Articles by: Monica Straniero

  • Arte e Cultura

    E' stata la mano di Dio, il film di Paolo Sorrentino

    "Voglio filmare una realtà diversa". Le parole del giovane alter ego Fabietto di Paolo Sorrentino, e Sorrentino mantiene la parola iniziando e finendo il suo ultimo film, dal 24 novembre al cinema e su Netflix il 15 dicembre,  con due momenti di bellissimo realismo magico come solo lui sa fare. In mezzo c'è più o meno un'autobiografia della sua adolescenza a Napoli a metà degli anni '80, una serie di ricordi di momenti felici e tristi e il ritratto di una famiglia, la sua famiglia, nella vibrante città all'ombra del Vesuvio. E' stata la mano d Dio ha vinto il Leone d’Argento - Gran Premio della Giuria alla 78a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

    Il film scelto per rappresentare l'Italia agli Oscar è profondamente incentrato sulla forza della famiglia e della comunità, oscillando tra momenti di pura gioia, profonda tristezza , malinconia straziante e sensualità soffocante. In essa è intrecciata la storia di successo dell'uomo che in un certo senso ha salvato la vita a Paolo Sorrentino, l'uomo che per un tempo è stato più importante di Dio, no, era Dio a Napoli, Diego Maradona, il suo famoso goal di mano che ha dato il titolo al film .  La tragica morte dei genitori del protagonista, Fabietto Schisa, la rivelazione Filippo Scotti, spinge la sua vita e quindi il film verso una narrazione più fluida, con una scena decisiva in cui l'aspirante regista riceve consigli, urlati, dal famoso Antonio Capuano. E' lui che trasmetterà al futuro Premio Oscar la gioia di fare cinema.

    Non c'è un vero filo narrativo in questa storia di formazione di Fabietto. La vita  in una famiglia allargata e rumorosa ma anche calda e amorevole a modo loro. I suoi genitori (Toni Servillo e un'eccezionale Teresa Saponangelo) sono benestanti e stanno costruendo una seconda casa in campagna, anche se il loro rapporto è sotto stress a causa di una relazione extraconiugale da parte del padre. Il fratello di Fabietto, Marchino, vuole diventare un attore, ma i casting con artisti del calibro di Federico Fellini (qualcosa che il vero fratello di Sorrentino ha effettivamente fatto) non riescono a dare una svolta alle sue aspirazioni.  L'unica costante nella vita di Fabietto è Maradona: prima c'è il fervore del si o no per il suo trasferimento al Napoli, poi le sue magie durante i Mondiali '86, e infine quando regala al Napoli quasi da solo lo scudetto nel 1987, un evento che resterà impresso per sempre nella memoria collettiva della città come una vittoria sull'"altra Italia", le potenze del Nord Italia che guarda sempre con disprezzo il Sud. Il momento più importante di Maradona, però, per Fabietto (e Sorrentino) è il fine settimana che i suoi genitori trascorrono nella loro nuova casa. Dovrebbe andarci anche lui, ma sceglie di partecipare a una partita durante un fine settimana, che alla fine gli salva la vita mentre i suoi genitori muoiono per una sfortunata fuga di gas.

    Fabietto deve trovare un modo per sfuggire alle profondità della tragedia e venire a patti con lo strano gioco del destino che lo ha lasciato in vita.

    La mano di Dio è una storia più personale e decisamente più emozionale di tutte quelle che ha raccontato in precedenza. Un film sulla perseveranza contro ogni previsione: come può un ragazzo con un sogno, un ragazzo che ha visto forse tre o quattro film nella sua vita, realizzare quel sogno di diventare un regista? Non è del tutto chiaro se Sorrentino voglia lasciare un messaggio profondo ma realizza quello che non ha mai fatto prima: raccontare una storia senza alcun filtro e in modo semplice.

