Articles by: Monica Straniero

  • Arte e Cultura

    Giudicate le mie canzoni. La mia musica!

    Marco Castoldi, in arte Morgan, cantautore, polistrumentista, compositore, fondatore e frontman dei Bluvertigo, è stato ospite dell'Ortigia Film Festival, che si è concluso domenica 18 luglio.

    Nel corso di un'intervista, il frontman dei Bluvertigo ha raccontato il suo rapporto con il cinema: "E' stato sempre molto attivo ma vorrei fare di più in questo settore dove la musica ha sempre avuto un ruolo fondamentale nella costruzione del film. Un contributo  che non si esaurisce solo nella composizione della colonna.Io penso che più è bella la musica meno la gente la deve percepire perché serve per far entrare nella storia, il tema musicale deve sottolineare la trama”.

    Tra i registi che lo hanno ispirato, Morgan ha citato Luis Buñuel e Godard. "Il primo con l'esplosivo l'Angelo Sterminatore si è dimostrato il più bravo ad inserire i sogni nei film".

    Sull'esperienza con i Bluvertigo, la formazione con la quale - a partire dai primi anni Novanta - l’autore  ha avviato la sua scalata alla notorietà, ha ricordato come in quegli anni le multinaizonali della discografia avevano un'area dedicata alla ricerca di generi distinti dalla musica mainstream. "Oggi la situazione è cambiata. La musica si è uniformata e così anche i gusti del pubblico. Nella scena attuale, alternativa o indie che dir si voglia, ad essere rivoluzionari sono i Måneskin, (la cover di Beggin è terza nella Global 200 Usa n.d.r.) una ventata fresca nel panorama musicale italiano non solo per la loro dimestichezza sul palco ma soprattutto per la loro indiscutibile presenza scenica".

    Parlando delle polemiche che spesso lo vedono coinvolto, Morgan ha detto di essere stanco dei pregiudizi nei suoi confronti: "Si dovrebbero giudicare le mie canzoni, la mia musica. Non ho ancra compreso perchè il mondo della musica mi volta le spalle. I discografici non vogliono pubblicarmi dischi, i colleghi si rifiutano di scrivere canzoni con me nonostante sia capace di suonare gli sturmenti meglio di chiunque altro".

    Alla domanda sull'eventualità di guardare alla scena musicale fuori dall'Italia, in particolare agli Stati Uniti, l'autore ha commentato che è un'idea che accarezza da anni. "Sono pronto a rimettermi in gioco in qualsiasi momento. Io non sono di quelli che dicono la mia fama mi precede. Voglio andare a Los Angeles a fare il session man. Mi basta una chitarra e un pianoforte. A New York invece mi proporrei come un cantautore italiano rock nei locali jazz senza che la gente sappia chi sono".

    Infine a chi lo accusa di essere autoreferenziale, Morgan risponde di essere ormai annoiato di se stesso: "Vorrei parlare di altro e invece spreco il mio tempo a diferendermi da continue critiche e accuse, alcune anche perseguibili sul piano penale. Ho ben tre procedimenti aperti e trovo assurdo questo accanimento giornalistco e giudiziario nei miei confronti. Voglio essere lasciato in pace e suonare la mia musica per il mio pubblico".

     
  • Arte e Cultura

    All'Ortigia Film Festival: no all'omertà

    "L’Amore non si sa” è un film sul candore. Non quello dei bambini, l'innocenza. Piuttosto quella forza interiore che di fronte a scelte definitive permette di agire senza curarsi delle conseguenze, pur immaginandole".  Con queste parole Marcello Di Noto commenta il suo nuovo film con protagonisti Diane Fleri (Nina), Antonio Folletto (Denis) e Silvia D'Amico (Marian).

    Presentato in concorso all'Ortigia Film Festival, dopo il passaggio alla Festa del cinema di Roma 2020, nella sezione preapertura e da giovedì 19 agosto nelle sale, l'opera prima del regista siciliano è ambientato in una non ben definita area del litorale campano (ma il film è stato girato tra Bari e Polignano a Mare nell’estate 2019 ). Racconta la storia di Denis, musicista talentuoso e adorabile donnaiolo, che si diverte a traino del business neomelodico, facendosi meno domande possibili sulla propria vita, su quella degli altri, sul presente e sul futuro.

