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Un Papa simpatico e un clero antipatico?

Gennaro Matino (May 23, 2016)
Qualcuno dirà che finalmente abbiamo un Papa che parla chiaro, diretto e franco ed è certo una cosa buona, ma bisogna stare attenti al genere letterario dei suoi interventi e comprendere se l'esortativo è poi accompagnato successivamente dal deliberativo. Non sto qui ad elencare tutte le frasi di Francesco passate come volontà rivoluzionaria di cambiare la Chiesa, sul divorzio e il matrimonio, sulla famiglia, sugli omosessuali, sulla politica, sul ruolo delle donne e dei laici nella chiesa, ultimo sulla povertà dei preti e sulla necessità di purificazione della Chiesa dalle ricchezze...


Il Papa parla, i giornali riportano a titoli cubitali delle sue frasi forti, a volte decontestualizzandole, e i preti e la Chiesa ogni giorno finiscono sotto processo, con l'effetto di ritrovarsi di fronte all'opinione pubblica un Papa simpatico e un clero antipatico. 




Qualcuno dirà che finalmente abbiamo un Papa che parla chiaro, diretto e franco ed è certo una cosa buona, ma bisogna stare attenti al genere letterario dei suoi interventi e comprendere se l'esortativo è poi accompagnato successivamente dal deliberativo. 




Sarà anche questa profetica strategia pastorale e che ben venga se il bene della comunità ecclesiale ne verrà di conseguenza anche se la purificazione dei costumi che si chiede alla Chiesa non potrà essere conseguita da una bella predica. Non dico che Francesco abbia torto e non dico che la Chiesa non abbia bisogno di riforma, anzi, penso che proprio una riforma delle strutture pastorali di governo nella Chiesa siano ineludibili e quanto mai necessarie per la sua sopravvivenza, ma mi chiedo se una ramanzina, una esortazione benché provocatoria servano a rivoluzionare prassi antiche e consolidate.




Il mondo ecclesiale è complesso, strutturato in mille articolazioni e al di là della volontà individuale dei singoli operatori pastorali ciò che nuoce di più al governo della struttura è la mancanza di un progetto attuativo, compreso e condiviso, del suo governo. Il fatto che ogni territorio, diocesi o parrocchia che sia, è posto sotto il governo di un capo solo insindacabile e intoccabile, rende difficile la trasparenza degli atti e il coraggio dell'invenzione. Soprattutto rende quasi impossibile l'osservanza delle regole quando manca del tutto la loro verifica.




Sono le leggi giuste, osservate e verificate che fanno le strutture. Non tutto può dipendere dal Diritto Canonico ma chi governa, e vale anche per il Papa, ha il dovere di dare indicazioni attuative, progetti rigorosamente strutturati, percorsi pastorali chiari e definiti. 




Non sto qui ad elencare tutte le frasi di Francesco passate come volontà rivoluzionaria di cambiare la Chiesa, sul divorzio e il matrimonio, sulla famiglia, sugli omosessuali, sulla politica, sul ruolo delle donne e dei laici nella chiesa, ultimo sulla povertà dei preti e sulla necessità di purificazione della Chiesa dalle ricchezze. A ben vedere i grandi temi trattati dal Papa nelle sue lettere apostoliche certamente hanno scosso il mondo laico e quello ecclesiale, quantomeno nel linguaggio usato. Ma a troppo andare il rischio è che le sole frasi, le buone intenzioni lasciate alla libera attuazione-interpretazione dei vescovi, a cui sarebbe demandata la loro definizione sui territori di loro competenza, senza una costruzione strutturale, senza una definizione giuridica, senza una decretazione ultima finiscano per essere titoli da giornali. Ancor di più quando le leggi già esistono, i decreti attuativi già ci sono e non vengono rispettati.




Penso a quanto abbia deciso il Concilio Vaticano II rispetto alla immagine di Chiesa, penso ai consigli pastorali diocesani e parrocchiali e a quelli per gli affari economici che avrebbero potuto cambiare il volto delle diocesi e delle parrocchie. Bastava verificare se funzionassero, se esistessero, se avessero bilanci trasparenti delle attività apostoliche e anche amministrative economiche. La legge c'è, ma il Vaticano controlla i bilanci delle diocesi? Controlla le loro spese? E le curie si fanno carico di accompagnare i parroci nella gestione dei beni? E poi chi controlla i controllori? Gran parte dei figli della Chiesa, degli evangelizzatori e operatori pastorali, ancora vive con grande slancio emotivo il carisma dell'invio, della missione, per questo penso sia troppo semplice prendersela con i preti se la Chiesa non funziona, che certo hanno le loro responsabilità, anche se a me pare che se dovessero scomparire i preti e le parrocchie sparse sul territorio nazionale, le mille articolazioni della carità pastorale, il servizio incessante di aiuto agli ultimi, lo stato di assistenza sociale in Italia e ancor di più a Napoli sarebbe al collasso. 




Tuttavia dobbiamo riconoscere che la necessità di una riforma strutturale, che renda l'istituzione ecclesiastica più libera, così come auspicata dal Concilio Vaticano II, ancora fa fatica a emergere. Ma la responsabilità non è primariamente della base. La Chiesa è per sua natura gerarchica e ha leggi che debbono essere osservate, rispettate e se non le avesse ha il compito e il dovere, per il bene dei fedeli e per fedeltà al Vangelo, di darsele per il miglior funzionamento della sua struttura. Compito di chi governa è consigliare, accompagnare, redarguire, correggere ma poi deve decidere, decretare e verificare che quello che ha decretato vada a buon fine senza poi lasciare alla buona volontà dei singoli il compito e il dovere di decidere da soli e da soli perdersi nel bene e nel male di tutte le responsabilità.

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