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Articles by: Massimiliano Morabito

  • Lisette Carmi nel suo studio a Cisternino, Puglia. © Massimiliano Morabito
    Arte e Cultura

    “Volevo Capire la Vita”, Lisetta Carmi si racconta

    Quando guarda al passato, Lisetta Carmi afferma, a quasi 93 anni, di non aver vissuto solo una vita, ma ben cinque. Il disegno fatto dalla sua guida spirituale, Babaji Herakhan Baba, che la ritrae ha in effetti predetto la verità. Ciascuna delle sue facce, circondata da fiori di loto, rappresenta una vita diversa, a partire da quella della musicista, per poi proseguire con quella della fotografa, di guida spirituale, di musicista rinata, e di osservatrice silenziosa.

     

    Oggi, Lisetta si siede sulla sedia nel suo studio e osserva dalla finestra: lì fuori c'è Cisternino, il paese pugliese che l'ha adottata e accolta da decenni ma che l'ha anche considerata un personaggio un po' “diverso”. Circondata dalle sue foto, dai suoi libri e scritti, Lisetta ti fissa con uno sguardo penetrante colorato di verde che è allo stesso tempo freddo ed accogliente. La sua è un'occhiata che va oltre l'ovvio ed il superficiale per vedere di più, in ricerca della profondità dietro l'apparenza, sia nella vita vissuta che in quella catturata dalla sua fotografia. “Vedo quello che c'è, non metto quello che penso io sulle persone”, confessa.

     

    Principalmente, Lisetta Carmi è conosciuta per la sua vita di fotografa, il cui lavoro è stato paragonato, fin dai primi scatti, a quello di Henri Cartier-Bresson. Una volta scoperta l'opera di Lisetta, le immagini de La Gitana, La Novia e La Morena, i travestiti che abitavano Via del Campo a Genova negli anni 60 e 70, o quelle dei portuali della sua città natia, o della fase espulsiva di un parto, dove si scorge la delicata testa di un neonato nel momento in cui abbandona il ventre della madre o del poeta americano Ezra Pound avvolto dal silenzio, saranno impossibili da dimenticare.

     

    “Spesso mi sono chiesta 'da dove vengo'” Lisetta sembra chiedersi, “Ma come ho fatto a guardare il mondo e gli esseri umani in modo così naturale? Quando ho iniziato a fotografare non avevo alcuna preparazione. Come possono le mie foto, scattate in Puglia nel 1960 durante un viaggio con il musicologo Leo Levi, il cui obiettivo era registrare i canti della comunità ebraica di Sannicandro Garganico guidata da Donato Manduzio, avere già un significato e una forma? Vengo da una famiglia speciale, che fotografava in tempi lontani e che mi ha trasmesso in silenzio il desiderio di capire e di fissare con le immagini il mondo in cui viviamo. Quando vedevo le foto fatte da papà e mamma mi dicevo che non ne sarei stata capace. Ora, diverse vite più tardi, posso dire che ho lavorato nella fotografia solo per 19 anni, ma in questi anni ho fatto il lavoro di 50. Sempre sola, con la mia macchina fotografica, con interesse e passione per gli esseri umani, per situazioni estreme in questo mondo così ingiusto ma anche così affascinante. Un mondo che non ho sempre capito ma che ho fotografato per capire la vita”.

     

    Da piccola, Lisetta era una giovane pianista la cui famiglia venne perseguitata dal regime fascista. Nel 1938, a soli 14 anni, fu espulsa dalla scuola che frequentava a causa della sua appartenenza al popolo ebraico. Cercò di colmare il vuoto della sua nuova solitudine con il pianoforte, strumento che aveva iniziato a suonare all'età di dieci anni.

    Solo qualche anno dopo, nel 1943, costretta a scappare in Svizzera, a piedi, Lisetta si trovò a valicare le Alpi; “Con una mano aiutavo mia madre, Maria Carmi Pugliese, e con l'altra tenevo i due volumi del clavicembalo ben temperato di Bach”. La sua passione per la musica si tradusse in una carriera da concertista promettente nonostante la sua naturale riluttanza ad esibirsi in pubblico. Un evento specifico, portò Lisetta, ormai giovane donna con un grande interesse per l'emarginazione e l'ingiustizia sociale, entrambe sperimentate sulla propria pelle, alla sua seconda vita.