    Denis ha sempre sulle labbra quello strano sorriso di uno a cui hanno raccontato una barzelletta, ma non crede di averla capita. E sarebbe continuato tutto così se una notte, per caso, non si fosse trovato a bordo dell’auto contro la quale viene aperto il fuoco per un regolamento di conti. Lui ne esce illeso – vedendo in faccia l’assassino, un killer solitario – ma ammazzano davanti ai  suoi occhi Nina, animatrice di feste per bambini e sua unica vera amica. Nina era “nel posto sbagliato al momento sbagliato”, come le centinaia di vittime innocenti delle mafie. Denis vorrebbe denunciare ma metterebbe a rischio la sua vita e quella di Marian, la fidanzata di Nina.

    Attraverso la storia di un musicista e donnaiolo, Di Noto racconta l’impatto che l’illegalità, l’omertà e la rassegnazione, hanno sulla coscienza delle persone. Denis non può fare a meno di accorgersi che il futuro non esiste, almeno quando cammini nel bagnasciuga delle logiche malavitose. "E' costretto a fare qualcosa e decide di farlo ben sapendo che non ha gli sturmenti per uscire da una situazione che è certo lo metterà in serio pericolo" - racconta ancora il regista - e l'incontro con Marian e il suo amore per lei lo porteranno a compiere una scelta estrema".

     Il regista mette in scena un teatro di omertà fatto di canzonette neomelodiche scritte sulle musiche di Michele Braga, che nascondono una presunta spensieratezza e superficialità del protagonista usate come corazza per sopravvivere in un tempo che non sembra il suo. La lenta presa di coscienza di un sistema corrotto che poggia sull'indifferenza della gente si accompagna ad una narrazione leggera che non calca mai la mano sul dramma anche quando punta il dito contro i colpevoli.

    L'irridente tragicommedia di Marcello Di Noto mostra spalle robuste attraverso un racconto popolare pieno di disincanto. Ma cosa è l'omertà, si chiede il regista. La paura di morire o quella di vivere nella paura? Perché come sosteneva Paolo Borsellino: “Se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo”.
  • Arte e Cultura

    Al Festival di Cannes in concorso "Tre Piani" di Nanni Moretti.

    Tre Piani è una parabola della nostra società, un film su quella "grande bugia" che noi stessi avevamo creduto e che la pandemia ha svelato: la nostra tendenza a condurre vite isolate, ad alienarci da una comunità che non solo  non vediamo più, ma di cui pensiamo anche di poter fare a meno."Affronta temi universali come la colpa, le conseguenze delle nostre scelte, la giustizia, la  responsabilità dell’essere genitori -  dice il regista.

    Sorridente ed energico, felice dell'accoglienza ricevuta ieri sera all'anteprima del film, Moretti ha ribadito che per lui "il cinema è indispensabile", come regista, produttore, attore o proprietario di un cinema, ma "ancora di più come spettatore. "Non so come starei se non potessi andare al cinema a vedere un film dopo l'altro. Ho la stessa curiosità di vedere i film degli altri che avevo 40 o 50 anni fa", ha aggiunto.

    I protagonisti del film sono nomi importanti del cinema italiano: Margherita Buy, Riccardo Scamarcio, Alba Rohrwacher, Adriano Giannini, Elena Lietti, Denise Tantucci e Alessandro Sperduti. "Tutti loro interpretano  personaggi, fragili e spaventati, sono mossi da paure e ossessioni, e spesso  finiscono per compiere azioni estreme. Eppure le loro motivazioni emotive e sentimentali sono sempre  comprensibili", ha raccontato Moretti. Mentre nel libro le storie si interrompono nel momento più alto della crisi, il film va oltre per indagare le conseguenze delle scelte compiute dai personaggi, vedere  le ripercussioni che le loro azioni hanno sulla loro vita e su quella dei loro cari".

