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Articles by: Gennaro Matino

  • Opinioni

    Il mercato dei bisogni ed il mercato del superfuo


     
    TANTA folla curiosa, vetrine ruffianamente addobbate.
    Difficile fare breccia tra la gente il sabato sera sui trafficati marciapiedi delle isole pedonali. Via Toledo come il Rettifilo, via Luca Giordano come via Scarlatti, un fiume di gente, a stento trovi aria nel muro compatto dei peripatetici del fine settimana. Odore di frittura si mischia a fragranze fresche di profumeria versati a litri su corpi più o meno giovani. Speranza di acquisti, speranza di vendita, la logica del consumo lo impone, lo cerca, lo spera. Solo speranza per il momento, benché c'è chi dica che la crisi è ormai alle spalle. Forse arriverà a Natale la conferma della "fine della notte" che segnerà la svolta della ripresa.

     
    Acquirenti e commercianti per ora stanno a guardare. La prossima finanziaria lascerà libero il contante di contare di più, non certo per quelle famiglie che la crisi ha definitivamente messo fuori dal mercato, per quelli che sembrano non contare più per nessuno. Eppure una certa politica e una dotta economia vanno ripetendo con sicumera che la svolta arriverà prestissimo facilitando i consumi. La salvezza e la salute del nostro paese e del Mezzogiorno d'Italia è dunque nelle mani dei consumatori. Chi sa però per quale motivo la gente è così refrattaria a comprare. Ce l'avranno forse con il presidente del Consiglio? Metteranno sotto il materasso o la mattonella i loro risparmi convinti da chi sa quale raffinato ideologo che per cambiare la sorte di un paese, di una regione, bisogna usare il ricatto del non-acquisto? Far uscire il denaro nascosto solo al momento opportuno, quasi una tattica a far vincere questo o quell'altro schieramento? Se così fosse sarebbe una sorprendente strategia.

     
    Ma, ahimè, le cose non stanno così. Da quando l'economia si è fermata più di un commerciante ha dichiarato fallimento, molte famiglie da molto tempo prima già l'avevano fatto. L'aumento dei nuovi poveri è sotto gli occhi di tutti, e anche quelli che se la passano meglio certo non vogliono rischiare il loro futuro e si controllano nella spesa. Sarà forse il caso che la politica ritorni tra la gente e l'economia diventi scienza al servizio di tutti e non solo della finanza per recuperare una credibilità che evidentemente, se non se ne sono accorti, hanno quasi definitivamente perso. Prendersela con l'euro, con l'inflazione, con il debito pubblico, con l'apertura di nuovi mercati, con la globalizzazione non credo che servirà a recuperare credito. Sicuramente sarà utile una approfondita analisi dei motivi della crisi, e d'altronde contributi in tal senso non mancano, anche da parte del governo Renzi. Ma ancora più utile dovrebbe essere un recupero etico della politica e dell'economia che facciano i conti con la realtà.

     
    È cambiato irrimediabilmente il mondo e restare nostalgici a rimuginare su un passato di consumismo di successo che non tornerà più è una sciagurata condizione. Il mondo trasformato dal mercato globale ha cambiato la storia, convinciamocene. Per adeguarsi alla nuova condizione bisogna fare un passo indietro e uno in avanti. Pensare che per facilitare gli acquisti bisogna stimolare il consumo è ormai una strategia non più percorribile. L'overdose di pubblicità ha sortito l'effetto opposto: più che persuasione ha motivato avversione.


    L'impossibilità di poter avere quello che sembra facilmente catturabile, proposto dagli slogan pubblicitari come cosa fatta, provoca nausea. La evidente mancanza di risorse economiche rende la gente impotente e depressa. Il dover prevedere costi adeguati e indispensabili per salute, protezione sociale, sicurezza personale fa conservare il pane bianco, a chi lo tiene, per tempi neri. Il paradigma, provocare bisogni per aumentare consumi, è fallito. Ma non è ancora fallita una economia dei bisogni perché forse non è mai cominciata.


    Una politica economica che volesse essere etica dovrebbe poter ragionare non tanto e non solo su cosa serve al mercato, ma cosa serve davvero alla gente cui il mercato deve ritornare a prestare servizio. Il futile non è più raccomandabile. Il mercato del superfluo è destinato a scomparire. Non scomparirà il mercato dei bisogni reali che si accompagnerà al miglioramento dello standard sociale, al funzionamento della macchina pubblica, ai servizi necessari. Far correre l'economia è cambiare le attese di chi compra e di chi vende, è investire capitali su tale cambiamento. Una nuova condizione di vita oggi impone una nuova visione, quasi una rivoluzione del fatto economico.


  • Opinioni

    Dialogare con la morte rende meno dura la vita



    "OGN'ANNO, il due novembre in Italia, c'é l'usanza per i defunti andare al Cimitero. Ognuno ll'adda fà chesta crianza; ognuno adda tené chistu penziero". Così recitava Antonio de Curtis, rimando a un passato che sembra lontanissimo, in cui la commemorazione dei fedeli defunti era un evento che si spartiva casa per casa. Ai cimiteri per lo più ci si recava in pullman affollati da uomini e donne, colorati dal nero del lutto e dal giallo e dal rosso dei crisantemi. La solita litania sul cambiamento del clima e delle stagioni, come sosteneva qualche vecchina che a stento si reggeva in piedi, ma che niente l'avrebbe fermata, costasse la vita, dal fare visita ai propri morti.

