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Articles by: Maria rita Latto

  • Opinioni

    Marco Pannella. Un uomo libero


    Una morte annunciata da mesi ormai, a causa di due tumori. Una morte comunicata dalla “sua” Radio Radicale con le note del Requiem di Mozart a fare da sottofondo alle parole pronunciate con voce rotta dall’emozione di un conduttore: "Sono le 14 e 31 minuti, questa è Radio Radicale e come sentite dal Requiem che Radio Radicale trasmette e trasmetterà per i prossimi minuti, è morto Marco Pannella".
     
    Poche parole che hanno dato il via a ricordi, interviste, analisi su tutti i canali televisivi. Come spesso accade in Italia, quando qualcuno muore parte la rivalutazione postuma con le solite parole di circostanza e gli elogi mai tributati in vita, anche se appare chiaro che un politico del calibro di Pannella mancherà a tutti, agli estimatori quanto ai detrattori. 



    Una vita ricca, piena di esperienze che lo hanno portato a contatto con politici di primo piano come La Malfa, Berlinguer, Moro, Fanfani, Craxi, fino ai più recenti Berlusconi e Renzi. Con loro si è confrontato, ha polemizzato, sempre in maniera costruttiva, sempre da una posizione in minoranza, animato dai suoi ideali, riuscendo tuttavia a sensibilizzare gli italiani specialmente nella grande stagione dei referendum che hanno cambiato per sempre il nostro Paese. Un comunicatore instancabile, unico, che ha portato in Italia la politica-spettacolo, facendo irruzione con delle memorabili invenzioni nella televisione ancora in bianco e nero dei primi anni Settanta, fatta di dibattiti politici alquanto statici e formali. Chi non ricorda Pannella che davanti alle telecamere fuma spinelli o beve la sua pipì durante uno dei tanti scioperi della fame?



    Altrettanto memorabile quella Tribuna Politica autogestita in cui lui e altri esponenti del Partito Radicale apparvero imbavagliati per ventiquattro interminabili minuti con lo sguardo fisso e cartelli appesi al collo per protestare contro la Rai che non dava lo spazio dovuto all’informazione sui referendum. Prima di lui non si era mai visto nulla del genere. Restano nella memoria le immagini di Pannella vestito da fantasma, coperto da un lenzuolo, oppure nei panni di Babbo Natale intento a distribuire a Piazza Navona le banconote del finanziamento pubblico. 



    Un comunicatore instancabile, logorroico, specie nelle dirette a Radio Radicale o a “Teleroma 56”, televisione locale romana, in cui interagiva al telefono con una nutrita audience di irriducibili spettatori fino a notte fonda, portando avanti le sue battaglie politiche in maniera innovativa, aprendo nuove strade mai percorse prima, facendo uso dei mezzi di comunicazione che nascevano in quegli anni, come le radio e le televisioni locali. In breve tempo Pannella divenne un vero e proprio protagonista della politica italiana e dopo lo straordinario successo del referendum sul divorzio del 1974 partì la nuova e vittoriosa campagna referendaria per l’aborto; nel 1976 Pannella entrò in Parlamento per la prima volta. Da gandhiano e non violento incitava alla disobbedienza civile e ciclicamente si sottoponeva a scioperi della fame e della sete per portare avanti le sue battaglie. Gli capitò più volte di essere arrestato, processato o condannato per resistenza a pubblico ufficiale o per aver fumato hashish in diretta televisiva. 



    Pannella era un politico sui generis che non conosceva limiti e forse l’unico a non andare mai in vacanza: infatti, i carcerati di tutta Italia lo ricordano quando a Ferragosto o a Capodanno se lo ritrovavano per una visita a questo o quel penitenziario per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla drammatica situazione in cui versano le carceri nostrane, un'altra delle sue tante battaglie. Una personalità unica quella di Pannella, tanto da indurlo a candidare e fare eleggere per il Partito Radicale personaggi famosi come Leonardo Sciascia, Domenico Modugno, Enzo Tortora ma anche controversi, come Toni Negri o la pornostar “Cicciolina” Ilona Staller. 



    Col passare degli anni assistiamo a un’evoluzione del Partito Radicale, la “sua” creatura, che diventa partito transnazionale e poi transpartito, mantenendo sempre le lotte per i diritti civili e lanciando continue campagne referendarie, che però col tempo hanno finito per logorare una consultazione fondamentale come i referendum, il cui abuso ha indubbiamente creato negli italiani un’inevitabile disaffezione. Tra i primati di Pannella c’è anche quello di avere per primo personalizzato un partito, lanciando nel 1992 una lista che portava il suo nome, la Lista Pannella. E poi, incredibilmente, nel 1983, fu capace di fare una doppia campagna elettorale, sia per il suo partito sia per le schede bianche-nulle e astensioni. Nel 1994 si candidò con Silvio Berlusconi e con Forza Italia per rientrare, invano, in Parlamento, fino poi a candidarsi, in un successivo momento, alla segreteria del neonato Partito Democratico venendo, ovviamente, respinto. Una contraddizione o un suo ennesimo precorrere i tempi anticipando la stagione dei voltagabbana e dei cambi di casacca diventati così frequenti in questi ultimi anni?


     
    Solo il tempo e gli storici potranno dirci se Giacinto Pannella detto Marco fosse un “genio” o un “giullare”. Di sicuro con lui se ne va un uomo libero e un leader che ha dato un importante contribuito nel bene e nel male per la crescita del Paese.
     
     

     

  • Arte e Cultura

    Antonio Monda. L'indegno, tra fede e colpa


    Lo scorso 15 Marzo è uscito per Mondadori L’indegno, il nuovo romanzo di Antonio Monda. 
    Il libro fa parte di un progetto di dieci volumi, tutti aventi come sfondo New York, con storie autonome correlate tra di loro attraverso un filo sottile, con personaggi ricorrenti, e ognuno ambientato in un decennio diverso del Novecento. Dei quattro libri della serie finora pubblicati, Ota Benga aveva come collocazione temporale gli anni ’10, L’America non esiste gli anni ’50, La casa sulla roccia gli anni ’60 e quest’ultimo, L’indegno, gli anni ’70.