     

    “Ero a Genova, e volevo partecipare ad una marcia in supporto dei diritti del lavoro dei portuali, ma il mio insegnante di musica me lo proibì. Mi disse che era troppo pericoloso, che avrei potuto rompermi le mani. Gli risposi 'se le mie mani sono più importanti del resto dell’umanità io da domani non suono più'”. Proprio in quel momento ebbe inizio il suo percorso di fotografa degli emarginati, dei meno fortunati e dei perseguitati. “Dicevo spesso a mio padre quanto mi dispiacesse non essere finita nei campi di concentramento, dove sarei morta o avrei potuto aiutare gli altri. Ho sempre avuto fin da piccola questo desiderio e non mi ha mai abbandonato”. Fu proprio suo padre a darle la prima macchina fotografica e Lisetta l'ha usata “per dare voce agli ultimi, quelli che non potevano parlare o che vivevano in situazioni orrende, schiacciati dai potenti di turno. I ricchi non mi interessavano”.

     

    Lisetta finse di essere la cugina di uno dei lavoratori del porto e riuscì così ad infilarsi in quel mondo e a catturare le condizioni di lavoro degli uomini e le loro difficoltà su pellicola. Quel reportage, commissionatole dalla CGIL, è un documento unico, in grado di offrire una testimonianza visiva della forte identità sociale e culturale della Genova di quei tempi, ma è stato anche il primo passo lungo un percorso professionale che la fotografa ha dedicato all'impegno sociale.

     

    Fino a quando, un giorno, nel 1965, un amico invitò Lisetta a festeggiare il Capodanno nel ghetto ebraico di Genova, in Via del Campo, area abitata da omosessuali e travestiti. Poco a poco riuscì a fare amicizia con alcuni membri della comunità ed iniziò a fotografarli. Ogni ritratto era un regalo. “In quegli anni, dal 1965 al 1971, le ho osservate, protette e ammirate, ho vissuto la loro sofferenza, la violenza e la degradazione della loro vita. Volevo solo conoscerle veramente, aiutarle e amarle”. Una collezione di tutti i suoi ritratti fu pubblicata nel 1972 con il titolo I Travestiti, grazie a Sergio Donnabella perché Lisetta non aveva intenzione di mettere in vendita il suo lavoro. “Non le avevo fotografate per il successo o per guadagnarci qualcosa. La pubblicazione affrontò diversi ostacoli, era considerata sconcia, ed infatti diverse librerie si rifiutarono di esporre il volume. Persino Cesare Musatti, psicanalista di fama, si rifiutò di presentarlo perché considerava i travestiti 'delle persone da mettere in ospedale'”. Ci fu però anche chi supportò pubblicamente il libro, come gli scrittori Dacia Maraini, Barbara Alberti e Alberto Moravia.

     

    L'esperienza nella comunità omosessuale non ebbe solo un impatto professionale sulla vita di Lisetta, ma anche uno profondamente personale. “Grazie a loro, ho imparato ad accettarmi. Quando ero bambina, osservavo i miei fratelli maggiori, Eugenio e Marcello, e volevo essere un maschio come loro. Sapevo che non mi sarei sposata e rifiutavo il ruolo che la società aveva assegnato alle donne. La mia esperienza con i travestiti mi ha fatto riflettere sul diritto che tutti abbiamo di determinare la nostra identità, sia essa quella di donna o quella di uomo, perché siamo tutti esseri umani”.

     

    Lisetta ha catturato l'essenza della natura umana nei suoi ritratti del poeta americano Ezra Pound, fatti durante un brevissimo incontro, un faccia a faccia di esattamente quattro minuti, tenutosi nella sua casa a Sant'Ambrogio di Rapallo. Era l'11 febbraio del 1966. Gli scatti, 12 scelti su 20, sono considerati tra i suoi lavori fotografici più apprezzati e delle importanti testimonianze in bianco e nero che dipingono, “la solitudine, la disperazione, l'aggressività, lo sguardo perso nell'infinito, tutto ciò che è difficile dire a parole e la drammatica grandezza del poeta”.

     

    Invitata da Gaetano Fusari, al tempo direttore del'ANSA di Genova, ad accompagnarlo ad intervistare Pound, Lisetta si armò della sua Leica 35 mm. Bussarono alla porta della piccola casa, e dopo alcuni istanti di silenzio, Pound uscì, ma sembrava perso. Stava lì, in piedi, in vestaglia e ciabatte, senza dire una parola, nonostante la loro presenza. Lisetta iniziò comunque a scattare, scatto dopo scatto, fino a quando il poeta decise di rientrare in casa. Silenzio.