     
    Tra una risata, un pianto, uno spintone si arrivava al cimitero con cardellini in gabbia, pane cafone in bella vista, torrone per far festa, palloncini colorati e bambini, tanti, con salvadanai forgiati a tomba a cercare soldini: «Signurì e muort».

     
    Altri tempi, difficile dire se migliori, ma ogni anno sempre meno gente si reca ai cimiteri, solo vecchi, tanti rimpianti, interpreti di un passato difficile da passare oggi che la memoria del caro estinto non trova più spazio nell'era del mito dell'eterna giovinezza, perché non trova più spazio l'evidenza della morte che si cerca invece di nascondere, di ignorare, benché essa aggredisca il quotidiano con maggiore ferocia. In realtà la finzione dura poco, fino a quando l'illusione di essere risparmiati dalle domande di senso non lascia spazio all'irruzione del dolore che, inevitabile come la morte, prima o poi arriva.

     
    E allora le domande evitate fino a un istante prima, cercano aria per dare senso al senso che manca, al tempo perso a imbellettare una realtà camuffata e lontana dall'umano. Perché tanto dolore nel mondo? Perché la morte? Perché la sofferenza dell'innocente? Colpa di Dio? E se Dio non esistesse? Distratto dalla crisi dei mercati e dal valore della sola economia, l'uomo contemporaneo ha cercato in tutti modi di nascondere a se stesso la verità della vita. Parlare di sofferenza e di morte è immaginare dialoghi impossibili con chi fugge la morte e con chi con ogni mezzo in suo potere cerca di tenerla nascosta. Intanto sulle nostre sponde il grido di dolore di un'umanità in cerca d'aria provoca pensieri. Il mondo con le sue tragedie e il rumore delle guerre, dei morti per fame, seviziati dall'orrore di brutali carnefici, è avvertito sempre più vicino e investe il quotidiano. E poi la morte che spoglia gli affetti, denuda sostanza d'incontri. Come nascondersi, come evitarne la presa? L'uomo è uomo quando percorre la strada esaltante e dolorosa della conoscenza della verità, perché è nella verità che si diventa liberi.

     
    Nascondere il vero è tradire la libertà. Il morire è percorso legato alla stessa vita, è esperienza che lascia tracce di memorie e consegne di senso. Pensare la morte è esprimere un giudizio, darle significato, è affrontare consapevolmente la via naturale delle cose. Si potrebbe dire: «Dimmi cosa pensi della morte e ti dirò chi sei, in cosa credi». Il pensare la morte, renderla comprensibile alla struttura dell'essere, fa l'uomo libero. Ignorarla, nasconderla è imbastardire la vita, tanto più che la morte è l'unica esperienza che ci chiama ad essere soli di fronte al mistero. L'affronteremo soli, senza poter delegare nessuno. Il nascere è compagnia che si libera, la morte è compimento di identità. Heidegger affermava che nella morte il soggetto non può essere sostituito. La morte è l'unica situazione in cui l'uomo è protagonista assoluto. Pertanto, tradire la morte può diventare tradimento di umanità, impedendo all'essere umano di essere capace di essere.

     
    L'uomo contemporaneo nella perdita di senso, nell'orientamento mancato e nella ricerca affannosa di armonia, dimentica il dialogo con l'ultimo momento, impoverendosi di verità. Il giorno della commemorazione dei defunti è il giorno in cui il pensiero va ai propri cari che non sono più fisicamente con noi, ma è anche il giorno in cui siamo chiamati a riflettere sulla nostra stessa esistenza. Esorcizzando la morte si rincorrono futili cose, si finisce con lo scontrarsi impreparati con la verità della vita. Di fronte all'inesorabile baratro del nulla, nulla può esserci di conforto, nessuno può aggiungere una sola ora alla nostra esistenza, nessuno può restituirci gli affetti perduti, ma i nostri vecchi avevano ragione: puoi essere credente o meno, dialogare con la morte rende meno dura la vita.


     
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  • Opinioni

    Halloween e la superstizione


    Puntuale come la morte del pensiero ragionevole, nell’approssimarsi del ponte dei morti, arriva la scomunica di sedicenti gruppi cattolici della festa di Halloween ritenuta satanica, pronta a sconvolgere la vita di chi la pratica, sovversione dei costumi, porta aperta alla possessione diabolica.

    In verità non mi interessa tanto difendere la ricorrenza, che certo può dare alla testa a sciocchi interpreti di riti fiabeschi che cercano spunto in fantomatiche pratiche per allestire rituali macabri alleggerendo così la loro noia e il vuoto di una vita inutile. Tuttavia ritengo necessario per chi è credente e considera la fede una cosa seria, perché è stato allevato nella verità del Vangelo, non dare spazio a superstizione e ignoranza che per altro non servono che ad allontanare il mondo dell’intelligenza dall’annuncio cristiano e semmai riempire di pochi sempliciotti le sagrestie, uomini e donne pronti a danzare e cantare a comando di chi li comanda.


    È indubbio che chi riempie le chiese con la superstizione debba cercare nemici e inganni nel mondo, avversari che di tanto in tanto cambiano sembianze per costringere i creduloni ad arricchire il potere di chi, in nome della Chiesa, si fa garante della verità e per questo detiene il dominio sul bene, che concede agli adepti, o sul male da cui libera i presunti impossessati.