     
    Ancora una volta, com’era accaduto per i volumi precedenti, colpisce al cuore l’immagine della copertina, che rappresenta l’intensa e sfuocata immagine delle Twin Towers di New York. L’indegno è scritto in forma di appassionato monologo e analizza il tema del complicato rapporto tra fede e colpa. Abram Singer è un prete, un uomo che ha scelto di dedicare la sua vita a Dio e alla religione cattolica. Suo padre, Nathan, un artista girovago senza radici, lo concepì durante una relazione breve ma intensa. Il piccolo Abram non conoscerà mai il padre e verrà cresciuto dalla mamma. Nonostante le origini ebraiche testimoniate dal suo nome, Abram professa, come la madre, la fede cattolica e decide di entrare in seminario, diventando sacerdote e portando avanti un percorso pastorale in una parrocchia nella frenetica città di New York degli anni Settanta. Una scelta dettata forse dalla ricerca di un modello maschile di riferimento, dal momento che nella sua vita non ha mai potuto chiamare qualcuno “papà”. 



     
    Abram è un buon sacerdote, è paziente nell’ascoltare le confessioni, fa vibranti e appassionate omelie, assiste i senzatetto, ma è anche un uomo estremamente tormentato, alla perenne ricerca del bene assoluto, un debole che cede alla tentazione della carne, facendo entrare nella sua vita oltre all’amore spirituale quello carnale e terreno che lo porta a peccare, a rinnegare i suoi voti, il senso stesso della sua missione. L’amore per Lisa, la donna di cui s’innamora, lo porta a commettere atti che sporcano il suo abito, come rubare e mentire. 



    Abram vive la sua condizione di peccatore, di uomo che si fa trascinare dal mondo sull’orlo della dannazione eterna, come un dramma, come il male assoluto, come indegnità, e da qui deriva il titolo “forte” del romanzo. La metafora della sua lotta interiore contro il peccato è rappresentata dalla scena dell’incontro di boxe a cui assiste nel refettorio della sua parrocchia, insieme a tre confratelli, un giovane seminarista giamaicano e due suore. Si tratta di un incontro che resterà nella storia del pugilato, il Rumble in the Jungle avvenuto nell’ottobre del 1974 a Kinshasa, che vide contrapporsi il trentaquattrenne Muhammad Alì in veste di sfidante contro il campione del mondo dei pesi massimi George Foreman. Ripresa dopo ripresa, Abram si appassiona davanti allo scontro tra la leggerezza di Alì e la forza di Foreman. Alla fine prevale Alì, che segue una strategia basata sull’astuzia opposta alla cieca violenza di Foreman. 



    È la metafora della lotta tra Davide e Golia, del contrasto tra bene e male, tra fede e peccato che si agita in Abram, un contrasto che è la fonte del suo dolore insanabile, anche perchè non riesce a smettere di peccare, di desiderare di possedere il corpo femminile. Prima di Lisa c’erano state altre donne per le quali l’attrazione era stata puramente fisica e nulla più. Invece, sin dal primo incontro avvenuto in parrocchia, Abram viene profondamente coinvolto dalla giovane volontaria, che lo affascina anche intellettualmente, parlandogli della Cappella degli Scrovegni, di Botticelli, Pontormo, Bronzino, Lotto Lotti, della bellezza dell’arte. Lisa è docile, innamorata incondizionatamente, accetta che lui sia e resti un sacerdote, non gli chiede di abbandonare la Chiesa. Il suo amore è talmente forte da farle rinunciare al figlio che hanno concepito, decidendo di abortire, commettendo il peccato che la madre di Abram non aveva voluto di compiere, mettendolo al mondo, pur con la consapevolezza che il figlio non avrebbe mai avuto un padre. E Abram vigliaccamente non si oppone alla decisione di abortire, anzi, il giorno dopo celebrerà la messa con vergogna e orrore. Finchè un giorno Lisa si ammala di cancro e la malattia della donna che ama diventa per Abram una punizione e allo stesso tempo un modo per espiare le sue colpe, restandole vicino fino alla fine, vivendo persino lo strazio di celebrarne il funerale. 



     
    La conclusione del libro, che, ovviamente non sveleremo, è amara e lascia nel lettore il senso della solitudine di Abram, che potremmo definire il fil rouge del libro. Una solitudine profonda, vissuta in una New York che Abram definisce “città di gente sola”. Siamo con lui quando, prima ancora di diventare prete, contribuisce, da giovane operaio, alla costruzione delle Twin Towers, edifici simbolo della città che sfidavano il cielo, qualcosa che si pensava sarebbe durato in eterno. Siamo con lui al “21”, famoso e lussuoso ristorante della città, o davanti allo “Studio 54”.   E sempre con lui ci troviamo nella povera parrocchia e nella sua cameretta. Ovunque Abram è solo e tormentato, incapace di vivere la vita con leggerezza, consapevole della sua incapacità di cambiare il mondo e, soprattutto, se stesso, essere umano fatto di fango e spirito, condannato a essere quello che è. 




    ISBN 9788804661054

    156 pagine € 18,00

    15,5 x 23,3 cm

    Cartonato con sovraccoperta

    In vendita dal 15 marzo 2016

    Disponibile come eBook 




     

     

     

  • Dining in & out: Articles & Reviews

    An ABC of Popular Roman Cuisine

    One thing about Roman cuisine: it cuts to the chase, presenting heavy, flavorful dishes that fill you up. That explains, at least in theory, why there aren’t specifically Roman appetizers. That said, over time many traditional products were transformed into appetizers, like meat and cheese platters or pork and grilled vegetables.

    Fried food deserves its own category here. Broccoli, mozzarella in carrozza and squash
    blossoms are just some of the food products that in Lazio are traditionally fried in extra-virgin olive oil and served before the main course as fritti misti alongside the more traditional artichokes and zucchini.

    But the food most commonly associated with Italy is pasta— it’s almost a stereotype, a bit like rice is with China. There are literally hundreds of varieties of pastas and pasta sauces from region to region.

    In Rome and Lazio, the following are the most popular hands- down. Even if you’ve tried them in restaurants in New York, Paris or London, you’ll never know how they really taste until you’ve had them in Rome!


    Amatriciana and Gricia

    Originating from Amatrice, a small village in Lazio, and, according to some, a more modern version of “gricia,” i.e., pasta amatriciana without tomatoes, which were not added to the recipe until the end of the 19th century. The original recipe calls for placing slices of guanciale in an iron pan, frying them in olive oil, adding hot pepper flakes and red wine that, once evaporated, blends with the sauce as it slowly cooks, and finally garnishing with salt and pepper. “Gricia” has the same provenance and was originally conceived for shepherds from Amatrice who ate it all the time because its ingredients— spaghetti, guanciale, pecorino, lard, black pepper and salt— were easy to find.
     

    Cacio e pepe
    Cacio e pepe has just three ingredients: pasta, pecorino romano and pepper. The trick
    to making cacio e pepe is simply in using the right portions and making sure it’s good and creamy. Whatever you do, resist the temptation to add oil or butter. It, too, was originally peasant food for shepherds who travelled from one area to another carrying basic cooking supplies that lasted a long time.
     

