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"Mamma" quella parola magica, oggi

Gennaro Matino (May 09, 2016)
Un mondo ancora tutto da scoprire che proprio in quella maternità, spesso negata, sacrificata in nome di altri valori, potrebbe trovare la sua dimensione più vera. La nostra società è ancora lontana dall’andare realmente incontro alle madri lavoratrici, ma è solo delle donne essere un punto di riferimento sicuro in questo mondo sconquassato, dove non ci sono più né madri, né padri, solo eterni adolescenti in cerca di se stessi.



MAMME di ieri, mamme di oggi. Una festa per ricordarle tutte, anche se una domenica da sola non basta per dire grazie. Soprattutto se l’anima del commercio investe di significati opachi il colore solare degli affetti, trasformando la gioia di un incontro in un banale contenitore di mielosa sostanza.

 

Quando si viene alla luce insieme al latte è consegnata la parola magica, “mamma”, un nome che il bambino impara da subito, sillabando la vita che gli ha dato vita. Mi è capitato tuttavia molte volte di sentirlo sussurrare anche dagli adulti, sebbene la madre ormai non fosse più in vita, nel momento della sorpresa, della paura, della prova, del dolore, mentre ci si accomiatava dalla vita. Un fiato, un verso, una carezza, una parola magica, mamma, che apre sentieri inimmaginabili di salvezza. Una dolce sillaba consegnata come prima tra tante che faranno di un bimbo un uomo capace di affrontare le mille difficoltà che la vita dispone se il rapporto instaurato con la madre sarà servizio d’amore, se conserverà libertà e non malato possesso.


Ogni mamma può trasmettere al suo bambino il vero senso della vita, quel calore che dà sicurezza, che passa fiducia, la certezza di essere perdonati anche quando si sbaglia, di non essere mai soli. Ogni mamma può costruire nel suo bambino il significato autentico dell’«essere» contro il non senso dell’«avere», che ha trasformato il mondo in un grande mercato, dove si è pronti a vendere e a svendere anche i sentimenti e gli affetti più cari.




Ognuno di noi ha avuto bisogno di qualcun altro per poter venire alla luce, ognuno di noi ha avuto bisogno di braccia forti che lo sostenessero nella crescita, tutti abbiamo avuto bisogno di chi ci nutrisse: la nostra vita non sarebbe stata possibile se qualcuno non avesse deciso per noi.

A Napoli, più che altrove, dove la legge latita, la madre è la legge. Dire mamma è dire casa. Un tempo le madri di Napoli, che appartenessero al popolo o alla nobiltà, erano carnali, violente, feroci nel loro essere possessive e protettrici dei loro figli: cambiavano i Signori che governavano questa città, ma chi davvero regnava erano le madri. Anche quando avevi avuto la disgrazia di perderla, di non averla mai conosciuta, questa città non ti lasciava senza una madre, non ti chiamavano trovatello come altrove, figlio di nessuno, orfano, ma figlio della madonna, donna anche lei e come donna, come tutte le donne, pronta a generare benché il rischio del dolore, la fatica del crescere.


Ognuno di noi, anche se maschio, porta inciso sulla pelle la memoria di una donna che lo ha fatto uomo, figlio, fratello, marito. Dalla loro forza creativa, dal loro slancio vitale ha imparato che la gentilezza non è debolezza.

Mi chiedo, allora, perché se è vero tutto questo, se la maternità è forza per dire vita in ogni caso, sembra che oltre il parto, il senso profondo della maternità abbia subito una trasformazione che spesso rischia di separare la donna dall’essere intimamente madre. E non solo per il calo delle nascite.


Per troppo tempo relegata all’ombra dell’uomo, vittima di violenze fisiche, psicologiche, in balia di stupidi pregiudizi e falsi moralismi, imprigionata unicamente nei ritmi biologici della riproduzione, la donna non è mai stata considerata pienamente persona, individuo capace di dire e di dare ciò che la storia le ha chiesto. E forse per questo, nel suo lento, faticoso e spesso drammatico cammino per uscire dall’ombra e conquistare i dovuti spazi, in taluni casi pare aver dimenticato l’essenza del suo ruolo di madre.



Oggi molte donne hanno poco tempo da dedicare ai figli, spaccate in due tra famiglia e lavoro, nel giusto tentativo di abbattere barriere erette da un secolare retaggio culturale e dalla necessità per una economia debole che vuole i due partner collaborare per mettere il piatto in tavola.

Dall’intreccio di ruoli, di storie personali e di storia sociale, dalla lotta per affermare i suoi diritti è emersa un’immagine confusa di donna: né abbastanza madre, né pienamente realizzata.

Donne in carriera, donne manager, lavoratrici, professioniste e professionali, con un grande senso etico ed estetico del lavoro, donne che hanno rotto il silenzio, non sempre hanno saputo dar voce alla ricchezza del loro mondo interiore.


Un mondo ancora tutto da scoprire che proprio in quella maternità, spesso negata, sacrificata in nome di altri valori, potrebbe trovare la sua dimensione più vera.

La nostra società è ancora lontana dall’andare realmente incontro alle madri lavoratrici, ma è solo delle donne essere un punto di riferimento sicuro in questo mondo sconquassato, dove non ci sono più né madri, né padri, solo eterni adolescenti in cerca di se stessi.

 

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