     

    Pound era vecchio e malato, ed era sopravvissuto a tredici anni di internamento nel manicomio criminale St. Elisabeths Hospital di Washington. “Quando ho sviluppato il rullino e ho selezionato le dodici fotografie finali, ho visto in esse esattamente quello che avevo provato mentre stavo scattando. Non abbiamo incontrato il poeta, ma l'ombra di un poeta”. Volendo condividere la sua esperienza con la famiglia di Pound, Lisetta gli spedì le immagini che sono col tempo diventate alcune delle più conosciute del poeta, usate spesso in libri dedicati al suo lavoro. Quel piccolo/grande reportage, rimane tuttora uno dei momenti più significativi della storia della fotografia italiana. Quelle fotografie le fecero vincere l'equivalente italiano del Niepce Prize e parole di elogio del grande Umberto Eco, che disse: “le immagini di Pound scattate da Lisetta dicono più di quanto si sia mai scritto su di lui, la sua complessità e natura straordinaria”. “Sono riuscita a raccontare non solo la sua fisionomia ma sopratutto il suo male di vivere”. Pound morì qualche anno dopo, nel 1972, e prima che la sua casa fosse messa in vendita, Lisetta chiese alla famiglia il permesso di tornare e fotografare a colori “quella casetta tra gli ulivi”.

     

    Lisetta continuò a fare la fotografa e a viaggiare per il mondo - Afghanistan, America Latina, Israele, Palestina, ma anche Sicilia e Sardegna, sono solo alcuni dei paesi visitati da lei e dalla sua macchina fotografica – mentre si divideva tra Genova e Cisternino, paese dove aveva acquistato casa anni prima perchè sentiva che la Puglia fosse terra sacra e benedetta.

     

    Nel 1976, ci fu un'ulteriore svolta e la transizione da una vita ad un'altra avvenne spontaneamente dopo un viaggio in India. Lì incontrò Babaji Herakhan Baba, il Mahavatar dell’Himalaya, che divenne la sua guida spirituale. “Mi ha chiamata a sé e mi ha mostrato la verità più profonda della vita. Quando l'ho visto per la prima volta mi sembrava di vivere ai tempi di Gesù, dove i discepoli ascoltavano il loro maestro. Sono andata a presentarmi e gli ho detto “Babaji, sono Lisetta,' 'Il tuo nome è Janki Rani' mi ha risposto, e mi sono seduta accanto a lui. Ero in estasi, l'ho guardato, ma guardato veramente, e ho visto che era la manifestazione di Dio in forma umana, che era puro amore.”

     

    Quella prima volta Lisetta, o meglio Janki, passò 25 giorni con il maestro divino. “In quei giorni assistetti all'annuncio della profezia di Mahakranti dove Babaji disse che il mondo, come lo conosciamo, stava per finire. Il 75% dell'umanità sarebbe stata distrutta e gran parte della terra sommersa dall'acqua. Gli umani sopravvissuti avrebbero dovuto affrontare l'acqua ed il fuoco e iniziare tutto da capo. I discepoli erano spaventati, ma io no. Ho scattato 36 fotogrammi dei loro volti spaventati. Io invece ascoltavo la profezia e sentivo la parola liberazione. È in questo modo che Dio ci avrebbe dato la possibilità di cancellare tutto il negativo e di ricominciare, con il trionfo dell'amore, della fratellanza e l'armonia”.

     

    Dopo 25 giorni Lisetta dovette tornare in Italia per prendersi cura della mamma anziana, ma negli anni successivi visitò l'India più volte. Durante una di queste visite, Babaji le chiese di aprire un ashram a Cisternino, “un posto dove la gente potesse recarsi con i suoi problemi, dubbi e malesseri alla ricerca di supporto spirituale e di una direzione. Ho chiesto direttamente a Babaji cosa volesse veramente dall'ashram e mi ha risposto che doveva essere un posto di trasformazione per le persone che ci andavano per purificare il corpo e l'anima”.

     

    La cura del corpo e dell'anima avevano ormai da un po' preso il sopravvento sulla fotografia, e nonostante la mancanza di esperienza, Lisetta si lanciò in questa nuova missione senza pensarci due volte. Il Centro Bhole Baba fu inaugurato nel 1986 ed è identico all'ashram di Herakhan, India. “La vita nell'ashram era ed è per tutti la stessa, perché siamo tutti uguali. Non ci sono né i primi né gli ultimi. Il leone e la capra devono bere dalla stessa fonte”.

