturato di 180 milioni di Euro. E ciò nonosrante, era e rimane un’azienda familiare.

    E lo è anche negli Stati Uniti, dove è diventata un’icona del Made in Italy e un pioniere di quella che oggi si chiama, internazionalizzzione. Tutto parte infatti da un episodio familiare. Nel 1978, durante il suo viaggio di nozze, il giovane Enrico conosce John Profaci, uomo d’affari italo-americano e capostipite di una famiglia che manteneva a distanza un forte legame con il territorio di origine. Una stretta di mano e nasce la Colavita USA, quasi il sigillo simbolico di un modo ostinatamente familiare di fare azienda: da una parte lui con il fratello Leonardo, dall'altra John Profaci. E ancora oggi, tutta la famiglia lavora insieme, da entrambe le sponde dell’Atlantico.

    Parte così quarant’anni fa quella che allora era una vera  scommessa: oltreoceano non si aveva idea di cosa fosse la dieta mediterranea, nè s’era mai sentito parlare di Olio Extra Vergine di Oliva.

    Questa intuizione lo ha portato a svolgere un ruolo importante nel mondo e non solo per la sua di azienda. Gli ha consentito di avere esperienze ed aperture culturali che pochi hanno potuto avere. Questo è particolarmente importante dall’osservatorio americano da cui gli parlo. 
     

    ENRICO COLAVITA E CONFINDUSTRIA

    Ci racconta i suoi primi passi nella più grande realtà associativa degli industriali italiani, Confindustria.

    “Sono stato presidente di Confindustria Molise tra il i ‘95  ed il ‘98 e poi tra il  2003 e 2005. Il Molise viveva una stagione di ottimismo, attraeva investimenti anche da aziende multinazionali. La Fiat andava bene. Sembrava ci fossero buone prospettive di sviluppo, per la nostra piccola regione, nonostante le risorse limitate. C’era anche una grande speranza per il turismo.  Io ero stato anche presidente delle camere di commercio e questo era molto utile. Avevamo inventato un marchio 'Piacere Molise' che nel logo aveva una farfalla. 'Accoglienza cortese' era lo slogan.

    Poi invece arrivò l’ondata della crisi. C’erano stati investimenti importanti, per esempio nella  produzione di barbabietole da zucchero e nell’allevamento del pollame. Ma dopo alcuni anni lo zucchero divenne una produzione limitata e controllata dalla Comunità Europea, e non c’era la quota per il Molise, mentre l’impresa veronese che aveva investito nella pollicoltura fallì.

    Nel 2010 poi le difficoltà coincisero con una fase di crisi più generale.  Il Molise che era già debole, è affondato economicamente. Molti giovani se ne andarono. Perdevamo risorse umane.”

    Perchè dunque a fine 2017 Enrico decide di tornare a Confindustria?

    “Racconto una cosa. Qualche giorno fa ho fatto due incontri nelle aree industriali. Quella interna di Venafro e sulla costa di Termoli. Sono aree con grosse possibilità. Nel nord Italia, dove l’economia si è ripresa, incontri difficoltà che qui paradossalmente non ci sono. In Veneto non trovi uno spazio, un capannone in una zona comoda, in una  pianura, con una strada, neanche a pagarlo a peso d’oro. A Termoli, invece, trovi un’immensa zona industriale con alcune grandi imprese tra cui la stessa FIAT.  Ci sono capannoni vuoti sull’autostrada, sulla costa. Insomma ci sono le condizioni per attrarre investimenti. Il potenziale rimane.”
     

    PAROLA D’ORDINE: INTERNAZIONALIZZARE IL MOLISE

    Attrarre investimenti anche dall’estero… è vitale per una regione così. Cosa serve, secondo Enrico Colavita?

    “Ad esempio una politica di marketing  territoriale, come la stanno facendo il Veneto e la Toscana. La regione certo è piccola, le infrastrutture nuove non ci sono, ma la parte più pianeggiante, sulla costa, ha ferrovia, l’autostrada, ed è vicino ai porti. Poi c’è l’agricoltura, che è il settore primario in Molise. Si è sviluppata molto la viticoltura.  C’èda lavorare, insomma, non c’è da disperare.”

    E’ un lavoro con i piedi per terra quello che propone Enrico Colavita. Un percorso di piccoli-grandi passi.

     

    LA CHIAVE DEL SUCCESSO: FARE RETE

    Oggi si parla molto di reti d’impresa. Il Presidente delle Reti d’Impresa di Confindustria Nazionale, Antonello Montante,  sta facendo un grande lavoro in questa direzione. Per una regione come il Molise portare le proprie piccole e medie imprese a “fare rete” potrebbe essere vitale….

    “Infatti, abbiamo avuto recentemente un meeting con Confindustria proprio per le reti d’impresa, per spiegare il concetto alle aziende. Ho riunito quelle del comparto agro-alimentare. L’idea è di ripartire proprio da loro, ma non singolarmente con un prodotto. Occorre presentare le nostre eccellenze attraverso una selezione dei generi più vari, metterli insieme e portarli in giro, raccontando anche la capacità e bellezza del territorio che li produce. Pasta e olio, il grano, i  tartufi , il vino e altro ancora,  tutto insieme.”

    Un lavoro in cui proprio Enrico Colavita è stato un pioniere nel corso degli anni, sia come presidente della Camera di commercio del Molise, sia con la sua stessa azienda, che ha utilizzato la propria capacità di distribuzione nel mondo per far conoscere molti altri marchi, non solo i propri.

    “Certo il lavoro cominciato con la Camera di commercio si è allargato nel tempo. Siamo stati in grado di avviare la distribuzione su tanti mercati. Qualche decina d’anni fa fondai il consorzio Molise export alimentare,  primo consorzio mono settoriale del Mezzogiorno. Sono successe tante cose da allora. Oggi la nostra rete nel mondo è cresciuta ed il potenziale di accesso anche.

    Dunque Colavita grazie al lavoro di distribuzione della sua azienda, ha svolto un ruolo nell’internazionalizzazione di marchi che sarebbero rimasti chiusi nel luogo di origine...

    “I nostri distributori, tramite i nostri contatti, fanno già rete; la difficoltà sta nel mettere insieme tante piccole realtà e accompagnarle in USA, Australia, Brasile, Giappone...

    Per fortuna ci sono molti giovani su cui possiamo contare. Anni fa era molto più difficile. E poi oggi ci aiuta molto la tecnologia”.

     

    L’IMPEGNO PER IL SUO MOLISE

    Ma torniamo in Molise, un territorio senza uguali.

    “Infatti. Il Molise può proporre un turismo autentico. Abbiamo 140 paesi, quasi tutti borghi. Moltissimi sono carini, hanno una storia notevole e costano pochissimo. Bagnoli del Trigno, Fossalto, Castellino del Biferno, Oratino, Castelpetroso, Vastogirardi, Riccia, Pescopennataro… Sono tantissimi. E a Natale, in molti di questi vengono allestiti presepi viventi davvero suggestivi...”

    Questi borghi tra l’altro stanno oggi entrando nel circuito dell’offerta turistica.

    “Si, la nostra proposta alberghiera si sta evolvendo. Stiamo rilanciando progetti di ‘albergo diffuso’ nei borghi, nelle residenze private dove si vive in pieno l’atmosfera del nostro Molise. E cresce anche la realtà del bed and breakfast, dell’ agriturismo. Sono proposte perfette per far risaltare la tipicità della regione. Non aspettatevi il grande albergo, ma avrete lo stesso un’accoglienza indimenticabile. Per non parlare della possibilità di degustare prodotti introvabili altrove... se capiti nella stagione del tartufo bianco -  tra ottobre e dicembre - è fantastico”

    Il Molise pronto al rilancio turistico come Basilicata e la sua Matera?
    “Siamo molto simili. Abbiamo la possibilità di fare un percorso analogo nel turismo per farci conoscere al mondo intero."

    Ma perchè Enrico Colavita, imprenditore di successo a livello internazionale, fa tutto questo?

    “Perchè ho esperienza, conosco tanti ambienti e so che posso dare una mano.  Vedere  felici i miei conterranei per me è molto gratificante. Voglio dare il mio contributo.”

    E lo fa anche con piccole azioni.  “Qualche giorno fa ho accompagnato due piccole aziende in banca per presentarle. Per avere l’attenzione che meritano. Si trattava di produzione artigianale.  Pasta e ceramica,  progetti di investimento piccoli ma interessanti. Poi è passato un amico. Lo conosco da quaranta anni. Non è un nostro distributore, vive a Londra e lavora con prodotti molisani. Mi ha invitato all’apertura di un albergo che ha aperto a Capracotta per invitare i suoi amici londinesi. Certo che ci vado. Andare ad una inaugurazione così è molto più gratificante che al Westin, no?”
     

    ITALIANI NEL MONDO

    Ed il suo rapporto con gli italiani all’estero? Li conosce bene… come pochi. E li avvicina sempre con quel calore umano che fa parte del suo modo di essere.

    “Li ho frequentati come imprenditore, come presidente delle camera di commercio. Voglio dire che sostengo da sempre, come Piero Bassetti, l’importanza delle camere di commercio all’estero. Credo che la presenza “italica” nel mondo -- come la chiama lui -- sia fondamentale.”

    Eppure la loro realtà è ancora poco conosciuta in Italia… anche quella di grandi associazioni come la NIAF, National Italian American Foundation.

    “La Niaf è molto sottostimata nel nostro Paese, eppure dovrebbe essere un punto di riferimento per l’intero Sistema Italia. Con i suoi importanti associati, politici e imprenditori, professionisti e scienziati, artisti e giornalisti, dovrebbero essere un nodo vitale per noi. Ma in Italia spesso viene addirittura snobbata dalle nostre autorità’. E se chiedi chi conosce la NIAF nel nostro Paese, forse uno su un milione ne ha sentito parlare.

    E’ un grande errore, non ci rendiamo conto del potenziale di queste presenze in giro per il mondo! Torno a Piero Bassetti, condivido molto il suo manifesto, che parla di 'italici nel mondo'. E noi non ce ne curiamo!

    Così si concludeva la mia prima conversazione con Enrico Colavita. Ero soddisfatta: sono rare le interviste telefoniche che riescono a trasmettere anche la solarità di chi ti parla.  Ma qualche giorno dopo, mentre stendevo il testo, apprendo della sua candidatura al Senato. Non mi meraviglia, visto l’impegno e la passione che aveva dimostrato. Ma decido di richiamarlo per un approfondimento.