    La Carbonara
    Carbonara, so called for being the preferred dish of coal workers (carbonai in Italian), is a fairly simple sauce to make. All you need is guanciale, eggs, pecorino, pepper and oil. It
    is always, however, paired with wine—red or white. Often the wine comes from the vineyards around Castelli Romani.

  • Opinioni

    Inizia l’avventura dell’Anno Santo della Misericordia



    Lo scorso 8 Dicembre è iniziato l’Anno Santo Straordinario della Misericordia. In Piazza San Pietro, di fronte a una folla di cinquantamila persone, Papa Francesco ha segnato una nuova giornata storica per il suo pontificato, aprendo la Porta Santa e ripetendo la frase di rito: “Apritemi le porte della giustizia”.

     
    Un Anno Santo diverso, straordinario, appunto, ma non solo per la convocazione strettamente collegata al cinquantenario dalla chiusura del Concilio Vaticano Secondo, evento memorabile in cui, ricorda Papa Bergoglio, “ci fu l’incontro tra la Chiesa e gli uomini del nostro tempo”.
    Molti sono gli aspetti che rendono questo un Giubileo senza precedenti: è il primo Giubileo a tema, quello della Misericordia. Ed è il primo Giubileo diffuso, sparso per il mondo, con la Chiesa che raggiunge i propri fedeli aprendo Porte Sante in ogni continente, in ogni Chiesa e non solo, volendo comunicare l’idea di andare incontro non solo ai propri fedeli, ma al mondo intero. La prima apertura, cosa mai accaduta nella storia della Chiesa, è avvenuta durante il viaggio del Pontefice in Africa, otto giorni prima della cerimonia ufficiale.


    Un’immagine inedita per tutti vedere aprirsi una Porta Santa fuori da Roma, a Bangui, nella Repubblica Centroafricana, periferia del mondo dove vivono gli ultimi, emarginati e dimenticati da tutti. Poi, a seguire, per seconda, la canonica Porta Santa nella Basilica di San Pietro, e via via nelle altre Basiliche romane.


    La novità, fortemente voluta da Papa Francesco, è, quindi, l’apertura di Porte Sante non esclusivamente a Roma, ma anche in ogni santuario del mondo, ed ancora negli ospedali, nei dormitori dei senzatetto e nelle carceri, ovunque ci sia l’Uomo con le sue fragilità e le sue miserie. Papa Francesco vuole che questo Giubileo Straordinario venga ricordato per il messaggio forte di una Chiesa che deve “riprendere con entusiasmo il cammino missionario”, unaChiesa pronta a percorrere le strade del mondo, senza avere paura, avendo come riferimento la Misericordia del Buon Samaritano, come desiderava Papa Paolo VI.


    Altra novità inedita di questo Anno Santo della Misericordia è la compresenza di due Pontefici, il Papa Emerito Benedetto XVI e Papa Francesco, i quali si sono abbracciati, poco prima dell’apertura della Porta Santa e poi, uno dopo l’altro, hanno varcato la soglia della Basilica avanzando fino alla Tomba dell’Apostolo Pietro. Quella del Papa Emerito è una presenza importantissima, perché testimonia l’appoggio di Ratzinger alla riforma che Papa Francesco sta portando avanti in Vaticano, una riforma molto criticata, invece, all’interno della Chiesa e della Curia Romana.

     
    E gli aspetti inediti connessi a questo Giubileo non finiscono qui: è il primo Anno Santo blindato, sotto costante minaccia, tanto da far sembrare Piazza San Pietro, presidiata da forze dell’ordine pronte a sventare eventuali attentati durante la Cerimonia Inaugurale, il fronte di una guerra invisibile e insidiosa, anche se il Papa, nella sua Omelia, ha invitato i fedeli a non avere paura, dicendo che “la paura non si addice a chi è amato”.


    È inevitabile, tuttavia, che questo Giubileo della Misericordia s’intrecci con i fatti del mondo, mentre l’umanità intera si interroga su quale ruolo abbia la religione mentre aumenta la minaccia del terrorismo. Un discorso quanto mai attuale in questo momento storico in cui, come succede ormai da secoli, ancora si uccide nel nome della religione. E proprio la minaccia del terrorismo ha condizionato l’affluenza per la Messa d’inaugurazione del Giubileo che è stata inferiore alle aspettative.

     
    Durante questa celebrazione, il Pontefice è apparso visibilmente stanco, provato, ma determinato nella sua volontà di comunicare la Fede. Una solennità del volto e dei gesti in contrasto con la consueta immagine del Papa “arrivato dalla fine del mondo”, dalla periferia, come si era definito sin dalla prima apparizione dopo l’elezione al soglio pontificio, quando la fumata bianca annunciò al mondo l’arrivo di un Pontefice argentino ma di origini italiane, che scelse di chiamarsi Francesco, il nome del santo della semplicità, della carità, il santo che non concepiva chiusure nei confronti di nessun essere vivente.  

     
    Con l’8 dicembre inizia l’avventura dell’Anno Santo della Misericordia, un’avventura sotto il segno della paura del terrorismo e con la vicenda del processo “Vatileaks” ancora in corso. Sarà un anno cruciale per la Chiesa cattolica, che ispirandosi alla Misericordia dovrà confrontarsi con la jihad, con la cosiddetta “guerra santa”, ma anche con i migranti e con le decisioni che la politica europea e non solo prenderà sui flussi migratori che non accennano a diminuire. Ma si sa che le cose del mondo si misurano con parametri diversi rispetto a quelli della Chiesa.

    Resterà impressa agli occhi di milioni di spettatori sparsi per il globo l’immagine dell’apertura della Porta Santa che lascia entrare la luce nella Basilica, un’immagine di speranza per tutti.

  • Life & People

    Halloween all’italiana

    Just a few decades ago Halloween in Italy was merely the name of an American holiday, a sort of Carnevale.

    Little by little Halloween’s popularity has grown, probably due to the influence of American movies and the arrival of American fast food chains like McDonald’s, and it has become a real celebrated holiday, even though it doesn’t have a real connection to Italy, apart from the fact that All Saints Day (November 1st) is celebrated here – a holiday when people typically have the day off. The 2nd of November is the day dedicated to the remembrance of the dead, a holy day during which people visit cemeteries bringing flowers and candles to dead relatives and friends – a day dedicated to special celebrations by the Church as well. In some parts of Italy children find presents brought during the night by the dead. This day of remembrance can be found in other parts of the world: for example, in Japan in August there is the “Obon Festival”, one of the most important traditions for Japanese people who pray for the peace of the souls of their ancestors during this time.  The Japanese believe that their ancestors’ spirits come back to their homes to be reunited with their family during Obon.

