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Articles by: Antonella Iovino

  • Fatti e Storie

    L'origine della vita umana: parla Vittorio Canuto

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    Non è facile parlare di scienza ad un vasto pubblico, come non è facile riassumere in poche ore il racconto dell'origine della vita umana. Lo ha fatto per l'Istituto di Cultura Italiana di NY lo scorso giovedì Vittorio Canuto, professore alla Columbia University e ricercatore alla NASA per oltre 40 anni.

    In una suggestiva sequenza di immagini Canuto ha mostrato le galassie, il sistema solare e i pianeti in orbita attorno al sole e a seguire le prime forme di vita in acqua, gli atomi di carbonio e le molecole di amminoacidi che si combinano a formare le proteine: l'infinitamente grande incontra l'infinitamente piccolo e il miracolo della vita ha inizio.

    In apertura della conferenza, Canuto ha sottolineato l'importanza di rendere il racconto scientifico accessibile a tutti: “Più che aspirare ad accrescere la nostra conoscenza si può sperare di ridurre la nostra infinita ignoranza”, ha detto citando una frase di Bertolt Brecht.

    “La migliore cosa da fare per poter descrivere fenomeni tanto complessi è attenersi al dato reale”, ha dichiarato. Ha iniziato così il racconto dell'origine dell'universo spiegando come ciascuna galassia sia formata da milioni di stelle, mostrando la posizione del nostro sistema solare nella galassia e spiegando come la velocità di movimento di ciascun pianeta lungo la sua orbita dipenda dalla vicinanza al sole.

    Attraverso un’efficace 'riduzione in scala' Canuto ha dato poi un'idea dei tempi di evoluzione dell'universo: “Supponendo che il Big Bang sia avvenuto il primo gennaio (avvenuto in realtà circa 14 miliardi di anni fa), l'origine della vita c'è stata il 25 settembre (circa 4 miliardi di anni fa), le prime cellule si sono formate il 15 novembre e l'atomo di ossigeno il primo dicembre, mentre i dinosauri sono arrivati il 24 dicembre e sono scomparsi il 27 dicembre. Le date di vita dei dinosauri sembrano brevi ma in realtà sono vissuti molto più di noi”.

    Passando all'analisi microbiologica, il professore ha mostra le catene di amminoacidi, che sono gli elementi costitutivi delle proteine codificate dal DNA. “Il DNA è la vera base della vita umana ed è sorprendente come il suo sistema di funzionamento continui da 4 miliardi di anni” e ha aggiunto “l'uscita dall'acqua delle forme di vita è avvenuta quando si è creata la percentuale sufficiente di ossigeno anche sulla terra ferma. Non fluttuando più come in acqua, però, le forme di vita si sono ritrovate a fare i conti con la gravità terrestre”. Ha proiettato così immagini di forme di vita in evoluzione, dai rettili agli anfibi, arrivando ai dinosauri.

    Parlando dell’evoluzione della vita umana l’attenzione del professore è stata rivolta soprattutto alla crescita del cervello umano, analizzata in termini di peso e dimensioni nelle diverse fasi di vita partendo dall’homo habilis, passando per l’homo erectus ed arrivando all’homo sapiens. Ha descritto poi il funzionamento delle sinapsi del cervello umano, strutture specializzate che permettono ad un impulso nervoso di viaggiare da un neurone all’altro o da un neurone ad fibra: “Ci sono nel cervello umano milioni di sinapsi, come le stelle nelle galassie. Il cervello dell’uomo attuale è rimasto pressappoco delle stesse dimensioni del cervello dell’homo sapiens, di 1400 cm cubi”.

    Sono state successivamente proiettate le immagini di Lucy, il nostro antenato più famoso: uno scheletro ritrovato in Africa, del quale è stato possibile definire il sesso femminile grazie al ritrovamento anche delle ossa del bacino; il nome Lucy le è stato dato dalla canzone “Lucy in the sky with diamonds” dei Beatles che gli archeologi stavano ascoltando al momento della scoperta.

    Alla presentazione del professore hanno fatto seguito le domande del pubblico e il confronto con Cristiano Galbiati, professore di fisica alla Princeton University. Pur mantenendo delle visioni differenti sul futuro del pianeta per effetto del riscaldamento globale, sia Galbiati che Canuto si sono detti preoccupati per l’ingente quantità di risorse che viene consumata in quest’epoca. Canuto ha fatto leva sulla grande nocività dell’anidride carbonica prodotta dall’attività umana e Galbiati ha sottolineato la necessità di maturare maggiore responsabilità nel consumo delle risorse esauribili per tutelarne l’accessibilità delle generazioni future.

    La conferenza si è conclusa con una domanda rivolta dal pubblico al professor Canuto sulla sua attività precedente come ricercatore della NASA: “Cosa pensa del programma Space Shuttle della NASA?”. E la risposta: “Penso che i risultati prodotti dagli esperimenti con lo Space Shuttle non siano stati proporzionali alle spese”.

  • Art & Culture

    Remembering Giosuè Carducci, the lion of the Maremma

    Giosuè Carducci was one of the most important Italian poets of the decades that immediately followed the unification. He was a defendor of classical culture, of national identity and of the ideas of freedom, justice and progress stated during the Risorgimento. His indomitable spirit earned him the nickname 'leone maremmano' (lion of the Maremma). The second event of the 'Divinamente' festival held at the Italian Cultural Institute of New York was dedicated to the reading of his most important works, alongside a recounting of the events of his life: his early years in Maremma, his stays in Florence and Bologna, his political commitments, family tragedies, and his love affairs. The reading was given by actress Pamela Villoresi, accompanied by new music by Luciano Vavolo at the violin, guitar, cello, clarinet, flute and keyboards.

    Carducci refused the points of Romanticism, because he saw them too far away from Italian culture. He was a patriot, for his mother land, for the working man, like the themes of the Macchiaioli, a group of Italian painters of those years who used spots of colors and chiaroscuro. Their paintings were projected during the reading of poems such as “Traversando la Maremma Toscana” or “San Martino”, with the famous opening lines “La nebbia agli irti colli, piovigginando sale e sotto il maestrale urla e biancheggia il mar”, or the poem “Il bove” with the salute to the ox with the words “T'amo, o pio bove”. This way the New York public was able to take a leap into the life of the Tuscan countryside of the late 19th century, and the themes and languages the have been lost in contemporary Italy, but that are important to remember because they built the culture of our country in the years of the unification.

    Carducci was so tied to his land that, while making a toast with some friends in Castagneto, he declared “Of what heart I would remain, my cypresses”. His first poem was written on a May evening in 1848, about the sounds and smells of the nocturnal countryside. Many of his verses described the sweetness of his grandmother Lucia in contrast with the harshness of his father, who punished the animals with whom the young poet played with during his breaks from Latin. The paternal education was so rigid that many believe Carducci's brother not to have committed suicide but to have died after a violent fight with his father.