    Se la stilistica formale sono da sempre i suoi tratti distintivi, in E' stata la mano di Dio sceglie di metterli da parte e di permettere alla pura narrazione di posizionarsi al centro della scena.  Fabietto rimane un po' un' enigma in un film molto particolare nel tempo e nello spazio, e quindi a volte impenetrabile se non per chi, Sorrentino per l'esattezza, ha voluto ricordare per non dimenticare.

     

     
     
  • Arte e Cultura

    Applausi per The Sacrifice, la danza di Dada Masilo

    La coreografa sudamericana non ha semplicemente messo in scena Stravinsky in versione tribale con al centro una  fanciulla che balla fino alla morteche nella Russia pagana. Contrariamente all’originale, dalle forte tinte scure,  la danza di Masilo celebra la vita. Nel sacrificio che le persone fanno per sopravvivere, trova anche bellezza.

    Un rivisitazione che ha richiesto alla coerografa e ai suoi ballerini una immersione totale nello studio delle danze e dei rituali del popolo Tswana. Questa forma di danza unica, ritmica ed espressiva è originaria del paese del Botswana, dove a volte viene  utilizzata nei rituali per le affabulazioni e per le guarigioni.

    Non mancano innesti dal balletto classico  – giravolte, piroette e altre tecniche in volo. – e coreografie che fanno pensare al ballo di strada. È impressionante come i danzatori riescano a conservare la flessibilità di corpi che anche nei momenti più estatici si contraggano per poi estendersi in passi piccoli e intricati, ispirati al movimenti veloci dei piccoli animali.

    L’accompagnamento musicale è altrettanto degno di nota. Tastiera, violino, strumenti ritmici e arpa ebraica creano suoni raramente dissonanti che si alternano tra pop e tradizione. A chiudere uno spettacolo da standing ovation, la voce di Ann Masina con un accattivante spettacolo a cappella davanti a un corpo femminile senza vita.

  • Arte e Cultura

    I Maneskin trionfano negli USA

    Dopo l'esibizione sul palco dei Rolling Stones, in apertura del concerto della band rock più grande di sempre, per i quattro giovani artisti italiani non c'è niente che li possa fermare.
     
    I quattro ragazzi di Roma Damiano, Victoria, Thomas Raggi ed Ethan Torchio indossano una tenuta da Quattro luglio, il giorno della Festa nazionale degli Stati Uniti. Pantaloni aderenti a strisce rosse, maglia luccicante blu con le stelle. Passo deciso ma anche leggero di chi è consapevole che si sta giocando l'occasione della carriera:  il concerto dei Rolling Stones. Mick Jagger li ringrazierà in italiano davanti a un pubblico di età compresa tra i cinquanta e i sessanta anni ma che conta anche tanti giovani desiderosi di vedere con i propri occhi il fenomeno musicale che spopola su Tik Tok.
     
    Sul palco le canzoni non gridano, ma si annunciano gradualmente con ronzii di chitarra e basso, da «Mamma mia» il nuovo singolo pubblicato l’8 ottobre fino alla chiusura con dedica a Iggy Pop, una delle fonti di ispirazione del gruppo italiano.

    "Hanno vinto l’Eurovision. Riusciranno a conquistare il mondo?” Così scriveva il New York Times lo scorso giugno a proposito dei Maneskin. Dalle esibizioni per le vie di Roma, come busker, alle mille luci di New York con tappa da Jimmy Fallon, il presentatore americano che ha ospitato la band al ‘Tonight Show’ per sigillare il debutto nelle case di milioni di americani. E' stato solo l'inizio della marcia trionfale della band. Nella Big Apple, i Maneskin si sono esibiti davanti a un pubblico scatenato.

    Sul palco del Bowery Ballroom si abbassano le luci e Damiano intona con il suo solito piglio da rock star  «Beggin’», cover dei Four Seasons, contenuta nell’album ‘Chosen’, il primo uscito dopo l’esperienza a X-Factor e da settimane in testa alla classifica dell’Alternative Radio e al 14° posto nella graduatoria assoluta dei Billboard hot 100.La voce di Damiano è come un mantra ipnotico. Le canzoni diventano pensieri difficili da mandare via con Mamma mia che scandisce questo azzeccato groove rétro. Zitti e buoni, La Pura del buio, Chosen parlano con intelligenza e sottigliezza, ricordandoci sempre che il gender non è altro che un costrutto ideologico.

