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Articles by: Luigi Casale

  • L'altra Italia

    Voglia di scrivere



                La voglia di scrivere è così: o mi prende o mi lascia.  Ma non mi assilla, non mi tormenta.

     
                Quando trovo un argomento, intesto una nuova pagina, annoto il fatto che, come vissuto o come semplicemente pensato, già frequentemente mi è solito ritornarmi alla memoria;  ne faccio un titolo come probabile capitolo da sviluppare di vista di un ipotetico romanzo, nella speranza, prima o poi, di affrontarlo, di parlarne, di svilupparlo, scrivendovi qualcosa. Da quel momento, mi capita di imbattermi, a tornate successive, in una delle tante pagine bianche già predisposte col titolo in testa e, se il momento è buono, tento un avvio. E se poi è particolarmente felice, riesco anche in un paio d’ore ad esaurire una trattazione completa da inserire nella virtuale raccolta di storie minime, che come sarebbe mia intenzione saranno destinate a costruire il romanzo della mia vita.

     
                Memorie, solo memorie: arricchite da suggestioni, da particolari apparentemente vani ma pur sempre interessanti, da riferimenti a persone o da rimandi a situazioni di quel tessuto meraviglioso dell’immaginifica visione.

     
                Solo se riposato, mi perdo in essa riuscendo a scrivere le quattro o cinque pagine che bastano a fissare l’essenziale di quell’avvenimento, di quel ricordo, di quella riflessione, o anche studio, quando il discorso mi porta alla ricerca di dati, di testi, di fonti, di tutti quegli elementi che prima di essere fissati nella scrittura richiedono una verifica, e formale e sostanziale: la prima di coerenza, la seconda di veridicità. Ed ecco il testo: il mio tessuto e il mio vissuto.

     
                Quante volte, però, mi fermo alla formulazione del primo periodo! Oppure arrivo solo a mezza pagina di scrittura, al massimo ad una pagina intera, e non più.  Quante volte ho lasciato incompiuto il lavoro senza raggiungere lo scopo dell’intento prefissato!

     
                Ma anche quando credo di aver esaurito l’argomento e di aver completato un nuovo capitolo, poi succede che rileggendolo a distanza di tempo, mi accorgo che andava migliorato nella forma, che qualche espressione aveva bisogno di essere adattata alla prosa, che alcune imprecisioni – o imperfezioni – sarebbe stato meglio eliminarle. Al pensiero segue subito l’azione (e la cosa è senza conseguenze trattandosi di cose non mai pubblicate), e la pagina si modifica, si rinnova, si rigenera, e non è più quella di prima, al punto che – grazie (o per colpa?) anche all’uso della scrittura elettronica, forse utilizzata male da me – se ne perde la forma originaria. 

     
                Intanto resto profondamente convinto che non riuscirò mai a fissare nella scrittura tutto ciò che mi passa per la testa. Eppure non mi dispero, anche se a dire il vero mi dispiace. D’altra parte penso anche che tante cose della vita, quelle dette e quelle fatte, hanno irradiato la loro azione nell’ambiente circostante: della famiglia, dei vicini, degli altri; talvolta anche dei lontani. Da lasciare un segno nella comunicazione, e nella società; e perciò potrebbero – o potranno – essere recuperate.  Come, al contrario, sono gratificato quando posso constatare che parte dei miei pensieri, dei miei ricordi, del mio vissuto, di qualche intuizione, è affiorata nella pagina di scrittura.

     
                E questo mi consola, mi alleggerisce: a ricompensa della drammaticità di un anonimato non voluto perché non liberamente scelto.
     


  • L'altra Italia

    Sant’Elia e l’enciclopedia Treccani


    È una storia lunga. Senza necessariamente doverla raccontare a partire “da Adamo”, ci accontenteremo di risalire il corso degli eventi solo per tre generazioni.
               

    Se vogliamo, è anche una storia curiosa. Ma questo me lo direte voi alla fine del racconto.
               