    È la stessa superstizione che serve agli ingannatori di popolo per celebrare culti semipagani passati come cristiani, riti di guarigione, di liberazione che straziano al suolo corpi con lamenti, che agitano in visioni allucinogene, in perdita di sensi, è quella stessa superstizione che certo di danno ne fa più di Halloween, svuotando di dignità la fede e di libertà l’umano.


    Possibile che ancora non abbiamo imparato dalla storia che la superstizione ha successo facendo leva sulla paura o sull’ignoranza, ottenendo, da chi non si lascia manipolare, antipatia crescente nei confronti della Chiesa?


    La superstizione è frutto di errore, di convinzioni sorpassate, di atteggiamenti irrazionali, ma ciò che rende “sorpassata” una convinzione è l’approfondimento della conoscenza che fa sì che un concetto dato per certo venga smentito da nuove scoperte.


    Di brutte figure nella storia la Chiesa cattolica ne ha fatte già troppe e spesso è dovuta ritornare sui suoi passi per riconoscere l’enormità dei suoi errori, se è vero che Giovanni Paolo II più volte dovette chiedere scusa nel giubileo del 2000 per gli abusi di una Chiesa arrogante di potere e ignorante di verità.


    Penso non solo alla questione Galileo, ai roghi, alle condanne sommarie di chi la pensava diversamente per fede, per politica, per cultura, ma a quanto è stato reso infelice l’umano per il sospetto clericale che il demonio si infiltrasse in ogni azione, in ogni diversità, in ogni spazio di libertà, di allegria umana che non fosse riconosciuta lecita e approvata dall’autorità ecclesiastica.


    Che fine ha fatto il limbo che per secoli ha co-stretto bambini innocenti a restare bloccati alla periferia della salvezza? Vogliamo parlare della condanna inflitta a chi praticava la chirurgia considerata arte medica demoniaca perché “squartava corpi” destinati alla resurrezione della carne? Perfino un Concilio la riteneva opera “dell’antico nemico che lavora insistentemente per far cadere le inferme membra della Chiesa”. O forse, considerando spazi meno “intellettuali” e accostarci meglio ad Halloween, ad attività ricreative più legate al divertimento, vogliamo ricordare quanto la Chiesa affermava riguardo al tango argentino, ballo da postribolo, severamente vietato, da confessare come peccato mortale?


    L’elenco sarebbe lungo e dolorosissimo. Conviene allora rispolverare antichi linguaggi figli dell’ignoranza? Halloween è una ricorrenza ormai popolare.


    Anche a Napoli molti, soprattutto i bambini, festeggiano senza darne i significati che nascono da congreghe malate. Può piacere o no, può trasformarsi in altro per chi cerca il torbido, ma nessuno, anche tra i preti, penserebbe mai, che sarebbe meglio sospendere la festa del calcio domenicale come anticristiana perché la domenica è il giorno del Signore.


    Il mondo cambia, meglio adeguarsi al cambiamento senza attaccare il mondo, senza subirlo e soprattutto, senza ripudiare i propri convincimenti, provare ad adeguare il Vangelo al cambiamento del mondo.

  • Opinioni

    "Consigli al candidato sindaco di Napoli dell'anno del Signore 2100"



    CURIOSANDO in una vecchia soffitta, sono inciampato in una cassapanca stracolma di pensieri, carte ingiallite dal tempo e dal tempo consumate. Scrittura a mano sapientemente concepita, bella grafia per accattivare sguardi interessati alla lettura. Tra questi fogli l'occhio è caduto su uno scritto, non si sa quando datato, che al primo acchito pareva molto antico, ma da restar stupiti per la sua sorprendente modernità. In testa titolava: "Consigli al candidato sindaco di Napoli dell'anno del Signore 2100".


    Sorpresa non da poco per chi nella gloriosa Partenope da sempre è viandante, soprattutto ora che l'agone elettorale è alle porte, anzi già è pronto a menar mazzate, anche se lo scritto per altra data si profetizzava e molto più avanti della nostra. Cosa avrebbe mai potuto immaginare lo scrivano antico del futuro governo di una città così complessa, frontiera di così straordinarie possibilità? Sarà possibile rintracciare in quel futuro preconizzato qualcosa che interessi al nostro candidato, tanto da provocare in lui sguardi visionari capaci di rinnovare la consistenza civile della città? Ho letto con interesse e un primo pensiero ha provocato in me strane suggestioni: dovrebbe essere della politica amministrare il presente e ragionare di futuro.


    Ma se il futuro della politica è asfittico per incapacità dei politici di prevedere il futuro, materia che dovrebbero governare, orientare, organizzare, sarà mai credibile la loro proposta? Quanto ottimismo aveva lo scrivano antico nel passar consigli a chi doveva governar domani, quanta futurologia nel sangue dovrebbe avere oggi chi si appresta al governo della città, fondando il suo presente organizzativo proprio sull'idea di futuro che sogna e per cui lotta. La regola prima per il candidato, a detta dello scrivano, dovrebbe essere il non presentarsi ai cittadini con le mani in mano.


