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Jonathan Fargion. Landscape designer da Milano a New York

Francesca Pili (November 29, 2018)
La storia di una passione legata all'ecologia e al verde, inseguita e realizzata nei giardini americani senza mai dimenticare l'Italia

Vive a New York da ormai sette anni, ma Jonathan Fargion non è semplicemente “un expat” andato via dall’Italia in cerca di un’opportunità.

Lui, l’opportunità, l’ha voluta e creata appositamente, e non è stato né semplice, né immediato arrivarci.

Oggi infatti lavora a New York presso lo studio Rees Roberts and Partners, con cui ha all’attivo diversi progetti esclusivi. Sta realizzando il giardino di un cottage situato sul tetto di un palazzo nella Lower East Side di Manhattan. Ha inoltre diversi importanti progetti in corso in Upstate NY e negli Hamptons.

Nel suo bagaglio ha anche impegni internazionali, come i giardini per il The Jaffa Hotel, progettato dall’architetto John Pawson, da poco inaugurato. Il lussuosissimo albergo si trova nell’antica città portuale di Jaffa, inglobata nell’area urbana di Tel Aviv.

Man mano che ci racconta la sua storia, talmente ricca che ogni tanto è necessario fare un passo indietro per aggiungere qualcosa, ci facciamo un’idea sbagliata della sua età. Dopo aver sentito che ha vissuto in Israele, a Hong Kong, in Portogallo, si rimane sorpresi nello scoprire che è nato solo nel 1986.  Certo l’aspetto è quello di un giovane uomo, ma il modo in cui parla fa dimenticare la sua età.

Jonathan è dunque diventato presto cittadino del mondo, e a soli 25 anni, dopo aver svolto un periodo di lavoro presso lo studio di architettura di Daniel Libeskind, assume due consapevolezze che saranno fondamentali per la sua carriera successiva: la prima è che ama New York e vuole restarci; la seconda è che l’architettura in senso stretto non è il vestito che indossa meglio. “Mi trovavo a fare ore al computer, a spostare linee, senza avere un contesto di cos’era il progetto; era troppo meccanico”, ricorda.

Dopo la laurea in Architettura ambientale al Politecnico di Milano (la sua tesi “Fantarchitetture: visioni architettoniche nei cartoni animati” sarebbe poi diventata un libro), aveva chiaro lo step successivo: “volevo tornare a New York, e mettermi di nuovo a studiare”.

Così, si iscrive alla School of Professional Horticulture presso il New York Botanical Garden. “Nonostante in famiglia nessuno avesse una particolare passione per le piante, io ho sempre avuto amore per la natura. Per questo ho studiato Architettura ambientale, perché pensavo mi sarei occupato più di ambiente, appunto. In realtà si trattava di un corso più mirato sui materiali da utilizzare e sul risparmio energetico, argomenti fondamentali, ma che non includono la vera e propria progettazione di spazi verdi. Perciò, col bagaglio architettonico del Politecnico unito allo stile italiano apprezzato in tutto il mondo, una specializzazione in botanica era perfetta”.

Due anni di corso, non privi di fatica: “si lavorava nel giardino dalle 6 fino alle 16, dopodiché bisognava studiare; corsi di botanica, di scienza, fino alle 21”.

Sono stati studi che gli hanno dato l’opportunità di acquisire una competenza tecnica vastissima delle specie botaniche, elemento che unito al suo background italiano sarebbe stata la chiave del successo del suo lavoro.

Lavoro che a suo dire funziona negli Stati Uniti anche per l’imprinting anglosassone della cura del giardino: “gli inglesi considerano il giardino una parte della casa, e curarlo, abbellirlo, è fondamentale”, spiega.

“New York è la città ideale anche per come vive il verde” ci dice Jonathan “ricca di parchi grandi e piccoli che non sono progettati solo per la fruibilità. In alcuni casi, è semplicemente per offrire la possibilità di fermarsi e osservare qualcosa di bello”. 

C’è anche un po’ di rammarico rispetto al Paese da dove proviene: “anche solo gli alberi che troviamo lungo i viali, sono studiati per donare armonia e bellezza alle strade; in Italia non c’è un corrispettivo”.

La sua vocazione ambientalista rappresenta ovviamente un plus. Per lui non si tratta solo di estetica, ma di una visione, di un modus vivendi.  Tutto questo diventa ancora più evidente quando ci racconta con entusiasmo del servizio fornito dal 311 (il centralino per accedere a tutti i servizi e le informazioni dell’amministrazione di NY, ndr), per cui ogni volta che si scopre un albero malato si può chiamare, e immediatamente un altro albero verrà piantato.

Gli chiediamo se crede che questo genere di mentalità possa attecchire anche in Italia, e con un po’ di amarezza ci risponde di no. In primis per la tendenza a sottostimare economicamente questo lavoro. Inoltre, a meno che non si tratti di committenti privati eredi di splendide strutture datate, nell’amministrazione pubblica non è riposta una particolare spesa di energia nella progettazione degli spazi verdi.  Si guarda più alla bellezza architettonica intesa come struttura, ma manca la visione di insieme o proprio il concetto di rendere protagonista un giardino.

“Ringrazio tantissimo gli Stati Uniti per l’opportunità che mi hanno dato e mi danno di svolgere questo lavoro, ma al contempo ringrazio molto l’Italia per il fatto che crescere lì mi abbia dato un’educazione al gusto. Fino a quando non usciamo dal nostro Paese, noi italiani non ce ne rendiamo conto. È qualcosa di innato, ed è tra le ragioni per cui il mio lavoro è così apprezzato qui negli States. Riconoscono la mia capacità di avere l’occhio per il bello”.

E quest’occhio Jonathan lo sa anche raccontare: all’attività di landscape designer unisce la passione per la scrittura, pubblicando articoli in cui racconta, ad esempio, di favolosi posti nascosti quali la vigna di Leonardo, in Corso Magenta a Milano, presso la Villa degli Atellani.

Architetto, artista, scrittore: possiamo accostare tante definizioni a Jonathan.

Ma crediamo che, più che definire lui, sia più utile dare un nome esatto a ciò che ci ha trasmesso raccontandoci la sua storia: caparbietà e passione.

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