    Mia madre si chiamava Elia: evidentemente un nome maschile. Era nata nel 1914. Il nome le fu dato in omaggio a un suo zio, il fratello della madre, che per l’appunto si chiamava Elia.
               

    A questo punto, per entrare pienamente nel clima, mi conviene dirvi anche il nome di mia nonna. Lei era Isaia: la mia bisnonna Serafina aveva chiamato i suoi figli Isaia ed Elia. Isaia la femmina, Elia il maschio. In seguito mia nonna Isaia, che ebbe solo figlie femmine chiamò Elia la sua terzogenita, e il fratello Elia, in omaggio alla sorella, chiamò Isaia l’ultimo della sua numerosa prole. Sicché i nomi di Elia e Isaia, in circa un secolo di storia, e per almeno quattro generazioni, si sono alternati nelle due discendenze, mantenendosi ai figli maschi in quella di Elia, mentre nella nostra – capostipite la nonna Isaia – sono sempre stati assegnati alle femmine. Particolare quest’ultimo, sorprendentemente, strano.
     
     
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    Fino ad un certo periodo, non era facile riuscire a trovare dei calendari che riportassero alla data giusta i nomi dei due profeti: Isaia ed Elia. Perciò mia madre, che ricordava le date in cui tradizionalmente i due santi si festeggiavano in casa loro, sapeva che la memoria di s. Isaia e di s. Elia ricorrevano rispettivamente il 6 e il 20 luglio; e, quando trovava un calendario che, delle due date, ne indicava almeno una da lei ritenuta giusta, lo conservava gelosamente.
    Quasi tutti i calendari, almeno quelli che indicano – giorno per giorno – i santi della devozione cristiana, riportavano s. Maria Goretti al 6 luglio e s. Girolamo Emiliani al 20 dello stesso mese.  Ma, mentre s. Maria Goretti ha defenestrato il più vecchio s. Isaia, s. Elia invece, per il fatto di essere venerato in alcune località delle province di Napoli e di Salerno, ogni tanto ricorreva ancora in qualche calendario. Al 20 luglio.
     
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    Filippo è un mio carissimo amico, dopo essere stato anche collega di lavoro. Ebbene, verso i quarant’anni – studente fuori corso di storia – si accorse che stavano per andare in prescrizione i numerosi esami che aveva sostenuto nei lunghi anni di corso della sospirata laurea in storia moderna. Ormai gliene mancavano solo due. Così, nella indecisione se farli o no, a tanti anni di distanza dall’ultimo; proiettato com’era più verso il pensionamento che non destinato ad una nuova esperienza lavorativa, si decise alla fine di provare a sostenerli, e per coronare una carriera di studi assai sofferta, e per dare la meritata soddisfazione alla famiglia che di quel titolo si era fatto la ragione di un riscatto e di un successo, chiese la tesi. Mentre lavorava alla stesura del suo lavoro di ricerca, portò a termine gli esami, sicché intorno ai cinquant’anni fu dottore in storia ottenendo il diploma “a tutti gli effetti di legge”, come risulta dal diploma di laurea appeso in salotto.

     
     Approfittando poi di un incentivato economico che l’Azienda da cui dipendeva offriva a chi domandasse di uscirsene, se ne andò in pensione anticipata; e per occupare dignitosamente il tempo si dedicò allo studio e alla ricerca, riuscendo ad entrare come collaboratore nella redazione dell’Atlante Biografico degli Italiani Famosi che la Treccani aveva cominciato ad aggiornare.
    Il suo interesse storico documentario era legato all’ambito degli studi fatti, per cui i profili biografici che gli venivano assegnati dalla Direzione della Treccani erano quelli del Seicento romano: in genere religiosi e dignitari dello Stato Pontificio. E aveva presa l’abitudine di tenermi informato sulle nuove assegnazioni, sull’andamento della ricerca, sugli articoli pubblicati: qualche volta mi coinvolgeva sui tempi e sui modi della stessa ricerca documentaria, nonché sull’approfondimento delle tematiche ad essa collegate. Fui felice di poter partecipare, se pure solo dall’esterno, a questa sua bellissima avventura.
     