    Non basterà nel 2100 dire ai votanti chi lo manda, a nome di chi si presenta, perché saranno la sua storia personale, la sua arte conosciuta, la sua capacità amministrativa ad essere le sue credenziali, anzi si guarderà bene dal lasciarsi risucchiare nell'angusto cerchio dell'appartenenza di destra, di sinistra o di altro perché dovendo servire tutti, quella appartenenza potrebbe perfino risultare antipatica a un elettorato stanco e deluso da fameliche congreghe esperte in parole di fumo. Si presenterebbe non da solo, in verità, ma con la sua squadra che da tempo e per tempo con lui ha elaborato la visione della città futura da coniugare con il presente da amministrare, una squadra che lo dovrebbe affiancare nel governo della città, volti di cittadini e storie conosciute per professionalità e competenza, non prodotti da giochi di potere, ma uomini e donne che la città eleggerebbe perché già eletti dalla loro personale storia, ora messa a disposizione del bene comune.


    Il sindaco si presenterebbe inoltre anche con i futuri responsabili del governo delle diverse circoscrizioni, che farebbero parte integrante della sua proposta amministrativa con piani differenziati di sviluppo territoriale. Ai presidenti delle municipalità, con i quali dovrebbe il sindaco necessariamente condividere il governo della città, verrebbero passate gran parte delle responsabilità, oggi centralizzate, delegando agli specifici territori un gran numero di questioni, sia per meglio avvicinare i cittadini al municipio, sia perché in una grande città ogni municipalità ha una sua particolare consistenza e governarne una è diverso dal governarne un'altra. Soprattutto si impegnerebbe il futuro sindaco a rivoluzionare la macchina amministrava della città senza la quale ogni profezia diventa condanna.


    Per farlo non mancherebbe il coraggio di scelte difficili ma necessarie che passano attraverso il doloroso ricollocamento strutturale e funzionale delle competenze e della forza lavoro a servizio del comune. I sindaci passano, gli impiegati, gli operai, i segretari, i sottosegretari, gli uscieri e i contro uscieri, i funzionari, gli agenti, i tecnici e i manovali restano, e il governo della città passa attraverso il loro prezioso e irrinunciabile servizio. Se funzionano loro, funziona la città. Tanto altro lo scrivano antico consigliava, ma è roba da soffitte, ingiallite carte per curiosi di futuro, nel frattempo altra sapienza s'appresta, altra idea di città s'inventa di certo più appropriata. La regola prima per il candidato dovrebbe essere il non presentarsi ai cittadini con le mani in mano.


  • Madri. Arma segreta di una città



    DIRE Napoli è dire sentimento, passione, anche la più disordinata. Sfrenata corporalità nel cercare un godimento nella posa, nella smorfia, nel tratto, nel segno che faccia parlare i corpi più che le parole, li faccia muovere e nel gesto fisico esprimere l'insofferenza a ogni costrizione. Se un napoletano ti abbraccia ti fa sentire il suo calore, se ti disprezza lo senti lo stesso. La finzione è arte che a fatica riesce a controllare.


    E semmai la praticasse, lo farebbe per farti fesso. Se ti ama te lo dimostra e se gli sei antipatico non farai fatica a capirlo. E' smisurato nelle emozioni come esagerata è la città: se piange urla il dolore, se ride è incapace di controllarsi. Dalla madre impara questa confidenza con la sua fisicità: se la tenerezza dei primi abbracci è più forte del distacco controllato delle emozioni, porterà per sempre in sé un legame con la vita che, malgrado le mille difficoltà, gli permetterà di essere coraggioso e carico di ottimismo.


    Le madri sono state l'arma segreta di questa città. La psicologia potrebbe essere preoccupata di questa invadenza nella vita dei figli e a giusta ragione: ma qui, a Napoli, le cose vanno in maniera diversa. Alla mancanza di uno Stato forte sopperisce il calore della famiglia, e quando c'è, la regola della madre. Nella seconda guerra mondiale Napoli come tutte le città d'Italia ha sofferto la fame, i bombardamenti, la precarietà del vivere fino all'estremo.


    Ha dovuto fare i conti, nell'ultimo periodo del conflitto, con un'occupazione che toglieva il respiro e spegneva la voglia di vivere. La città era divisa tra il coraggio di una dimostrazione forte e una scelta "politica" che non facesse vittime. Da bambino mio nonno mi portava in una masseria di parenti al Vomero e mi mostrava il luogo dove i suoi cugini furono fucilati dai tedeschi. Avevano avuto il torto di ospitare in casa loro un partigiano. In tre furono messi in una botte e lì dinanzi ai genitori la mitraglia, perforando il legno, aveva sfondato i loro petti. Ma quella tragedia, a detta di mio nonno, segnò l'inizio della rivolta, quella che scoppiò proprio in questo stesso giorno di settantadue anni fa: "Le quattro giornate di Napoli".


    Come dimenticare la scena del film di Nanni Loy del giovane trovato morto di cui non si conosceva la famiglia. Arrivava una lunga processione di madri sgomente, ognuna pensava che quel ragazzo potesse essere suo figlio. Solo per un istante si superava l'angoscia provocata dal timore di trovarlo in quel letto di morte, il tempo sufficiente per un respiro liberatorio se non era sangue proprio. Un tempo brevissimo, in verità, perché subito arrivava la pietà, subito si era investiti dal dolore per il sangue degli altri che sempre ti appartiene se è quello di un figlio di mamma. Da quelle madri idealmente si mosse la rivolta di questa città che permise di liberare Napoli dal giogo nazista.


    Dalle madri di oggi può rinascere il coraggio di una città che non trova ancora la strada del riscatto, ancora non sa dirsi stanca delle troppe morti innocenti. Il dolore delle donne napoletane e il loro coraggio può permettere a questa città e ai loro figli di non morire, la loro rivolta, e non solo a parole, può inaugurare una lotta di liberazione che restituisca il futuro a Napoli, colori e parole di speranza.