    Describing his young years, Carducci said: “Forte e facil d'amor io m'intalento e il conversar m'e' carco”. Initially he was forced a religious education, but lost his faith and became anti-clerical and anti-Papacy. In 1863, with obvious provocative intentions, he published a “Hymn to Satan” in the Popolo di Bologna magazie, in which he described the need to free the human mind of every superstition. Only at an old age did he retrace a bit, commenting: “My soul laughs if I think I moved my poetry away from God”.

    His civil commitment and political ideals were strong. He was Jacobian and libertarian, and after the unification supported the monarchy, as the only instrument to hold Italy together. Two days after the death of Garibaldi, on June 4, 1882, he dedicated a poem to the “blond head, superior to all the parties, because he first of all recognized himself as Italian and a defender of freedom”. In 1870 he wrote a sonnet dedicated to Mazzini who “appears great and austere in movement” and in 1872 dedicated some verses to Goffredo Mameli, whose remains were exhumed with military and political honors.

    The sudden family tragedies marked this solar poet: over a small number of years two cousins committed suicide, and both his brother and his two-year-old son Dante died. On November 4, 1870, he wrote the famous words for Dante “The tree toward which you held your childish hand...” in which he described the happy life of the child and the pain caused by his death.

    He had many women, apart from his wife, to which he dedicated his poetry: queen Margherita, countess Pasolini, Annì Vivanti. He met Vivanti in Bologna in 1889, according to her wishes, for she had written some poems and wanted Carducci to read them; he fell in love with her.

    The authenticity of his poetry brought to his receiving the Nobel Prize for literature in 1906. Due to his old age and bad health, the Prim Minister of Sweden presented the prize himself to “the bard of the highest ideals of planet Earth”.

    The event ended with the reading of an excerpt of Canto 24 of Dante's Inferno about the injustices of Vanni Fucci, a poem by Carducci and one by Mario Luzi. The three works are about honesty and abuse of power; in a comparison between the three authors it was demonstrated how in different centuries one can find the same topics, while possibly only changing the form of abuse.

  • Arte e Cultura

    Quando il Risorgimento è donna

    Continua il calendario di eventi dedicato alla celebrazione dei 150 anni dell’Unità di Italia. A dare voce alle vicende del Risorgimento è stata lo scorso giovedì Marina Calloni, docente dell’Università Bicocca di Milano. Nella cornice della biblioteca della Casa Italiana Zerilli-Marimò la Calloni ha fatto luce su due personaggi femminili immeritatamente dimenticati: Sara Levi ed Amelia Pincherle Moravia.

    Entrambe semite, vissero momenti importanti del processo di unificazione rispettivamente del XIX e del XX secolo: infatti, Sara Levi nacque nel 1819 e morì nel 1882, Amelia Pincherle visse tra il 1870 e il 1954. I nomi delle loro famiglie si intrecciano: Sara Levi faceva parte della famiglia Rosselli per via di madre e sposò Moses Nathan, tedesco di origine divenuto poi cittadino britannico. Amelia Pincherle Moravia, sorella di Carlo Moravia, padre dello scrittore Alberto, apparteneva ad una benestante famiglia ebrea che aveva supportato la Repubblica di Venezia contro l’Impero Asburgico; sposò Joe Rosselli, nipote di Sara Levi, e diede alla luce tre figli: Aldo, Nello e Carlo. Carlo Rosselli fu il fondatore del movimento anti-fascista ‘Giustizia e Libertà’ nel 1929.

    L’attivismo politico di Sara fu sicuramente da esempio per i dodici figli che, come fa notare la Calloni, sopravvissero tutti, uno strano caso se comparato ai dati di mortalità infantile del secolo. Sara crebbe i suoi figli con i proventi dello Stabilimento Mineralogico del Siele, vicino il monte Amiata in Toscana. Una grande intuizione la sua, investire nella miniera, segno di una capacità imprenditoriale non da tutti. Oltre al sostegno della famiglia gli agi economici servirono a finanziare opere di beneficienza e le campagne politiche del Risorgimento. Fervente patriota, supportò infatti Giuseppe Mazzini durante il suo esilio a Londra, Lugano e Pisa, svolgendo un ruolo chiave nel Partito d’Azione. Proprio nella sua abitazione a Pisa Mazzini morì nel 1872 sotto lo pseudonimo di Mr. Brown. Accusata di cospirazione fu costretta a rifugiarsi a Lugano e fece ritorno in Italia, a Roma, solo alla fine del processo di unificazione, nel 1871. I suoi figli si distinsero per egual impegno politico: il quintogenito Ernesto divenne sindaco di Roma nel 1907; era la prima volta che un repubblicano semita avverso alle politiche del Papa veniva eletto in una città ancora molto fedele all’idea dello Stato Pontificio.

     
    Devota alle arti, Amelia Pincherle fu la prima donna a vincere nel 1898 un premio per un’opera teatrale, per la sceneggiatura di ‘Anima’; stanca dei continui tradimenti, nel 1902 divorziò dal marito, un atto che deve aver creato non poco scalpore per l’epoca. Iniziò una nuova vita come madre di tre figli, sola, politicamente attiva. Inizialmente a favore dell’intervento dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale, fu costretta a rivedere la sua posizione nei confronti della Monarchia Sabauda quando Vittorio Emanuele III ratificò le leggi antisemite emanate dalla dittatura fascista. Amelia, come Hanna Arendt, si diceva comunque semita ma antisionista: “Sono ebrea certo, ma prima di tutto italiana” , erano queste le sue parole.

    La guerra, inoltre, le portò via il figlio Aldo nel 1916 sul fronte del Carnia. Nello e Carlo furono costretti al confino per l’opposizione al fascismo e vennero poi assassinati nel 1937. Distrutta dalla perdita dei figli, Amelia decise di andare in esilio volontario in Svizzera, in Inghilterra ed in America. Era decisa a far ritorno in Italia solo quando si sarebbe trasformata in un paese libero e repubblicano. In un articolo pubblicato durante il suo soggiorno in America scrisse: “Vedo in Italia gli stessi problemi di un tempo; abbiamo bisogno di azioni concrete,diversificate e di una nuova mentalità”. Amelia tornò in Italia solo nel 1946. 

    Nella sua presentazione, Marina Calloni ha tenuto a mostrare come entrambe siano appartenute alla tradizione liberale, secolare e semita del pensiero politico italiano e al contempo siano due importanti esempi di emancipazione femminile. Proprio sul ruolo delle donne nel Risorgimento e sul pensiero di Mazzini sull’emancipazione femminile è nato tra gli intervenuti alla conferenza un interessante dibattito, segno che parlare di donne e politica non è sempre facile, di certo non è frequente.