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     Un giorno Filippo mi comunica che il soggetto del suo nuovo lavoro è la figura storica di “s. Girolamo Emiliani” fondatore della famiglia religiosa dei Teatini.

     
    Mi mise al corrente che il nome del santo era stato deformato nel corso degli anni, perché da documenti più attendibili risultava che si chiamasse “de’ Miani”. Evidentemente la fonte era stata contaminata da errori di scrittura o dall’uso stesso del nome nella comunicazione orale, fino a ritornare, banalizzato, nella scrittura. Mi ci ero appassionato. E mi ricordai che la mamma in un certo senso ce l’aveva con questo Santo Religioso per il fatto che nella maggior parte dei calendari egli avesse occupato proprio il posto di s. Elia.

     
     In una nostra comunicazione riferii a Filippo che il nome del  santo mi era familiare e gli comunicai anche che la ricorrenza della sua memoria (il “dies natalis”) era fissata al 20 luglio, come risultava a me per esperienza diretta e com’era possibile verificare da qualche calendario in circolazione. Sicché questa mia semplice informazione entrò nella ricerca, e la notizia, all’atto della pubblicazione del profilo biografico del personaggio, fu riportata nel volume in uscita della interessante pubblicazione della Treccani.

     
    Tempo qualche mese, all’apparire delle prime recensioni dell’opera, critici attenti e coscienziosi e storici delle riforme ecclesiastiche, segnalarono che la più recente delle riforme del calendario romano, varata nel frattempo dalla Curia pontificia, aveva spostato la festa di s. Girolamo ad un’altra data (8 febbraio). Questa fu per noi – ma specialmente per l’Editore – una “errata corrige” non proprio gradita per una pubblicazione rieditata e aggiornata dopo lunghi anni, della quale, tra l’altro, data la complessità della operazione commerciale, era difficile prevedere una ristampa a breve tempo.

     
     Ritenendomi la causa dell’errore, nonostante tutte le attenuanti del caso e la evidente buona intenzione che mi aveva animato, restai davvero mortificato.

     
    Ecco: questa è la vicenda del punto di contatto della storia del nome di mia madre con quella della Casa Editrice  Treccani.


     
     
     
     
     


  • L'altra Italia

    Etimologia - Erario, Fisco, Moneta


    Erario, Fisco, Moneta. A parte “moneta” che sappiamo tutti che cosa sia, le altre due parole (erario e fisco) le utilizziamo (meglio se dico: “Le utilizzo”, perché sto parlando di me) con una certa incertezza. Inaspettatamente ne è uscito un ossimoro che – vi assicuro – non è voluto, il quale gioca sulla polisemia dell’aggettivo indefinito certo. Prima di influenzarvi con la mia incertezza, affezionati lettori, cercherò di spiegare da dove vengono queste parole, e che cosa esse denotavano al tempo degli antichi Romani, sia quando Roma era repubblica, sia successivamente quando fu Principato.
     
    Aes, aeris (lèggasi: es, eris) … Ricordo ai nuovi arrivati che sui vocabolari della lingua latina i nomi vengono designati con due “voci”: il nominativo e il genitivo; mentre i verbi, addirittura, con 4: presente, perfetto, supino, infinito; o 5 voci, se si aggiunge anche la seconda persona del presente. Questi modelli di parole a scuola si chiamavano “paradigmi”; essi contengono le forme di base per formare tutte le altre voci di una parola, come, ad esempio, il singolare e il plurale per i nomi, il maschile e il femminile per gli aggettivi; i modi, i tempi, e le persone, per i verbi.
     