     

    Nel 1992, mentre era presidente del centro, Lisetta creò La Voce di Cisternino, una pubblicazione semestrale che raccoglieva saggi, notizie e gli annunci di eventi tenutisi nell'ashram. Lei stessa scriveva la rubrica Notizie da Cisternino, dove si firmava Janki Rani. Nel 1998, tredici numeri più tardi, proprio nel suo editoriale, Lisetta annunciò il suo ritiro dalla guida dell'ashram ma che comunque sarebbe stata disponibile a parlare con chiunque ne avesse avuto bisogno. “Era giunto il momento di lavorare su me stessa. Mi sono spesso chiesta come fossi riuscita a vivere in un ambiente comunitario così impegnativo per tanto tempo ed ero alla ricerca di silenzio e solitudine”. Ma prima del silenzio, torna la musica.

     

    Diverse circostanze portarono Lisetta a collaborare con un suo ex studente di musica, Paolo Ferrari. Medico e scienziato, ma anche psicoterapeuta e musicista, Ferrari è il creatore del metodo “Asistema in-assenza”. Lisetta non aveva più suonato il pianoforte da circa 35 anni ma fu invitata a frequentare i seminari di Ferrari a Milano dove avrebbe suonato alla fine di ogni sessione. “Il concetto è un po' difficile da afferrare, ma i margini dell'assenza aprono vasti e inaspettati orizzonti di libertà. Entrare a conoscenza delle idee di Paolo e riavvicinarmi alla musica sono stati un vero miracolo. Fino a quel momento avevo imparato dalla vita tutto quello che dovevo imparare e stavo vivendo un ribaltamento dei ruoli. La maestra era diventata lo studente”. Dopo sei anni di viaggi a Milano, dove si tenevano i seminari, Lisetta capì che anche questa vita era giunta ad una fine. “Tutto stava iniziando a ripetersi ed era giunto il momento del distacco e del silenzio”. Lo stesso silenzio della disperazione di Ezra Pound, “di un'anima alla ricerca della verità così difficile da raggiungere? O il silenzio dei lavoratori del porto di Genova anonimi ed irriconoscibili immersi in un inferno dantesco”?

     

    Avvolta nel silenzio e in compagnia della solitudine, Lisetta sta ora vivendo una vita nuova, la quinta. Questa è proprio quella che vuole. “Mi siedo sulla mia sedia” - sì proprio la stessa menzionata all'inizio di questo racconto - “e sto qua, guardo fuori o sto a occhi chiusi. Ricevo e scrivo moltissime lettere, leggo molto, mangio poco, bevo solo acqua calda e mi prendo cura della casa. Non ascolto musica, mi piace il silenzio. E quando mi chiedono 'chi ti ha insegnato a fotografare'? Rispondo 'la vita'. Perché ho solo osservato la vita, soprattutto quella degli ultimi”. 

  • Lisetta Carmi in her studio in Cisternino, Puglia. © Massimiliano Morabito
    Art & Culture

    Looking at Life Through the Eyes of Lisetta Carmi

    When she looks back at her life, Lisetta Carmi maintains that, at 92, she has already lived five. The drawing of her made by her spiritual guide, Babaji Herakhan Baba, was right. Each one of the five faces portrayed among lotus flowers, represents a different life, ranging from that of the musician, the photographer, the community leader, the reborn musician and the silent bystander.

     

    Today, Lisetta sits down on the chair in her studio and looks out the window at Cisternino, the adoptive Apulian town that has welcomed her decades ago but that has also judged her and deemed her a bit “different.” Surrounded by her photographs and books, she looks at you with piercing, green eyes, that are frosty yet welcoming at the same time. Eyes that look beyond the obvious and go in deep, when they stare both at life itself and life captured by photography.

     

    Above all, Lisetta Carmi is known as a photographer whose work has been compared to Henri Cartier Bresson's. Once you discover Lisetta's unique body of work, the images of La Gitana, La Novia and La Morena, the transvestites of Via del Campo in Genova back in the 1960s-70s, but also those of her native city's dock workers, of a newborn coming out of his mother's womb or of American poet Ezra Pound are imprinted on you for life.