    Ha concluso Marina Calloni: “ Approfondire la vita ed il pensiero di Sara ed Amelia permette di approcciare all’analisi delle vicende risorgimentali da una prospettiva diversa, quella delle donne; oltre a questo, però, il loro pensiero si è distinto per essere stato originale e libero, sempre”.

  • Life & People

    The Italian Risorgimento Seen by its Women. The Key Roles of Sara Levi and Amelia Pincherle Moravia

    The calendar of events surrounding the 150th anniversary of the Italian Unification continues to grow. This time it was Marina Calloni, from the Università Bicocca of Milan to give voice to the events of the Risorgimento. In the library of NYU’s Casa Italiana Zerilli-Marimò, Calloni shed some light on two unjustly forgotten female protagonists of the season: Sara Levi and Amelia Pincherle Moravia.

    As Jews, they both lived important moments of the unification process of the 19th and 20th centuries: Sara Levi was born in 1819 and died in 1882, while Amelia Pincherle lived from 1870 to 1954. The names of their families are connected: Sara Levi was part of the Rosselli family on her mother’s side and married Moses Nathan, a German who later became a British citizen. Amelia Pincherle Moravia, sister of Carlo Moravia, the father of the famous author Alberto, belonged to a rich Jewish family who had supported the Republic of Venice against the Austrian Empire; she married Joe Rosselli, nephew of Sara Levi, and gave birth to three sons: Aldo, Nello and Carlo. Carlo Rosselli founded the anti-Fascist movement ‘Giustizia e Libertà’ in 1929.

    Sara’s political activism was an example for her twelve children, all of which remarkably survived, as Calloni pointed out, considering the infant death rate of the century. Sara brought up her children with the earnings of the Minerary Establishment of Siele, near Mount Amiata, in Tuscany. Investing in the mine was a great intuition, demonstrating an uncommon entrepreneurship. Together with aiding the family, the economic stability helped finance charity work and political campains of the Risorgimento. A true patriot, she supported Mazzini during his exile in London, Lugano and Pisa, playing a key role in the Partito d’Azione. It was in her house in Pisa that Mazzini died, under the pseudonym Mr. Brown. Accused of conspiring, she was forced to seek refuge in Lugano and returned to Italy and Rome only at the end of the unification process, in 1871. Her children also made themselves known for their political commitment: the fifth-born Ernesto became mayor of Rome in 1907; it was the first time a Jewish Republican, an opposer of the Pope’s policies, was elected in a city still quite faithful to the idea of the Pontificial State.

    An art devotee, Amelia Pincherle was the first woman to win a prize for a play, in 1898, when she wrote ‘Anima’; tired of his infidelity, in 1902 she divorced her husband, a strong choice for the time. She began a new life as mother of three children, alone, and politically active. At first she was favorable to Italy’s intervention in World War I, but later changed her mind about the Savoia monarchs after Victor Emmanuel III signed the anti-Semitic laws under the Fascist dictatorship.   

     
    Amelia, like Hannah Arendt, considered herself a Semite but and anti-Zionist: “I am certainly Jewish, but first of all I am Italian”, she would say.

    The war also took the life of her son Aldo in 1916 at the Carnia front. Nello and Carlo were exiled for their opposition to Fascism and were assassinated in 1937. Destroyed by the death of her sons, Amelia exiled herself in Switzerland, England and the United States. She made up her mind to return to Italy only when it would become a free and republican country. In an article published during her time in America, she wrote: “Today I see the same problems in Italy; we need concrete action, diversified and with a new mentality”. Amelia returned to Italy in 1946.

    In her presentation, Marina Calloni underlined how both these women belonged to the liberal, secular and Jewish tradition of the Italian political agenda, while at the same time representing two examples of female emancipation. The role of women in the Risorgimento and Mazzini’s agenda on female emancipation were the main topics of the discussion that followed the lecture, proof of the fact that speaking about women and politics isn’t always easy, and certainly not frequent.

    Marina Calloni concluded: “To learn more about the life and thoughts of Sara and Amelia allows us to approach the analysis of the Risorgimento from a different point of view, the prospective of women; this said, their thought was characterized by always being original and free”.

  • Facts & Stories

    The Liberalism of Piero Gobetti

    To better understand the roots of Italian radical liberism, New York University's Casa Italiana Zerilli-Marimò   held, on May 5, a conference about Piero Gobetti, which opened with a letter of greetings by Carla Gobetti, his granddaughter and president of the Centro Studi Piero Gobetti.

    “Liberalism is a term that is often abused”, said Casa Italiana director Stefano Albertini, during his opening remarks. “It seems that everyone has become liberal today”.

    The discussion began with a speech by Riccardo Viale, director of the Italian Cultural Institute of New York. “Gobetti is frequently unknown as a writer, and only recently have international and European studies begun about him. He was among the fathers of liberal-socialism, and his ideas were helpful to Carlo Rosselli in founding the Giustizia e Libertà movement in 1929. He was an anti-conformist, brave, with a difficult character defined by Norberto Bobbio as 'incandescent lava'. Similarly to Rosselli, he followed closely the ideas of Gaetano Salvemini, who denounced the deep separation between the legal country and the actual reality of the country: Gobetti answered this dilemma by publishing 'La Rivoluzione liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia'. According to him, it was necessary to bring 'liberality' to the institutions created with the Italian Unification. At the time he was in Turin, a city undergoing a strong cultural turmoil, where he was able to meet, among others, Saragat, Buozzi, and Lombroso. Many tend to differentiate between Gobetti and Rosselli: the former was more of a theorist, a political philosopher, enclosed within a provincial environment, while the latter was an economist, open to the world. Rosselli and Gobetti can be separated under the epistemological, methodological and ethical aspects. Epistemologically, they were both against the dogmatism of political thought, believing in the need of applying to real processes. According to Gobetti, historical processes were a result of individual actions applied to political projects. A critic of Mazzini, whom he believed was too tied to the English political thought, Gobetti's inspirations were Gianbattista Vico, Alfieri and Cattaneo. Rosselli, on the contrary, was closer to foreign authors like Sorel, Weber and Proudon.
     

    Methodologically, they both pursued the methodologic individualism of Salvemini, opposing any holistic approach. For Gobetti, the method, the operative paradigm, was freedom: there is no such thing as a free country, but only free people. Freedom is the heart of the Gobettian analysis also ethically: it is the main principle of conduct in obtaining equality.” According to Viale, what Gobetti didn't analyze in depth is the definition of the role of the institutions: “Should they intervene at the beginning of the politica process, establishing the premises for the free conduct of every person, or should they correct the final results?” Viale concluded his talk by underlining how Gobetti and Rosselli never enjoyed success in America, a land where political thought is closer to the instrumental rationalism à la Machiavelli.