     

    LA POLITICA, PERCHE’?

    Come mai Enrico Colavita, appena avviato a riprendere l’esperienza con Confindustria, ha deciso di candidarsi?

    “E’ andata così. Mi chiamano e mi dicono: ‘Abbiamo bisogno di un candidato che aggreghi, che sia distaccato dai partiti, abbiamo fatto il tuo nome…’  ‘Ma chi vi ha autorizzato!?’ Ho risposto io, di getto. Ma poi ripensandoci… proprio questo recente ritorno a Confindustria è stato determinante per farmi dire sì. Tutte le aziende che avevo cominciato a rivedere … Quel mondo ha bisogno di una politica diversa … E allora che faccio? La politica mi chiama e dico no?”.

    In passato aveva detto di no a simili proposte. Cosa è cambiato questa volta? E cosa pensa della politica, oggi?
    “Allora era presto, e non avevo giovani pronti a sostituirmi in azienda. Ora ho parlato con loro, e mi hanno detto tutti: ‘Lo devi fare, papà!’, ‘Lo devi fare, zio!’ Di politica sono sempre stato un appassionato. Ho studiato 'Scienze politiche' con maestri come Giovanni Spadolini,  Giovanni Sartori, Giorgio La Pira …  Ma ormai non credo più alle costruzioni ideologiche. Penso che il mio contributo possa essere di tipo progettuale, amministrativo, applicando la mia esperienza di imprenditore...”

    Essere conosciuto anche nel mondo imprenditoriale all’estero è importante secondo lei?

    “Certo, soprattutto quando si parla di promozione del brand Italia. Conosco già quel palcoscenico.  So come muovermi. L’ho fatto per decenni. Posso davvero dare una mano."

    E ritorna su Confindustria alla fine.  Ci tiene proprio. Non deve essere stato facile per lui lasciare l’incarico intrapreso da pochissimo.

    “Ho un ottimo rapporto con Confindustria. Voglio dirlo. Non l’abbandono anche se non saro’ più presidente. E’ importante per la mia regione, per l’Italia di tutto il Sud”.

     

  • Fiorella Mannoia vicino il Madison Square Garden
    Arte e Cultura

    Con la combattente Fiorella Mannoia

    Ho avuto la fortuna di intervistarla già per la televisione a New York, tre anni fa. Era a ridosso di un concerto insieme a Zucchero al Madison Square Garden. Lei si è raccontata come artista, ma soprattutto come donna. Ricordo che rimasi colpita dalla sua generosità, semplicità e soprattutto dall’impatto che era riuscita ad avere su chi non la conosceva e l’ascoltava.  Fiorella Mannoia è prima di tutto una donna molto schietta ed umana, questo non sfugge a nessuno.

    Appena saputo del suo nuovo concerto, previsto per  fine di febbraio, non potevo - sperando poi di riprendere la conversazione anche davanti ad una telecamera - che chiamarla. E nel corso della telefonata, anche se a grande distanza mentre lei si trova in Brasile, mi accorgo quasi subito di farlo da donna a donna.

    La giornalista scompare, Fiorella riesce ancora a trasportarmi in una dimensione di grande confidenza. Ma non c’è da meravigliarsi. E’ proprio nel suo tono schietto, rassicurante e confidenziale uno dei segreti del suo successo.  Soprattutto con le donne che la seguono da anni.  La sua voce accompagna le loro vite.  In particolare una canzone "Quello che le donne non dicono", scritta da Enrico Ruggeri, che lei interpreta magistralmente,  diventata quasi un inno da cantare insieme. 

    Quindi parleremo di America, di musica, ma anche delle inquietudini che attraversano questi giorni, del Sud, di Pino Daniele, delle donne di tutte le età, dei giovani e la musica, dei nostri sogni, di #Metoo…

    C’è grande sintonia fin dall’inizio, quando le chiedo cosa rappresenta per lei l’America, la sua  risposta è la stessa che io darei….

    “La musica, il cinema e tutto quello che ha a che fare con lo spettacolo, che poi è diventato il nostro punto di riferimento. Poi gli anni 70 e tutti i movimenti di quel periodo. La letteratura americana che mi ha accompagnato, con Jack Kerouac, John Fante, Steinbeck …..  L’America per me significa questa roba qui, i film, i libri e le canzoni che hanno fatto parte della mia formazione…”

    La riporto nel suo Paese. Di cosa si sente orgogliosa come italiana? E sempre come italiana cosa la mette a disagio?

    “Io mi sento orgogliosa soprattutto quando giro tutta l’Italia, quest’anno ho fatto cento concerti in tutte le cittá immaginabili. Mi sento orgogliosa ogni qualvolta in una cittá  mi guardo intorno e ho la percezione di stare nel paese piu bello del mondo.

    In questa linguetta di terra abbiamo la piu grande concentrazione d’arte di tutto il pianeta. Abbiamo una ricchezza paesaggistica che va dalle Alpi all’Africa quasi. Mi guardo intorno e dico Quanta Storia! Quanta storia  abbiamo attorno, alla quale noi non facciamo neanche caso. Viviamo in una delle terre piu belle del mondo e questo ogni volta mi fa sentire orgogliosa.

    Invece non mi sento orgogliosa quando non capisco come facciano a non far vivere il nostro Paese di turismo con tutte le bellezze che abbiamo. Questo mi fa davvero arrabbiare. Il fatto che non curino nostri patrimoni artistici, il fatto che si deturpino le spiagge, il fatto che costruiscano dove non si deve, il fatto che trivellino davanti a dei posti incantati. Cerchiamo petrolio in mare, quando il nostro petrolio sono le nostre isole. Abbiamo alcune delle isole piu belle del mondo e non riusciamo a valorizzarle.

    Mi addolora che non si investa come si deve sulla cultura, che non si investa sull’arte, che non si investa sulla scuola.”

    Il Sud, anche in Italia, vive una dimensione di grande fragilità. Tu hai il meridione del mondo nel cuore. Hai  fatto un disco stupendo che si chiama ‘Sud’.  Ha poi portato avanti diverse campagne sui diritti umani, ed in particolare quelli delle donne.

    “Vero. Il mio istitinto mi porta al SUD. Non che non mi piaccia il Nord, ma amo il Sud. Per questo ho fatto anche un disco in cui ho cercato di avvalermi della collaborazione  di tanti musicisti, Africani, Sud Americani.”

    Il temine Sud si affianca facilmente alla parola emigrante. Anche questo è un tema che ha seguito con grande intensità….

    “Nel concerto di New York, canterò ‘In Viaggio’, una canzone che ho scritto appunto per tutti quelli che vanno via dal proprio paese, con tutte le raccomandazioni che una madre avrebbe fatto alla propria figlia.”

    Lasciare il proprio Paese, la propria terra ma anche i propri cari, e’ un vissuto che attraversa trasversalmente il mondo. Un’esperienza che ha una dimensione umana e personale, non solo socio-politica. Fiorella lo racconta.

    “Io non ho mai avuto figlio però non penso sia necessario essere madre per sentirsi madre, quello è un istinto che abbiamo tutte. Ed immagino perfettamente cosa vuol per una madre lasciar andare un figlio lontano in un Paese sconosciuto.”

    Sei l’interprete italiana più vicina e amata dalle donne, come donna oltre che cantante. Qualsiasi sia l’eta’ di chi ti ascolta. Forse perchè hai sempre un modo di vedere giovane. Quale è il tuo segreto?

    ‘Partiamo dal presupposto che io non credo nella vecchiaia. La vecchiaia non esiste, è solo uno stato mentale. Il corpo invecchia, ma con quello ci devi fare i conti, le ossa cominciano a non essere elastiche come prima, la forza non è piu quella di una volta, ma la testa non puó invecchiare.

    La testa invecchia se tu ti senti vecchio, se non ti senti piu parte di questa realtá, se non sei piu curioso, se non hai piu voglia di giocare o di metterti in gioco. La vecchiaia è un'invenzione.

    E spesso le donne si sentono vecchie prima del tempo. A 40 anni giá pensano di non essere più belle come una volta, pensano che ormai stanno appendendo il cappello al chiodo. Non è vero, è tutta una bugia!! C’è sempre una stagione e ogni stagione è meravigliosa, anche quella piu avanzata come la mia. “

    'Come si cambia' di Maurizio Piccoli e Renato Pareti. E' titolo di un'altra tua canzone famosa.  Le donne sentono nell’arco della loro vita sulla loro pelle cosa significhi cambiare. Ci sono fasi delicate. Come si fa a cambiare rimanendo sempre se stesse? E’ facile oggi vedere trasformazioni di donne che diventano irriconoscibili...

    ‘Io in aprile avró 64 anni e non me li sento, nella mia testa me ne sento 30, 20 o anche meno! Bisogna accettare il tempo che passa e non ricorrere a certi trucchi estetici grotteschi. C’è un modo per rimanere in forma ecc. Ma non bisogna cambiare I connotati.

    E da dove viene tanta vitalità?

    Quando mi appassiono alla realtà che mi circonda, anche se mi arrabbio, mi sento viva. L’eta la sento solo quando non riesco piu a fare un movimento che prima riuscivo a fare, ma questo è normale.

    Parliamo di #Metoo. Da un lato  Oprah Winfrey ai Golden Globe, dall'altra un gruppo di donne francesi guidate da l'attrice Catherine Deneuve. Cosa ne pensi?

    Penso che la veritá sia nel mezzo come sempre. Credo che questa denuncia è stata rivoluzionaria e tutte le rivoluzioni si tirano dietro come un’onda qualsiasi cosa di bello e di brutto. Io penso che bisogna  combattere l’abuso di potere e tralasciare le stupidaggini. Se dobbiamo elencare tutte le volte che qualcuno maldestramente ha cercato di provarci ognuna di noi scriverebbe un libro.

    L’abuso di potere va sempre denunciato.

    La violenza è violenza, lo stupro è stupro. Se ci sono stati abusi di potere per estorcere, quelli vanno denunciati sicuramente. Non bisogna fare confusione pero’.

    Non dimentichiamo che ci sono tante donne che non fanno le attrici, che subiscono discriminazioni di cui ancora la cultura maschile è intrisa.

    “Vero tutte queste donne che hanno denunciato sono donne che hanno possibilità economiche, ma le realtà più difficili sono quelle sommerse nelle fabbriche, negli uffici con  donne costrette a sopportare le avances sgangherate dei loro datori di lavoro o peggio.