    In all the Italian regions in the days between October 31st and the day of Saint Martin (November 11th) there has been – from time immemorial – the folkloristic custom to celebrate the juxtaposition of life and death with traditions expressing the strong link between those still alive and those who are no longer on this earth. All these customs have the expression of the strong link with life and with families in common, and the fact that these traditions often involve children, is a clear way of marking the idea of continuity, of regeneration, of hope.

    Until the first half of the 20th Century, this period of the year was the only occasion for children to receive presents, toys, sweets, that were usually brought by “the dead”. Over time new traditions arrived, such as Christmas and the Epiphany, which became more widespread and more popular among the younger generations. Even though I’m in my forties, I still remember when, as a child in Sicily, my parents told me to behave well, so the good souls of the dead would bring me many presents. On the night between the 1st and the 2nd of November I went to bed hoping that the dead relatives would remember me, while my parents and other members of my traditional Sicilian family were hiding toys and sweets in secret places around the house. There was a sort of rigmarole sang by Sicilian children in dialect: “Armi santi, armi santi, jo sugnu unu e vuautri siti tanti. Mentri sugnu ‘nta stu munnu di guai, cosi di morti mittitimminni assai.” (Holy souls, holy souls, I am one, and you are many. While I am in this world of troubles, bring me lots of presents from dead people). And the morning after, once I had found the presents, the whole family prepared to visit the cemetery: it was not a sad day, after all there was the joy of the “contact” never lost, going beyond death, the consciousness that there was a strong connection between the worlds of the dead and the living, two world united by the power of love.

    Apart from my own memories, in every Italian region there are celebrations to remember the dead. The tradition of the pumpkin is not only typically Anglo-Saxon: in fact it can also be found in the Italian tradition. In Veneto, for example, pumpkins are emptied, painted and a candle symbolizing resurrection is pit inside them. In Friuli, especially in the area near Pordenone, the pumpkins prepared in this way are put along the roads to light the path for the dead. In Puglia every family adorns their own pumpkin and puts it on display in the windows of their house. In Lombardia pumpkins are filled with wine, so that the dead can drink it during the night between the 31st October and the 1st of November, before returning to the kingdom of afterlife.

    The traditions also include typical dishes prepared during this time and handed down from generation to generation. In Romagna, a region well known for its cooking, the “piada dei morti”, a very tasty round flatbread filled with nuts, almonds, raisins and the red wine of Romagna, the Sangiovese, is prepared. Another sweet prepared during this time in Romagna is the “fava dei morti”, a little biscuit made of almonds.

    In Sicily the typical dishes for this time of year is the “pupi ‘i zuccuru”, a sweet bread shaped like little dolls, and the “dead bones”, biscuits having the shape of bones that are particularly hard to bite. Very peculiar is the “frutta marturana”, which is marzipan shaped into real fruits with an inviting scent.    

    The rituals all over Italy are almost the same: in Puglia the families prepare the “cavazette di murte” (socks of the dead) and, during the night the dead, relatives fill them with special sweets. In Sicily, near Siracusa, children prepare the table for the dead and leave a shoe to be filled with presents and sweets. The “trick or treat” question seems another tradition in common between Italy and the USA. In fact, in Abruzzo there was the habit of going from house to house asking for offers for the souls of the dead and generally sweets and dried fruits were handed out. In general these are all traditions that give an almost friendly idea of death: the dead bring presents, walk for a night in the roads of villages or cities, enter into the house to have a dinner during this special night, and are felt closer than ever.  

    All these Italian traditions are unfortunately disappearing, substituted by Halloween, a holiday far from Italy, even while sharing characteristics in common with these traditions. Why not bring back our important past customs, instead of adopting those of other countries, just to follow foreign fashions that lack our soul? 
     

  • Opinioni

    Italia. Si riparte da quaranta con un uomo solo



    Fermi tutti. Adesso si ricomincia da qui.
    Questo sembra essere il messaggio dato dagli italiani a poche ore dalla chiusura delle urne per le elezioni europee. È vero, si trattava di Europa, eppure la posta in gioco era alta, anche e soprattutto in casa, per tutti i partiti, a cominciare dal Partito Democratico, che affrontava il giudizio degli italiani per la prima volta dall'ascesa di Matteo Renzi alla segreteria.

      
    E adesso, a poche ore dalla chiusura delle urne, si riparte da qui. Da quaranta. Risultato “tondo”, di quelli che non si vedevano da decenni. Per l'esattezza dal 1958, anno in cui un altro toscano come Renzi, Amintore Fanfani, aveva toccato una soglia così alta. Erano altri tempi, bisognava arginare il “pericolo comunista”, l'Italia era in una posizione strategica nello scenario della guerra fredda e l'unico modo possibile per gli italiani era affidarsi alla Democrazia Cristiana. Oggi il Paese si trova a vivere una realtà diversa da allora eppure, come allora, si deve ricostruire su “macerie”.  Nel 1958 ci si risollevava dopo la guerra e si andava speranzosi incontro agli anni del “boom” economico. L'Italia di oggi si trova ancora nel pieno della crisi economica più lunga degli ultimi decenni, con un sistema politico allo sbando, con una Tangentopoli mai finita che continua a bloccare la crescita del Paese.

     
    Si riparte da qui, da un voto dato da un ceto medio frastornato e impaurito da una campagna elettorale cruenta come non mai, da giovani, anziani, disoccupati che da Nord a Sud si sono trovati in bilico tra una pallida speranza e una protesta rabbiosa. E tutti, sia chi ha vinto sia chi ha preso una sonora batosta, dovranno riflettere sul voto, ma anche sul non voto, sull'astensione che rappresenta un chiaro messaggio dato a tutta la classe politica.

     
    Il vincitore è senza dubbio Matteo Renzi. Ancora una volta gli italiani si sono affidati ad un uomo solo. Renzi ha giocato la partita più importante della sua carriera politica, sbaragliando l'opposizione interna al suo partito che appare sempre più indebolita, surclassando i suoi avversari, a cominciare da una destra che sembra dissolta, per finire a Beppe Grillo che non ha convinto, anzi ha impaurito, gli elettori italiani.