    James Martin, co-director of the 'Global Media and Democracy' Study Center of the Department of Politics at the University of London, explained how, after his death, Gobetti was recognized as inspirer of many movements: liberalism, socialism, communism. However, he intended liberalism as a political movement and not as a form of government: he saw liberty in a political sense and not economical; he wasn't concerned about the consumer's choice, the free market, and private property. He was concerned about the freedom of generating a political space: freedom as a public and collective good. The Italian state had been imposed on its citizens, and there had never been a true political battle, which is the first step in cohabitation in accordance to freely agreed upon rules. The Russian revolution of 1917 was seen by Gobetti as a liberal movement, marking the end of the Ancien Regime. Liveral ideology is a persuasive force more than a fixed ideology. He saw himself more as a historian than a political actor. He wanted liberalism to become a political philosophy in order to redefine the idea of liberty. He wasn't a systematic thinker because he mainly focused on linking different areas to a common project under political action. He was an anti-fascist because in fascism he saw the obliteration of every liberal principle. He died too young to complete his political thought.

    Niamh Cullen of the University College of Dublin described Gobetti's life in Turin and his move to Rome, offering the public a clear picture of the cultural texture in which he was trained: Piedmont, at the time, was the most European of the Italian regions and Gobetti felt the impulse of transforming Italy in a modern nation, completing the civilization process. Disappointed by the failure of the 1920 risings, he was worried that the collective actions would be organized responsibly.

    David Ward, from the Department of Italian Studies of Wellesley College, analyzed the ties between Gobetti's polical activism and Alfieri's political thought. Nadia Urbinati, from the Department of Political Science at Columbia University, underlined how Gobetti's analysis of liberalism is almost unique, for it was proposed from a new point of view, the prospective of failure: he believed in the connection between liberal institutions and moral culture, but didn't aim at any form of transcendence. On the contrary, he was deeply tied to immanentist historicism. Under this point of view, according to Urbinati, he was a true modernist who saw conflict and political battles as an indomitable element of the state, the founding moment in which opposites meet and oppose each other freely. He opposed himself to fascist corporatism for the homogeneity it created, and was interested in protestantism, which he saw not only as a religion, but as the incarnation of contemporary life: only the countries with a protestant tradition had been able to develop a liberal society: in Italy the philosophic and political traditions of authors such as Machiavelli and Alfieri could, however, fill the voids created by the absence of protestantism. In Nadia Urbinati's reading, Gobetti was a real 'political animal'.

    The conference was closed by Stanislao Pugliese, of the Department of History at Hofstra University. His analysis allowed the inclusion of Gobetti in the picture of antifascist opposition. He saw fascism as the true insult to modern civilization, the expression of the frustrations and aspirations of the Italian middle class. To cure Italy from fascism, it was necessary to review the basis of its historical and social context.

    The conference allowed to elaborate on an author frequently undervalued after World War II; and yet he was among the few who saught a typically Italian liberalism. Therefore the question that remains is how the Italian liberal political thought would have evolved if he had not died prematurely. But this question, perhaps, remains simple speculation.

  • Fatti e Storie

    Piero Gobetti: Stato libero ed uomini liberi

    Importante evento alla  Casa Italiana Zerilli-Marimò   per riflettere sulle radici del liberismo radicale italiano partendo dalla personalità di Carlo Gobetti. Ad aprire la serata la lettura della lettera di saluti di Carla, nipote dell’autore e presidente del centro studi a suo nome. 

    “Liberalismo è un termine del quale spesso si abusa”, Stefano Albertini, direttore della Casa Italiana Zerilli introduce con queste parole la conferenza e continua: “sembra che ognuno sia diventato liberale oggi”.
     

    Subito dopo l'intervento di Riccardo Viale, direttore dell'Istituto di Cultura Italiana di New York. Nelle sue parole la constatazione che Gobetti è un autore spesso sconosciuto, verso il quale solo da poco sono iniziati studi a livello internazionale ed europeo. È stato tra i padri del liberal-socialismo, le sue idee sono state di grande apporto per Carlo Rosselli per la fondazione del movimento Giustizia e Libertà nel 1929. Era anticonformista, coraggioso, dal carattere difficile, definito da Norberto Bobbio come 'una lava incandescente'. 

    Come Rosselli, seguiva con interesse le idee di Gaetano Salvemini, che denunciava il profondo divario tra il paese legale e il paese reale: a questo dilemma Gobetti rispose con la pubblicazione del volume 'La Rivoluzione liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia’: era necessario, a suo parere, riempire di 'liberalità' le istituzioni create con l'Unità d'Italia. Egli si trovava all'epoca a Torino, città dal forte fermento culturale in quel periodo, dove ebbe modo di incontrare tra i tanti Saragat, Buozzi, Lombroso. Molti tendono a fare molte differenze tra Gobetti e Rosselli: il primo era più teorico, filosofo politico, chiuso nell'ambiente di provincia, l'altro era un economista, aperto al mondo. Rosselli e Gobetti si possono differenziare sotto il profilo epistemologico, metodologico ed etico.

    Epistemologicamente erano entrambi contro il dogmatismo nel pensiero politico, entrambi credevano nella necessità di applicazione nei processi reali. Secondo Gobetti i processi storici venivano fatti dai comportanti e dalle azioni individuali in applicazione a progetti politici.

    Critico nei confronti di Mazzini, troppo legato a suo parere al pensiero politico inglese, Gobetti si ispirava a Gianbattista Vico, Alfieri, Cattaneo. Rosselli, al contrario, era vicino ad autori stranieri come Sorel, Weber, Proudon. Sotto il profilo metodologico seguivano entrambi l'individualismo metodoligico di Salvemini opponendosi a qualsiasi approccio olistico.
     

     Il metodo, il paradigma operativo, era per Gobetti la libertà: non esiste uno stato libero, ma uomini liberi. La libertà fa da cuore dell'analisi gobettiana anche nella dimensione etica: essa è il primo principio cui ispirare le proprie condotte per raggiungere la condizione di equità. Ciò che non viene approfondito da Gobetti, secondo Viale, è la definizione del ruolo delle istituzioni: “Devono intervenire all'inizio del processo politico, ponendo le premesse per poi lasciare libero ciascuno nelle modalità di condotta, o correggere i risultati finali?” Viale conclude il suo intervento notando come Gobetti e Rosselli non abbiamo goduto di grande successo in America, una realtà dove il pensiero politico è più vicino al razionalismo strumentale à la Machiavelli.
     
    James Martin, co-direttore del Centro Studi 'Global Media and Democracy', del dipartmento di Politica alla University of London, ha spiegato come dopo la sua morte Gobetti sia stato riconosciuto come ispiratore di più movimenti: liberalismo, socialismo, comunismo. Tuttavia, egli intendeva il liberalismo come un movimento politico e non come una forma di governo: guardava alla libertà in senso politico e non economico; non si preoccupava della scelta del consumatore, del libero mercato, della proprietà ma della libertà di generare uno spazio politico: la libertà è un bene pubblico e collettivo. Lo stato italiano era stato imposto ai suoi cittadini, non si era consumata alcuna vera lotta politica, che invece fa da primo gradino per la convivenza secondo regole liberamente accordate. La rivoluzione russa del 1917 era vista da Gobetti come un movimento liberale, in quanto fine dell'Ancièn Regime.