    Se ci sono stati abusi di potere per estorcere, quelli vanno denunciati subito.”

    Parliamo della maternità. Per tornare alla musica. Hai prima ricordato di (In viaggio) dove ti rivolgi a un’ipotetica figlia. Parliamo di donne che non hanno potuto avere figli. Come me, come te. Questo vuol dire che non abbiamo lo stesso la possibilità di esternare il nostro senso materno nella nostra vita?

    “Noi siamo tutte mamme. Io quando introduco questa canzone ‘Il viaggio’ durante il  concerto, lo dico sempre. Questa canzone mi ha dato tante soddisfazioni. L’ho scritta mentre aspettavo di incidere Sud, dopo i racconti che i musicisti africani mi hanno fatto.

    Ho domandato  sempre loro delle loro madri, dove stavano, quanto tempo dopo avevano saputo che i loro figli erano arrivati vivi.  E per quelli deceduti come erano state avvertite le madri.  Cosa deve provare una madre quando vede un figlio andar via...

    Ho preso carta e penna e mi sono messa a scrivere….

    Non so come ho fatto, ma mi sono arrivate tante e-mail di tante mamme e genitori che mi dicevano “grazie” perchè sono le parole che avrei tanto potuto dire a mia figlia e non ho avuto nè il coraggio nè trovato le parole giuste per dirlo.

    Ed è curioso che queste parole siano state scritte da una donna che figli non ha avuti. Ma io penso che non sia necessario essere madri di fatto, per sentirsi madri, perche sta nella natura, noi siamo nate madri.

    Hai lavorato con grandi autori come Enrico Ruggeri, Ivano Fossati, Ron, Cocciante, Piero Fabrizi, Daniele Silvestri, Avion Travel e Gian Maria Testa …  Quanto è importante sentirsi vicina a chi scrive un testo?

    Essere interprete è un po come essere traduttore, è una grande responsabilità ’. Immagina Pavese quando ha tradotto Moby Dick in italiano, che responsabilità  si è preso. Quando ti impadronisci di parole degli altri, te ne assumi una bella responsabilità . Il traduttore deve tradire il meno possibile, e anche l’interprete. Tu ti prendi delle parole le fai tue, le studi, le capisci, le interpreti, e poi con la tua voce cerchi di dare un valore aggiunto e cerchi sempre di non fare danni. E questo ho fatto io in tutti questi anni.”

    E poi hai scritto tu stessa. Cosa ha significato per te. Quanto è diverso...

    “Scrivere, invece, è un’altra cosa. Cantare le tue parole è completamente un’altra cosa, perche le parole non le devi interpretare, tu le conosci, sai perche hai scritto quella parola, cosa voleva dire, e cosa ti ha spinto a scrivere quella frase. Cantare le proprie parole è tutta un’altra cosa.

    Mi piace scrivere ma spero di mantenermi lucida per avere sempre quel senso critico per valutare quello che scrivo, nello stesso modo in cuii giudico quello degli altri.”  

    Quanto pensi che la musica possa aiutare questo mondo?

    “La musica è sempre stato lo specchio della realtá che ci ha circondato. Le canzoni vivono della contemporaneitá del momento storico ma cosi’ come il cinema, la letteratura etc.  Noi non dobbiamo mai avere la pretesa di cambiare il mondo con le nostre canzoni , guai, solo accarezzare l’idea ti fa avere questa presunzione.

    Io non penso di cambiare niente, io penso che tanti si possano riconoscere in quello che dico come se fosse un sentire collettivo. Spero almeno che quello che canto sia condiviso, e possiamo sentirci meno soli perche quella determinata canzone o quel determinato cantante mi rappresenta.

    Questa è la missione della musica, non c’è pretesa di cambiare nulla, non abbiamo mai cambiato nulla la veritá è questa.”

    Cosa ti fa più male di questo mondo?

    “Mi fa male questa scarsa attenzione per la cultura, per la scuola.  Questa distruzione della scuola, questa distruzione del corpo insegnante…non so cosa ci sia dietro ma mi fa paura.  Questo considerare la cultura una roba da vecchi, che non serve piu; il linguaggio si è affievolito, nelle canzoni non ci sono piu metafore. C’è peró una fascia di giovani che ne ha voglia. “

    Cosa possono aspettarsi giovani cantanti dalla musica? Credi ci sia ancora spazio per i più autentici e bravi come te.

    “Noi abbiamo fatto un percorso che a loro è stato precluso. Anche per quelli che escono dai talent.  Non hanno quel percorso che abbiamo fatto noi, con cui ci siamo costruiti, aumentando credibilità,  mattone su mattone. Loro non l’hanno avuto. Loro escono da li’ e si ritrovano in PalaSport.

    Allora, se sono bravi e continuano a lavorare su loro stessi, senza aver paura di non vendere il disco, senza aver paura di fare quello che devono fare: soprattutto leggere. Ecco perchè io tengo alla cultura.

    Io non ero cosi nel 1981, io sono cresciuta. Cantavo le stesse canzoni, canzoncine che cantavano loro, ma poi sono cresciuta e ho iniziato a conoscere persone intorno a me, piu colte di me, che ne sapevano di piu’.  Ho cercano piano piano di sentirmi alla pari, non sentirmi da meno. Quando parlavano di uno scrittore che non conoscevo io correvo di corsa a comprare il libro.”

    Sei stata vicina molto vicina a  Pino Daniele, un mito per molti giovani. E’ emozionante sentire come lo canti. Cosa ti manca. Cosa pensi abbia dato alla musica.

    “E’ stato un grande amico, abbiamo fatto una bellissima tournee con De Gregori e Ron. Io e Pino abbiamo avuto un bellissimo rapporto, ci volevamo bene a vicenda. Pino era Napoli. La sua storia ed il suo presente. La sua vita era per la musica. Mi ha insegnato a cantare in napoletano, mi correggeva quando sbagliavo e ci facevamo tante risate. E’ stato un grande musicista che ho ascoltato e ascoltato e ascoltato per anni, prima di conoscerlo. Che ho studiato prima di conoscere. E’ stata una grande perdita. Canto le sue canzoni, per renderlo immortale.”

    Pino era molto legato a New York. Amava questa citta’. Ne trovava anche punti in comune con Napoli. Tu cosa ami di New York?

    “New York è meravigliosa, architettonicamente è una citta meravigliosa, moderna, costruita con un impatto urbanistico straordinario. Ogni volta che vengo è sempre eccitante. New York, con tutta la sua arte, ha fatto parte del nostro immaginario.  Girarla è come vivere nei  telefilm che guardavamo e nei film che amavamo.”

    La obbligo a scegliere un posto tra i tanti che ama a New York. Non è facile per lei. 

    Mi risponde: “High Line, vecchia ferrovia’.”  

    Le chiedo se ha fiducia nel futuro:

    “Anche se c’è in questo momento un appiattimento globale, siamo in attesa di un Risorgimento che ci sará, ci deve essere. “

     

    "È una regola che vale in tutto l'universo
    Chi non lotta per qualcosa ha già comunque perso
    E anche se la paura fa tremare
    Non ho mai smesso di lottare"

    Sono alcune righe di 'Combattente' è il singolo e poi il titolo al suo album e quindi alla tournée.  Andate a leggere il testo prima di ascoltarlo.  Vi troverete l'energia e l'amore che scaturisce da Fiorella Mannoia. Ogni strofa invita a non arrendersi, a risorgere, a combattere. Il testo lo ha scritto Federica Abbate e sembra aver letto dentro Fiorella. 

    Lo scorso anno è stato straordinario per lei. Dopo il secondo posto al Festival di Sanremo, il successo dell’album Combattente, il ruolo nel film “7 minuti” di Michele Placido, la tournee in Italia e all’estero  in luoghi come  il Bataclan di Parigi, il Den Atelier di Lussemburgo, La Madeleine di Bruxelles e la Union Chapel di Londra, fino al suo debutto televisivo come in show televisivo condotto sol solo da lie intitolato  "Uno, due, tre... Fiorella!".“

    E fra qualche settimana il  23 febbraio Fiorella sarà al The Town Hall.  Non ci anticipa cosa canterà esattamente. Inutile insistere. Noi siamo certi che sarà un altro dei suoi concerti con il cuore.  Sarà per  gli italiani di New York , che certo saranno in maggioranza ad ascoltarla, ma anche per quegli americani che rimarranno sicuramente affascinati dalla sua voce, dal  suo incredibile modo dare energia attraverso la musica che interpreta.

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    "“Combattente”" di Fiorella Mannoia 
    Friday, February 23, 2018 • 8:00pm
    Get tickets >>

     
  • Dining in & out

    Pizza as My Life

    Gino Sorbillo had just returned to Italy following the inauguration of his second location in New York. It was an event that had the whole city talking, especially thanks to Mayor Bill de Blasio’s appearance at the opening. “Sorbillo Pizzeria” now takes its place next to the very successful “Zia Esterina.”

    We reached Sorbillo by phone upon his return to Naples. He spoke to us with all the candor and spontaneity that has made him not only a great interpreter of Neapolitan pizza but also an authentic communicator.

    It’s impossible not to talk right away about Mayor Bill de Blasio’s visit…

    “He’s always been very nice to me, and I immediately felt a strong esteem towards him.

    It’s very important to me that the mayor of such an important city is friends with a simple pizzamaker...

    During one of his previous trips to Italy, he left his security detail perplexed when he wanted to stop along the boardwalk in Naples. Stop where exactly? At my pizzeria… It was a true demonstration of humility.”

    You did something in Naples for his reelection. Could you tell us about it?

    “As soon as I found out, I gave away a lot of pizze a portafoglio (folded pizzas that resemble wallets). The same type that Mayor de Blasio had when he visited. He promised he would come visit if I were ever to open a pizzeria here in NY.”

    And he was a man of his word!

    “It was like seeing a friend. We hugged each other; it wasn’t a formal greeting…

    We went in the back. He wanted to go behind the counter, and we put the pizza in the oven together. Then he ate it while sitting on a stool. Just as any friend would.”

    It’s a pizzeria among friends, just like the one in Naples. How is it working in New York? What’s different in respect to Italy?

    “If you give a lot, New York gives you a lot in return. I’m trying not to change my work. I’m just trying to carry it out as I have always done.”

    Is it difficult to make pizza in New York? Authentic pizza, I mean. What are the difficulties you’ve encountered?

    “It’s hard to find the raw materials. I mainly worry about being able to make the pizza the way I’ve always made it. I really enjoy discovering new things and exploring the market, but the most important thing to me is not Americanizing my pizza.”