    Grande attesa poi per il 14 novembre quando verranno assegnati gli Mtv Europe Music Award 2021, dove i 4 ventenni romani sono candidati in tre categorie: Best Italian Act, Best Group e Best Rock. E’ la prima volta che un gruppo italiano viene candidato in tre categorie diverse. Insomma i Maneskin hanno  inaugurato un nuovo capitolo della loro vita personale e artistica. E la sua musica ha preso un’intrigante nuova direzione. Si era già capito dal singolo Follow me now, brano che gli ha spalancato le porte della più grande vetrina per i giovani talenti.

     
     
     
     
     
  • Arte e Cultura

    Rumon in anteprima alla Festa del Cinema di Roma

    In anteprima alla Festa del Cinema di Roma, il film Rumon interamente realizzato e prodotto dagli studenti e dai docenti dall’IISS Cine-Tv Roberto Rossellini, con la partecipazione straordinaria di Antonella Ponziani e Giorgio Colangeli. Le vicende di quattro ragazzi Stefano appassionato di cinema, Omar un nordafricano in cerca di una vita migliore, Silvia una ragazza in crisi e Massimo che prova a trasformare la sua passione in una impresa, sono il pretesto per raccontare la vita che scorre accanto al fiume Tevere, da Roma alla sua  foce.

     Il fiume è il protagonista principale e oltre ad essere molto presente visivamente nella sua oggettività è incarnato da un personaggio fantastico, un ragazzo invisibile al mondo ordinario. Attraverso il suo sguardo visualizziamo la memoria del passato che il fiume porta in se, e sarà il fiume a far incontrare i ragazzi e ad aiutarli ad avere consapevolezza dell'importanza di avere un sogno.

    Rumon è stato interamente realizzato in piena pandemia da uno staff tecnico artistico di studenti e professori del Cine-Tv Roberto Rossellini. Il risultato raggiunto è quindi una testimonianza di resilienza e rinascita sia della scuola come luogo e istituzione che del territorio coinvolto, che nonostante le criticità che lo contraddistinguono ha supportato attraverso l’impegno dell’VIII Municipio e delle associazioni sportive, culturali e ricreative la realizzazione del lungometraggio affrontando e superando le difficoltà logistiche e gli ostacoli legati alle chiusure cautelative. 

    Dal Ponte dell’Industria, purtroppo ad oggi gravemente danneggiato da un incendio ma ritratto nella sua originaria bellezza e memoria storica, fino alla sua foce tra Ostia e Fiumicino, Il Tevere diventa il filo conduttore di un viaggio che spazia dalla città al mare, lambendo territori e scenari molto diversi: periferie urbane, campagna, zone naturalistiche, nuovi insediamenti, comuni  costieri. La resistenza romana e la riqualificazione del porto fluviale. La memoria del cinema italiano degli stabilimenti Ponti de Laurentis a Ponte Marconi (oggi sede dell’IIS Cine-Tv Roberto Rossellini).  

    Degrado e rinascita del quadrante Magliana-Corviale. Vita e morte all’Idroscalo di Ostia: Pier Paolo Pasolini e l’oasi naturalistica della LIPU. La porta di Roma: Fiumicino; Il Tevere continua ad essere un meraviglioso corso d’acqua che attraversa la Città Eterna regalando ai suoi visitatori dei panorami che difficilmente si dimenticano. Poco fuori da Roma, oltre il GRA, il Grande Raccordo Anulare, il fiume scorre all’interno di un’area protetta che fa parte della Riserva Naturale del Litorale Romano. In tutto il suo percorso, questo fiume incontra molte specie vegetali, arbusti, piante come pioppi, eucalipti, pini domestici e varie specie faunistiche che vi trovano un habitat ideale. Sappiamo infatti che al momento della bonifica, per ragioni logistiche, furono piantate nella zona della foce delle specie arbustive in grado di assorbire acqua in eccesso. 