    Ma … ritorniamo ad “aes, aeris”, che presso i Romani significava o rame o bronzo, o più genericamente metallo. (La confusione è comprensibile se si pensa che solo chi lo lavorava sapeva esattamente la differenza tra i due metalli). Se poi qualcuno volesse sapere perché da “aes [ès]” (rame o bronzo) sia venuto fuori “èris”, cioè perché la “s” si sia trasformata in “r”, dirò che si tratta di un fenomeno di trasformazione fonetica. Un processo naturale (dipendente dal comportamento dei parlanti) che si è verificato in una determinata epoca storica – diciamo IV sec. a. C. – all’interno di un gruppo di parlanti (mettiamo: quelli della penisola italica). Se fossimo più attenti ci accorgeremmo che anche oggi succedono di questi fenomeni; e lo notiamo dal fatto che certe consonanti, in una certa posizione all’interno delle parole, i parlanti di località non tanto distanti gli uni dagli altri (tutta gente che parla la stessa lingua; e addirittura lo stesso dialetto) le trasformano rendendole completamente diverse (Es.: bello /beddu). Ora i grammatici e gli studiosi, questa regola secondo la quale nel V-IV secolo avanti Cristo la “s” quando si veniva a trovare in mezzo a due vocali si trasformava in “r”, hanno chiamato questo fenomeno col termine di rotacizzazione,   ricavando questo termine dal nome della “r”, che in lingua greca si chiamava rho.
     
    Capiremo meglio presentando un esempio più significativo. Nello stesso arco di tempo è successo che il verbo latino “esse” (la cui radice è “es–”) nell’imperfetto è diventato “eram” daun originario *es-a-m: (radice + caratteristica del tempo storico + desinenza), da cui il moderno “io ero”, così come ce lo troviamo oggi. Se con tutti questi esempi si capisce, meglio così; ed io sono contento. Se no chiudete pure in parentesi, e lasciate le parentesi a chi le può utilizzare, perché il discorso, nelle linee generali, lo si comprende lo stesso; e … andiamo avanti.
     
    Tutta la lunga filastrocca l’ho fatta per far capire perché da “aes” = metallo derivi “aerarium” = cassa (dove si custodisce il “metallo”), quindi la cassa del denaro pubblico. Che a Roma era amministrato dal Senato. Da quanto detto, data la discendenza diretta della parola italiana da quella latina e ricostruito il significato di quella latina, ora possiamo capire anche – per l’affinità semantica che intercorre tra le due parole – che cosa sia oggi l’erario. Il tesoro dello Stato.
     
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    E veniamo a “fiscus”. Fiscus, fiscina, fiscella, sono rispettivamente “cestino”, “paniere”, “canestro”. Ancora oggi usiamo la parola fiscella, per indicare il piccolo cestino dove si raccoglie la ricotta per lasciar defluire il siero (ma i Romani vi filtravano anche l’olio). Con la trasformazione della forma dello Stato romano operata da Ottaviano Augusto (ciò che noi chiamiamo passaggio dalla repubblica all’impero e che gli storici chiamano Principato) il Senato, cui era affidato il compito di amministrare i fondi dell’aerarium, decretò un appannaggio per la persona dell’Imperatore, cioè una modesta quantità di denaro (metaforicamente un travaso dall’aerarium al fiscus, recipiente più modesto) per le necessità personali di Augusto. Da allora si ebbero due amministrazioni con due contabilità del tesoro pubblico: una praticata dal Senato, e una più piccola – per modo di dire – tenuta  dall’Imperatore. Riferendoci all’oggi, il fisco è la parte di ricchezza che lo Stato raccoglie da tributi e imposizioni.
     
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    Moneta deriva dal verbo moneo = ammonisco (richiamo). Anticamente, ma molto anticamente, a Roma Moneta era una dea, la madre delle Muse. La radice – come la radice di moneo (men-mn-mon: la scrivo in tre forme, perché si tratta di una radice apofonica, cioè che cambia il colore della vocale in base a determinate situazioni linguistiche) – è  collegata all’idea di “memoria”. Perciò “madre delle arti” nel caso della dea, e “ammonire/ammonimento” nel caso del verbo moneo. In epoca storica però l’appellativo di “moneta” (ammonitrice, consigliera) fu attribuito alla dea Giunone, alla quale fu dedicato un tempio sul Campidoglio nel quale (o presso il quale) si coniavano le monete. Praticamente fungeva da zecca. “Moneta”, quindi, era la dea, la zecca, e i pezzi coniati.  


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