     

    “I have often asked myself 'where do I come from?'” Lisetta asks us directly, “How was I able to look at the world and all those human beings in such a natural way? When I started taking pictures I didn't have any practical training. How did my very first photos, taken here in Puglia in 1960, during a trip to the Jewish catacombs of Venosa with musicologist Leo Levi, have such strong meaning and shape? I come from a special family, a family of amateur photographers who have silently infused in me the desire to understand the world through my images, images that capture life. When I looked at the photos taken by mom and dad I used to tell myself that I would never be able to be as good. Now, several lives later, I can say that I was a photographer for only 19 years but it might as well have been 50. I was always on my own, camera in hand. My passion for my fellow human beings has brought me to witness extreme situations in a world that is unjust yet fascinating at the same time. A world that I didn't always understand, so I photographed to understand life. ”

     

    As a child, Lisetta was a young pianist whose family was persecuted by the Fascist regime. In 1938, she was kicked out of her school in Genova at 14 because of their religion and had to cross the border into Switzerland on foot. “With one hand I was helping my mother, Maria Carmen Pugliese, and with the other I was carrying sheets of music.” Bach, to be exact. Her passion turned her into a promising concertist but she didn't really enjoy performing in front of strangers. One specific event led Lisetta, a young woman who was focused on marginalization and social injustice because she had experienced them on her own skin, to her second life.

     

    “Back in Genova, I wanted to participate to a march in support of the labor rights of Genoese dock workers, but my music teacher forbade me to. He said it was too dangerous, he said there was a risk that I'd break my hands. I didn't care about that.” That's when her life as a photographer of the outcasts, the less fortunate and the persecuted gained the upper hand. “I used to tell my dad that I was disappointed I had not been taken to the concentration camps. I knew I could have helped others, and that desire to help never abandoned me.” Her father was the one who gave her her first camera and Lisetta used photography to give voice to those that were rejected by society, who lived in horrible situations and were crushed by the powers that be.  

     

    Lisetta pretended to be the cousin of one of the Genoese dock workers and started capturing the men's working conditions and difficulties on film. That reportage, commissioned by Cgil, the Italian General Confederation of Labor, is a powerful document of the strong social and cultural identity of Genova in those years, but it also was the first step down a path of vilification that brought on the photographer's social commitment.

     

    One day, in 1965, a friend invited Lisetta to celebrate New Year's Eve in Genova's Jewish ghetto, in Via del Campo, where a group of homosexuals and transvestites had settled. Slowly she befriended the members of the community as she started shooting their portraits, which she'd give them as gifts. “In those years together, from 1965 to 1971, I have protected and admired them, I've lived through their suffering, the violence and the degradation of their lives. I just wanted to get to know them, and I did.” A collection of all her work was published in 1972 by the title I Travestiti, thanks to Sergio Donnabella as Lisetta had no intention of doing anything with her work. “I had not photographed them for commercial reasons. The publication faced some obstacles as booksellers refused to showcase the book. It was considered scandalous and even Cesare Musatti, a renown psychoanalyst,  refused to present it because he considered transvestites people who belonged in the hospital.” However, there were also those who did support the book, and that includes Dacia Maraini and Alberto Moravia.

     

    The experience with the homosexual community didn't have only a professional impact on Lisetta, but also a deeply personal one. “Thanks to them, I learned to accept myself. When I was a child, I looked at my brothers, Eugenio and Marcello, and I wanted to be a boy. I knew I didn't want to get married and rejected the role society assigned to women. The transvestites made me ponder over the right that we all have to determine our own identity. It took me a while, but I got to embrace the joy of being a woman.”

     

    Among Lisetta Carmi's most appreciated work, we also find her portraits of American poet Ezra Pound, taken during a brief encounter, 4 minutes total, in his house in Rapallo. Shot on February 11, 1966, they are just a few in number, 12 final shots out of 20, yet they are unique black and white testimonies that capture “the solitude, the desperation, the belligerence, a gaze at the infinite, everything that cannot be said with words and the dramatic greatness of the poet.”

     

    Lisetta was invited to join Gaetano Fusari, the Director of the ANSA Press Agency of the Genova branch, who was supposed to interview Pound. She went with her Leica 35 mm. They knocked on the small house's door, and after a few moments of silence, Pound walked out, as if lost. He just stood there, in his robe and slippers, and didn't utter a single word, despite our presence. Lisetta just started shooting and shot and shot until the poet's retreat into his house.