    L'ideologia liberale è forza di persuasione più che una fissa ideiologia. Lui vedeva se stesso come uno storico più che come un attore politico. Voleva che il liberalismo diventasse una filosofia politica per ridefinire su nuove basi l'idea di libertà. Non si trattava di un pensatore sistematico perchè aveva principalmente lo scopo di collegare, sotto l’azione politica, diversi ambiti ad un progetto comune. Era antifascista perchè nel fascismo vedeva l'annullamento di ogni principio liberale. Mori` troppo giovane per dare compimento al suo pensiero politico.

     
    Niamh Cullen della 'University College' di Dublino ha descritto la vita di Gobetti a Torino e il suo trasferimento a Roma, offrendo un chiaro quadro del tessuto culturale entro il quale si era formato: il Piemonte era all'epoca la più europea delle regioni italiane e Gobetti sentiva l'impulso di trasformare l'Italia in una nazione moderna, completando il processo di civilizzazione. Deluso dal fallimento dei moti del 1920, si preoccupava che le azioni collettive venissero responsabilmente organizzate.
     
    David Ward, professore al dipartimento di 'Italian Studies' del Wellesley College, ha analizzato il legame che unisce l'attivismo politico di Gobetti al pensiero politico di Alfieri. Nadia Urbinati, professoressa al dipartimento di Scienze politiche della Columbia University, ha sottolineato come l'analisi fatta da Gobetti del liberalismo sia pressochè unica, in quanto proposta da una prospettiva nuova, quella del fallimento: egli credeva nel nesso tra istituzioni liberali e cultura morale, ma non mirava ad alcuna forma di trascendenza, al contrario era profondamente legato all’istoricismo immanentista. In questo si trattava, secondo la Urbinati, di un vero modernista che guardava al conflitto, alla lotta politica, come l'elemento irriducibile dello stato, il momento fondante nel quale gli opposti  liberamente si incontrano ed oppongono. Si opponeva al corporativismo fascista per l’omogeneità che creava, era interessato dal protestantesimo che vedeva non solo come una religione ma come l’incarnazione della vita contemporanea: solo i paesi che avevano una tradizione protestante erano riusciti a sviluppare una societa` liberale; in Italia la tradizione filosofica e politica di autori come Machiavelli ed Alfieri poteva, tuutavia, sopperire alla mancanza del protestantesimo. Nella lettura di Nadia Urbinati, Gobetti è stato un vero ‘animale politico'.
     
    Ha chiuso il confronto Stanislao Pugliese, professore del departimento di Storia alla Hofstra University. La sua analisi ha permesso di includere Gobetti nel quadro dell’opposizione antifascista. Il fascismo veniva da lui visto come la vera offesa alla moderna civilizzazione, espressione delle frustrazioni ed aspirazioni della classe media italiana. Era necessario, per curare l’Italia dal fascismo, rivedere le basi del suo contesto storico e sociale.
     
    L’incontro ha permesso di approfondire così un autore spesso sottovalutato a partire dal secondo dopoguerra; eppure egli era tra i pochi a cercare di creare un un liberalismo tipicamente italiano. Resta da chiedersi, dunque, quale evoluzione avrebbe avuto il pensiero politico liberale italiano se non fosse morto prematuramente. Ma questa domanda certo rimane semplice speculazione.

  • Facts & Stories

    Puglia's Excellence in America

    On Wednesday, May 4, the John D. Calandra Italian American Institute hosted ‘Puglia’s Italy Award of Excellence in America’, a ceremony that awards people who were born or grew up in Apulia and who reached international success, thereby promoting the image of the region abroad. The prize went to RAI journalist Attilio Romita, vice-director of RAI International Carlo Brienza, and poet and Latinist Joseph Tusiani.

     

    The prize was offered by the ‘Puglia Center of America’, an organization which aims to promote the region in all its aspects and help create touristic, cultural and educational exchanges with the United States. The center also supports Italian language promotion activities through concerts and important campaigns, such as the fight against cancer and the Millennium Goals of the United Nations. The high value of activities gained notice from Italian and international institutions that decided to sponsor part of the initiatives. Among these are the Italian parliament, the province of Bari, the ‘Cultura, Turismo, Pace e Mediterraneo’ department of Apulia and the Italian UNESCO commission. The center is a member of the Academic Impact of the United Nations and has collaborated with Columbia University and Fordham University.

    The president of the organization is Luciano Lamonarca, a young Apulian tenor well known in New York. As he explained during his opening remarks, the prize is given to those who have obtained personal success by working hard, setting an example to everyone else from the region and beyond. I-Italy was able to ask him a few questions.

    The organization you represent seems to aim towards a less common group of people, a public interested in cultural initiatives. What is your target and what are the guidelines?

    It is a young organization, founded on November 17, 2009, that wishes to create international partnerships between Apulia and academic institutions to promote Italian excellence. Today we face a new kind of immigration: it is America that selects the best brains. The latest project we have been following involves six American universities and six from Apulia; the idea is to develop an educational process of the public to teach them about the region not only for its food, wine, and touristic attractions, but also artistically. In this objective we are supported by people who believe in us, like the Cultural Commissioner of the province of Bari, moved by his passion for his homeland and the will to promote it.

    Attilio Romita and Carlo Brienza both were honored to receive this prize in New York, and demonstrated their deep ties to their homeland, convinced that these roots are fundamental to anyone’s life. Both have become well known in the Italian and American journalistic world: Carlo Brienza shows Italy abroad every day from RAI International while Attilio Romita was the only Italian journalist allowed into the press office between Bush and Berlusconi that anticipated the war declaration on Iraq. He described the moment when he was traveling in an armored car and listened back to his question from which it was clear that war was going to break out: “Listening to my voice broadcast by an American station, I understood that I had reached my first goal after many sacrifices”.

     

    i-Italy asked their opinion on the theme of journalistic information.

    We asked Attilio Romita: You reached your first goal because by chance you were in America, but many live abroad as their only option. What do you think of the working world in America?

    There is no doubt about the fact that America as in the front line for research and technology, but as far as information is concerned, Italy and America are about equal. In America a journalist’s capacity is evaluated with ratings; the paychecks are much larger than ours, but also the risk of losing your job all of a sudden is quite high. In Italy, the order of journalists protects the professionalism of those who work in information.