    E uscendo fuori dai confini nazionali, visto che si trattava di elezioni europee, Renzi vince anche in un'Europa che appare devastata, senza più i punti di riferimento degli ultimi due decenni. In Francia, Grecia e Gran Bretagna i due partiti “storici”, popolari e socialisti, conservatori e laburisti, non hanno raggiunto, anche se sommati, la maggioranza assoluta dei voti. In Francia vince l'estrema destra di Marine Le Pen, a Londra il primo partito è l'anti europeo UKIP, in Grecia ha vinto la sinistra di Tsipras e la destra fascista di Alba Dorata ha superato il Pasok diventando il terzo partito. Soltanto in Spagna e in Germania popolari e socialisti restano rispettivamente primo e secondo partito, anche se però escono ridimensionati, vittime di un voto che si è frantumato nel successo di tante liste autonomiste, antieuropeiste o più a sinistra.


    La Germania di Angela Merkel che in questi anni ha perseguito una politica pragmatica ed egoista, oggi appare più isolata, senza i suoi tradizionali alleati (basti pensare a quel che è accaduto in Francia) e si troverà in Europa a dover combattere contro nemici frustrati e rancorosi. La vittoria chiara e decisa di Matteo Renzi probabilmente aprirà nuovi scenari non solo in patria ma anche a Strasburgo. Con un risultato così, il premier ha un'opportunità unica in patria per spingere l'acceleratore sulle riforme, andando fino in fondo in maniera incisiva, e in Europa per cercare di forzare i limiti che bloccano la nostra crescita.


    Alcuni commentatori ed editorialisti però, ad appena poche ore dall'esito delle urne, vedono un Renzi pronto ad approfittare del primo voto contrario in Parlamento per far saltare il tavolo e tornare a votare per fare il bis del plebiscito anche in patria. Sarebbe l'ennesima sfida per il premier che in appena sei mesi ha stravinto le primarie, ha conquistato Palazzo Chigi con un vero e proprio blitz e ieri ha ottenuto un risultato a dir poco “storico” per il Partito Democratico.

     
    Nel frattempo, dopo ore di riflessione Beppe Grillo rompe il silenzio post-elettorale scegliendo toni rassicuranti e tanta autoironia, smentendo l'abbandono del campo, che aveva annunciato in caso di sconfitta, anzi promettendo di fare sempre più opposizione. In un videomessaggio di commento alla batosta elettorale, Grillo non cerca di addolcire la pillola della sconfitta e usa proprio il Maalox, pillola contro l'acidità di stomaco, per sdrammatizzare, scherzando persino sull'eventualità che Casaleggio vada in analisi. L'ironia come arma per serrare le fila e rassicurare il popolo pentastellato che la loro rivoluzione sarà più lenta del previsto, ma arriverà. Nota stonata del videomessaggio è il riversare le colpe del risultato sull'elettorato e sui pensionati che, a suo dire, “non hanno voglia di cambiare, di pensare un po' ai loro nipoti, ai loro figli, ma preferiscono restare così”.

     
    Diversi i toni da Palazzo Chigi, dove un soddisfatto Matteo Renzi chiede rispetto per chi ha votato per il Movimento Cinquestelle e Forza Italia, dà atto di fair play dicendo che la vittoria “non è di un uomo, ma di un gruppo dirigente” e spinge l'acceleratore sulle riforme. Un'occasione irripetibile per Matteo Renzi, un'opportunità per un Paese che non ne può più e vuole ripartire da qui.
     
     
     
     
     
     
     
     


  • Life & People

    Two Popes, Two Saints in a Day


    Two popes, two saints who lived in the 1900s, a century marked by both terrible events, like the two world wars, and vast progress made by technology and communications.

     
    Two lives started in two different Countries, Italy and Poland, raised by two modest families which will influence their attitude towards the needy.
    They both easily find their way in people’s heart thanks to their ability to communicate, to reach out.
     
    John Paul II still today is remembered as the ‘globetrotter’, for his countless trips to reach the devotes all over the world. But also John XXIII, although the means of transport weren’t as well developed during his Pontiff, travelled extensively before becoming Pope. In fact, as president of ‘Propaganda Fide’, Pope John XXIII travels across Italy and then, as Apostolic Delegate of the Holy See, he travels to Romania, Bulgaria, Moldavia, Turkey, Greece, as well as to the Holy Land, Egypt and France. In a way, Pope John XXIII leads the way to Pope Wojtyla’s travel, introducing a new Church, more dynamic and willing to meet the faithful, visiting the sick and the incarcerated, with pilgrimages to Assisi and Loreto, not to mention the opening towards the Christians from different denominations. Papa Roncalli takes the Church towards the periphery, and at the same time he draws the peripheries to Rome with cardinals and bishops gathering from all over the world for the Second Vatican Council.
     
    Even though they were Pontiffs at different historical times, one in the Sixties, the other at the end of that same century, they were both attentive to the inter-religious dialogue, wanting a universal Church to the point they managed to make a breach into the Oriental European States still within the ‘Iron Curtain’.
     
    The presence of both is crucial in the making of history:
    Pope John XXIII helps prevent a nuclear war, during the Cuban crisis in 1962, while John Paul II contributes to create the premises for the fall of the Berlin’s Wall.
    Two exceptionally popular Pontiffs, loved for their humanity, also remembered for their words symbol of an apostolate close to the humble: “Give your children a caress” from John XXIII and “Correct me if I’m wrong”, John Paul II. The two Popes briefly met during the Second Vatican Council that Wojtyla joined as Bishop of Cracow; then, in 1981, the polish Pope visited the John XXIII birthplace at ‘Sotto il Monte’ and, in 2000, beatified him.
     
    The canonization of April 27th sees them together again to share the exceptionality of this event: in fact John Paul II will be declared Saint only 9 years after his death, while John XXIII will receive the same status thanks to Pope Francis’ dispensation which allows to canonize a Pontiff even without the two miracles required by the Church.
     
    The Mass, officiated by Pope Francis, will start at 10 am in St Peter’s Square, soon after the recital of the Chaplet of the Divine Mercy, with readings of texts of the two Popes. About a thousand con-celebrants, between cardinals and bishops, at least 700 priests who will be administering the Holy Communion, hundreds of deacons along the Road of the Conciliation.
    Many initiatives are planned also for the days prior to the event: all churches in the Rome city centre will remain open on the night of April 26th, “ A white night of Prayer”, waiting for the next day’s ceremony. In eleven churches the Liturgy Animation will be held in 11 languages. In addition, a digital platform will allow the pilgrims to access news and reflections about the teachings of the two Popes. The official website, www.2papisanti.org will be offering images and bibliographic documents in five languages. The Vatican has also set up a free App, both in Android and IOS format (in Italian, English, Spanish and Polish), which has been named ‘Santo Subito’, Saint Now, with logistic info and main news regarding the canonization; it will also allow the download of the material needed for the various liturgical events. On Tuesday April 22nd there will also be a meeting for the youth in San Giovanni in Laterano.
     