    I imagine that’s a difficult balance to keep. A real challenge. You’re known as the “pizza artist.” How important is your creativity? How do you combine creativity and tradition?

    “If you really know where the pizza comes from and you really know tradition, you can be creative, and you can think about ways to reinterpret it. It can be done.

    People make mistakes sometimes because they reinvent their products from scratch. I’m of the school of thought that there’s nothing to reinvent. If we know how to look back, we can add to the past.”

    It’s as if pizza were a living thing and a true creative moment for you.

    “Yes, pizza is an edible work of art that changes with the times... We certainly don’t make the same pizza from 30 or 50 years ago... Evolution is involved even when it comes to pizza. The important thing is to not undervalue the tradition that evolves… It should never stray too far from the path…”

    So it’s a continuous path...

    “Exactly. When someone wants to make comparisons in a serious way, I’m there to listen. I’m here to communicate the characteristics of our pizza. But if the attitude is to criticize our pizza, my response is that Neapolitan pizza will only keep coming out stronger and stronger… I’m referring to something that happened a few years ago. I can now say that I was right. That’s exactly what happened… Some people in the northern Italy had tried to criticize real Neapolitan pizza. Their attempt failed.”

    You bring pizza to the world but also to you own city, Naples.

    “Naples is a land of many contradictions, but if you know how to tune out the bad, and if you have good intentions, Naples represents inspiration.”

    A true inspiration. We know it here too, and it’s in the imaginations of many Americans.

    Let’s tell anyone reading in Naples what your day today consisted of. What did you do before this interview with me?

    “I was with Rai shooting a Christmas song that will air on December 24. It’s a surprise with my city of Naples. I can’t say any more.”

    Regarding communicating Naples to others, there’s an artist who we met personally and who we both love. He told about this city in the most genuine, and at the same time brilliant, way possible. His name is Pino Daniele.

    I was told that when Bill de Blasio came into your pizzeria, one of Daniele’s discs was playing in the background. Right away the Mayor said, “I know Pino Daniele.” How much does his music still live on in your life?

    “His daughter and his wife still visit me to eat. I grew up with his songs.

    I always get upset because I think he could have been saved. I miss him a lot even though we’re always singing his music every day in Naples. He told the world about Naples in a way that few people knew how to do.”

    Let’s turn back to pizza. When did it first come into your life?

    “It came into my life in a silent way, as if it were life itself. I was never forced to be pizza maker. It’s a result of what my life has been. In my family, my father had 20 siblings who all became pizza makers. Because of this, we grew up in a certain way.”

    A lot of your family has left Naples though…

    “Yes, my father thought that even I was going to leave Naples someday in order to work. My siblings did it because of the mob, but that wasn’t a good reason for me because I consider myself a good person. If something happens I denounce it.”

    You’ve become a point of reference for many young people. Let’s get back to New York. Imagine you were personally delivering your pizza to someone. Who would you like to deliver it to?

    “My dream would be to give it to Madonna. I would do anything for that.”

    Your life shows that dreams can come true.

    “Yes, I knew how to dream. If you want to make them come true though, you need to be a bit crazy…

    Then at a certain point in your life, you understand you can make your dream come true. This is the time to do it, even if it’s a risk. You shouldn’t just let it sit in a drawer.”

    Is there any pizza that you like in particular?

    “I really like the Calzone…”

    “Can you explain to us what it is?”

    “The Calzone is a classic Neapolitan pizza that’s stuffed and closed.

    Inside, you put ricotta and provola under fiordilatte. Then you put tomatoes and salami. Then you close it with a bit of oil, pepper, and a basil leaf. It’s cooked at the stokehole of the oven in order to ensure it’s cooked deeply and not superficially…”

    With the tone of voice he uses to describe it, you can almost taste it in your mouth...

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    Sorbillo Pizzeria
    334 Bowery, New York, NY 10012
    (646) 476-8049

    Zia Esterina
    112 Mulberry St, New York, NY 10013
    (646) 678-3392

  • Sandro Gozi, Undersecretary of the Presidency of the Council of Ministers
    Life & People

    Marathon: A Metaphor for Life

    IN ITALIANO >>

    Only a few days have passed since the New York Marathon. This year there was a lot of talk about the large number of Italian participants, and the hashtag #lacaricadei3002 (literally translated “The charge of 3,002”) is a pretty strong indication of the Italian presence.

    We were delighted to discuss it with one of the participants, Sandro Gozi, the Undersecretary of the Presidency of the Council of Ministers. This year, as he has been doing for the past several years, he ran the infamous 42,195 meters across Brooklyn, Queens, and the Bronx before reaching the finish line in Manhattan.

    When you arrived in New York only 10 days ago, the terror attack in TriBeCa had already occurred. What was your state of mind when you participated in the marathon?

    My state of mind was that I had no doubt about coming to New York, bringing my family, and participating. It was the best way to respect New York, the New Yorkers, and the victims of that terrible attack.

    New York is so strong. Its reactions to tragic events, both this time and in the past, are a testimony to that. New York has won the challenge against violence because it retains normalcy. People go on without giving up daily lives, their values, and their freedom.

    This makes New York a highly admired city across the world. The Marathon is a choice of freedom, especially this year, as it took place only a few days after the attack.

    What was New York like when you arrived?

    You could see there were more checkpoints, but I felt the beautiful New York atmosphere, which is one that continues to be true to itself. The New Yorkers continue to be themselves, and they don’t give up their identity.

    This is the best way to defend yourself and to defeat the barbarians who are involved in terrorist groups or who act as lone wolves. You need to remain true to yourself, hold on to your identity, maintain your daily life, and not lose your freedom.

    Let’s not forget that even right after the attack, they organized a Halloween parade…

    Absolutely, it’s the same logic. The right logic.

    I wanted to bring my kids to Ground Zero, also for the museum, and to have them see, in person, what the New Yorkers saw. They weren’t born at that time.

    I find that the tale that lives in that space is the best way for New York to protect its values, respect the victims, and also respect the survivors of that terrible morning...

    I want my kids to understand what September 11 was and how, at the time, the New Yorkers and the world had reacted. Your question allows me to tell this aspect, which was part of our life in New York.

    There were more than 3,000 Italians in New York, and we even had a hashtag. What did being a part of this great Italian team in New York mean to you?

    I was very happy and proud. It was a celebratory moment. It all went well for everyone, and I’m happy that once again, the Italians showed friendship with America, the United States, and New York with enthusiasm for what I believe remains the most important marathon in the world.

    You’re also part of the “Montecitorio Running Club.” What exactly is it?

    It’s a group that was founded with other members of Parliament several years ago. It came some other times to New York, and it always used the public role to fundraise for charity.

    We wanted to send a message: physical activity is good for you, and it’s important to stay in shape. Being active is important for our health and for our daily lives. When you have a public role, you can work on social solidarity projects, especially thanks to sports.

    In the past we collected funds to reconstruct schools in Abruzzo and in Emilia after the earthquake and to support the initiatives of the Fondazione Don Orione in Naples. Hence, we’ve tried to put our public role as members of Parliament and our passion for physical activity to good use towards social objectives.

    One year there were 30 of us members of Parliament. This year it was just me and Maurizio Lupi, but the goal of the Montecitorio Running Club remains the same: to prove that even when you’re doing a challenging job, and you have a public role, physical activity is important. They’re important in your daily life, and they’re important as a message.

    You have a very active life. How do you do it? How do you train?

    In fact, I think this is the first time that I active member of the government has participated in the Marathon. I work out early almost every morning. I wake up between 6 and 6:15, and I usually get my exercise on the Lungotevere in Rome or at Villa Borghese.

    I travel a lot both in and outside of Europe, but no matter what city I find myself in, I always bring running shoes. No matter where I am, I go running in the morning. I find that it’s the best way to get in touch with the territory and to see the city differently. These are places I might have to hold negotiations, a convention, or a political meeting.

    Also, in the morning, the cities show their true colors, and I get to know them better.

    What is the either the nicest or the most different place where you’ve ever run?

    The most original place where I’ve ever run was in New Delhi, India. I ran out of the Gateway of India. It was the morning, and there was this unusual fog, so you could couldn’t see much. It was an intense experience for me. This was before going to pay tribute to Ghandi’s tomb as a representative of the Italian parliament.

    What was your first marathon?

    My first marathon was in New York in 2007.

    You told me you have kids. Have they followed you in this New York endeavor?

    Of course. Federica is 14, and Giulia is 11. They were present and active at the Italian Corner, which was situated at the 23rd mile on Fifth Avenue. Francesco Genuardi, the Consul General in New York, was there with his with his wife Isabel, and my wife Manuela was there as well. With them was a group of Italians who were cheering on the various Italian runners.

    What historical moments regarding marathons do you remember the most? My father often spoke to me about Abebe Bikila. It was 1960 in Rome, and I still hadn’t been born.

    Actually, my father also told me about Abebe Bikila who ran barefoot in Rome in the 60s.

    Evidently, our parents’ generations were a lot more struck by this; I remember this black and white photo of a runner of color who was running barefoot. Like you, this is a paternal story for me too. It was the first introduction in my family to the marathon.

    I also remember Dorando Pietri who was about to win the marathon in London. He fell a few meters from the finish line, and someone helped him up. When he got to the finish line, he was disqualified because someone helped him back up.

    This is another one of those true stories about the marathon that I often think of. I must say that this year especially, I was really thinking about it. The last kilometer and a half, I was really suffering, and I thought, “You can’t be like Dorando Pietri. You can’t stop near the end.”

    On a personal level, are you happy with the time that you achieved in this marathon?

    I’m very happy. My personal time is 3 hours, 27 minutes. In New York, I did it in 3 hours, 38 minutes, but I must say that after several years, it was a race that I managed well. Even though I did have some inevitable difficulties, I never had extreme points of suffering.

    I would like to end by speaking about the young people because sports are important for them. But there’s something more in the marathon.

    We spoke about Abebe Bikila. There was something symbolic in the way in which he ran the marathon. There’s this challenge with yourself, but at the same time you’re part of a current of people around you. What do you think is a message that we can give the others?

    The message to the young people is that you need to commit and to work in order to see results. The Marathon is a year-long commitment if you are looking to get a good time.

    “42km of running? How does anyone do that?” It might seem impossible, but it’s a goal that can be reached if you’re disciplined, tenacious, and if you train. You need to challenge yourself. If you study yourself deeply and put yourself to the test, you’ll see that there are very few obstacles that you can’t overcome.