    Oggi più che mai la mancanza di prospettive per un lavoro dignitoso, per una collocazione onesta nella società, per una pacifica convivenza nei quartieri del centro o della periferia, riempie il cuore di inquietudine di tante donne napoletane che vedono compromesse le speranze dei loro ragazzi. Nessuna società, tantomeno quella napoletana, potrà sostenersi senza un principio di solidarietà che nasca alla base della sua struttura, senza la volontà di giustizia che renda possibile, non solo la ridistribuzione equa degli spazi, dei beni e delle risorse tra i suoi cittadini, ma che faccia emergere un sentimento di compassione che renda il dolore degli altri spartibile con il nostro. In gioco non sono solo i partiti in continua e opportunistica metamorfosi che si candidano a governare la città, non sono le chiese che sembrano, oggi più di ieri, lottare più per la loro sopravvivenza che per la verità che devono annunciare, ma la città casa comune, la terra nostra che sarà terra buona se saprà essere madre di liberazione e mai matrigna dal ventre cinicamente sterile.


  • Opinioni

    Non si diventa uomini, se non fra gli uomini


     Il Papa venuto dall’altra parte del mondo, ora è nel suo ‘mondo’, in quelle Americhe che in pochi secoli hanno saputo cambiare il destino del pianeta e hanno imposto il loro ‘stile’ a nazioni lontane e a storie antiche quando il mondo.


    Un continente prevalentemente di ‘spostati, di provenienti da altra parte, come le origini dello stesso Francesco raccontano, una terra fantastica di sorprese, forte di contraddizioni e diseguaglianze, Nord e Sud, passaggio veloce tra potere economico e povertà, tra sviluppo possibile e povertà assoluta. Un passaggio veloce come quello fatto dal Papa da giugno a settembre che ha saputo raccogliere e fare propria la sfida dei poveri in Ecuador, Bolivia, Paraguay; che ha profeticamente auspicato una nuova fraternità mondiale a Cuba e che ha saputo gridare con forza  la difesa del creato negli Stati Uniti. Papa Francesco aveva detto: «Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato!».


     E ha ribadito con nuova sostanza quello che per lui è il fondamento della sua predicazione: «La vocazione del custodire, però, non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti. E’ il custodire l’intero creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d’Assisi: è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo. E’ il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore». La "custodia" del creato, ovvero non solo gli atteggiamenti individuali, ma anche la costruzione comunitaria fraterna della polis. Papa Francesco dice che non possiamo "custodire" il creato se prima non custodiamo noi stessi, nella pienezza spirituale di questo termine. La custodia del creato «chiede bontà, chiede di essere vissuto con tenerezza».


    Non si diventa uomini, se non fra gli uomini, tuttavia preferiamo nasconderci, restare soli è pane quotidiano. Le nazioni si contendono i beni della terra e per poterli ottenere rischiano conflitti. «La sfida urgente – sostiene il Papa – di proteggere la nostra casa comune comprende la preoccupazione di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, poiché sappiamo che le cose possono cambiare. Rivolgo un invito urgente a rinnovare il dialogo sul modo in cui stiamo costruendo il futuro del pianeta. La sfida ambientale che viviamo, e le sue radici umane, ci toccano tutti». Quando siamo costretti a parlarci, nella nostra diversità scopriamo mostri, paure che ci perseguitano, che insidiano la nostra tranquillità. Semmai dobbiamo relazionarci, se proprio ne siamo costretti, allora preferiamo i nostri doppioni, i nostri specchi, quelli che ci stanno di fronte senza reagire, dei quali riconosciamo l’esistenza solo perché non ci contraddicono.


    La paura del confronto inventa processi distruttivi: o ci porta a fuggire dall’altro o ad aggredirlo per annientarlo. Stiamo insieme, lavoriamo insieme, camminiamo uno accanto all’altro nella confusione delle nostre strade, ma restiamo soli, irrimediabilmente soli. Eppure per essere bisogna ritrovarsi.  Un bellissimo midrash recita: «Guarda le mie opere, quanto sono belle e degne di lode. Tutto quanto ho creato, l’ho creato per te. Stai attento a non rovinare. E a non distruggere il mio mondo, perché se farai così non ci sarà dopo di te chi possa porre rimedio ai tuoi danni» (Qohelet Rabbah 7,28). Il possesso delle cose, la paura di perderle generano tanta sofferenza e ansia quanto il piacere di averle. È evidente allora che gridare libertà dalle cose, come ha fatto in modo nuovo ed originale Francesco a New York,  può significare ribadire il giusto uso dei beni della terra, che non mina l’idea di proprietà, ma esalta il principio della condivisione: «Il dovere di regolare il potere in modo che l’uomo, facendone uso, possa rimanere uomo».


    Non si diventa uomini, se non fra gli uomini. L’armonia dell’essere genera la persona solo se discende dal dialogo, dalla comprensione e dalla compromissione con la diversità, solo dal tormento e dalla fatica della parola condivisa. Senza l’altro rischiamo di non essere. Senza parola non si costruisce l’uomo.



  • Ed i colpi di pistola fanno ancora notizia...