    Preparations are in full swing and the City of Rome is getting ready for the joyful event in every way, even by succumbing to the ‘Happy’ mania, following which thousands of people around the world took to the streets singing and dancing on the notes of Pharrel Williams famous song.
     
    So, after the politicians and the factory workers, here is “Happy”, the latest version just released for the canonization, with nuns, priests, catechists and young people, all dancing in the streets of the Capital and in their parishes holding the pictures of the two Popes.
     
     
     
     
     


  • Fatti e Storie

    2 pontefici. 2 canonizzazioni. Tutti 'Happy" per una grande festa


    Due Papi, due Santi, due vite vissute nel Novecento, secolo controverso percorso da eventi terribili, come due guerre mondiali, ma anche un secolo caratterizzato da passi da gigante nella tecnologia e nella comunicazione.

     
    Due vite che iniziano in due Paesi diversi, Italia e Polonia, in due famiglie di umili origini che influenzeranno la loro sensibilità verso gli ultimi. Entrambi entrano da subito nel cuore della gente per la loro capacità di comunicare, di andare incontro agli altri. Ancora oggi Giovanni Paolo II è visto come il Papa “globetrotter” per i suoi innumerevoli viaggi, ma anche Giovanni XXIII, pur vivendo in un'epoca in cui i trasporti non erano ancora sviluppati come negli anni a venire, viaggia moltissimo prima di giungere al soglio pontificio. Come presidente di Propaganda Fide gira tutta l'Italia e in seguito, come Nunzio Apostolico della Santa Sede, viaggia in gran parte dell'Oriente, in Romania, Bulgaria, Moldavia, Turchia, Grecia, oltre che in Terra Santa, Egitto e Francia.


    Per certi versi, Giovanni XXIII fa da “apripista” ai viaggi di Papa Wojtyla, anticipando una Chiesa diversa, più dinamica, con un grande desiderio di andare incontro ai fedeli, come testimoniano le visite ai malati e ai carcerati, i pellegrinaggi ad Assisi e a Loreto, ben 105 anni dopo l'ultima uscita di un Papa dal Lazio, per non parlare dell'apertura ai cristiani di altre confessioni. Papa Roncalli porta la Chiesa verso le “periferie” e allo stesso tempo, con il Concilio Vaticano II, attira le periferie a Roma, con cardinali e vescovi provenienti da tutto il mondo. Pur essendo Pontefici in periodi storicamente diversi, uno negli anni Sessanta e l'altro alla fine del Novecento, entrambi sono attenti al dialogo tra le religioni, vogliono una Chiesa ecumenica, fino a poter aprire una breccia anche negli Stati orientali stretti dalla Cortina di Ferro.


    Entrambi segnano con la loro decisiva presenza la Storia: Giovanni XXIII aiuta a scongiurare una guerra nucleare, durante la crisi di Cuba del 1962, mentre Giovanni Paolo II, con la sua lotta alle ideologie, crea i presupposti per la caduta del Muro di Berlino. Due Papi con una popolarità senza precedenti nella Storia della Chiesa, amati per la loro umanità, ricordati dalla gente anche grazie a due frasi che danno il senso del loro apostolato vicino ai più umili: “Date una carezza ai vostri bambini” di Giovanni XXIII e “Se sbaglio, mi corrigerete” di Giovanni Paolo II. I due Pontefici si incontrarono di sfuggita durante il Concilio Vaticano II al quale Wojtyla partecipò come Vescovo di Cracovia; poi, nel 1981, il Papa polacco visitò la casa natìa di Giovanni XXIII a Sotto il Monte e, nel 2000, lo dichiarò Beato.

     
    La canonizzazione del prossimo 27 aprile li vede insieme, ancora una volta, a condividere l'eccezionalità di un evento: infatti, Giovanni Paolo II verrà elevato agli onori degli altari dopo appena nove anni dalla sua morte, mentre Giovanni XXIII verrà proclamato “Santo” grazie ad una dispensa di Papa Francesco, secondo cui non occorrono i due miracoli previsti dalla Chiesa per canonizzare un Pontefice già così amato. La Messa, officiata da papa Francesco, comincerà alle 10 in piazza San Pietro e sarà preceduta dalla recita cantata della coroncina della Divina Misericordia, con la lettura di testi dei due Papi. Circa mille i concelebranti tra cardinali e vescovi, almeno settecento i sacerdoti che amministreranno la comunione in piazza San Pietro, centinaia i diaconi lungo via della Conciliazione.


    Tante le iniziative in programma nei giorni precedenti all'evento: le chiese del centro di Roma saranno aperte tutta la notte il 26 aprile, per una sorta di “Notte bianca della preghiera”, in attesa della cerimonia del giorno seguente. In undici chiese l'animazione liturgica sarà garantita anche in diverse lingue straniere. Inoltre, una piattaforma digitale darà la possibilità ai pellegrini di accedere alle news e alle riflessioni legate all'insegnamento dei due Papi. Il sito ufficiale, www.2papisanti.org, proporrà immagini e documenti bibliografici e sarà fruibile in 5 lingue. Il Vaticano ha preparato anche un'applicazione gratuita, sia nel formato Android sia nel formato IOS (in lingua italiana, inglese, spagnola e polacca), che è stata chiamata "Santo subito" e che consentirà di avere informazioni logistiche, di accedere alle principali news sulla canonizzazione e di scaricare il materiale previsto per i diversi eventi liturgici. Martedì 22 aprile si svolgerà un grande incontro per i giovani a San Giovanni in Laterano.

     
    I preparativi fervono e la città di Roma si prepara all'evento gioioso nel migliore dei modi, persino facendosi contagiare dall'”Happy” mania, seguendo la scia della famosa canzone di Pharrell Williams sulle cui note migliaia di persone si sono scatenate per le strade delle città di tutto il mondo, reinterpretando il brano. E allora, dopo i politici e gli operai, ecco arrivare la nuova versione di “Happy”, appena sfornata per la canonizzazione, che vede suore, preti, giovani, catechisti, tutti a ballare per le strade della Capitale e nelle loro parrocchie con le foto dei due Papi.
     