    You’re also part of a community. The Marathon is beautiful, not simply because you run 42km as an individual but it’s even more beautiful because there’s a great community of runners from all over the world who make the Marathon a special event. Even when you set an individual goal, you can really grasp the beauty of the goal when you realize that you belong to a larger community.

    These are the messages. The Marathon is a metaphor for life.

  • Sandro Gozi, Sottosegretario della Presidenza del Consiglio dei Ministri
    Fatti e Storie

    Maratona, metafora della vita

    ENGLISH VERSION >>

    Sono passati pochi giorni dalla maratona di New York.  Si è detto e scritto molto quest’anno della grande partecipazione italiana, basta l’ hashtag #lacaricadei3002 utilizzato per rendere l’idea.

    A noi piace riparlarne -- anche dopo-la-notizia -- con uno dei partecipanti, Sandro Gozi, il Sottosegretario della Presidenza del Consiglio dei Ministri che ha, come fa da diversi anni, percoso i famosi  42,195 chilometri, attraversando Brooklyn, Queens, il Bronx, con traguardo a  Manhattan.

    Quando lei arrivó a New York - gli chiediamo quindi  -  solo 10 giorni fa, c’era stato da poco l’attentato a TriBeCa. Con che stato d’animo ha partecipato alla maratona?

    Con l’animo di chi non aveva alcun dubbio di venire a New York,  portarsi la famiglia e partecipare. Era il miglior modo per rispettare New York, i newyorkesi: rispettare anche le vittime di quel terribile attentato.

    E’ una  grande forza. Un grande esempio quello che New York ha dato in passato, come anche questa volta. Ha vinto la sfida contro la violenza con la normalitá, con il proseguire la propria vita senza rinunciare al proprio quotidiano, ai propri valori, alla propria libertá.

    Tutto questo fa di New York una cittá ammirata in tutto il mondo.  La maratona è una scelta di libertá poi, e quest’anno lo era ancora di più, a pochi giorni dall’attentato.

    Come ha trovato New York quando è arrivato?

    Si vedevano più controlli, ma ho respirato l’atmosfera della New York,  più bella e più giusta, cioè quella che continua a vivere e continua a essere se stessa. Newyorkesi che continuano a essere se stessi,  che non rinunciano alla propria identitá.

    E’ questo il miglior  modo per difendersi e per sconfiggere i barbari, che siano organizzati in gruppi terroristici, o che siano lupi solitari. Il miglior modo è quello di rimanere se stessi, di non perdere l’identitá, di non perdere il quotidiano, di non perdere la libertá.

    Non dimentichiamo che subito dopo hanno organizzato addirittura la parata di Halloween…

    Assolutamente, è sempre la stessa logica, quella giusta.

    Poi ho voluto portare i miei figli a Ground Zero, e anche al museo, per fargli vedere di persona cosa hanno vissuto i newyorkesi. Loro all’epoca non erano ancora nati.

    Nel racconto che vive in quello spazio trovo ci sia il miglior modo per New York di tutelare i propri valori, rispettare le vittime, e rispettare anche chi è sopravvissuto in quella terribile mattinata…

    Volevo far capire anche ai miei figli cosa è stato  l’11 Settembre e come,  già all’epoca,  i newyorkesi e il mondo avevano reagito. Insomma, la sua domanda mi permette anche di dirle questo aspetto che è stato parte della nostra vita a New York.  

    Piú di tremila iItaliani a New York, addirittura abbiamo avuto anche un hashtag. Cosa ha significato per lei far parte di questa grande squadra di Italiani a New York?

    Sono stato molto felice, orgoglioso, è stato un  momento di festa. Tutto è andato  bene per tutti e sono felice che ancora una volta gli Italiani abbiano dimostrato amicizia per l’America, gli Stari Uniti e New York, con l’entusiasmo per quella che rimane la maratona piú importante, io credo, al mondo.

    Lei fa parte del  “Montecitorio Running Club,” cos’è?

    È un gruppo fondato con altri parlamentari vari anni fa. E’ venuto altre volte a NY, e  ha sempre utilizzato il ruolo pubblico per fare fundraising per beneficenza.

    Abbiamo voluto dare un messaggio: lo sport fa bene e bisogna tenersi in forma.  Lo sport è importante per la nostra salute, per il nostro quotidiano. Quando si ha un ruolo pubblico, grazie allo sport,  poi si possono fare progetti di solidarietá sociale.

    In passato abbiamo raccolto fondi per ricostruire le scuole dopo il terremoto in Abruzzo e in Emilia, per sostenere le iniziative della Fondazione Don Orione a Napoli. Insomma abbiamo cercato di mettere al servizio, per fini sociali,  il nostro ruolo pubblico di parlamentari e la nostra passione per lo sport.

    Un anno siamo stati  addirittura in trenta parlamentari.  Quest’anno eravamo solo io e Maurizio Lupi, ma lo scopo di  Montecitorio Running Club rimane lo stesso: testimoniare che, anche quando si fa un lavoro impegnativo e si ha un ruolo pubblico, lo sport è importante, è importante nel quotidiano e è importante anche come messaggio.

    Lei ha ha una vita molto attiva, come fa, come si allena?

    Penso che infatti sia la prima volta che un membro del governo in carica partecipi alla maratona. Mi alleno quasi sempre la mattina presto, mi sveglio alle 6 – 6.15  e lo faccio di solito a Roma sul lungotevere o a Villa Borghese.

    Ma anche in qualsiasi città mi trovi, dato che viaggio molto sia in Europa che fuori dall’Europa. Porto sempre le scarpe da corsa perchè, ovunque sia, la mattina vado a correre. Trovo che sia un modo per mettersi in contatto con il territorio e vedere in maniera diversa la citta’ dove magari devo fare un negoziato, un convegno, un incontro politico.

    Tra l’altro la mattina presto le città si scoprono e conoscono meglio.

    Qual’è il posto piú piacevole o diverso dove si è allenato?

    Il luogo piú originale dove mi sono allenato è stato  a Nuova Delhi in India. Ho corso fuori dal Gate of India.  Era mattina,  c’era una nebbia molto particolare, si vedeva poco. E’ stata per me un’esperienza intensa. Era prima di andare come rappresentante del parlamento Italiano a rendere omaggio alla tomba di Ghandi.

    Qual’è stata la sua prima maratona?

    La mia prima maratona è stata proprio a New York nel 2007.

    Lei ha figli, mi ha detto, e l’hanno seguita in questa impresa newyorkese?

    Si certo.  Federica, 14 anni, e Giulia, 11 anni. Erano presenti e attivi nell’Italian Corner organizzato al ventitreesimo miglio sulla Quinta strada con Francesco Genuardi, il console Generale a New York. E c'erano sua moglie Isabel, mia moglie Manuela.  Con loro un gruppo di italiani che incitavano i vari corridori Italiani.

    Quale il momento legato alla  maratona nella storia che ricorda di più? Mio padre mi parlava tanto di Abebe Bikila. Era il 1960, a Roma, non ero ancora nata.

    Devo dire che anche mio padre mi raccontava di Abebe Bikila che correva a piedi scalzi a Roma negli anni 60’.

    Evidentemente le generazioni dei nostri genitori sono state molto colpite da questa cosa; mi ricordo di questa foto in bianco e nero, di questo corridore di colore che correva a piedi nudi, diciamo che è anche per me un racconto paterno. E’ stata  la prima introduzione fatta nella mia famiglia alla maratona.

    Poi mi ricordo sempre di Dorando Pietri, che stava per vincere la maratona a Londra. Caduto a pochi metri  dall’arrivo, era stato aiutato ad alzarsi.  Arrivato al  traguardo venne squalificato perché qualcuno lo aveva aiutato a rialzarsi.

    E questo è un’altra di quelle storie vere della maratona a cui io penso spesso. E devo dire che quest’anno l’avevo ben presente.  L’ultimo chilometro e mezzo l’ho veramente sofferto e ho pensato “non puoi fare come…Dorando Pietri, non puoi fermarti vicino dal traguardo”

    A livello personale lei è contento  del risultato che ha raggiunto con questa maratona?

    Sono molto contento, il mio risultato personale è 3.27, a NY ho fatto 3.38 però devo dire che dopo vari anni è stata una gara che ho gestito bene, regolare, non ho mai avuto punti di estrema sofferenza anche se ho avuto certo difficoltà.

    Vorrei finire parlando dei giovani, perché tutto lo sport lo sappiamo è importante per loro. Ma nella maratona c’è qualcosa di piú.

    Le ho  parlato di  Abebe Bikila,  c’era qualcosa di simbolico nel modo in cui la correva.  Questa sfida con se stessi, ma allo stesso tempo questo far parte di una corrente di persone intorno te. Che messaggio secondo lei possiamo dare?

    Il messaggio ai giovani è: bisogna impegnarsi e lavorare per raggiungere dei risultati. La maratona è un impegno di un anno per raggiungere un grande risultato.

    Anche i risultati che sembrano impossibili “42km di corsa, ma come si fa?” possono essere raggiunti se si ha disciplina, costanza, se ci si allena. Se ci si impone una sfida con se stessi.  Ci sono pochi ostacoli che non possiamo superare se si studia se stessi in maniera approfondita e ci si mette alla prova.

    E poi si fa parte di una comunità. La maratona è bella non solo perché come individuo corri 42km,  ma è bella ancora di più perché c’è una grande comunità di runners da tutto il mondo, che fa della maratona un evento speciale. E quindi, anche quando ci si pongono degli obiettivi individuali  si può veramente cogliere tutta la bellezza dell’obiettivo da raggiungere,  se ci si rende conto che si appartiene una comunità più ampia.

    Questi sono i messaggi e la maratona è una metafora della vita.

  • Art & Culture

    Cradled by the Music of Francesco De Gregori

    ARTICOLO IN ITALIANO >>

    This time I was among the many. In the back row gazing across the whole room. Around me was an audience comprised of people of all ages, but there were certainly many who were born in the 60s and 70s. Everyone knew that they were participating in a historic concert for Italian music–Francesco De Gregori’s first in New York. It’s a concert that has been much awaited and that has arrived later than it should have, in my opinion.

    Anyway, there I was, among the people. Just like the first time when I went to see him with my father. I was a girl and too young to go on my own. There was also that time in Pescara when I went to the very memorable “Banana Republic” concert. That time I went with a boy with whom I shared a kiss while Lucio Dalla and Francesco De Gregori were singing.