    La scuola ha riaperto i battenti, i nostri ragazzi sono tornati alle “sudate carte”. Non  è stato così per Emanuele Sibillo già boss a 19 anni freddato a luglio a Forcella, non per Luigi Galletta meccanico di 21 anni incensurato, che nulla c’entrava con la “paranza dei bambini”, assassinato ad agosto, non così per Gennaro Cesarano di anni 17, piccoli precedenti, massacrato a colpi di pistola alla Sanità pochi giorni fa. Anche loro ragazzi nostri. Brutta storia.


    Una storia che non vorresti sentirne parlare, ma è storia che ci riguarda. Videogrammi impietosi a raccontare un altro delitto, non l’ultimo purtroppo, l’ennesimo in pieno giorno, sotto gli occhi di tanti.


    Corre la notizia sui fili della comunicazione, basta un clic su una tastiera di un computer e il frammento di un assurdo fa il giro del mondo, diventa sostanza di commenti: delinquenza di strada, nuove organizzazioni criminali in guerra, quotidiana indecenza nella quotidiana vicenda di una città sotto assedio.


    Immagini choc, il sistema del passaggio di parole, quello che sa raccontare i fatti e i suoi contrari, dipinge una Napoli vio-lentata, la disegna, se ancora non bastasse, trapassata dalle sue miserie, vinta dalla rovina della sua giovane carne massacrata. La cinge d’assedio con parole che di sicuro la riguardano e vorrebbero provocare in essa reazione.


    Scendere in strada? Qualcuno lo chiede. Ma le manifestazioni del giorno dopo non bastano, in certi casi, salva la buona fede di qualcuno, hanno il sapore amaro della presa in giro.


    Fatto sta che in pochi giorni sono morti ancora dei ragazzi, giovani vite che avrebbero potuto avere un diverso percorso, morti per niente, per seguire il sogno malato di una rivincita impossibile, sperando di ottenerla impugnando una pistola. Morti per niente. Parole pesanti che si ripetono ogni qualvolta, troppe volte, il sangue scorre sui marciapiedi della nostra città.

    Parole che sanno farti soffrire quando le ascolti lontano da casa: roba da Napoli.


    Un ragazzo cade sparato e nella tragedia la reazione del mucchio è contrastante, distante. Un uomo morto per terra, ucciso a pistolettate, la sequenza passa dalla paura del mucchio, dall’iniziale fuga per legittima difesa alla impietosa constatazione di un dramma non proprio, per fortuna. E il giorno dopo in strada, corteo di protesta. Un ragazzo morto, un altro, fa parte del copione. Così succede a chi fa scelte sbagliate!


    Troppo facile chiudere il resoconto con battute scontate: terra bruciata dalla malavita prima e dall’indifferenza e insensibilità della gente dopo. Troppo facile commentare anche le immagini di questa nuova offesa alla dignità dell’uomo come normale, brutale delinquenza unita a meschina indifferenza. Facile per chiudere il breve filmato e passare a un altro, il prossimo, che non mancherà, è sicuro. L’analisi sociologica del crimine può essere materia da esperti, l’atteggiamento della gente ci riguarda, noi siamo la gente. La paura anche in questo contesto è la prima responsabile.


    L’indifferenza, l’insensibilità possono descrivere il cuore di un popolo stanco e mortificato che non sa più come reagire. Scendere in strada? Forse.

    Ma meglio di tutto potrebbe descriverlo l’impotenza, una sorta di incancrenita sensazione in cui non c’è rimedio al male se ci sono fatti che non possono andare diversamente. Tragica condizione di chi, punto terminale di un sistema, è stato lasciato solo, solo a contare le vittime e a gestire le sue paure.


    L’impotenza è una malattia che si contrae, difficile pensare che a Napoli sia congenita. L’eroe che si frappone a dorso nudo di fronte al pericolo è una possibilità esaltante, ma non produce necessariamente una città normale, purtroppo anche l’eroe resta solo.


    La normalità passa attraverso la condivisione, braccia che si afferrano, che faticano a costruire la casa comune, la regola, l’accettazione, il controllo del territorio, la legge, gli strumenti per educare e far crescere.


    Facile scegliere parole come insensibilità, indifferenza, facile far diventare ancora una volta Napoli palcoscenico dell’assurdo e del disumano, dove la gente conta per non contare.

    Questa storia non mi piace, vorrei una Napoli diversa, certo come la vorrebbero in tanti. Eppure so che questa Napoli c’è, ma non riesce a far rumore perché nel frattempo i colpi di pistola l’hanno ammutolita: fanno più notizia.

  • Facts & Stories

    The Message of a ‘Migrant Pope’ in the Americas


    The Pope has come from the other side of the world to visit “his own” world, the Americas, which in just a few centuries has changed the fate of the planet and imposed its “style” on distant nations and ancient customs.


    It’s a continent predominantly composed of émigrés – a fact attested to by Francis’ own origins as the descendant of an Italian immigrant family in Argentina –, full of surprises, teeming with contradictions and blighted by inequality. Traveling from north to south, one witnesses a lightning-quick shift from economic power to economic marginalization, from the promise of development to hopeless scarcity.