    Per Nanni Moretti il film arriva in un momento cruciale per la società. "Si parla molto di cosa lasceremo ai nostri figli in termini ecologici, si parla poco di cosa  lasceremo loro in termini etici e morali. Ogni gesto che noi compiamo anche nell’intimità delle nostre case  ha conseguenze che si ripercuoteranno sulle generazioni future. Di questo ognuno di noi deve essere  consapevole e responsabile: le nostre azioni sono quello che noi lasciamo in eredità a chi viene dopo di noi".  

     

  • Arte e Cultura

    Quel rapporto burrascoso tra due poliziotti

    Protagonista del film d’apertura della prima edizione del Festival del Cinema Tedesco, Felix Kramer ha risposto ad alcune domande. Free CountryIl film, diretto da Christian Alvart, arricchisce il desolato materiale poliziesco-drammatico con uno sfondo politico. Siamo nel 1992, pochi mesi dopo la caduta del muro di Berlino, con una Germania recentemente riunificata che lotta per ritrovare una propria identità nazionale. Il governo spedisce due detective fuori città: il cerebrale Patrick Stein (Trystan Pütter) dall'ovest, e il brutale Markus Bach (Felix Kramer,  dall'est, per indagare la scomparsa di due adolescenti in una piccola città industriale al confine con la Polonia.

    Sia in Dogs of Berlin che in Free Country, entrambi diretti da Christian Alvert, interpreti un detective della Germania dell'est. E' una scelta casuale?

    Quando ho letto la sceneggiatura di ho compreso che si trattava di due personaggi diversi. Markus in Free Country è in un momento cruciale della propria vita con i suoi scheletri nell'armadio. E' un uomo tormentato dallo  stress del lavoro, dalla corruzione dei superiori e dalle cose mostruose che ha fatto con il suo lavoro da sicario nel blocco orientale. E' corpulento bevitore dalla lingua lunga. Non è una storia di uomini buoni che combattono male, ma di personaggi decisamente antieroici che cercano di uscire dal decadimento morale che il loro paese fatica a riconciliare. 

    Cosa hai amato di più del tuo personaggio?

    Markus non si fa scrupoli a ricorrere alle tecniche di persuasione della Stasi, la più temuta ed efficiente polizia segreta del mondo, per costringere le persone a confessare. A differenza del suo collega Patrick che disapprova le pratiche rozze e illegali di Markus, questi si prende gioco del comportamento da boy scout del primo. Sono letteralmente uno stereotipo del poliziotto buono/poliziotto cattivo. Ho amato questo dualismo tra bene e il male  che convive in ognuno di noi

    Il rapporto  burrascoso tra i due pliziotti sembra una metafora di antiche divisioni tra le due parti della Germania cha ancora non sembrano essersi rimarginate

    Esattamente. Markus desidera potersi lasciare alle spalle gli anni trascorsi a terrorizzare dissidenti e aiutare  questa comunità che nè pronta ad abbracciare pienamente la sua nuova libertà come non lo è lui. L'evoluzione personale di entrambi i personaggi è una metafora di chi sono e della Germania divisa da cui provengono. Il motivo per cui due ragazze sono scomparse e il modo in cui l'autore ha finora eluso la cattura sono saldamente radicate nei cambiamenti geopolitici che si verificano intorno a loro. Patrick e Markus sono gravati dalla vergogna, proprio come il loro paese. A più di trent'anni dalla riunificazione tocca parlare ancora di muri, non fatti di cemento e mattoni come quello che tagliava Berlino a metà ma che ne sono una specie di propaggine immateriale.E tuttavia rimane molta diffidenza reciproca, e molta insoddisfazione.

    Il film ha inaugurato la prima edizione a Roma del Festival del cinema tedesco. Sei la star di a celebre serie tv di Netflix Dark hanno fatto conoscere il cinema tedesco al grande pubblico. Cosa ne pensi di questo seuccesso?