    Questa è la ragione alla base della straordinaria biodiversità che caratterizza il paesaggio romano oggi. Un viaggio quindi quello di Rumon che svela e rivela descrivendo e documentando la storia dei quartieri coinvolti dalla Resistenza ai giorni nostri con una sensibilità di ampio respiro. Lo scopo del film è di perseguire un’opera di approfondimento culturale e di cura delle giovani menti e del loro sviluppo umano e professionale che da sempre guida e contraddistingue il corpo docente e il personale scolastico italiano.

     

  • Fatti e Storie

    Non solo Italia. Fingers Lakes, vini pregiati a due passi da New York

    Situato a cinque ore da New York City, si trova la regione vinicola più eccitante della costa orientale, i Finger Lakes che vantano il miglior vino di tutti gli Stati Uniti. La regione  prende il nome dai primi cartografi iroches, una popolazione di nativi americani che esaminando 11 laghi sottili e molto lunghi avevano notato una forma che ricorda le dita di due mani allungate verso il confine canadese.

    L'area non esisteva come destinazione vinicola fino agli anni '60, quando il Dr. Konstantin Frank, ucraino sopravvissuto a due guerre mondiali e alla rivoluzione bolscevica, ha aperto la la strada alla piantagione di Vitis vinifera (uva da vino europea) nei Finger Lakes, cambiando per sempre il volto della viticoltura. A quel tempo, la regione nella regione dei Finger Lakes si coltivavano principalmente vitigni americani, come Concord e Catawba. Si produceva vino da tavola bevibile, ma niente degno di attenzione internazionale. Frank immaginò che l'effetto lago - uno specchio d'acqua capace di trattenere il calore estivo tutto l'anno, riscaldando la terra circostante anche in inverno  avrebbe consentito la semina di alcune varietà europee, incluso il Riesling. Sapeva che quelle varietà erano perfette per il clima e l'estate calda e breve. Il resto è storia.

    Oggi, suo nipote, Fred Frank produce bianchi aromatici particolarmente notevoli. E se il Riesling è stato a lungo considerato l'unica varietà vitale di Vitis vinifera,ora Cabernet Franc, Pinot Noir e altri rossi stanno guadagnando terreno. La zona  è nota soprattutto per i suoi vini spumanti e dolci. Vini che sposano maturità e moderazione, ricchezza e acidità. Hanno una trasparenza distinta, a volte ammaliante. Possiedono una purezza di frutta che esprime in modo unico il clima, i terreni e le condizioni dei vigneti di New York.

     Nel 1982 Finger Lakes è diventata la terza AVA (American Viticultural Area) riconosciuta negli USA, affiancata in seguito dalle denominazioni specifiche Cayuga Lake AVA e Seneca Lake AVA, dal nome dei due laghi principali. Tra le realtà che operano su un terreno scivoloso quanto una lastra di ghiaccio, troviamo Experience! The Fimgers Lake (https://experiencefingerlakes.com/), gestita da Laura  Winter Falk, un sommelier certificato con un dottorato di ricerca in nutrizione. Un giro tra  caseifici e cantine dove cibo e vino sono abbinati per completarsi a vicenda. Un’opportunità per  imparare come viene prodotto il formaggio, dare un’occhiata dietro le quinte del processo di vinificazione e assaggiare il vino direttamente dalla botte. Lungo la strada gli amanti della natura si imbattono nelle maestose cascate Taughannock Fall, le più alte a sud del fiume Mississippi. Mentre gli appassionati di ecologia potrebbero godersi una visita a una fattoria con laghetto che utilizza mulini a vento.

     
     
  • Arte e Cultura

    L'immaginario romanzo di Eduardo Scarpetta e la sua tribù

    Non mi piacciono gli artisti che si divertono più fuori dal palco che sul palco”, dice Eduardo Scarpetta (interpretato da Tony Servillo) in “Qui rido io”, in concorso alla 78a Mostra del cinema di Venezia. 