    Brienza agreed with Romita: “It is difficult to compare information in Italy and the United States, and maybe it isn’t appropriate to do so. There are different structural elements: in Italy there’s a union and an order of journalists, and there are very few pure editors, while America has always had plenty of them. Italian press, taken globally, guarantees pluralist information. There are also different elements of context: the rhetoric used by American journalists is different, and the attention of the public is mainly aimed towards current events, while in Italy it aims more towards opinion news. This happens in many different aspects.”

    The evening ended with the award to Joseph Tusiani, a poet, writer, translator and Latinist. He got his degree in Literature at the University of Naples Federico II and in 1947 moved to New York, turning a trip into a permanent residence. His main literary achievements were the translation of Michelangelo’s poetry, since up until then the author was mainly known only as an artist. In receiving the prize, Tusiani said, “I was given this prize also on the Capitol, but this evening the emotion is larger because I receive as an Apulian. I translated Pulci’s “Il Morgante” in which Apulia is defined as a ‘land of flies’, but I ask myself what land wasn’t at that time. Because of this it inspired the expression ‘my death, the death of a fly in Apulia’, to show the precariousness of human life”.

    i-Italy asked him: 

    From generation to generation of Italian-Americans we inevitably witness the loss of the use of the Italian language. The sons of immigrants speak it very little, and the grandsons don’t speak it at all. Do you think this creates a distancing from the cultural roots?

    Perfect bilinguals are rare, and we are prone to forget languages. It has to do with personal sensibility. I wrote 15 books in Apulian dialect, and that is my way to remain tied to my culture. Many don’t miss their homeland, while some become sick because of their distance. I am convinced, though, that when languages are used creatively, they come back to life. You have to pay attention to the sounds, and it is the creativeness of rhyme or prose that preserves the language.

    It feels like Italy is more known for its past than its present. Italy is always referred to in terms of Renaissance culture, but very little is said about the contemporary cultural context. What do you think about the attention dedicated to Italian culture, today?

     

    There is obviously a deficit in the promotion of the cultural heritage. On the other had, the same thing is happening in Greece: personally I think Nikos Kazantzakis is the greatest poet of the Twentieth Century, but few know who he is. In Italy those same church towers that created differences among people and territories in the past, continue their habit today. In the literary field there is very little reciprocal attention: everyone writes, very few read.

     

  • Arte e Cultura

    New York. La Puglia premia i suoi conterranei

    Mercoledì 4 maggio il John D. Calandra Italian American Institute ha ospitato il ‘Puglia’s Italy Award of excellence in America’, una cerimonia di riconoscimento di personalità cresciute o nate in Puglia che hanno raggiunto successi internazionali, promuovendo così l’immagine della regione all’estero. Sono stati premiati Attilio Romita, giornalista della RAI, la rete pubblica di informazione in Italia, Carlo Brienza, vice-direttore della RAI International, il canale che si occupa dell’informazione per l’estero, e Joseph Tusiani, poeta e latinista.

    Il premio è stato assegnato dal ‘Puglia Center of America’, un’organizzazione nata con l’intento di promuovere la regione Puglia in tutti i suoi aspetti e favorire scambi di carattere turistico, culturale e di formazione con gli Stati Uniti. Il centro sostiene anche attività di promozione della lingua italiana attraverso concerti e campagne importanti come la lotta al tumore o i Millenium Goals delle Nazioni Unite. L’alto valore delle attività svolte ha richiamato l’attenzione di istituti ed enti italiani ed internazionali che hanno deciso di patrocinarne parte delle iniziative, come il Parlamento italiano, la Provincia di Bari, l'Assessorato alla ‘Cultura, Turismo, Pace e Mediterraneo’ della Regione Puglia e la Commissione italiana dell’UNESCO. Il centro è membro dell’Academic Impact delle Nazioni Unite e ha collaborato con la Columbia University e la Fordham University.

    Il presidente dell’organizzazione è Luciano Lamonarca, giovane tenore pugliese molto noto a New York. Come spiega, intervenendo in apertura della cerimonia, il premio viene attribuito a quanti hanno raggiunto successi personali lavorando con dedizione, perché si tratta di esempi per chi proviene dalla stessa regione e non solo. Intervistato da i-Italy sugli obiettivi dell’organizzazione risponde così.
     

    L’organizzazione che rappresenta sembra rivolgersi ad un pubblico diverso da quello genericamente all’Italia, un pubblico più attento alle iniziative culturali. Qual è il vostro target e quali sono i principi guida della vostra attività?

    E’ un’organizzazione giovane, fondata il 17 novembre del 2009, che intende creare forme di partnership internazionali tra la regione Puglia ed istituti di carattere accademico per promuovere le eccellenze italiane. Oggi siamo di fronte ad un nuovo tipo di immigrazione: è l’America che seleziona i cervelli migliori. L’ultimo progetto che stiamo seguendo vede la partecipazione di sei università americane e sei pugliesi; l’intento è quello di sviluppare un processo educativo del pubblico per portarlo alla conoscenza della regione non solo dal punto di vista enogastronomico o turistico ma anche sotto il profilo artistico. In questo nostro obiettivo siamo supportati da chi crede in noi, come l’assessore alla Cultura, Turismo, Pace e Mediterraneo della Regione Puglia, animata dalla grande passione per la propria terra e dal forte desiderio di promuoverla al meglio.

    Sia Attilio Romita che Carlo Brienza si dicono onorati di ricevere questo premio nella città di New York, mostrano il loro profondo legame per la loro terra convinti che le radici siano parte fondamentale della vita di ciascuno. Entrambi si sono distinti nel panorama giornalistico italiano ed americano: Carlo Brienza racconta ogni giorno l’Italia all’estero per Rai International ed Attilio Romita è stato l’unico giornalista italiano, in una ristretta cerchia di giornalisti intervenuti, ad accedere alla conferenza stampa dell’incontro tra Bush e Berlusconi all’alba della dichiarazione di guerra verso L’Iraq. Descrive il momento in cui si trovava nell’auto blindata e riascoltò la sua domanda, dalla quale si capì che di lì a poco ci sarebbe stata la dichiarazione di guerra:

     “ Risentendo la mia voce trasmessa da un’emittente americana capii di aver raggiunto dopo molti sacrifici il mio primo traguardo”.

    Ad Attilio Romita abbiamo chiesto: è bella la testimonianza che ci ha dato descrivendo il momento in cui ha capito di aver raggiunto il suo primo grande traguardo.  In quel momento era negli USA. Cosa pensa di questo Paese.

    Senza dubbio l’America è all’avanguardia per ricerca ed innovazione tecnologica, ma per l’ambito dell’informazione penso che la realtà italiana e quella americana siano equiparabili. In America spesso le capacità di un giornalista sono  valutate in base all’indice di share; gli stipendi medi sono notevolmente superiori ai nostri, ma il rischio di perdere il lavoro nel giro dei poche ore è altrettanto alto. In Italia, invece, avere un ordine dei giornalisti tutela la professionalità di chi lavora per l’informazione. 