    Why am I sharing all these personal details? Because before saying that, in my opinion, Francesco De Gregori’s concert at The Town Hall was one of the best concerts that I’ve ever seen given by an Italian artist here in New York, I want to be honest and say that I’m perhaps not impartial.

    This was a special concert for me. A bit of a flash back. For my job, I’ve interviewed many Italian artists who have come here to New York. I’ve seen them up close, and I’ve even become friends with some of them, such as Pino Daniele, Fiorella Mannoia, Claudio Baglioni, Vinicio Capossela, Zucchero, and many others.

    This time, thanks to a series of certain circumstances, I went to the concert simply as a spectator and not as a journalist. One of my partners had interviewed Francesco De Gregori prior to the show. I didn’t have a reserved seat. I was among the people. Just like years ago.

    It was so beautiful to relive certain feelings. Feeling his music from a distance, seeing him from a distance, and then hearing him up close through the magic of his songs. It brought me back to almost 40 years ago.

    He sang a lot with extreme generosity. He sang Bob Dylan and some recent songs but also his classic repertoire: “Buona Notte Fiorellino,” “La Donna Cannone,” “Rimmel,” “Viva l’Italia”...

    His words in music. A simplicity that is refined and, at times, disarming. Listening to De Gregori live again after so many years, it floors you. His far away long-limbed figure at first glance didn’t seem to resemble him. Then you see him walk, raise his arms, tune his guitar, pick up the harmonica. You recognize his motions, and it leads you to his unmistakeable voice.

    Are there lyrics today that are just as poetic and musical? You ask yourself this while his words are flowing, and you’re accompanied by memories that, thanks to his sound, feel just like fairy tales.

    “I’m going to sing you sad songs,” began De Gregori, referring to certain lyrics. But the sadness arrived later when he left for good. The public cheered for him, yelling “Francesco, Francesco.” Francesco gave his encore and, together with his wife Alessandra Gobbi, closed with a Neapolitan song, “Anema e Core,” a gem with the affection of their story lasting a lifetime.

    The stage lights dimmed. Many members of the audience had dreams in their eyes, which were cradled by his unmistakeable music. Outside, the incessant rain pounded the streets of Manhattan. Far away in the fog stood the Empire State Building. But there was a great desire to sing, even among friends, and perhaps even to play a guitar or harmonica.

    From a long-time admirer and journalist, thank you, Francesco, for having cradled us with such a special concert here in New York.

  • Arte e Cultura

    Cullati dalla musica di Francesco De Gregori

    IN ENGLISH >>>

    Questa volta ero tra i tanti. In ultima fila con lo sguardo che abbracciava tutta la sala. Intorno a me un pubblico di tutte le età,  ma certo i nati negli anni 60/70 erano tantissimi.  Tutti consapevoli di assistere ad un evento storico per la musica italiana. Il primo a New York di Francesco De Gregori. Un momento atteso e arrivato tardi. Troppo, secondo me.

    Dunque eccomi, tra la gente.  Come quando per la prima volta andai a vederlo con mio padre. Ero troppo piccola e ‘femmina’ per uscire da sola. Oppure come quando, qualche anno dopo,  a Pescara, assistei al memorabile concerto di ‘Banana Republic’. Questa volta ero accompagnata da un ragazzo di cui ricordo ancora un bacio, mentre cantavano Lucio Dalla e Francesco De Gregori. 

    Perchè racconto questi dettagli personali? Perchè prima di scrivere che, secondo me,  il concerto di Francesco De Gregori al The Town Hall  è stato tra i migliori concerti che ho visto di un artista italiano qui a New York, voglio essere onesta e dire anche che, certo, forse non sono imparziale.

    E poi questo è stato un concerto speciale per me. Un sorta di flash back. Per il mio lavoro ho intervistato artisti  italiani venuti qui a New York. Li ho visti da vicino, con alcuni sono anche diventata amica.  Parlo di Pino Daniele, Fiorella Mannoia, Claudio Baglioni, Vinicio Capossela, Zucchero e tantissimi altri.

    Questa volta, per una serie di circostanze sono andata al concerto come una normale spettatrice. Non da giornalista. L’intervista, prima della sua esibizione, a Francesco De Gregori l’aveva fatta una mia collaboratrice. Non avevo un posto dedicato. Ero tra la gente. Proprio come tanti anni fa.

    Ed e’ stato bellissimo rivivere alcune sensazioni. Sentirlo distante, vederlo distante e poi sentirlo vicino nella magia delle sue canzoni. Sono tornata indietro di quasi quaranta anni.

    Ha cantato molto. Con estrema generosita’. Ha cantato Bob Dylan, canzoni recenti ma anche il suo classico repertorio. “Buona Notte Fiorellino”, “La Donna Cannone”, “Rimmel”, “Viva l’Italia”….

    Le sue parole in musica. Una semplicità raffinata e a volte disarmante. Riascoltare De Gregori dal vivo, dopo tanti anni, spiazza. La sua figura lontana, longilinea, un fisico che a prima vista sembra non assomigliargli,,,,, poi ecco che lo vedi camminare, alza le braccia, accorda la chitarra, prende l’armonica... Riconosci i suoi movimenti, per poi incontrare quella voce: inconfodibile.

    Ci sono testi così poetici e musicali oggi? Te lo chiedi mentre le parole si susseguono e ti lasci accompagnare nei ricordi che, sulle sue note, sembrano favole.

    “Vi canterò  canzoni tristi”  aveva esordito Francesco De Gregori facendo riferimento ad alcuni testi. Ma la tristezza è arrivata solo dopo. Quando è andato via definitivamente. Richiamato dal pubblico, che non faceva altro che urlare “Francesco, Francesco” Francesco ha dato il suo bis, tris per poi chiudere con una canzone napoletana insieme alla moglie, Alessandra Gobbi. «Anema e core», un gioiello  e la tenerezza della loro storia che dura una vita.

    Poi si sono spente le luci sul palco. Sul volto di molti ancora quegli occhi sognanti e cullati dalla sua musica inconfondibile. Fuori un’incessante pioggia sulle strade di Manhattan, lontano nella nebbia l’Empire State Building,  ma di nuovo tanta voglia di cantare, quella voglia di cantare, anche tra amici, magari suonando una chitarra ed un’armonica.

    Grazie Francesco per averci cullati in un concerto così speciale a New York. Lo scrive una vecchia ammiratrice ma anche la giornalista.

     
  • Art & Culture

    Alessandra Salerno: "Music Found Me!"

    ARTICOLO IN ITALIANO >>

    Alessandra Salerno is a young Sicilian singer-songwriter who also plays the autoharp when she sings. Once you’ve heard her sound, you won’t forget her, thanks to her voice and the atmosphere that she creates. It’s also hard not be struck by her candor after you’ve spoken to her.

    During the course of our conversation, she would describe herself as such:

    As a person:

    “I’m stubborn, sensible, passionate, courageous, sincere, and often undecided. I also despise injustice. Just one adjective isn’t enough to describe me.”

    As a Sicilian:

    “I hope I’m able to bring a beautiful image of a young Sicily to the world. A Sicily that does exist, that doesn’t forget its roots, and that wants to share them with the rest of the world. I like it when people say my region is the most beautiful place in the world. I don’t like it when they say that its the most forsaken place in the world!”

    As a musician:

    “As an artist, I’m an incurable dreamer. Someone like me, who tries to produce something original, has trouble establishing themselves in Italy. Perhaps this is because we’re living in the worst period ever for the music industry. Everything on the radio has the same sound but by different singers.”

    We interviewed Alessandra with the intent to introduce her to the American public, who will see her sing at the National Italian American Foundation (NIAF) Gala in Washington DC on November 5th. She will also be appearing at NYU’s Casa Italiana Zerilli-Marimò on November 27.

    Alessandra’s music made the judges on The Voice of Italy all turn their chairs in amazement, and she’s still popular two years later. She may not have come in first, but many people still consider her the spiritual winner. It has been a long road since then, but Alessandra traveled it while always remaining grounded in reality.

    This all despite the fact that she describes herself as a dreamer. She may be a dreamer, but her feet are always firmly planted on the ground

    Let’s start from the beginning.

    “I believe music found me when I was still in the womb. As soon as I was born, I wanted to speak and dance. Many people attributed my vivaciousness to the color of my hair, which is naturally red (and being a redhead born in Palermo, I was immediately exposed to popular supersitions).”

    No Musicians in the Family.

    “I’ve always had a ‘passionate’ temperament. In a simple family of non-musicians, this little red-headed 4-year-old fell in love Pavarotti, Lucio Dalla… Many children from the 80s-90s were traumatized by the ‘monster’ from Rai 1’s LUNEDì CINEMA theme song. I, on the other hand, was able to go to bed. It was everything I was waiting for. I continued to dream that “du bu di, du du rubu bah” by Lucio Dalla with the dove flying in a dark background full of glitter. I used to love the Pink Panther soundtrack more than the Pink Panther himself, and the Tabù candy theme song–along with the little guy dressed in black–more than the candy itself, seeing as I hate liquorice."

    She continued speaking about what she felt as a young girl:

    “A taste for the beautiful Italian music of the past and passion for jazz, blues, and African-American music continued to develop naturally inside of me. Many years later, I discovered that these musicians that I loved had names. It was music herself who found me.”

    What was your first time on the stage?

    “It was when I was 8 years old at the teatro Biondo in Palermo. It was 1995, the 100th anniversary of cinema, and I was a soloist in my elementary school’s chorus. I sang original pieces and songs by the great Rosa Balistreri."

    Sicily is your cradle, as you describe it. Look how far that girl, who was singing in dialect, has come. From there you went towards the continente (continent), the name Sicilians have for the Italian peninsula. Among your stops was Milan.

    “Sicily is a very rich land in terms of music and culture. It’s a transitory land where cultures mix, so it’s easy to find excellencies among the singer-songwriters, jazz, folk, blues, classical music, electronic music, and music of any genre. There’s excitement in air. Sicily represents my ‘beautiful cursed cradle.’

    It’s the cradle of art and culture, and there needs to be more investment in regards to these. Sicily current does not have the structures and channels for investing. This is why I spent long periods of time in Milan. It’s the most European city out of them all.

    I needed other things to stimulate me, to consult with labels, writers, and go to concerts that would never come to Sicily. I needed to broaden my horizons. In Sicilian we say ‘cu nesci, arrinesci.’ In Italian that would be ‘chi esce, riesce!’ or in English ‘Those who leave, succeed!' Milan has a special place in my heart, and it’s almost a second home for me, but Sicily will always be number one.”

