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“Il papa siamo noi”

Letizia Airos (September 25, 2015)
La semplicità del messaggio di Papa Francesco, vissuta tra la gente

Ma chi sono io per scrivere su Papa Francesco? Me lo sono chiesto fino a questa sera. Premevo i tasti del mio computer e una voce interna mi bloccava. E mi veniva da pensare ancora: ho  letto già fiumi di parole su di lui e resoconti sulla sua visita in America, cosa posso aggiungere?

Sono stati infatti giorni permeati dalla presenza del Pontefice qui. E’ stato il primo Papa nella storia a parlare davanti al Congresso di Washington, prima di recarsi a New York, alle Nazioni Unite, e poi a Filadelfia per la giornata mondiale delle famiglie.

Le parole di Francesco, le sue azioni, anche alcuni suoi semplici gesti, sono arrivati questa volta dove nessuno è forse mai arrivato.

Rimarranno sicuramente nei palazzi del potere, incideranno sulla campagna elettorale degli USA, toccheranno le decisioni alle Nazioni Unite. E speriamo che chi ha la possibilità, la responsabilità ed la possibilità, sia abbastanza coraggioso da seguire i consigli del Pontefice.

La sua voce incredibilmente ferma, dietro la dolcezza, ha toccato temi scomodi, addirittura impronunciabili per alcuni.  Il suo modo di parlare descrive, rende partecipi, rimane dentro. In certi casi spiazza.
 

Questo  con la semplicità della verità, tenendo sempre virtualmente per mano tutti coloro che sono deboli, che hanno bisogno. Gente come lui. “Siamo stati tutti stranieri”, dice.

Cosa posso aggiungere io dunque su Papa Francesco ora?  Oggi pomeriggio l’ho incontrato in qualche modo da vicino. Ancora prima di vederlo fisicamente. Ho trovato infatti il Pontefice tra le gente, dopo aver passato ore nella folla aspettandolo. Questo scegliendo di fare la persona comune e non la giornalista, senza usare un permesso stampa. 
 

In un bellissimo pomeriggio di fine settembre ho così ascoltato la speranza, mi sono fatta contagiare dai sorrisi, ho sopportato l’odore del sudore di chi è scappato dal lavoro per vedere il Papa, ho sentito le urla dei bambini, il loro pianto insofferente, ho provocato il sorriso di un vigile del servizio d’ordine, ho diviso l’acqua, ho provato a cantare insieme in spagnolo, non preghiere, ma melodie per festeggiare.

Tutto questo a New York, sotto le vetrine dell’opulenta quinta strada. Stare insieme alla gente è  stato come toccare la presenza di Papa Francesco, ancora prima di vederlo. La semplicità del messaggio del pontefice, figlio di emigrati, passava attraverso le storie, gli sguardi, i gesti della gente che avevo intorno. Famiglie intere. Giovani dai vestiti più strani. Molti erano orogliosamente latino-americani. Ma tante le nazionalità di origine sulla Quinta strada. Donne, uomini e bambini che insieme lo hanno atteso per ore, in piedi. Questo per vederlo poi passare solo 30 secondi e andarsene via felici, con il sorriso.

Queste ore mi hanno reso consapevole di cosa  mi ha colpito in questi giorni di Papa Francesco, cosa penso possa aver coinvolto la maggior parte delle gente qui: la semplicità di fondo del suo messaggio diretto a tutti, senza mai cambiare linguaggio. Con parole di facile comprensione.

Perchè c’è  qualcosa che tutti possono capire. E questo qualcosa è il punto di partenza di tutto quello che dice.  Si chiama amore. Un amore che vuol dire cura dell’altro, cura del creato,  che esula da ogni appartenenza religiosa.

Un sentimento che potrebbe essere la chiave per risolvere tutti i problemi che con coraggio e non senza provocazione, Papa Francesco sta affrontando di fronte ai potenti del mondo. E non dimentichiamolo, anche di fronte alla Chiesa, a sua volta una potenza.
 

C’era molta gente per la strada, essere in tanti faceva sentire certo molto piccoli. Ma il desiderio di riconoscersi nel messaggio di Francesco, più uomo simile a loro che pontefice, e di poterne incontrare lo sguardo anche per pochi secondi, sembrava dare tanta forza ed in un certo senso grandezza.

Molti saranno riusciti a vederlo pochissimo, molti forse non lo hanno visto,  ma l’attesa ha creato un senso di vicinanza che io non avrei mai immaginato. 

Chi sono io per scrivere di Papa Francesco? Non lo so, ma ho provato a sentire sulla mia pelle il mistero di quell filo rosso che lega la sua esistenza ad un’umanità che crede in lui.

Perchè “il Papa è come noi”, mi ha detto un ragazzo sotto un grande cappello, che si è tolto non appena ha visto arrivare la papamobile. 

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