    Conferma la tesi di Romita il collega Brienza “ E’ difficile paragonare l’informazione in Italia e negli Stati Uniti, forse non è del tutto appropriato farlo. Ci sono elementi strutturali diversi: in Italia sono presenti un sindacato e un ordine dei giornalisti, sono ancora pochi gli editori puri, che invece in America sono sempre esistiti. L’insieme della stampa italiana nel suo complesso, comunque, garantisce pluralismo di informazione. Ci sono poi elementi di contesto differenti: la retorica utilizzata dai giornalisti americani è diversa, l’attenzione del pubblico è rivolta maggiormente alla cronaca mentre in Italia è rivolta al giornalismo di opinione e così per molte altre caratteristiche”.

    Chiude la serata il premio assegnato a Joseph Tusiani, poeta, scrittore, traduttore e latinista. Laureato alla facoltà di Lettere dell’Università di Napoli Federico II nel 1947 si trasferì a New York, in un viaggio che si trasformò in un soggiorno a vita. Tra i suoi successi letterari ricordiamo le traduzione dei versi di Michelangelo, prima della quale il grande maestro era pressoché conosciuto soltanto come artista. Ritirando il premio Tusiani dice “ Sono stato premiato anche in Campidoglio, ma certamente questa sera l’emozione è più grande, perché si tratta di un riconoscimento come pugliese. Ho tradotto l’opera ‘Il Morgante’ del Pulci nella quale la Puglia viene definita ‘terra di mosche’ ma mi chiedo quale terra non lo fosse all’epoca del Pulci. Ebbene, proprio questa attribuzione ha ispirato in un’altra opera l’espressione ‘morto io, morto una mosca in Puglia’ a significare la forte precarietà della vita umana”. 

    Nel corso delle generazioni di italo-americani si assiste inevitabilmente alla perdita dell’uso della lingua italiana. I figli di chi si è trasferito la parlano poco, i nipoti non la parlano affatto. Pensa che ciò comporti un allontanamento anche dalle radici culturali? 

    Il bilinguismo perfetto è raro, siamo portati a dimenticare le lingue. E’ una questione di sensibilità personale. Ho scritto 15 libri in dialetto pugliese, è il mio modo di rimanere legato alla mia cultura. Molti non provano nostalgia per la terra d’origine, mentre altri ne fanno una malattia. Sono convinto, però, che quando le lingue vengono usate in maniera creativa esse rivivano. Si dà massima attenzione ai suoni, è la creatività in rima o in prosa a preservare una lingua.

    Si ha l’impressione che si conosca l’Italia più per il passato che per il presente. Ci si riferisce all’Italia sempre in termini di cultura rinascimentale ma poco viene detto del contesto culturale contemporaneo. Cosa pensa dell’attenzione rivolta oggi alla cultura italiana?

    C’è indubbiamente un deficit nella promozione del patrimonio culturale. D’altra parte lo stesso capita alla Grecia contemporanea, della quale manca totalmente cognizione nel panorama internazionale: personalmente considero il poeta   Nikos Kazantzakis il più grande poeta del XX secolo, ma pochi lo conoscono. In Italia quegli stessi campanili che hanno fatto grandi i suoi comuni hanno diviso territori e persone, in passato come adesso. Nel panorama letterario c’è scarsa attenzione reciproca: tutti scrivono, pochi leggono. 

  • Art & Culture

    A live reading with Writer Margaret Mazzantini at Casa Italiana Zerilli-Marimò

    After her interview with i-Italy before her arrival in New York, on Friday, writer Margaret Mazzantini read selections from her novel “Venuto al Mondo”, followed by a reading from the English translation, “Twice Born”, by actress, writer and translator, Patricia Chen. Casa Italiana’s library offered an intimate atmosphere: her voice made the book even more loquacious, thanks to its emotional tension and narrative complexity, which penetrates the reader’s imagination.

    The novel was written over a long six year period. The author explained: “It was a period during which I studied closely the places of the Bosnian war tragedy; my study was filled with maps, documents and books. I got the idea for this tale when the war broke out. I had just given birth to my first child, Pietro, and I was frequently up during the night feeding him while the terrible scenes of those massacres streamed on television. Then time passed and I needed to absorb those images. Only after a few years did I begin to write. I went to Sarajevo and tried to study that place without missing any detail. There I met extraordinary people, humble, simultaneously light-hearted and bitter, the true Bosnian spirit”.

    And Pietro, in the novel, is the name of the son that Gemma, the protagonist, will finally have, after much troubled search. ‘Venuto al mondo’ is the story of a long journey of a couple in search of paternity and maternity, a journey towards East, which winds up intertwining with the atrocities of the Serbian-Bosnian war.

    The writer chose to read the section in which Gemma, unable to have children, and her husband Diego, decide to adopt a child and, in the midst of a long bureaucratic ordeal, are subjected to a number of meetings with a psychologist, discovering the deepest traumas of their lives. “I would have wanted a child with his eyes and shoulders. A son is like a padlock of flesh and bones. I’m afraid Diego might leave me” says Gemma. “She is a woman who becomes obsessed, blind, with a strong sense of guilt for her sterility and with the fear of her younger husband abandoning her. She becomes so obsessed that she begins making mistakes”, stated the author. “All the characters are a little crazy like she is: she left her first husband and a stable relation for a younger reckless man; Goiko, Gemma and Diego’s guide in Bosnia, is a cursed poet; but each one of them is in love with the future, because when you write about darkness you always need a little light” she concluded.

    Mazzantini spoke about her relationship with her husband, actor Sergio Castellitto: “He is my first reader; although men and women have a different sensibility and a different way in which they read stories, in our relationship we are perfectly in tune with each other: we are moved by the same things and we laugh at the same things, we trust and respect each other”. And this is why many have noticed a great contiguity between the book and the film ‘Non ti muovere’. To the question “So you were lucky to marry the director?” she ironically answered, “Perhaps he was lucky to marry the writer”.

    The author gave us this intimate peek into the creative and sentimental relationship between two important personalities of the Italian literary and cinematographic panorama. What resulted was a sense of sharing and completing each other’s work. She disclosed that the book has been adapted into a screenplay for the film version that will be shot by her husband next September in Rome, Bosnia and Croatia and, as in ‘Non ti muovere’, will star the Spanish actress Penelope Cruz.

    Margaret Mazzantini speaks rapidly, like her characters. When listening to her one feels placed inside of her stories. Frequently her fiction is strong, and her characters are exasperated. Many have wondered if the love of ‘Non ti muovere’ is actually true love, or if the story only gives the image of the free pouring out of a successful man with a woman he begins to dispose of and ends up tying to himself. In reading ‘Venuto al mondo’ one can grasp the idea of a woman who wants to have a son at any cost and who changes the lives of those that surround her. These are complex figures, personal dramas, and the reader is not left indifferent towards them and must take a stand.