     


  • Fatti e Storie

    Addio, signora d'altri tempi. Nostra Italia ideale


    Rita Levi Montalcini ha attraversato da donna e da scienziato un secolo tragico e controverso come il Novecento, superando i drammi della guerra e delle persecuzioni razziali, imponendosi da donna nel campo della ricerca scientifica. Una sfida che appare difficile persino ai giorni nostri, che viviamo nel terzo millennio, ma quasi impossibile negli anni della prima metà del secolo scorso, per una rappresentante del cosiddetto “sesso debole”, in un territorio iper-competitivo, come quello della ricerca, dominato prevalentemente da uomini. Una donna e uno scienziato che nel corso della sua straordinaria esistenza non ha mai perso di vista l'impegno civile, la solidarietà umana, valori che lei ha trasmesso ai giovani in maniera concreta, dando l'esempio, lavorando duramente, testimoniando una passione per lo studio fino al suo ultimo giorno di vita.

     
    Nata a Torino il 22 aprile 1909 in unafamiglia ebrea sefardita che le impartì un'educazione laica e a forte impronta intellettuale, fin da bambina ebbe un grande senso di indipendenza e, come ricordava spesso, aveva sofferto all’idea di dover vivere “in seconda” come la madre. La giovane Rita aveva da subito odiato le scuole femminili che insegnavano a essere “mogli e madri”, mentre lei sentiva di non voler essere né l’una, né l’altra. Nonostante le resistenze paterne, si iscrisse alla facoltà di Medicina e fu allieva del professor Giuseppe Levi insieme a Salvador Luria e Renato Dulbecco, che come lei sarebbero diventati Nobel. Laureatasi con lode nel 1936 e subito ammessa alla specializzazione in neurologia e psichiatria, ne fu espulsa nel 1938 in seguito alle leggi razziali. Dopo un breve periodo passato in un istituto di ricerche neurologiche a Bruxelles, Rita Levi Montalcini tornò in Italia, ma non potendo lavorare all’università perchè ebrea, installò un laboratorio nella propria stanza da letto e incominciò a studiare gli embrioni di pollo insieme al professor Levi, anch’egli tornato a Torino dopo essere sfuggito all’invasione nazista del Belgio.


    Questo laboratorio di fortuna seguì la giovane ricercatrice nelle sue peripezie belliche, spostandosi da Torino in campagna, vicino ad Asti, fino ad arrivare a Firenze dove, dopo la liberazione della città nel 1944, lavorò come medico in un campo rifugiati. Finita finalmente la guerra, la Montalcini tornò all'università di Torino, ma nel 1947 ricevette l’offerta di passare un anno alla Washington University di Saint Louis per ripetere i suoi esperimenti sugli embrioni di pollo. Quello che avrebbe dovuto essere un soggiorno di pochi mesi si trasformò in un'esperienza di trent'anni, culminata nel 1953 con la scoperta dell'NGF (Nerve Growth Factor), o “Fattore di Crescita Nervosa”, una molecola che regola e favorisce la crescita delle cellule del sistema nervoso. Una scoperta che, diceva Rita Levi Montalcini, “andava contro l'ipotesi dominante nel mondo scientifico che il sistema nervoso fosse statico e rigidamente programmato dai geni”. Un'intuizione che sarebbe stata premiata dal premio Nobel per la medicina, condiviso con il suo studente Stanley Cohen. “Stavo leggendo un giallo di Agatha Christie quando è arrivata la telefonata da Stoccolma”, raccontava con semplicità la Montalcini. E poi aggiungeva: “Il Nobel non cambierà la mia vita. Continuerò a lavorare come ho sempre fatto”. Anche i festeggiamenti dopo la bella notizia furono in linea con la sua sobrietà: “un brodo e un riso cinese - raccontava - poi sono andata a dormire”.


    Nonostante il lungo periodo di lavoro negli Usa, Rita Levi Montalcini non ha mai dimenticato l’Italia, dove dal 1961 al 1969 ha diretto il Centro di Neurobiologia del Consiglio Nazionale delle Ricerche, allora presso l'Istituto Superiore di Sanità. Dal 1969 al 1979 ha diretto il Laboratorio di Biologia cellulare del Cnr, dove ha continuato a collaborare fino al 1995. E’ stata inoltre presidente dell’Istituto Europeo per le Ricerche sul Cervello (Ebri), che ha fortemente voluto e dove ancora oggi i suoi allievi proseguono la ricerca sul fattore Ngf. Una vita dedicata allo studio ma anche ai giovani: "Lavoro per un futuro che non è il mio, ma è dei giovani...Solo l'istruzione può garantire il futuro ai tanti giovani nel mondo, che non devono aver paura delle difficoltà. Personalmente ogni crisi mi ha portato più in alto, spronandomi a fare sempre di più". Tra le sue innumerevoli iniziative nel sociale c'è la Fondazione Levi Montalcini, istituita nel 1992 assieme alla sorella gemella Paola, in memoria del padre, rivolta alla formazione e all'educazione dei giovani, nonchè al conferimento di
borse di studio a giovani studentesse africane a livello universitario, con l'obiettivo di creare una classe di giovani donne che svolgano un ruolo di leadership nella vita scientifica e sociale del loro paese. E, sempre a favore dei giovani scienziati, nel marzo 2012 rivolse un appello al Governo Monti insieme al senatore Ignazio Marino (Pd), "affinche' non cancelli il futuro di tanti giovani ricercatori, che coltivano la speranza di poter fare ricerca in Italia”.

     
    A coronamento di una vita esemplare, arrivò nel 2001 la nomina a senatrice a vita da parte del presidente Ciampi. Una nomina che Rita Levi Montalcini, nonostante l’età, considerò non come una passiva onorificenza, ma come un attivo impegno sociale e civile. Anche in questo campo si distinse per attivismo e autonomia di pensiero attirandosi le ire e gli insulti di tanti politici che oggi, dopo la sua morte si sperticano in elogi funebri post mortem di dubbio gusto. Ai tempi la senatrice a vita reagì agli attacchi volgari con signorilità e intelligenza, talvolta con ironia, ma non si fece intimorire proprio come era accaduto ai tempi del ventennio, quando aveva vissuto sulla propria pelle gli effetti del regime totalitario e dell'intolleranza, testimoniando il suo coraggio e la sua indipendenza di pensiero.

     
    Con la morte di Rita Levi Montalcini se ne va una grande Italiana, che lascia, soprattutto ai giovani, il compito arduo di ricordare e conservare la sua preziosa eredità, di mantenerla viva.


     


     


  • Fatti e Storie

    Le elezioni presidenziali viste dall'Italia


    Barack Obama ce l'ha fatta, sarà ancora il Presidente degli Stati Uniti. Tutti i media italiani negli ultimi mesi hanno dato ampio risalto all'evento seguendo le varie fasi della campagna elettorale americana dalle convention estive, ai dibattiti tra i contendenti fino all'election day e alla proclamazione del nuovo Presidente.