    Una nuova generazione di registe e registi sta facendo tendenza nel nostro cinema da sempre stato venerato nel mondo per la sua storia, per il cinema di Weimar e per personaggi come Rainer Werner Fassbinder e Wim Wenders, ma raramente è stato davvero amato. Film come Free Country, Dogs of Berlin e la serie Dark e molti altri si sono rivelati un colpo di fortuna per il cinema tedesco sotto molti punti di vista, riuscendo anche a scalzare l’immagine di un cinema unicamente destinato a un pubblico di nicchia. I nuovi film mostrano, al di là di eccessivi stereotipi, su cosa significhi essere nato in Germania, e arricchendo così il cinema tedesco di nuove tematiche. Ora più che mai si ha bisogno di cambiare lo sguardo e gettare il cuore oltre l'ostacolo per risollevare un settore che ha sofferto molto a causa di una pandemia che ci ha costretti tutti a casa.

     
     
     
     
  • Fatti e Storie

    Alfredino, una storia italiana

    La storia di Alfredino appartiene alla memoria di tutti gli italiani, anche quelli che non l’hanno vissuta. Alfredino , una storia italiana si ispira ai sui fatti di Vermicino.Sono passati quarant’anni dall’incidente nel quale morì Alfredo Rampi, un bambino di sei anni caduto in pozzo artesiano che per tre giorni mezza Italia fece di tutto per salvare

    Una miniserie in quattro puntate prodotto da Marco Belardi per Lotus Production,  in onda lunedì 21 giugno su Sky Cinema e in streaming su Now, è il primo docudrama tv sulla vicenda."L'obiettivo non è quello di riportare la cronaca di quei terribili giorni, rivela il regista Marco Pontecorvo, 

    La foto in bianco e nero di quel bambino sorridente, con una canottiera a righe, i suoi lamenti, il battito sempre più flebile del suo cuoricino sono impressi nell’immaginario collettivo dei 21 milioni di telespettatori che quaranta anni fa seguirono in diretta tv la vicenda notte e giorno, col fiato sospeso.

    Alfredino mostra la sensibilità di non far vedere mai il bimbo nel pozzo. "Abbiamo, infatti, scelto di non indugiare sugli aspetti più tragici della vicenda - tiene a precisare il regista -  privilegiando al contrario l’abnegazione, la determinazione e la speranza che spinsero le persone coinvolte a dare tutto ciò che avevano per un obiettivo comune. Dietro l'esigenza di raccontare un fatto che trasformò una notizia di cronaca nel primo grande evento mediatico nazionale in tempo reale, è quello di creare uno spazio di riflessione sulla quello che è diventato il primo caso di tv del dolore"

    Anna Foglietta riesce  a incarnare perfettamente Franca Rampi, donna di incredibile forza, che riportò al Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, i tanti perché della tragica fine di suo figlio: senza puntare il dito, senza accusare nessuno, Franca elencò con lucidità le tante, troppe falle nella macchina dei soccorsi. Una casalinga disse al Presidente cosa non aveva funzionato e il Presidente la ascoltò.

    Dopo questo sfogo nacque e venne organizzata in Italia la Protezione Civile, quel complesso apparato che entra in azione ogni qualvolta si verifichi un evento catastrofico nel nostro territorio: da un terremoto a un’alluvione, dal crollo di un ponte alla pandemia di questi giorni. 

    La miniserie è l'occasione per tutti gli italiani di riconciliarsi con questa storia, raccogliendo tutti insieme i frutti nati da quell’evento doloroso. Perché c’è sempre un rovescio della medaglia, ed è quello a cui tutti noi dobbiamo guardare. Per andare avanti. 
  • Arte e Cultura

    Once Upon a Time…

  • Arte e Cultura

    Comedians, il lato oscuro della comicità

     

    Gabriele Salvatores torna al cinema con un film sul senso della comicità e lo fa in un periodo in cui far ridere è . Parliamo di Comedians, in uscita il 10 giugno nelle sale italiane con 01 Distribution. "Avrei dovuto girare un film in costume , ma troppo complicatp in tempi di pandemia", ha commentato il regista premio Oscar con mediterraneo.