    As Stefano Albertini, director of Casa Italiana, stated in concluding the event, we now await the English translation of the new novel “Nessuno si salva da solo”, certain that it will not disappoint us.

  • Arte e Cultura

    Il bestseller “Caos Calmo” presentato all'Istituto di Cultura Italiana di NY

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    Lo scorso giovedì all'Istituto di Cultura Italiana di New York lo scrittore Sandro Veronesi ha presentato il suo bestseller 'Caos Calmo' nella versione inglese “Quiet Chaos', intervistato da Giancarlo Lombardi, docente dell'università CUNY al college di Staten Island e al Graduate Center.

    La conferenza è stata introdotta da Giovanni De Sanctis, responsabile del dipartimento Affari Culturali- Lingua e Letteratura- dell'Istituto di Cultura. Ha spiegato come Sandro Veronesi venga definito da molti come lo scrittore italiano contemporaneno più importante: autore molto prolifico, è uno scrittore, saggista e giornalista. Ha pubblicato sette romanzi, una raccolta di poesie e cinque saggi. Senza dubbio può essere considerato uno dei migliori rappresentanti del panorama intellettuale italiano di oggi.

    Il suo libro “La forza del passato” ha vinto il premio Viareggio-Repaci e il premio Campiello ed è stato finalista del concorso Zerilli-Marimò. Nel 2005 ha vinto il premio Strega per Caos Calmo, tradotto in inglese da Michael F. Moore, co-presidente della commissione di traduzione del PEN American Center.

     

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    L'espressione ossimorica del titolo è una prima chiave di lettura del romanzo: è la storia di una calma routine improvvisamente sconvolta. Il protagonista, Pietro Palatini, durante una giornata di mare cerca di salvare la vita a due donne e rischia di affogare lui stesso; tornato a casa anziché poter raccontare della disavventura alla famiglia è sconvolto dalle luci di un'ambulanza: la sua compagna è morta per un inaspettato malore. All'improvviso arriva il caos a sconvolgere la sua vita. Pietro abbandona il lavoro ed inizia a trascorrere intere mattinate in un piccolo parco accanto alla scuola della figlia, diventando un personaggio bizzarro per il quartiere. È il ritratto di una vita alla deriva per il dramma di una morte, descritto dall'autore con la ricerca di un forte approfondimento interiore.

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    Giancarlo Lombardi inizia la conversazione con l'autore in un approccio innovativo: parte dalla fine del romanzo, dai ringraziamenti dove Veronesi scrive “ Quando si scrive si è soli”. Una frase, nota Lombardi, che fa da corollario all'intero romanzo. Subito dopo il lutto, Pietro è infatti circondato da molte persone, ma sa che il suo dolore non può essere condiviso realmente con nessuno. Lombardi nota come la chiave di lettura del romanzo sia il concetto di trauma: un evento che non viene vissuto, perchè accade troppo velocemente, il cui spettro torna quindi a riproporsi più volte nel corso della vita. “ Non si tratta di un romanzo di azione, ma la descrizione di eventi che si ripetono metodicamente. Una frase molto eloquente è quella di Pietro che di fronte alla scuola della figlia dice: è il muro del pianto senza pianto”, conclude Lombardi.

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    Veronesi risponde citando una frase a lui cara : "Non siamo soli, ma ci sentiamo soli. Il mio protagonista va a vivere la sua solitudine di fronte alla scuola della figlia. È la prima volta che mi viene chiesto il significato simbolico di quest'immagine; sebbene questo sia stato una libro molto fortunato, nessuno mi ha mai chiesto perchè abbia scelto l'immagine della scuola. Si tratta del luogo dove si va per imparare e Pietro deve imparare ad iniziare una nuova vita”.

    Veronesi è stato ispirato da alcuni fatti realmente accaduti. Racconta: “Mi era stata raccontata la storia di un amico che aveva perso la moglie e mi era stato detto: è come se da allora si fermasse davanti alla scuola della figlia ogni giorno. Questa immagine mi ha subito colpito”. Per la scena del salvataggio Veronesi ha usato un fatto a lui realmente accaduto: stava per affogare cercando di salvare una donna in mare; un trauma che lui ha vissuto, un momento in cui ha lui stesso ha pensato di colpire la donna, lasciarla andare e salvarsi. Il protagonista riflette dunque le vicende e i sentiementi dell'autore: entrambi sanno che ci sono alcuni limiti della coscienza di ciascuno che possono essere oltrepassati con molto facilità, il rischio è alto. L'intero romanzo non è dunque soltanto una storia di solitudine e sofferenza, ma emergono anche conflitti etici.
     

    i-Italy ha avuto l'opportunità di intervistare Veronesi.

    Che grado di attenzione pensa ci sia da parte dei lettori americani nei confronti della letteratura italiana contemporanea?
     

    In questi giorni partecipo a NY al PEN World Voices Festival of International Literature, che raccoglie più di 100 scrittori provenienti da 40 nazioni diverse. Questo festival mostra il rinnovato interesse degli Stati Uniti per le culture straniere, dopo un periodo che potremmo definire di isolamento culturale a seguito dell'undici settembre. Dopo l'attacco terroristico, infatti, è come se gli Stati Uniti si siano chiusi in una sorta di autarchia, proteggendosi da qualsiasi forma di intromissione. Ma ora c'è un segno di cambiamento.
     

    Pensa che ci siano elementi del suo libro che possono essere fraintesi a causa di differenze culturali?

    Di sicuro alcuni elementi che descrivo nel libro sono assenti nella cultura americana. Mi sono chiesto se i lettori avrebbero compreso l'immagine di Pietro che trascorre la sua mattinata davanti ad una scuola, dal momento che i ragazzi qui vanno prevalentemente a scuola in autobus e non vengono accompagnato dai genitori. Forse sono scene che si collocano in un panorama estraneo, esotico, ma ciò non impedisce di cogliere il vero senso della storia.

    E cosa pensa del 'caos calmo' intepretato da un newyorkese? L'intero romanzo ha un ritmo lento, sembra costruito per dare la rappresentazione fisica di un senso di immobilismo. Un newyorkese dalla vita frenetica può comprendere realmente l'idea di un caos calmo?

    Sì, sono sicuro di sì. Generalmente più si è presi da nevrosi e più si cercano antidoti. L'America è il primo paese produttore di antidepressivi. Forse proprio per via delle loro vite frenetiche qui sono maggiormente predisposti a cogliere la necessità di fermarsi e riniziare tutto da capo, come capita a Pietro Palatini.

    La conferenza viene chiusa dalla lettura di un brano tratto dal romanzo sia nella versione italiana che nella versione inglese, per voce di Veronesi e Moore, lasciando la sala affascianata.

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