    E per la notte elettorale i principali canali televisivi hanno organizzato vere e proprie maratone a stelle e strisce a cominciare da RaiUno che durante la diretta di “Porta a Porta” condotta da Bruno Vespa ha dato spazio a esponenti politici italiani, opinionisti e una squadra di inviati negli Stati Uniti per seguire da vicino l'evento storico. Una diretta tv filata via liscia, a volte anche un po' noiosa, soprattutto quando si andavano ad approfondire i meccanismi del voto americano.


    Nulla a che vedere con il TG La7 di Enrico Mentana che ha realizzato una lunga edizione speciale per seguire live l'election day fino alla proclamazione del nuovo Presidente e che, contrariamente alle altre reti televisive, ha dato vita ad un accesissimo dibattito che ha risvegliato gli spettatori italiani dal torpore notturno. In studio con Mentana si sono alternati Corrado Formigli, Alberto Alesina, Carlo Rossella e Walter Veltroni, in collegamento da Roma e Lucia Annunziata da New York. Inevitabile il battibecco continuo tra Ferrara e la Annunziata i quali, essendo su posizioni diametralmente opposte, si sono punzecchiati durante tutta la diretta, cosa che suscitava nel direttore del Foglio un'irrefrenabile ilarità con risate plateali ogni volta che la direttrice dell'Huffington Post Italia prendeva la parola. Fino al momento in cui Lucia Annunziata, non potendone più, è sbottata: “Mi permetto intanto di dire a Giuliano che è un perfetto cretino. Queste tue battute sono insopportabili e non me ne frega niente di un’amicizia fatta come questa, va bene? Il tuo problema è quello di aspettare soltanto che vinca Romney, ma se vuoi sentire cosa sta succedendo effettivamente in America devi fare i compiti a casa, quindi zitto e aspetta”. La serata si è conclusa mestamente per Ferrara, il quale dopo la sfuriata dell'Annunziata, avendo scommesso con Enrico Mentana cento euro sulla vittoria di Romney, ha dovuto anche saldare in diretta il debito.

     
    La lunga kermesse notturna su tutti canali si è conclusa all'alba, col victory speech del Presidente Obama che ha suggellato una notte esaltante e che ha dato la carica a chi era rimasto sveglio in attesa della proclamazione. Guardando i telegiornali, è stato traumatico passare dall'entusiasmo palpabile a Chicago e in tutti gli Stati Uniti alle notizie della politica di casa nostra. Immediato il contrasto tra i cittadini americani che in poche ore hanno saputo chi fosse il loro Presidente, senza dover fare i conti con quorum, premi di maggioranza, governi tecnici, liste bloccate, come accade da noi.


    Durante la kermesse elettorale notturna in pochi hanno evidenziato il fatto che in alcuni Stati americani gli elettori erano chiamati a rispondere anche a quesiti referendari che hanno dato il via libera alla legalizzazione della marjuana per uso generale (Washington, Massachusetts, Colorado) e in altri si è dato l'ok ai matrimoni gay (Washington, Maryland, Maine), mentre in Florida i cittadini hanno respinto il referendum con cui si chiedeva di tagliare i fondi federali per l'aborto. Come non notare la differenza tra i referendum propositivi americani e quelli italiani che sono soltanto abrogativi. E come non notare che per ottenerne uno qui in Italia bisogna fare una fatica incredibile, dal momento che sono necessari adempimenti di legge come numero di firme raccolte, giudizio di cassazione, giudizio costituzionale, quorum dei votanti. Una corsa ad ostacoli che, una volta superata con sforzi sovrumani, rischia di risolversi con un nulla di fatto. Basti pensare al successo del referendum che abrogava il finanziamento pubblico dei partiti vanificato da un escamotage, frutto delle menti sottilissime dei nostri politici, che si sono inventati il “rimborso” ai partiti. Un altro modo per reintrodurre il finanziamento pubblico, cambiando, come per magìa il nome, tutto all'insegna della creatività, tratto distintivo di noi italiani. 

     
    Toni entusiastici per Obama da parte della stampa nostrana che, con l'eccezione di Libero e Il Giornale, per tutta la campagna elettorale aveva fatto un tacito endorsement per il Presidente uscente, pur in maniera più sobria rispetto al 2008. All'indomani della rielezione di Barack Obama i maggiori editorialisti hanno evidenziato le differenze tra le due vittorie e le ripercussioni non proprio incoraggianti sui mercati internazionali con le Borse in calo generalizzato. I titoli in prima pagina sono eloquenti: "Obama vince. E ora i vecchi problemi" sul Corriere della Sera, "La nuova America di Obama" su La Stampa di Torino, "Obama fa festa, gelo delle Borse" su Il Messaggero di Roma. Alcuni opinionisti, tra cui Luigi Zingales del Sole 24 Ore, hanno messo l'accento sulla mancanza di appeal da parte di Mitt Romney, privo della qualità di trascinatore tipica di Obama, e anzi passato alla storia per una serie di gaffes che hanno indispettito gran parte dell'elettorato del ceto medio e delle donne.


    Altri hanno messo in evidenza la sua incapacità di trarre vantaggio dai vari punti deboli dell'avversario, come l'aver aumentato il debito del 50% in quattro anni, il non aver fatto scendere la disoccupazione al di sotto del 7,8%, il non aver presentato un piano serio per ridurre l'esplosione futura delle spese sanitarie per gli anziani, tanto per fare solo qualche esempio.

    Mario Calabresi, su La Stampa, ha visto nella vittoria di Obama il frutto di un'abile strategia elettorale in cui si è saldata una minoranza bianca progressista, intellettuale, interessata soprattutto ai diritti civili (dai matrimoni gay, all’aborto, alle tematiche di genere) con il blocco delle minoranze dell’America multietnica. Per Calabresi queste elezioni mostrano il partito repubblicano in una grave crisi che richiederà una profonda riflessione e gli imporrà di ripensarsi profondamente, mentre consegnano al Presidente in carica un Paese profondamente diviso e polarizzato, un'America da ricucire.


    Tra i vari quotidiani italiani Pubblico è il più entusiasta: il suo direttore, Luca Telese, intitola il suo editoriale sulle elezioni americane “Adottateci”. Un'esortazione che è anche il desiderio di vedere una politica italiana diversa, con quell'idea dell'inclusione che, nonostante tutto, ha fatto la differenza per Barack Obama.
     
     


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