    Is it very difficult for an Italian musician like you to establish yourself? Why is that, and what troubles are there?

    “A musician like me, who tries to produce something original, has difficulty establishing himself/herself in Italy, perhaps because we’re in a period where everything on the radio has the same sound but by different singers.

    Several years ago in the thesis I wrote for my degree in Fashion Design. I spoke about the extreme need to care about niches, the value of individuality, and of ‘emotional marketing.’ Music still isn’t doing this. If I had wrote that thesis today, I would have had to write an entire chapter on the music of today and on the conforming trends that this type of music provokes.”

    You’ve participated in talent shows. What’s your opinion on them?

    “It’s extremely satisfying to be considered the spiritual winner of The Voice of Italy 2015 and to be remembered for what I did on TV two years ago. This is a real victory because talent shows can be dark forests. You need to make sure you don’t get used. You need to use these shows as showcases for our really fragile careers (and today it seems like these are the only channels you pass through) to reach the most people possible with your music.”

    What did you do after The Voice?

    “In these past two years I only did things that I like. I continued writing, touring, having new experiences, and growing important collaborations. My music came to Europe and my videos to Latin America. My voice returned to TV in Italy as the soundtrack to a TV series on channel 5, but there’s still a lot to be done. My most important objective is the release of my new disc, and I’m also going to be working on it in New York.”

    Tell us about your music.

    “I believe my music is the perfect fusion of what has been a part of me since I was little. There’s a bit of America and a bit of beautiful Italy. In my lyrics and in my songs the common denominator is love, an intense love, in a broad sense. Love for life, love for oneself. Sometimes these are stories told through music, and they can hold some of the deepest messages.

    My daily life is my inspiration. Good feelings and bad feelings are all part of the human experience, and when I write lyrics, I realize that the song could actually be about anyone. My suffering and desire for freedom, which I often feel as a Sicilian, lead me to grab a pen and an instrument in order to translate what’s in my head and my heart into music.”

    Tell us about your decision to play this usual instrument.

    “The instrument I play is an autoharp. It’s not common, but it’s an instrument that is both delicate and strong at the same time–just like me… I believe that deciding to buy it and learn how to play it was one of the best things I’ve done in my life. It has become an extension of me…

    It was the Carter family’s preferred instrument. I found it years ago after having seen videos from the 50s and 60s and after falling in love with June Carter and Johnny Cash. My music had been waiting for this. Today I’m also an endorser for the most important American producer of the Autoharp, D’AIGLE.”

    Now, for the first time ever in America, Alessandra will slip into her shoes as a musician. She was invited by NIAF to perform young Italian music. She will also play a song in Sicilian. She’s going to be at the most important annual gala, and she’ll be bringing her city, Palermo, with her. It’s the same Palermo that will be next year’s capital of Italian culture.

    “America is known as the Land of Opportunity. I’m looking for my land of opportunity, my place in the world. I see it as a chance for growth and rebirth. I hope to be able to start my recording project from there, and I dream of it branching out, as far as possible, across the world. I want my music to reach as many souls as possible.

    This is a great life moment–singing and playing at the great NIAF Gala.

    I’m both grateful and honored to take that place on the stage, which in the past had belonged to great world-renowned Italian artists, at such an important event.

    I will finally get to meet the Italian-American organization that has made history in the USA and that continues to be committed to the promotion of the Italian culture across the world. Furthermore, NIAF is sponsoring my first entry into the United States, and I hope it’s a fruitful trip. We’re also only a few months out from the year in which my hometown of Palermo is going to the the Capital of Italian Culture, and I’m also excited for what will happen with that.”

    What do you love about American music?

    “I love almost everything about American music. As I said before, I was unknowingly born with American music. I find that at the source of it all, there’s the immediacy, this sincerity, this total self-denial that first render it a pure and perfect form of art, and then a form of entertainment. The greatest performers in history come from the cradle of America, a cradle that I would really like to accept me.”

    Has Alessandra Salerno been hiding her American dream?

    “My American dream is really ambitious. I’m keeping it to myself for now, out of superstition. I hope to be able to talk about it in a few years, perhaps in an interview, whether or not it comes to fruition.”

    Last question. If you don’t already know her music, when you listen to it for the first time, you’ll understand this question. Alessandra, are you aware of the magic you create when you sing and play? It’s almost like a fairytale world...

    “No, I only feel the vibrations between me, my music, and the audience. I feel a passage open. I live in another dimension, which is as fairytale-like and magical as you described it. I’m so happy and grateful, and I believe I’m going in the right direction.”

    “So she sat on with closed eyes, and half believed herself in Wonderland, though she knew she had but to open them again, and all would change to dull reality.” Her way of proposing music reminds me so much of these words from Lewis Carroll’s Alice in Wonderland. Not because Alessandra isn’t familiar with reality but because, with her music, she is able to transport us into a fantasy world that we’ve lost as adults.

  • Arte e Cultura

    Alessandra Salerno. “È la musica che mi ha trovato!”

    ENGLISH VERSION >>

    Si chiama Alessandra Salerno. E' una giovane cantautrice siciliana. Si accompagna con una "auto-harp" quando canta. Difficile dimenticarla dopo averla ascoltata. Per la sua voce. Per l'atmosfera che riesce a creare. Difficile anche non rimanere colpiti dalla sua freschezza dopo averci parlato.

    Nel corso della nostra conversazione si descriverà cosi:

    Come persona:
    “Sono caparbia, sensibile, passionale, coraggiosa, sincera in tutte le sue forme, spesso indecisa, detesto le ingiustizie, un aggettivo solo non basta”.

    Come siciliana:
    “Spero di poter portare nel mondo una bella immagine di una Sicilia giovane che c'è e che non dimentica le proprie radici e che vuole condividerle con il mondo. Mi piace che dicano che la mia regione è la terra più bella del mondo. Non mi piace quando dicono che è la terra più abbandonata del mondo!”.

    Come musicista:
    “Come artista sono un'inguaribile sognatrice. Una come me, che prova a produrre qualcosa di originale, ha difficoltà ad affermarsi in Italia forse perché stiamo vivendo il periodo peggiore della discografia, dove tutto è omologato, nelle radio si ascoltano gli stessi suoni ma con cantanti differenti”.

    L’abbiamo intervistata con l’intento di presentarla al pubblico americano che la vedrà cantare al Gala della NIAF (National Italian American Fountation) di Washington (5 novembre) e protagonista di una serata alla Casa italiana Zerilli-Marimò della NYU, il 27 novembre.

    Quella di Alessandra Salerno è la musica che ha fatto girare increduli i giudici di 'The Voice of Italy'. La ricordano in tanti la sua partecipazione di due anni fa. Non è arrivata prima, ma molti l’hanno considerata vincitrice spirituale.
    Da allora una lunga strada, ma tutta percorsa senza inutili voli pindarici.

    Questo nonostante lei si descriva come sognatrice. Una sognatrice sì, ma con i piedi per terra.

    Ma cominciamo dall'inizio.

    “Io credo che sia stata la musica a trovare me quando ero solo un embrione. Appena nata già volevo parlare e in qualche modo ballare… molti attribuivano la mia vivacità al colore dei miei capelli, il rosso naturale (ed essere una rossa nata a Palermo mi ha esposta da subito a tutte le dicerie popolari del caso )”.

    Nessun musicista in famiglia...

    “Ho un temperamento da sempre ‘sanguigno’, ma in una famiglia semplice e di non musicisti è accaduto che una bambina dai capelli rossi a quattro anni amasse Pavarotti, Lucio Dalla... molti bambini degli anni 80-90 sono stati traumatizzati "dal mostro" della sigla di LUNEDì CINEMA di Rai 1, io invece dopo quella sigla potevo anche andare a letto, era tutto quello che aspettavo, continuavo a sognare quel "du bu di, du du rubu bah"  di Lucio Dalla con la colomba che volava immersa in uno sfondo oscuro e pieno di brillantini. Amavo la colonna sonora della Pantera Rosa più della Pantera Rosa, e la sigla dei Tabù - insieme all'omino nero in stile mimo - più dei tabù, visto che io detesto la liquirizia . “

    Ne parla come se fosse ancora bambina e continua:

    “Dentro di me crescevano naturali il gusto per la bella musica italiana di una volta e la passione per il jazz ,il blues, la black music...  ho scoperto tanti anni dopo che avevano questi nomi quelle musiche che tanto amavo.  È stata decisamente lei a trovarmi: la musica. “

    E la sua prima volta sul palcoscenico?

    "E’ stata quando avevo 8 anni al teatro Biondo di Palermo. Era il 1995, il centenario del cinema, ed io ero la solista del coro della mia scuola elementare, cantavo pezzi originali e canzoni della grande Rosa Balistreri."

    La Sicila. La sua culla, la definisce. Certo quanta strada ha fatto quella bambina che cantava in dialetto… E da lì è partita verso il “continente”, come chiamano i siciliani la penisola italiana. Tra le sue tappe: Milano.

    “La Sicilia è una regione molto viva culturalmente e anche musicalmente, del resto siamo una terra di transito, dove le culture da sempre si mescolano, quindi nel campo della musica è facile trovare eccellenze nel mondo del cantautorato, del jazz, del folk, del blues, della musica classica, elettronica e di ogni genere. Il fermento c'è, si respira nell'aria. La Sicilia rappresenta la mia ‘meravigliosa maledetta culla’ .

    È culla di arte, cultura e bisognerebbe investire di più su questo, perché mancano proprio le strutture o i canali in certi casi, ecco perché ho vissuto per lunghi periodi a Milano, la città italiana più europea di tutte.

    Avevo bisogno di altri stimoli, di confrontarmi con discografici, autori, di andare a dei concerti che dalla Sicilia non passano mai,  allargare i miei orizzonti.  Questo costringe molti giovani in tanti settori a cercare realizzazione fuori, ‘cu nesci, arrinesci’ si dice dalle nostre parti,  ‘chi esce, riesce!’, poi lì a Milano ho un pezzo importante dei miei affetti quindi è quasi una seconda casa per me, la prima resterà sempre la Sicilia."

    È molto difficile per un musicista italiano come te affermarsi? Perchè? Cosa non funziona?