    "Mi sentivo e mi sento responsabile per le persone con cui lavoro. Allora ho provato a pensare a un film più contenuto nei personaggi e nei luoghi, qualcosa che venisse dal teatro. E un testo che ho amato e che a teatro aveva avuto molto successo lo avevo: Comedians! Così ho proposto a Griffiths di ada,arlo per il grande schermo, e lui con grande entusiasmo mi ha risposto: “Go ahead with all speed. You'll do it well. Cioè vai a tu,a birra, andrai bene.”

    Scritto nei primi anni sessanta dal rammaturgo inglese Trevor Griffiths, l’opera debutto il 20 febbraio 1975 al Nocngham Playhouse, e da lì girò il mondo. Nel 1985 Gabriele Salvatores lo portò al Teatro dell’Elfo di Milano con un cast di giovani attori tra cui  Paolo Rossi, Silvio Orlando, Claudio Bisio.

    "A quei tempi, eravamo giovani alla ricerca del successo, spericolati, anarchici, irregolari e affamati di successo. Nelle nostre mani il testo si trasformò in un contenitore per una sarabanda di gags e batture  comiche, a volte improvvisate sul palco, come nel Jazz.
    Oggi, rileggendolo, il testo di Griffiths mi mostra il  ‘dark side of the moon’, il lato più malinconico. 

    Sei aspiranti comici stanchi della mediocrità delle loro vite, al termine di un corso serale di stand-up comedy si preparano ad affrontare la prima esibizione in un club. Tra il pubblico c'è anche un esaminatore, che sceglierà uno di loro per un programma televisivo.

    Il regista decide di rimanere fedele all testo originale perchè l'opera  di Trevor Griffith non è divertente. Si ride delle battute mal assortite, inopportune e mal preparate ma dietro si cela la disperazione di uomini che cercano pateticamente di elevarsi al di sopra della loro posizione.

    La vicenda si svolge in una triste e squallida aula pubblica in una notte molto piovosa che diventa l'immagine di fondo della vita quotidina dei lavoratori della classe operaia  per spostrarsi in un altrettanto squallido music club dove gli stessi uomini si scontrano con la realtà delle loro esistenze. Quidi si infrange il tentativo di sfuggire a vite che sono a tutti gli effetti una routine.

    Un adattamento teatrale che pur risalendo al 1976, è molto attuale. Ancora oggi il testo mette in discussione l’uso di stereotipi e dei pregiudizi per far ridere o per rimuovere un problema. "La comicità è una cosa seria, e oggi rispetto agli anni settanta, rischia di soccombere al politicamente corretto". L’obiezione principale è quella che intacchi la libertà di espressione, una forma di ipocrisia, insomma. Per Salvatores è una questione di equilibrio tra buon gusto e offesa. "Il confine è sottilissimo e va considerato, ma  certe cose siamo andati un po' oltre. E' veramente ridicolo pensare che oggi sui set di Hollywood ci sia la presenza del Gender Manager".

    Se per Salvatores, Comedians è un'occasione per fermarsi un attimo su cosa vuole dire il concetto di comicità e di politicamente corretto o scorretto, basterebbe ricordare che alcune parole hanno una storia che non può essere ignorata, che alcune cose non fanno più ridere o potrebbero anche far ridere se raccontate nel rispetto dell'identità di ciascuno di noi.
     
     
  • Arte e Cultura

    Festival del cinema di Spello e dei borghi umbri: il ritorno tra proiezioni di film, mostre e incontri

    Venti film tra produzioni italiane e straniere, 12 backstage di film e serie tv, 17 documentari e 58 cortometraggi. Sono alcuni dei numeri del prossimo “Festival del Cinema Città di Spello ed i Borghi Umbri - Le Professioni del Cinema” che si terrà in presenza dall’11 al 20 giugno prossimi tra i comuni di Spello, Foligno e Marsciano. Ideata dalla presidente dell’Associazione Culturale di Promozione Sociale “Aurora” APS, Donatella Cocchini, e dal direttore artistico, il regista Fabrizio Cattani, la manifestazione giunge quest’anno alla sua decima edizione.