    “Lightning-quick” could also describe the way the Pope took up the cause of the poor on his trip to Ecuador, Bolivia and Paraguay this past summer; prophetically acknowledged the world’s new sense of solidarity with Cuba; and persuasively argued for the protection of all creation in the United States. “Let us protect Christ in our lives so that we can protect others,” said Pope Francis, “so that we can protect creation!” He also retraced what has been the essence of his preaching with renewed vigor.“


    Being a protector, however, is not something that involves Christians alone; it also has a prior dimension which is simply human, involving everyone. It means protecting all creation, the beauty of the created world, as the Book of Genesis tells us and as Saint Francis of Assisi showed us. It means respecting each of God’s creatures and respecting the environment in which we live. It means protecting people, showing loving concern for each and every person, especially children, the elderly, those in need, who are often the last we think about.” Protecting creation. In other words, not just protecting individual lifestyles but building a community of brotherly love. Such protection, he continued, “requires kindness, requires tenderness.”


    We can’t become men without engaging our fellow man. And yet we prefer to hide; going it alone is our daily bread. By vying for the world’s supplies, nations risk waging war. “The urgent challenge to protect our common home,” said the Pope, “includes a concern to bring the whole human family together to seek a sustainable and integral development, for we know that things can change. I offer an urgent appeal then for a new dialogue about how we are shaping the future of our planet. The environmental challenge we are facing, and its human roots, concern and affect us  all.”


    When forced to talk to one another, in our differences we discover demons, fears that hound us and disturb our peace. And if we have to engage one another, if we’re really compelled to, then we tend to prefer engaging with our doubles, mirror images of ourselves, those who won’t talk back, whose existence we recognize precisely because it does not conflict with our own. Our fear of confrontation leaves us few options and what options it does, are destructive: we choose to either run away from or attack and annihilate the other.


    We live together, work together, walk side by side down the same chaotic roads, yet we remain cut-off, irremediably alone. And yet it is imperative we reach out to one another. There’s a beautiful Midrash passage (Ecclesiastes Rabbah 7:13) in which God says to Adam: “Now all that I have created, I created for your benefit. Be careful that you do not ruin and destroy my world;

    for if you destroy it, there is no one to repair it after you.” Our fear of losing possessions generates more suffering and anxiety than the pleasure we derive from possessing them in the first place. It’s clear that calls like Pope Francis’ in New York, to be rid of possessions, are really a re-proposal of the proper use of our earthly goods.


    They do not threaten the idea of property. Instead they affirm the principle of sharing, “the duty to limit power in such a way that man, making use of it, can remain a man.” We can’t become men without engaging our fellow man. Harmonious existence is only produced by people through dialogue, understanding and confronting the perils of diversity, only through the agony and toil of the common word. There’s no doubt we are at risk of going out of existence. And we can’t make mankind without talking.

  • Opinioni

    Ancora "Senti che puzza" con la Lega



    LA Lega di Matteo Salvini è quanto di più volgare la politica del nostro Paese, dal dopoguerra a oggi, nel linguaggio, nei contenuti, negli atteggiamenti, abbia saputo produrre. Benché occorra avere sempre rispetto di chi la pensi diversamente, come i tanti simpatizzanti che sempre più numerosi, anche nel Meridione e a Napoli, seguono il verbo del giovane vate lombardo, non si può che restare allibiti.


    È disgustosa una visione di convivenza civile che nulla ha in sé della tradizione evangelica della nostra terra e dei valori profondi di libertà che sono stati difesi e perseguiti dai tanti martiri e giusti che con il loro sangue hanno resistito, anche per noi, all'inganno di un'Italia razzista, contribuendo a scrivere quella Carta costituzionale che nella sua parte fondamentale è sacramento inviolabile di appartenenza alla nazione.


    Piero Calamandrei diceva ai giovani del ‘55: «Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione».

     
    Quei cercatori di libertà perseguitati in patria, che riuscirono a fuggire dalla mannaia di un potere tiranno e ospitati da paesi liberi, una volta ritornati ricordarono il dovere della riconoscenza e affermarono che solo la solidarietà internazionale avrebbe garantito la tutela dei diritti umani, della pace e dello Stato di diritto. Per questo vollero che la Carta costituzionale conservasse memoria di quella fraternità a loro concessa e offrisse a chiunque avesse patito uguale sofferenza la restituzione della dignità defraudata: «Lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha il diritto d'asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge» (Articolo 10, comma 3).

     
    Mi è difficile pensare che quei poveri disgraziati che cercano aria sulle nostre sponde e in Europa fuggano dalla libertà. È doloroso che si dimentichi quanti dei nostri connazionali in fuga dalla fame abbiano in tempi diversi fatto la stessa loro esperienza, ma è ancora più drammatico constatare quanto sotto il martellante incedere del verbo leghista e dei suoi alleati si faccia della Carta costituzionale carta straccia. Vero è che quella norma della Costituzione avrebbe dovuto trovare applicazione in leggi che mai sono state fatte.


    Tuttavia la Corte costituzionale, anche in assenza di una legge chiara che regolasse i flussi immigratori e di accoglienza, nel 2001 volle ricordare a chi aveva responsabilità politica e di governo che nel rispetto del principio costituzionale le garanzie della libertà personale non possono subire attenuazioni rispetto agli stranieri in vista della tutela di altri beni costituzionalmente tutelati: «Per quanto gli interessi pubblici incidenti sulla materia dell'immigrazione siano molteplici e per quanto possano essere percepiti come gravi i problemi di sicurezza e di ordine pubblico connessi a flussi migratori incontrollati, non può risultare minimamente scalfito il carattere universale della libertà personale, che, al pari degli altri diritti che la Costituzione proclama inviolabili, spetta ai singoli non in quanto partecipi di una determinata comunità politica, ma in quanto esseri umani» (Corte costituzionali 105/2001).