    "Un musicista come me, che prova a produrre qualcosa di originale, ha difficoltà ad affermarsi in Italia forse perché stiamo vivendo il periodo peggiore della discografia, dove tutto è omologato, nelle radio si ascoltano gli stessi suoni ma con cantanti differenti. Diversi anni fa nella mia tesi di Laurea di Design di Moda parlai del bisogno estremo di tornare a prendersi cura delle nicchie, del valore dell'individualità e del ‘marketing emozionale’. Ancora nella musica non si respirava quest'aria, erano gli inizi di questo movimento, non potevo immaginare che oggi in quella tesi avrei dovuto scrivere un capitolo intero solo sulla musica e sulle fashion victim che questa provoca..."

    Cosa pensi dei talent shows? Tu hai partecipato...

    "È una bella soddisfazione per me essere considerata la vincitrice spirituale di The Voice of Italy 2015 ed essere ancora ricordata per quello che ho fatto in TV due anni fa. Questa è davvero la mia vittoria, perché i talent show possono essere delle selve oscure, bisogna fare attenzione a non essere usati ma a usare a proprio vantaggio queste vetrine del nostro delicatissimo mestiere (che oggi sembra passi solo da questi canali), per poter raggiungere più persone possibili con la propria musica."

    E dopo cosa hai fatto?

    "Io in questi due anni ho approfittato per lanciarmi solo sulle cose che mi piacciono, continuando a scrivere, fare tournée, crescendo in esperienze e collaborazioni importanti. La mia musica è arrivata in Europa e i miei video in America Latina, la mia voce è tornata in TV, in Italia,come colonna sonora di una fiction su canale 5, ma c'è ancora tanto da fare ... l'obiettivo più importante per me adesso è l'uscita del mio primo disco e ci lavorerò anche a New York."

    Raccontaci la tua musica

    "La mia musica credo sia la fusione perfetta di ciò che mi appartiene da dentro da quando ero bambina. C'è l' America e la Bella Italia . Nei miei testi e nelle mie canzoni il comune denominatore è l'amore, ma un amore inteso anche in senso lato ,  l'amore per la vita, l'amore per se stessi, a volte sono storie raccontate in musica a volte sono messaggi più profondi.

    La mia ispirazione è la mia vita di tutti i giorni, i sentimenti buoni e brutti appartengono all'uomo, e quando scrivo un testo mi rendo conto che quella canzone potrebbe essere di chiunque, poi la mia sofferenza e la voglia di riscatto, che come siciliana sento molto, mi portano ad impugnare una penna e ad abbracciare uno strumento che mi aiutino a tradurre in musica quello che ho nella testa e nel cuore."

    E la decisione di suonare questo strano piccolo-grande inconsueto strumento?

    "Il mio strumento, è un autoharp, non è usuale nel mondo, ma è uno strumento delicato e forte al tempo stesso, come me... credo di aver fatto una delle cose più azzeccate della mia vita quando ho deciso di acquistarla e impararla, è diventata il mio prolungamento ...

    Era lo strumento prediletto della famiglia Carter (sempre per restare in territorio american), l'ho conosciuto dopo aver visto anni fa i video dell'epoca, anni '50 e '60.  Dopo essermi innamorata della coppia June Carter - Johnny Cash. La mia musica non aspettava altro che questo mezzo per venir fuori, oggi sono pure endorser per la più importante azienda americana produttrice di Autoharp, la D'AIGLE."

    E ora Alessandra mette i suoi piedi per la prima volta come musicista in America.  È invitata dalla NIAF a presentare la musica giovane italiana. Suonerà anche una canzone in siciliano. Sarà quindi al più importante gala annuale e porterà con sé anche la sua  città, Palermo. Quella Palermo che l’anno prossimo sarà capitale della Cultura.

    “L'America è riconosciuta come la Terra delle opportunità, io sto solo cercando la mia, sto cercando il mio spazio nel mondo, la vedo come un'occasione di crescita e di rinascita. Spero di far partire da lì il mio progetto discografico, e sogno che si dirami in più angoli possibili della terra. Che  la mia musica possa arrivare a quante più anime .  
    È un grande momento di vita quello che si prospetta; cantare e suonare al Gran Gala della NIAF.

    Sono grata e onorata di occupare quest'anno quel posto sul palcoscenico che in passato è stato di grandi artisti italiani di fama mondiale all'interno di una manifestazione così importante.

    Finalmente conoscerò quella realtà italo-americana che ha fatto la storia negli USA e che continua ad impegnarsi anche per la promozione della cultura italiana nel mondo.  La NIAF inoltre sta battezzando il mio primo ingresso negli Stati Uniti, spero sia di buon auspicio. E poi a pochi mesi dall'anno che vede la mia città natale, Palermo, capitale della Cultura mi sento anche un pò una piccola anticipatrice di quello che accadrà "

    Cosa ami della musica americana?

    "Della musica americana amo praticamente tutto, sono inconsapevolmente nata con la musica americana come ho detto prima, trovo che alla fonte di tutto ci sia quella immediatezza, quella sincerità, quella totale abnegazione che sono proprie della musica e che la rendono prima di tutto forma aurea o poi spettacolo. I più grandi perfomer della storia provengono dalla culla americana, culla che vorrei tanto mi accogliesse."

    Ma Alessandra Salerno  tiene nascosto il suo sogno americano...

    "Il mio sogno americano è davvero ambizioso, lo tengo per me, per scaramanzia, spero di poter raccontare tra qualche anno, in un'altra intervista, se poi si è realizzato o no."

    Ultima domanda. Quando l’ascolterete - se non conoscete la sua musica  - capirete la domanda.
    Alessandra sei consapevole della magia che crei quando suoni e canti? Di portare quasi un un mondo fatato…

    "No, io sento solo le vibrazioni tra me, la mia musica e il mio pubblico. Sento un varco che si apre, vivo una dimensione altra, che poi sia fatata e magica come l'hai definita, io non posso che esserne felice e grata, e pensare che forse sto camminando nella direzione giusta..."

    Sapeva che sarebbe stato sufficiente aprire gli occhi per tornare alla sbiadita realtà senza fantasia degli adulti”. Il suo modo di proporre musica mi ricorda tanto queste parole nel romanzo 'Alice nel Paese delle Meraviglie' di Lewis Carroll.  Non perchè Alessandra non conosca la realtà ma perchè riesce, con le sue note, a trasportarci in quella fantasia che da adulti abbiamo perso.

     

     

     

     

  • Giostra della Quintana of Foligno at Columbus Parade in New York
    Op-Eds

    EDITORIAL - An “Italica” Under an Umbrella on Columbus Day

    IN ITALIANO >>

    This year’s Columbus Day, is one we won’t soon forget. Not only for the polemics surrounding the Italian explorer but for the unrelenting downpour that lent a particular mood to the parade down Fifth Avenue. Rather than presenting you with the contents of this issue of our magazine, I’d like to tell you about that day.

    I was there under an umbrella, with the glistening rain on the pavement, amid the people watching the parade’s increasingly wet participants go by. Something Italo Calvino once wrote came to mind, that “walking implies that with every step some aspect of the world changes, and that something in us changes too” (“The Thousand Gardens” in Collection of Sand). Yes, as we walk through it, the world changes and we change with it. Surrounded by people under the increasingly hammering rain, I thought back on the various parades that I had seen on Fifth Avenue. 

    I’ve been in the United States for twenty years. I try to pursue my job as a communicator and cultural mediator with honesty. There’s a lot to do in this line of work, a lot to mediate in order for it to be communicated. In particular, history—especially as seen from here in the United States. 

    There’s History, and there are many histories. Older, less old. There are different countries. Different peoples. Different sensibilities. Different attitudes toward the distant past. Different cultures. Old. Young. And there’s a future to be built step by step.  In my line of work it’s important to tell a story and to “take a step back” from the events of a story. Sometimes I succeed. Other times I don’t. But I think the story of the statue of Columbus has been a bit exploited. For various reasons. You have to have the courage to see the other side of a story. Indeed, to see it by taking a step back.

    To try to understand every point of view, interrogate every line of reasoning, with humility, without falling back on comfortable and occasionally populist positions. To have the courage to say or listen to something uncomfortable, something you might not like. 

    In the case of the “Columbus controversy,” it’s most important to look people in the eye—those in the parade and those outside protesting it. Whether they are Italians, Italian Americans, Native Americans, or “simply” Americans of all races and colors. Only then can we understand that the figure of Columbus provides us with many means of reflecting on the other, on our identity, whatever that may be, without demolishing history or being scared that someone is demolishing it. I recommend practicing this exercise before taking any position. 

    This is a big country. Yet its attitude toward its history is very different from Europe’s. It can be contradictory. On one hand, it seeks it out desperately. On the other, it can easily erase it.   Do you remember the building that housed the historic Italian bookshop Rizzoli in Manhattan, which was torn down two years ago because it was considered obsolete? It was so beautiful. It would be difficult to imagine something like that happening in Italy. Neither would you think of tearing down Caligula’s or Nero’s statues because these were cruel and violent emperors.  

    We must take time to reflect. It would benefit everyone. It might also help Italians and Italian Americans constructively dust off the recent and less recent past. 

    In this issue you’ll find various points of view on the question of Columbus, some in favor and others less so, but all—in our opinion—make valid points. We believe it’s necessary to talk about this issue beyond the day of the parade. What’s missing from our community is debate. We don’t need a single voice that speaks for everyone. We need a plurality of voices and opinions. We need dialogue and diversity. Yet, we can’t blow our tops over the first quibble. 

    That is exactly what we try to do in this magazine, on the Internet, and in our weekly television program on NYC Life. It’s an “Italico” world that mulls matters over—and we bring it into your homes, workplaces and schools, whether you’re having fun, on your commute, or relaxing on the weekend. We’ve been doing it for years. We do it in English so that we can address everyone, not only the handful of Italians living in the US (a little over 250,000 people, according to Italian Embassy statistics). And we try to do it by telling stories that embrace the “Italico”—and not simply “Italian”—story, in a heterogeneous and across-the-board fashion. We do it by trying to mediate various viewpoints in order to better understand one another. But what does “Italico” mean?

    For an answer, let me turn your attention to American writer and journalist Fred Plotkin’s interview with Pietro Bassetti, an intellectual and Italian entrepreneur who coined this term—“Italico”—we’re particularly fond of  (see below, page 16).  We like it because we believe it brings us all under one umbrella—Italians and those who love Italy and the Italian lifestyle, whatever their nationality.

    Those who paraded down Fifth Avenue on Columbus Day, those who stood against it, and those who remained indifferent to it. We think the word “Italico” groups us with our readers, viewers and web-users. And it does so while respecting our differences in a perfectly “Glocal” space.   

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