    Agli inizi del ‘900, nella Napoli della Belle Époque, all’apice della sua popolarità, Scarpetta corre un grosso rischio: mette in scena una parodia de “La figlia di Iorio”, tragedia scritta dal più grande poeta italiano dell’epoca, Gabriele D’Annunzio. Scoppia l’inferno, Scarpetta viene denunciato per plagio dallo stesso D’Annunzio. Fu l’inizio della prima causa per il diritto d’autore in Italia e un’esperienza estenuante per Scarpetta e la sua famiglia.

    Ci vuole un po’ di tempo per analizzare l’albero genealogico della famiglia Scarpetta, poiché c’è un putiferio di mogli, compagne, amanti, figli legittimi e illegittimi tra cui Titina, Eduardo e Peppino De Filippo. In una scena Scarpetta si unisce ad una cena con la complessa famiglia ma nel momento in cui si siede tutti sono talmente  intimiditi dalla sua presenza che cadono in un silenzio imbarazzato.

    Non è stato facile per Mario Martone creare un personaggio che il pubblico disprezzerà nel privato, ma di cui prenderà le parti in tribunale. Il soggetto del film è l’incarnazione di un patriarca del teatro italiano di inizio novecento. Il regista non perde tempo con il finto glamour ed evita di mettere in scena una nostalgica rivisitazione di un’epoca in cui in cui Napoli era la capitale della cultura, non solo d’Italia ma d’Europa, e Scarpetta un eroe di questa città.

    Qui rido io è lo spartiacque tra il vecchio e nuovo teatro napoletano. Al personaggio di Felice Sciosciammocca Eduardo Scarpetta affidò la realizzazione del suo programma artistico, emancipando il teatro napoletano dalla tradizione popolana di Pulcinella e introducendo un tipo di commedia borghese, realistica. L’autore napoletano elimina i dialoghi inutili – quelle battute che servivano all’inizio della commedia per far accomodare il pubblico in sala;  riduce fortemente i trucchi teatrali, dando anche ad essi un evidente tocco di realismo. Qui rido io è un biopic equo che, nonostante il titolo, non adorna con falsi allori una figura che  a cavallo del Novecento era diventato il re della risata grazie a opere come Miseria e nobiltà, Nu turco napulitano, Il medico dei pazzi, Na santarella.

    “Il film è l’immaginario romanzo di Eduardo Scarpetta e della sua tribù” –  ha dichiarato  Martone – ed è un’opera importante per tante ragioni. La prima è perché riporta “in scena” una figura chiave nella storia del teatro italiano, e la seconda è perché ricorda, semmai ce ne fosse bisogno, la centralità culturale che rappresentava e possedeva la città di Napoli, capitale del teatro, dello spettacolo. Ovviamente il motivo cardine è la rievocazione di un genio del teatro, della parodia, e poi del nostro cinema”.

     

  • Arte e Cultura

    Giudicate le mie canzoni. La mia musica!

    Marco Castoldi, in arte Morgan, cantautore, polistrumentista, compositore, fondatore e frontman dei Bluvertigo, è stato ospite dell'Ortigia Film Festival, che si è concluso domenica 18 luglio.

    Nel corso di un'intervista, il frontman dei Bluvertigo ha raccontato il suo rapporto con il cinema: "E' stato sempre molto attivo ma vorrei fare di più in questo settore dove la musica ha sempre avuto un ruolo fondamentale nella costruzione del film. Un contributo  che non si esaurisce solo nella composizione della colonna.Io penso che più è bella la musica meno la gente la deve percepire perché serve per far entrare nella storia, il tema musicale deve sottolineare la trama”.

    Tra i registi che lo hanno ispirato, Morgan ha citato Luis Buñuel e Godard. "Il primo con l'esplosivo l'Angelo Sterminatore si è dimostrato il più bravo ad inserire i sogni nei film".