    Già, perché di esseri umani si parla quando si parla di migranti, difficile che possa capirlo e accettarlo chi non è per niente esperto di umanità. Ma chi dell'umano sente ancora il suo richiamo non può per vile interesse elettorale inseguire la scelleratezza di chi ne ha perso la fragranza, perché la pagherebbe cara nel tempo della avvedutezza quando finalmente essa arriverà. Prima o poi, come già è avvenuto nel passato, si dovranno fare i conti con la storia.


    Conviene alla destra democratica di questo Paese inseguire Salvini e a certa sinistra fare finta che non sia un problema di tenuta democratica? Soprattutto non conviene ai meridionali e ai napoletani di poca memoria restare affascinati dal seducente canto del leghista di oggi, che ieri riservava a loro lo stesso trattamento riservato ai migranti: «Senti che puzza, scappano anche i cani. Sono arrivati i napoletani… ». Certamente non può convenire a chi dal Maestro ha ereditato il Vangelo: «Ero forestiero e mi avete ospitato».


  • Opinioni

    Erano solo parole al vento?


    Entrambe le visite annunciate con grande enfasi, quella di Francesco ancor di più, avrebbero dovuto dare nuovo slancio alla città e alla Chiesa, una rivoluzione di speranza significata dai tanti manifesti affissi su chiese e palazzi, che ancora da qualche parte restano stancamente a svolazzare, lentamente ingiallendosi, memoria di una festa alle spalle.


    Ricordo le parole pesanti di Papa Francesco nel suo correre dalla periferia al centro, non solo luoghi fisici, ma per lui il sogno che il centro della città, di ogni uomo di buona volontà, fosse perennemente in uscita, avesse come meta ogni periferia dimenticata, sfruttata, ammalata. Migliaia di uomini e donne per le strade ad aspettarlo per ore. E poi le promesse ufficiali, la Chiesa, il governo della città, le istituzioni, tutti ai primi posti per raccogliere la sfida di Francesco.


    Tutti pronti a mettere mano all’ambizioso disegno di una grande metropoli e di una Chiesa che grazie a quell’avvenimento avrebbero cambiato il loro volto. Fotografie di circostanza, analisi soddisfatta il giorno dopo per la buona riuscita della festa, avvalorata anche dai commenti di altissimo profilo della stampa.


    Tutto bene allora? Tutto bene se si fosse trattato solo di una festa di piazza, solo di un avvenimento pubblicitario che avrebbe dovuto produrre risultati per numero di partecipanti e buon esito dell’organizzazione.


    Ma un papa che io sappia non si presta a una festa di piazza e la sua parola pretende che corra dopo la festa. Mi sovviene la canzone di Edoardo Bennato: “Feste di piazza, le carte colorate, gli sguardi sempre ben disposti.


    I capintesta con i distintivi sfavillanti si sbracciano come dannati solo per sentirsi più importanti. Tutto è finito, si smonta il palco in fretta perché anche gli ultimi degli addetti ai lavori hanno a casa qualcuno che l’aspetta. Restano sparsi disordinatamente i vuoti a perdere mentali abbandonati dalla gente”.


    Un papa non si presta a una festa di piazza perché la Chiesa non ha bisogno di consensi fugaci ma di sofferte e coraggiose parole che sappiano riempire il vuoto dei tempi peggiori.

    Un papa non va fatto salire su un palco come per un comizio elettorale perché la consegna che gli deriva dal Vangelo non è quella di cercare compromessi accomodanti ma la verità che salva.


    Un papa non si presta ad essere l’attrazione più importante di una sagra paesana con annessa consegna di pacchi sorpresa perché è esperto di altre pesche e di sicuro più miracolose. Un papa non pensa al suo ministero come a un set cinematografico che racconti insieme verità e finzione, ma raccoglie, fissa immagini, sguardi di storia nel suo percorso terreno per consegnarli al cielo.


    Soprattutto un papa sa bene che la Chiesa non è un circo di nani e di pagliacci e i biglietti di entrata non si possono facilmente prenotare in qualsivoglia botteghino. Ricordo le parole di Papa Francesco pronunciate a Scampia contro la corruzione, coraggio di significato di parole alte, lanciate in una terra lacerata da troppo tempo per mali non solo suoi, promesse tante, pochissime avverate.


    Ricordo quelle ai carcerati di Poggioreale, profezia di riscatto in luogo di dignità divorata, quelle alla Chiesa locale di riprendere in mano il proprio destino, incarnata nel destino dei fratelli suoi compagni di cordata.


    Ricordo la commossa presenza del successore di Pietro in una piazza Plebiscito in preghiera e il suo sguardo, le sue parole a raccontare alla città la speranza di poter ritornare ad essere luminosa, forte di memoria, ricca di futuro.


    Non una festa di piazza, quella di Francesco, per lui di certo no, ma un programma socio pastorale che azzarderei a definire perfino politico nel più ampio senso della parola, che le istituzioni religiose e laiche, non solo ognuno per la propria parte, forti dell’entusiasmo di popolo, avrebbero dovuto da subito rilanciare insieme. Un tavolo programmatico di interessi comuni a partire dalle parole di Francesco, un tavolo che non c’è stato e che ora forse è tardi per organizzare.


    Tavoli istituzionali prima dei grandi eventi ce ne sono tanti, dopo è improbabile. Per le feste di piazza servono solo i primi.


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