     

    Pound was old and sick, having survived thirteen years of imprisonment in the psychiatric ward of St. Elisabeths Hospital in Washington. “When I developed and printed the twelve shots I had selected, I saw in them exactly what I felt as I was taking them. We did not meet the poet, we met the shadow of the poet.” Wanting to share her experience with Pound's family, Lisetta sent them the shots which later became some the most known images of the poet, used in numerous books dedicated to his work. That small reportage is still considered one of the most significant moments in Italian photography. Those images also earned her the Italian equivalent of the Niepce Prize and praise from the great Umberto Eco, who said that “Lisetta's images of Pound tell more than it has ever been written about him, his complexity and extraordinary nature.” “I captured more than his physiognomy, I captured his pain of living.” Pound died years later, in 1972, and before his house was sold, Lisetta asked his family permission to go back and shoot “the small house by the olive trees in color.”

     

    Lisetta continued working as a photographer while traveling the world - Afghanistan, Latin America, Israel, Palestine, but also Sicily and Sardinia are some of the places that she and her camera visited – while living both in Genova and in Cisternino, where she had purchased a place years before.

     

    In 1976, everything changed and the transition from one life to another happened after a trip to India where she met a sadhu (holy man), Babaji Herakhan Baba, who became her spiritual guide. “He called me to him and he showed me life's deepest truths. When I saw him for the first time, I felt I was living through the times of Jesus, where the disciples were waiting for their teacher. I went to introduce myself and said 'Babaji, I'm Lisetta,' 'Your name is Janki Rani' he replied, and I sat next to him. I was in ecstasy, I looked at him and I could see that he was the manifestation of God in human form, that he was pure love.” That first time Lisetta, or rather Janki, spent 25 days with the divine teacher. During those days she witnessed the announcement of Babaji's Mahakranti prophecy that said “that the world as we know is about to end. 75% of humankind is about to be destroyed and great part of the world will be covered in water. Yet the remaining humans will be able to face the water and the fire and start anew. The disciples were scared but I was not. I heard the prophecy but all I could hear was the word “freedom.” That is how God is giving us a chance to wipe out all the negative and start over, with the triumph of love, brotherhood and harmony.”

     

    After 25 days Lisetta had to return to Italy to take care of her elderly mother, but through the years she went back to India several times. During one of these times Babaji told her to build an ashram in Cisternino, “a place where people could come with their problems, doubts and ailments looking for spiritual solace and guidance. I asked Babaji what he truly wanted from the ashram and he replied that it had to be a place of transformation for people where they could purify their body and soul.”

     

    Photography thus became a distant memory and, although completely inexperienced, Lisetta ventured on a new mission without giving it a second thought. The Bhole Baba center was opened in 1986 and it's identical to Babaji's ashram in Herakhan, India. “Life at the ashram was and is the same for everybody, as we are all the same. Nobody comes first and nobody comes last. We are all equal.”

     

    In 1992, while she was president of the center, Lisetta created la Voce di Cisternino, a bi-annual publication featuring essays, news and announcements of events taking place at the ashram. She penned Notizie da Cisternino, an editorial signed as Janki Rani. In 1998, thirteen issues later, in her editorial, Lisetta announced that it was time for her to leave the ashram but she was still available to speak to whoever wished to do so. “It was time to work on myself. I often wondered how I had been able to live in such a challenging communal environment for so long and I was looking for solitude.”

     

    Personal connections brought Lisetta to collaborate with a former student of hers, Paolo Ferrari. A physician and scientist, but also a psychotherapist and musician, Ferrari is the creator of a method called “Asistema in-assenza.” Lisetta had not played the piano in about 35 years but she was invited to attend Ferrari's seminars in Milan where she'd play at the end of each session. “The concept is rather difficult to grasp, but the margins of absence open up vast and unexpected horizons of freedom. Getting to know Paolo's ideas and getting close to music again was a real miracle. Up to that point I had learned from life everything I had to know and I was then living a reversal of roles. The teacher became the student.” After six years of weekly trips to Milan, where the seminars were taking place, Lisetta understood that the experience had come to an end. “Life was starting to repeat itself and it was time for detachment and silence.” Is it the same silence of Ezra Pound's desperation or of the nameless dock workers of Genova?

     

    Lisetta is now living a new stage of her existence, the one she considers her favorite. Her life is exactly how she wants it to be, made of silence and solitude. “I sit on my chair” -  the same chair mentioned at the beginning of this article - “I close my eyes and I just sit here. I don't eat much, I drink only lukewarm water and I take care of the house. I don't listen to music. And when I am asked who has taught me how to take pictures, I reply, life. Because I just looked at life.”