    Sull'esperienza con i Bluvertigo, la formazione con la quale - a partire dai primi anni Novanta - l’autore  ha avviato la sua scalata alla notorietà, ha ricordato come in quegli anni le multinaizonali della discografia avevano un'area dedicata alla ricerca di generi distinti dalla musica mainstream. "Oggi la situazione è cambiata. La musica si è uniformata e così anche i gusti del pubblico. Nella scena attuale, alternativa o indie che dir si voglia, ad essere rivoluzionari sono i Måneskin, (la cover di Beggin è terza nella Global 200 Usa n.d.r.) una ventata fresca nel panorama musicale italiano non solo per la loro dimestichezza sul palco ma soprattutto per la loro indiscutibile presenza scenica".

    Parlando delle polemiche che spesso lo vedono coinvolto, Morgan ha detto di essere stanco dei pregiudizi nei suoi confronti: "Si dovrebbero giudicare le mie canzoni, la mia musica. Non ho ancra compreso perchè il mondo della musica mi volta le spalle. I discografici non vogliono pubblicarmi dischi, i colleghi si rifiutano di scrivere canzoni con me nonostante sia capace di suonare gli sturmenti meglio di chiunque altro".

    Alla domanda sull'eventualità di guardare alla scena musicale fuori dall'Italia, in particolare agli Stati Uniti, l'autore ha commentato che è un'idea che accarezza da anni. "Sono pronto a rimettermi in gioco in qualsiasi momento. Io non sono di quelli che dicono la mia fama mi precede. Voglio andare a Los Angeles a fare il session man. Mi basta una chitarra e un pianoforte. A New York invece mi proporrei come un cantautore italiano rock nei locali jazz senza che la gente sappia chi sono".

    Infine a chi lo accusa di essere autoreferenziale, Morgan risponde di essere ormai annoiato di se stesso: "Vorrei parlare di altro e invece spreco il mio tempo a diferendermi da continue critiche e accuse, alcune anche perseguibili sul piano penale. Ho ben tre procedimenti aperti e trovo assurdo questo accanimento giornalistco e giudiziario nei miei confronti. Voglio essere lasciato in pace e suonare la mia musica per il mio pubblico".

     
  • Arte e Cultura

    All'Ortigia Film Festival: no all'omertà

    "L’Amore non si sa” è un film sul candore. Non quello dei bambini, l'innocenza. Piuttosto quella forza interiore che di fronte a scelte definitive permette di agire senza curarsi delle conseguenze, pur immaginandole".  Con queste parole Marcello Di Noto commenta il suo nuovo film con protagonisti Diane Fleri (Nina), Antonio Folletto (Denis) e Silvia D'Amico (Marian).

    Presentato in concorso all'Ortigia Film Festival, dopo il passaggio alla Festa del cinema di Roma 2020, nella sezione preapertura e da giovedì 19 agosto nelle sale, l'opera prima del regista siciliano è ambientato in una non ben definita area del litorale campano (ma il film è stato girato tra Bari e Polignano a Mare nell’estate 2019 ). Racconta la storia di Denis, musicista talentuoso e adorabile donnaiolo, che si diverte a traino del business neomelodico, facendosi meno domande possibili sulla propria vita, su quella degli altri, sul presente e sul futuro.

    Denis ha sempre sulle labbra quello strano sorriso di uno a cui hanno raccontato una barzelletta, ma non crede di averla capita. E sarebbe continuato tutto così se una notte, per caso, non si fosse trovato a bordo dell’auto contro la quale viene aperto il fuoco per un regolamento di conti. Lui ne esce illeso – vedendo in faccia l’assassino, un killer solitario – ma ammazzano davanti ai  suoi occhi Nina, animatrice di feste per bambini e sua unica vera amica. Nina era “nel posto sbagliato al momento sbagliato”, come le centinaia di vittime innocenti delle mafie. Denis vorrebbe denunciare ma metterebbe a rischio la sua vita e quella di Marian, la fidanzata di Nina.