    Un decennale che sarà celebrato con grandi ospiti del mondo cinematografico e che vedrà, oltre alla proiezione di oltre un centinaio di opere al Teatro “Subasio” di Spello, anche diverse iniziative collaterali tra mostre, conferenze ed eventi dedicati alla musica, alla danza ed al teatro. Tra le opere in concorso ci sono undici film italiani in concorso, tra opere prime e non. Si tratta di: "Abbi fede" di Giorgio Pasotti, “Assandira" di Salvatore Mereu, “I predatori" di Pietro Castellitto, “Il grande passo" di Antonio Padovan, “La guerra di Cam" di Laura Muscardin, “Non odiare" di Mauro Mancini, “Quasi Natale" di Francesco Lagi, “Regina" di Alessandro Grande, “Rosa pietra stella" di Marcello Sannino, “Spaccapietre" di Gianluca De Serio, Massimiliano De Serio e “Sul più bello" di Alice Filippi. Film giudicati dai professionisti del dietro le quinte che premieranno, con l’ulivo firmato Andrea Roggi, i colleghi per la migliore sceneggiatura, fotografia, scenografia, costumi, musiche, montaggio, fonico di presa diretta, montaggio del suono, effetti speciali, trucco, acconciatura, creatore di suoni ed organizzatore. Nell’ambito della stessa categoria verranno assegnati due ulteriori riconoscimenti: quello di cinemaitaliano.info e, novità 2021, quello della stampa umbra.

    A concorrere alla X edizione del Festival anche 7 film internazionali (“Gaugin” di Edouard Deluc, “In viaggio verso un sogno” di Tyler Nilson, “Imprevisti digitali” di Benoît Delépine, Gustave Kervern, “Undine - Un amore per sempre” di Christian Petzold, “Roubaix une lumiere” di Arnaud Desplechin, “Corpus Christi” di Jan Komasa e “Non conosci Papicha" di Mounia Meddour Gens); 12 backstage tra film e serie tv (“Padrenostro” di Daniele Santonicola, “I diari di Hammamet” di Daniele Santonicola, “Permette? Alberto Sordi” prodotto da Rai Fiction, “La concessione del telefono - C’era una volta Vigata” prodotto da Palomar in collaborazione con Rai Fiction, “Speciale Zerozerozero” e “Speciale Zerozerozero - La colonna sonora” di Federico Chiarini, “Speciale - Diavoli” di Laura Allievi e Domenico Brandellero, “Speciale - I delitti del Berlume 8” di Tiziana Cantarella, “Speciale Petra - Un giorno con Alicia Bartelett”, “Speciale Petra - Indagine dietro le quinte” e “Cops una banda di poliziotti - Speciale dietro le quinte” di Sara Albani e “Mental” prodotto da Rai Fiction); 17 documentari (“Tony Driver” di Ascanio Petrini, “Il vangelo più antico del mondo” prodotto da Officina della Comunicazione, “Petite creature” di Roberto Cardonici, “La Napoli di mio padre” di Alessia Bottone, “Movida” di Alessandro Padovan, “La yurta nel bosco” di Carla Pampaluna, “Manuale di storie dei cinema” di Stefano D’Antuono e Bruno Ugioli, “Prayers the wind” di Michele Piasco, “Criseide” e “Terrigena” di Max Leonida, “Un film su Tonino Delli Colli Cinematographer” di Claver Salizzato, “Il sistema sanità - Le pietre scartate Napoli, Rione Sanità” di Andrea De Rosa, “Abbandonati” di Claudio Moschin, “Io una giudice popolare al maxi processo” di Francesco Miccichè, “In prima linea/On the front line” di Matteo Balsamo e Francesco del Grosso, “La forma delle cose” e “Odissea” di Domenico Iannacone”; 18 cortometraggi sui 58 selezionati e proiettati (“È stato solo un click” di Tiziana Martini, “Better than Neil Armstrong” di Alireza Ghasemi, “The cloud is still there” di Mickey Lai, “Mousie” di David Bartlett, “Voices of the city” di Annamaria Pernazzi, “The gift” di Lorenzo Sisti, “Finis terrae”di Tommaso Frangini, “Inverno” di Giulio Mastromauro, “Ninnaò” di Ernesto Maria Censori, “Ape Regina” di Nicola Sorcinelli, “La confessione” di Benedicta Boccoli, “La particella fantasma” di Giuseppe Willia Lombardo, “Bataclan” di Emanuele Aldrovandi, “Where the leaves fall” di Xin Alessandro Zheng, “Close your eyes and look at me” di Andrea Castoldi, “Like ants” di Gaetano Capuano, “Fame” di Giuseppe Alessio Nuzzo e “American Marriage” di Giorgio Arcelli Fontana).