    Attraverso la storia di un musicista e donnaiolo, Di Noto racconta l’impatto che l’illegalità, l’omertà e la rassegnazione, hanno sulla coscienza delle persone. Denis non può fare a meno di accorgersi che il futuro non esiste, almeno quando cammini nel bagnasciuga delle logiche malavitose. "E' costretto a fare qualcosa e decide di farlo ben sapendo che non ha gli sturmenti per uscire da una situazione che è certo lo metterà in serio pericolo" - racconta ancora il regista - e l'incontro con Marian e il suo amore per lei lo porteranno a compiere una scelta estrema".

     Il regista mette in scena un teatro di omertà fatto di canzonette neomelodiche scritte sulle musiche di Michele Braga, che nascondono una presunta spensieratezza e superficialità del protagonista usate come corazza per sopravvivere in un tempo che non sembra il suo. La lenta presa di coscienza di un sistema corrotto che poggia sull'indifferenza della gente si accompagna ad una narrazione leggera che non calca mai la mano sul dramma anche quando punta il dito contro i colpevoli.

    L'irridente tragicommedia di Marcello Di Noto mostra spalle robuste attraverso un racconto popolare pieno di disincanto. Ma cosa è l'omertà, si chiede il regista. La paura di morire o quella di vivere nella paura? Perché come sosteneva Paolo Borsellino: “Se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo”.
  • Arte e Cultura

    Al Festival di Cannes in concorso "Tre Piani" di Nanni Moretti.

    Tre Piani è una parabola della nostra società, un film su quella "grande bugia" che noi stessi avevamo creduto e che la pandemia ha svelato: la nostra tendenza a condurre vite isolate, ad alienarci da una comunità che non solo  non vediamo più, ma di cui pensiamo anche di poter fare a meno."Affronta temi universali come la colpa, le conseguenze delle nostre scelte, la giustizia, la  responsabilità dell’essere genitori -  dice il regista.

    Sorridente ed energico, felice dell'accoglienza ricevuta ieri sera all'anteprima del film, Moretti ha ribadito che per lui "il cinema è indispensabile", come regista, produttore, attore o proprietario di un cinema, ma "ancora di più come spettatore. "Non so come starei se non potessi andare al cinema a vedere un film dopo l'altro. Ho la stessa curiosità di vedere i film degli altri che avevo 40 o 50 anni fa", ha aggiunto.

    I protagonisti del film sono nomi importanti del cinema italiano: Margherita Buy, Riccardo Scamarcio, Alba Rohrwacher, Adriano Giannini, Elena Lietti, Denise Tantucci e Alessandro Sperduti. "Tutti loro interpretano  personaggi, fragili e spaventati, sono mossi da paure e ossessioni, e spesso  finiscono per compiere azioni estreme. Eppure le loro motivazioni emotive e sentimentali sono sempre  comprensibili", ha raccontato Moretti. Mentre nel libro le storie si interrompono nel momento più alto della crisi, il film va oltre per indagare le conseguenze delle scelte compiute dai personaggi, vedere  le ripercussioni che le loro azioni hanno sulla loro vita e su quella dei loro cari".

    Per Nanni Moretti il film arriva in un momento cruciale per la società. "Si parla molto di cosa lasceremo ai nostri figli in termini ecologici, si parla poco di cosa  lasceremo loro in termini etici e morali. Ogni gesto che noi compiamo anche nell’intimità delle nostre case  ha conseguenze che si ripercuoteranno sulle generazioni future. Di questo ognuno di noi deve essere  consapevole e responsabile: le nostre azioni sono quello che noi lasciamo in eredità a chi viene dopo di noi".  