     Come ogni anno verranno poi assegnati dei premi speciali, a cominciare dal “Premio all’Eccellenza” che verrà quest’anno assegnato all’attrice veronese Valeria Fabrizi, interprete di un centinaio di film tra cinema e tv, di numerosi spettacoli teatrali e volto di diversi varietà televisivi. Prima di lei a ricevere lo stesso riconoscimento erano stati Carlo Rambaldi, Vittorio Storaro, Giuliano Montaldo, Ermanno Olmi, Pupi Avati, Franco Piavoli, Flavio Bucci e Milena Vukotic. Per il “Carlo Savina” per l’eccellenza alla musica a salire sul palco sarà, invece, il 42enne musicista, compositore e sound designer Lorenzo Tomio. Terza edizione, poi, per il “Premio Ermanno Olmi”, consegnato dalla famiglia del grande maestro ad un regista che più si avvicina per sensibilità, poetica, autenticità, semplicità e realismo allo stile del grande maestro. Premio che verrà quest’anno assegnato a Salvatore Mereu, regista del film “Assandira”.

  • Arte e Cultura

    Il Cattivo Poeta, il film su Gabriele d'Annunzio, un binomio di genio e sregolatezza

    L'autore preferito di Mussolini, il poeta-aviatore italiano Gabriele d'Annunzio ha raggiunto la fama internazionale con il suo romanzo in cui si avvicina alle teorie superonistiche di Nietzsche, Il trionfo della morte (1894). Il poeta è una preda difficile per i biografi, nonostante il suo debole per le orge. John Woodhouse, l'esegeta più fidato dello scrittore fino ad oggi, ha fatto un coraggioso tentativo di riabilitare la sua reputazione in una biografia del 1998, "L'Arcangelo ribelle". 

    Come Woodhouse anche il regista Gianluca Jodice vede d'Annunzio un uomo capace di elevarsi al di sopra delle masse, tramite il culto del bello, l’arte di una vita eroica. Ed è Sergio Castellitto a vestire  i panni di colui che ha fatto della sua vita un’opera d’arte nel  "Il Cattivo Poeta", in uscita nelle sale italiane il 20 maggio con 01 Distribution. Il film racconta l’ultimo anno di Gabriele d’Annunzio, un eroe di guerra e il prototipo del fascista. Era infatti il febbraio del 1921 quando il Vate, amareggiato per l’impresa di Fiume e per lo spostamento a destra del fascismo (la cui linea, in un primo momento, lasciava immaginare come obiettivo un “socialismo nazionale”), decise di autoesiliarsi a Riviera, circondato da fedeli compagni e servitori, dove poter vivere di ricordi, di antiche glorie, sia letterarie sia di guerra, unico luogo dove reputava di potere vivere, o almeno sopravvivere.

    Il Cattivo Poeta è ambientato nel 1936. La sua età avanzata, i suoi malanni, i suoi vizi, lo hanno portato a una depressione finale. Dopo aver espresso il proprio dissenso sull' avventura coloniale africana, il Duce, decise di istituire una sorveglianza "di partito", Il segretario del Pnf, Achille Starace, affidò il supercontrollo censorio della cittadella gardesana al federale di Brescia, Giovanni Comini, interpretato da Francesco Patanè.

    "La mia intezione non era solo quella di realizzare un biopic, un film storico ma anche un thriller", rivela Jodice. Il poeta era un uomo al di là della destra e della sinistra, era un egocentrico individualista capace di smuovere le folle con la sua voce magnetica. Un libertario per il quale la politica non è da intendersi necessariamente come l’adesione a un partito rispetto a un altro, ma come la capacità di interpretare il proprio tempo, e i cambiamenti necessari, per essere in grado di accorgersi quando si adottano soluzioni inadeguate.

    Dal film emerge perfettamente il rapporto ambiguo che si era instaurato fra il vate e il regime, perché se da un lato fu glorificato quale portabandiera del glorioso passato italiano, dall’altro costituiva un pericolo. Per Castellitto Il Cattivo poeta  ha il merito di restituire una figura importante nella storia della letteratura italiana che tra eccessi e  virtù, è stato il fondatore di un modo di vivere assoluto. "Il suo mito è simile ad una rockstar di oggi, ma non c’è stato uomo più maledetto in morte, basti leggere cosa dicevano di lui Elsa Morante, che lo definì un imbecille e Pasolini, che non fece mai mistero di detestarlo".

  • Arte e Cultura

    Rifkin's Festival

    Mort Rifkin (Wallace Shawn), si immerge in scenari cinematografici della vecchia scuola mentre sogna. È un professore di cinema degli anni '70 di Manhattan che accompagna Sue (Gina Gershon), sua moglie, ufficio stampa del cinema, al festival di San Sebastien. Il loro viaggio al Festival del cinema di San Sebastian, in Spagna, è turbato dal sospetto che il rapporto di Sue con il giovane regista suo cliente, Philippe (Louis Garrel), oltrepassi la sfera professionale.

    Rifkin non ha intenzione di guardare alcun film durante il suo soggiorno nella città spagnola. E ‘un vecchio disincantato che afferma che i film al giorno d'oggi non sono abbastanza rischiosi o sinceri che ne fanno meritare la visione. Il suo matrimonio è in crisi ma invece di tentare di recuperare il rapporto con la moglie, sceglie di distrarsi con una bellissima dottoressa sulla trentina di nome Jo (Elena Anaya). Si innamora follemente di lei, che intanto è impegnata in un matrimonio orribile con un artista più anziano e emotivamente instabile, Paco (Sergi López).

    La fase post-MeToo della carriera di Allen non è stata particolarmente fortunata per il regista americano, inserito nella lista nera dell’industria cinematografica degli Stati Uniti. La buona notizia è che Allen continua a fare film di qualità. Le sequenze da sogno sono infatti il momento clou del film in quanto consentono ad Allen di rendere un amichevole omaggio ai suoi registi preferiti.

    Un enorme contributo al successo del film dipende dall'ottima interpretazione di Wallace Shawn, amico di lunga data al quale Allen non può imporre tic o movimenti simili ai suoi, e dalla splendida fotografia di Storaro, capace di delineare solitudine e pretenziosità in colori pastello, la pedanteria e la profonda umanità del protagonista. Gina Gershon, con la sua travolgente sensualità, acuisce l'asimmetria con l'assenza di fascino di suo marito, e ringraziando il cielo Elena Anaya è sfuggita agli stupidi tratti da gallina che Allen ha recentemente associato al fascino femminile. Tuttavia, il rapporto tra l’affascinante cardiologa e Rifkin sembra più forzato che naturale, ma potrebbe anche funzionare come tributo alla filmografia di Allen, in particolare ad uno dei suoi ultimi successi come Vicky Cristina Barcelona.

    Rifkin’s Festival è comunque un'opera minore, un candido omaggio alle sue passioni cinefile di ottuagenario che si percepisce (ed è diventato, per molti versi) un emarginato.

Pages