     

  • Arte e Cultura

    Quel rapporto burrascoso tra due poliziotti

    Protagonista del film d’apertura della prima edizione del Festival del Cinema Tedesco, Felix Kramer ha risposto ad alcune domande. Free CountryIl film, diretto da Christian Alvart, arricchisce il desolato materiale poliziesco-drammatico con uno sfondo politico. Siamo nel 1992, pochi mesi dopo la caduta del muro di Berlino, con una Germania recentemente riunificata che lotta per ritrovare una propria identità nazionale. Il governo spedisce due detective fuori città: il cerebrale Patrick Stein (Trystan Pütter) dall'ovest, e il brutale Markus Bach (Felix Kramer,  dall'est, per indagare la scomparsa di due adolescenti in una piccola città industriale al confine con la Polonia.

    Sia in Dogs of Berlin che in Free Country, entrambi diretti da Christian Alvert, interpreti un detective della Germania dell'est. E' una scelta casuale?

    Quando ho letto la sceneggiatura di ho compreso che si trattava di due personaggi diversi. Markus in Free Country è in un momento cruciale della propria vita con i suoi scheletri nell'armadio. E' un uomo tormentato dallo  stress del lavoro, dalla corruzione dei superiori e dalle cose mostruose che ha fatto con il suo lavoro da sicario nel blocco orientale. E' corpulento bevitore dalla lingua lunga. Non è una storia di uomini buoni che combattono male, ma di personaggi decisamente antieroici che cercano di uscire dal decadimento morale che il loro paese fatica a riconciliare. 

    Cosa hai amato di più del tuo personaggio?

    Markus non si fa scrupoli a ricorrere alle tecniche di persuasione della Stasi, la più temuta ed efficiente polizia segreta del mondo, per costringere le persone a confessare. A differenza del suo collega Patrick che disapprova le pratiche rozze e illegali di Markus, questi si prende gioco del comportamento da boy scout del primo. Sono letteralmente uno stereotipo del poliziotto buono/poliziotto cattivo. Ho amato questo dualismo tra bene e il male  che convive in ognuno di noi

    Il rapporto  burrascoso tra i due pliziotti sembra una metafora di antiche divisioni tra le due parti della Germania cha ancora non sembrano essersi rimarginate

    Esattamente. Markus desidera potersi lasciare alle spalle gli anni trascorsi a terrorizzare dissidenti e aiutare  questa comunità che nè pronta ad abbracciare pienamente la sua nuova libertà come non lo è lui. L'evoluzione personale di entrambi i personaggi è una metafora di chi sono e della Germania divisa da cui provengono. Il motivo per cui due ragazze sono scomparse e il modo in cui l'autore ha finora eluso la cattura sono saldamente radicate nei cambiamenti geopolitici che si verificano intorno a loro. Patrick e Markus sono gravati dalla vergogna, proprio come il loro paese. A più di trent'anni dalla riunificazione tocca parlare ancora di muri, non fatti di cemento e mattoni come quello che tagliava Berlino a metà ma che ne sono una specie di propaggine immateriale.E tuttavia rimane molta diffidenza reciproca, e molta insoddisfazione.

    Il film ha inaugurato la prima edizione a Roma del Festival del cinema tedesco. Sei la star di a celebre serie tv di Netflix Dark hanno fatto conoscere il cinema tedesco al grande pubblico. Cosa ne pensi di questo seuccesso?

    Una nuova generazione di registe e registi sta facendo tendenza nel nostro cinema da sempre stato venerato nel mondo per la sua storia, per il cinema di Weimar e per personaggi come Rainer Werner Fassbinder e Wim Wenders, ma raramente è stato davvero amato. Film come Free Country, Dogs of Berlin e la serie Dark e molti altri si sono rivelati un colpo di fortuna per il cinema tedesco sotto molti punti di vista, riuscendo anche a scalzare l’immagine di un cinema unicamente destinato a un pubblico di nicchia. I nuovi film mostrano, al di là di eccessivi stereotipi, su cosa significhi essere nato in Germania, e arricchendo così il cinema tedesco di nuove tematiche. Ora più che mai si ha bisogno di cambiare lo sguardo e gettare il cuore oltre l'ostacolo per risollevare un settore che ha sofferto molto a causa di una pandemia che ci ha costretti tutti a casa.

     
     
     
     

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